23 dicembre 2010

नया साल मुबारक हो!

yesterday

Mi sono svegliata un po’ prima del suono della sveglia, come tutte le mattine. Ho aspettato che la sveglia suonasse per alzarmi. Ho dato da mangiare al gatto, ho preparato la colazione alla poison.mamma, ho aperto la porta.
Porca puttana, la neve.
Ho bevuto il caffè, sono scesa in garage, ho tolto le infradito e mi sono infilata gli stivali, ho aperto il portone, ho impugnato la pala e... mi sono accesa una sigaretta.
Poi ho iniziato a spalare.
Per fortuna non è stata una nevicata seria, e in 10 minuti avevo finito.
Mi sono liberata della pala e degli stivali e sono risalita in casa.
Ho chiamato il medico, mi ha confermato la disponibilità del letto in reparto e verso le 9.30 siamo partite.
Mentre eravamo nella sala d’attesa ad attendere (appunto) che i medici compilassero i documenti per il ricovero abbiamo avuto modo di conoscere alcuni pazienti: un ragazzo dalla faccia triste, che si lamentava del fatto che, una volta uscito da lì, sarebbe andato in carcere, e mia mamma che mi guarda e mi dice “Andiamo bene!”, un signore che si lamentava del fatto che la televisione non funzionava ma che lui non toccava nulla, e che avrebbe dovuto esserci suo nipote, che i giovani d’oggi sono in gamba. Poi mi guarda un po’ colpevole e mi dice: “Non sto dicendo che lei sia vecchia”... “ah, volevo ben dire!” gli rispondo io.
Poi arriva un terzo, dallo sguardo torvissimo, si siede e mi chiede “Signorina, posso farla ridere?”
Cassiopea, e mo’ che gli dico? Che se me l’avesse chiesto qualcuno che conosco gli avrei risposto “Stai per spogliarti?” ma questo è un paziente di un reparto psichiatrico. Che ne so che è li dentro per aver accoltellato l’ultimo che non ha riso ad una sua barzelletta? Quindi sorrido e gli dico “Certo!”
E lui attacca con: “Qual è la città più lunga del mondo?”
“... non lo so...”
“Ventimiglia” e poi è partito con il campione tedesco di nuoto (Otto Vaske), il saltatore in lungo arabo (Dalì Alà) ecc.ecc. Poi per fortuna hanno dato il letto a mia mamma.

20 dicembre 2010

i miei meravigliosi colleghi

Interno ufficio della poison.
Ella è magicamente sola, in quanto collega A è in ferie e collega G in pausa sigaretta.
Mentre sta preparando delle nuove richieste per degli allacciamenti elettrici, entra trafelata collega R.
Collega R è sempre trafelata, come se il suo lavoro consistesse nel salvare vite umane da morte certa. Ovviamente qua dentro nessuno salva vite umane, ma credo sia superfluo specificarlo.
Mi si piazza davanti e mi chiede: “Abbiamo del pluriball?”
Oltre a non salvare vite umane, un’altra delle cose che qua NON facciamo è spedire alcunché che non siano documenti cartacei, che quindi NON necessitano di particolari cure nell’imballaggio. Ergo, del pluriball non ce ne facciamo una sega.
“Certo che no, R., perchè dovremmo?”
“Ah, non so. Ma secondo te i fattorini ce l’hanno?”
“Non ne ho idea, ma immagino di no: perchè dovrebbero?”
“...” attimo di silenzio da parte di R. che, evidentemente non soddisfatta dalla mia risposta, insiste: “Ma sai cos’è il pluriball?”
Poison, avendo a che fare con l’umore ballerino della poison-mamma, negli anni ha sviluppato una calma zen da far invidia al Mahatma Gandhi, quindi – senza fare un plissé – ha sollevato lo sguardo su collega R. e le ha detto “certo che lo so, altrimenti alla tua prima domanda non avrei risposto “NO”, ma ti avrei chiesto “che cos’è?”, non credi?”
“Ah, già. Giusto. Quindi non ne abbiamo?”
Secondo me anche a Gandhi, ogni tanto, scappava un vaffanculo.

