6 novembre 2009

Capitalism: a love story

Il film inizia sulle note di Louie Louie, mostrandoci una compilation di rapine in banca, riprese dalle telecamere di sicurezza. E poi si sposta in varie parti dell’America desolata (e desolante) dove il sogno americano si è infranto nel momento in cui le persone hanno creduto al fatto che potevano rifinanziare le loro case ipotecandole, e – incapaci di far fronte al pagamento di rate che aumentavano in maniera esponenziale - venivano infine sfattati da case che ormai non gli appartenevano più.Passando dallo smantellamento della fabbrica GM a Flint, si arriva al fallimento di Merril Lynch e Lehman Brothers, mentre Michael Moore si aggira per Wall Street cercando di capire come funzionano i “derivati”. Ma scoprirà che neanche gli addetti ai lavori sono in grado di spiegarglielo. E, in un caleidoscopio di immagini che si accavallano sullo schermo, ad un tratto compare una versione appositamente ridoppiata del Gesù di Zeffirelli, dove, al discepolo che gli domanda come può ottenere la vita eterna, viene risposto “Semplice: massimizzando i profitti”. Un chiaro riferimento a chi ha fatto credere all’America e al mondo intero che capitalismo fosse sinonimo di democrazia e anche, perché no, di valori cristiani.

Interessante.

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