17 dicembre 2010

cenette

Una settimana di ferie.
Torni in ufficio e – nonostante il “fuori sede” attivato ti ritrovi 298 e.mail. Dopo aver eliminato quelle assolutamente inutili te ne restano una quarantina.
Una di queste dice: “giovedì 16 ore 21.30 cenetta pre-natalizia all’Otium. Per chi vuole alle 20.30 aperitivo a Le Borreau Bourré”
Non conosco l’Otium, e, sempre per il fatto che sono curiosa come una bertuccia, accetto. Anche perchè i destinatari dell’e.mail sono colleghi che non ho problemi a frequentare anche oltre l’orario di lavoro, mio capo compreso.
Mi chiedo come ingannerò il tempo fino alle 20.30, ma sono certa che troverò una soluzione.
Ieri sera esco dalla palestra con tutta calma, e, in totale emergenza, mi fiondo nella profumeria di fronte, perchè avevo dimenticato il burro-cacao sulla scrivania dell’ufficio.
Esco con il mio labello nuovo e – in un freddo che definire polare è riduttivo – mi dirigo alla macchina. Raggiungo il quadrilatero, parcheggio senza problemi e sono riuscita a far arrivare le 19.35. Ho praticamente un’ora a mia disposizione. Che, se fosse luglio, sarebbe un altro discorso. Ma siamo a dicembre. E, incredibilmente, fa freddo. Tanto freddo. Un freddo porco.
Per fortuna in zona alcuni negozi prolungano l’orario d’apertura oltre le 19.30, e ne approfitto per buttare un occhio. Oltre che per riscaldarmi le chiappe semiassiderate.
Riesco anche a far divertire un po’ la carta di credito, che – poverina - non usavo da ben 3 giorni. Arrivo al locale dell’aperitivo. Mi guardo attorno, non c’è ancora nessuno. Onde evitare di trasformarmi in una statua di ghiaccio entro. A breve arrivano anche A, G, M, e A.
Dopo l’esperienza del caco-mela (o vaniglia che dir si voglia) a pranzo sono aperta a tutto, e, avendo ordinato un Baileys, decido di accompagnarlo con un crostino con le acciughe al verde. Alquanto discutibile? Sì, in effetti…
Ci spostiamo poi al ristorante, dove scopro che ‘sto cazzo di Otium altro non è che il Sibiriaki (Cибиpckий per i sofisti), locale di cucina russa e siberiana, dove la specialità consiste nel “sibir” ovvero diversi tagli di carne e verdure che verranno cotte sulla piastra al momento a cui aggiungere salse e spezie a piacere, con contorno di riso nero e basmati. M.P.S. (Mai Più Senza)
Se sulla mail avessero scritto Sibiriaki invece che Otium probabilmente avrei suggerito un locale alternativo, visto che a me il posto non piace particolarmente.
E va bene che il locale è siberiano, ma porca di quella puttana ibernata, lo volete accendere il riscaldamento?

16 dicembre 2010

pausa pranzo

Nonostante io sembri un donnino morigerato e tutto d’un pezzo (un monolite, in pratica) sono curiosa come una scimmia urlatrice.
E così ieri, sentendo le mie colleghe disquisire sulla piacevole bontà di cachi mela e cachi vaniglia, sono caduta dal pero. Anzi, dal caco.
E ho chiesto se per caso i cachi-mela o cachi-vaniglia fossero quei frutti dall’aspetto di un caco acerbissimo da cui io mi sono sempre tenuta alla larga, pensando appunto che fossero nient’altro che cachi acerbissimi.
Mi è stato risposto che si trattava proprio di essi, e che non erano acerbi, ma che avevano il gusto del caco e la consistenza di una mela.
Ordunque, a me il caco caco piace da sempre, oltre che per il suo sapore, proprio per la sua consistenza particolare, e soprattutto per quelle linguette viscide che spesso racchiudono i semi, ma spesso sono solo linguette viscide, e mi piace farmele scivolare sul palato e accarezzarle con la lingua. Se state pensando che ho uno strano approccio col cibo non starò certo qui a perdere tempo tentando di farvi cambiare idea.
Così oggi decido di allargare i miei orizzonti e, siccome giusto la settimana scorsa ho rivalutato i lychees, mi sento pronta per il caco vaniglia.
Che dire? Se prendi in mano un frutto che ha tutta l’aria di essere acerbo, come cazzo fai a stabilire se è giunto al giusto grado di maturazione? Speri che ti vada di culo.
Siccome io sto alla fortuna come Ilona Staller alla verginità, qualcosa non ha funzionato: ho mangiato il mio primo caco vaniglia.
Non aveva il sapore di un caco, né la consistenza di una mela.
In compenso lappava come solo un vero caco sa fare.
E a me sembra di aver passato l’ultima mezz’ora a leccare la lettiera del gatto.

1 dicembre 2010

The Bang Bang Club


Signori, che gran film! 
Se dovesse uscire nelle sale italiane, cercate di andarlo a vedere.“Bang bang club” era il nome con cui venivano identificati 4 fotografi (Kevin Carter, Greg Marinovich, Ken Oosterbroek, João Silva) attivi in Sudafrica dall’inizio degli anni 90 (dalla fine dell’apartheid alle prime elezioni democratiche del 1994 che portarono alla vittoria l’ANC di Nelson Mandela) che, con il loro lavoro documentarono gli scontri etnici tra gli Zulu del partito Inkatha e gli Xhosa dell’African National Congress, che provocarono più di 20.000 morti in quattro anni, fra cui lo stesso Ken Oosterbroek, ucciso durante una sparatoria nella township di Thokoza. Lo stesso giorno anche Marinovich rimase ferito.Marinovich e Carter vinsero il premio Pulitzer (vedi foto), ma questo non evitò a Carter di suicidarsi, appena due mesi dopo aver vinto il premio. Era il maggio del 1994. Ken era morto in aprile, e nel suo messaggio di addio, Kevin scrisse che, se fosse stato fortunato, avrebbe raggiunto Ken. Un mese fa João Silva ha perso entrambe le gambe in seguito all’esplosione di una mina in Afghanistan.


29 novembre 2010

127 hours

Giornata calma oggi per quanto mi riguarda. Del resto sono pur sempre una donna che lavora, io. E quindi oggi un solo film, che – come nelle due proiezioni precedenti – farà il tutto esaurito. Si tratta di “127 hours”, l’ultimo lavoro di Danny Boyle.
Boyle porta sullo schermo la storia vera di Aron Ralston, ottimamente interpretato da James Franco, che nel 2003, durante un’escursione in solitaria nel Canyonlands National Park nello Utah, rimase intrappolato in un canyon, appunto, dove un masso gli bloccò il braccio destro. Per 5 giorni (o 127 ore, fate voi) tentò inutilmente di liberarsi, finché, stremato, decise di amputarsi un braccio per potersi salvare. 
Nonostante la scena dell’amputazione io l’abbia guardata con le mani davanti agli occhi, il film mi è piaciuto. 

28 novembre 2010

Red Hill, White irish drinkers, Soulboy



Solitamente la domenica diserto le proiezioni. Vuoi per la troppa gente, vuoi per riposarmi, vuoi per pigrizia. Quest’anno no. Presente anche nel dì di festa.Ho pranzato con la poison.mamma a un orario che avrebbe messo in imbarazzo anche gli ospiti di Villa Gioioso Riposo, e son arrivata in città. Gran botta di culo nel trovare parcheggio, e via, per il film delle 14.15, l’australiano “Red Hill”: l’agente Shane Cooper ha chiesto il trasferimento dalla città ad un posto tranquillo e l’hanno mandato nella soporifera Red Hill, vivace come una città fantasma in un giorno di pioggia. Quasi non fa in tempo a presentarsi ai colleghi che giunge la notizia dell’evasione di un pericoloso criminale. Che, guarda caso, ha un conto in sospeso con i simpatici abitanti della città, che, uno dopo l’altro, cadranno come birilli. Un filino retorico, nonostante la pantera. Usciamo dalla sala e ci rimettiamo in coda per il film delle 17.00, che è uno di quelli in concorso. Gran folla, e mezz’ora di ritardo.Riesco a prendere posto praticamente di fianco a Joe R. Lansdale, che ha una brutta tosse. Alla mia sinistra c’era Marco Bellocchio. Son cose, lo so.


Il film è “White Irish Drinkers”, ambientato a Brooklyn, nel 1975. Storia dei due fratelli Leary, il giovane Brian, con la passione per la pittura e il disegno e Danny, il maggiore, aspirante delinquente che cerca di coinvolgere inutilmente Brian nei suoi affari. Alla base di tutto ci sono un padre violento e alcolizzato, e una madre dolce e succube. In sottofondo l’improbabile esibizione dei Rolling Stones al Lafayette, locale in cui lavora Brian, e la prospettiva di poter finalmente andarsene da Brooklyn. Che dire? Bello, bello, bello, bello. Il film che chiude la mia giornata al TFF è “Soulboy”, ambientato in Inghilterra, nel 1974. Joe conosce Jane, che lo introduce al Wigan Casino, regno del northen soul. In breve tempo Joe cambia taglio di capelli, abbigliamento e, grazie alla timida Mandy, che lo istruisce nel ballo, diventerà in breve tempo un vero soul boy, che, affascinato dalla bella Jane, non si accorgerà dell’amore che Mandy prova nei suoi confronti. Gradevole.


27 novembre 2010

The infidel, Las marimbas del infierno, Kaboom

La giornata di oggi prevede la visione di tre film, a partire dalle 17.00, che al mattino son troppo calata nel mio ruolo di casalinga disperata per poter partecipare. Abbandono Poisonville con largo anticipo (che c’è da cercare il parcheggio e non ho nessuna voglia di far le cose di fretta, che non è un lavoro) e mi dirigo in città. Nonostante il primo film sia al Cinema Ambrosio il parcheggio lo cerco nella zona del Massimo, in quanto l’ultimo film della giornata lo vedrò al Massimo, e quindi pigrizia vuole che io possa recuperare l’auto relativamente vicino.Nel portafoglio posso sfoggiare BEN 10 euro tutti interi. Che mi sembrano pochini. Così cerco di far mente locale se sul mio percorso incontro uno sportello della mia banca. So per certo che ce n’è uno in corso Belgio, ma quando ci passo davanti non riesco a fermarmi. Decido che per una volta posso dilapidare ben 2 euro di spese prelevando dal primo bancomat che troverò sul cammino. E invece. Parcheggio in corso San Maurizio. Vicino ad un’agenzia della “mia” banca. Pago il parcheggio, prelevo dei soldi e mi incammino verso corso Vittorio. Mando un sms a sua bionditudine, e ci troviamo in centro. Lei è riuscita a comprarsi una gonna, io una maglia. Arriviamo all’Ambrosio e la coda per entrare in sala arriva fino alle porte di ingresso. Io e la bionda ci guardiamo, un po’ perplesse e un po’ rassegnate, e ci accodiamo.


Riusciamo ad entrare in sala e a prendere pure dei posti decenti. Il film è “The infidel”, del regista inglese Josh Appignanesi e racconta la storia del musulmano Mahmud Nasir, che, alla morte della madre, scopre in un colpo solo di essere stato adottato, e che il suo vero nome è Solly Shimshillewitz, ebreo. Riuscirà a confessarlo soltanto al burbero Leonard, tassista ebreo vicino di casa della madre, e, in un susseguirsi di fraintendimenti, cercherà di capire chi è davvero. Applausi a scena aperta per un film che ridicolizza ogni tipo di estremismo. Dovrebbe uscire nelle sale dal 10 dicembre, e, se fossi in voi, non me lo perderei. Uscita dall’Ambrosio mi sono fatta una gelida passeggiata fino al Massimo, dove, alle 20.00, iniziava il guatemalteco “Las marimbas del infierno” storia di Don Alfonso che, vittima di un’estorsione, perde tutto ad eccezione della sua marimba, strumento tradizionale del centro america e che, per tirare a campare, grazie all’aiuto del figlioccio Chiquilin, sniffatore di acetone professionista, formerà un gruppo con una band di heavy metal. So che messo giù così sembra orribile, ma non è così pessimo. E poi, per finire la serata, niente di meglio di un delirante Gregg Araki con il suo “Kaboom”, vincitore della Queer Palm all’ultimo festival di Cannes, dove Smith, il bellissimo protagonista bisessuale, sogna complotti planetari fra sette, feste, streghe e surfisti. Delizioso.

26 novembre 2010

Suck, Contre toi

E ci siamo arrivati, anche quest’anno.Venerdì pomeriggio sono praticamente “fuggita” dall’ufficio per vedere il film delle 17.45.Ci sono riuscita, e ne è valsa la pena. Trattavasi di “Suck”, che – siccome non è come sembra (e questa la potranno capire soltanto coloro che hanno visto il film, vero dottor Piazza?) – non è un film porno. Ma un gradevole mix tra commedia, musical, horror e vampiri, con un cast che vede fra i protagonisti Alice Cooper, Iggy Pop, Henry Rollins, Moby(*) e Malcom McDowell. (*) Assolutamente geniale far interpretare a Moby (che è vegano) la parte di Beef Bellows, il frontman del sanguinolento gruppo “Secretaries of Steak”, i cui concerti prevedono lancio di carne cruda e frattaglie varie.


Uscita dalla sala ho acquistato i biglietti per tutti i film che intendo vedere nei prossimi giorni e mi sono diretta, maledicendomi per non aver portato un paio di guanti, verso il Teatro Regio, per assistere alla cerimonia inaugurale e alla visione di “Contre Toi”, che, tutto sommato, non era così terribile come temevo. Anche se è fin troppo facile farsi cogliere dalla sindrome di Stoccolma se il tuo rapitore ha la faccia di Pio Marmaï. Che se a rapirla era uno con la faccia di Brunetta volevo proprio vedere.

24 novembre 2010

...

Sono passati 3 anni.
E no, non sembra ieri. Perchè in questi tre anni io sono cresciuta (forse un po’ in ritardo, forse era arrivato il tempo) e mi sono fatta carico di tutte le cose di cui ti occupavi tu, a cominciare dalla convivenza con quella donna una volta forte e ora fragile che sembra aver perso ogni interesse per qualunque cosa la circondi, e che rende complicate anche le cose più semplici. E quando ti lamentavi con me io ti dicevo di portare pazienza. E adesso che la pazienza la porto io capisco quanto era difficile.
Eravamo una famiglia affiatata, a modo nostro.
Litigavamo, noi due. Spesso. Ché avevamo lo stesso carattere, ma una visione del mondo completamente differente. Tu permaloso e io orgogliosa, e restavamo giorni senza parlarci, in attesa che l’altro facesse il primo passo.
E, sempre a modo nostro, ci volevamo bene. E tu eri orgoglioso di me, va a sapere per cosa poi.
E anche se sapevo che prima o poi sarebbe successo, perchè è normale, e te lo aspetti, non pensavo che sarebbe successo in quel modo, non così.
Ma la vita a volte è beffarda, e non c’è niente che tu possa fare per cambiare le cose.
Puoi, nonostante tutto, cercare di riderle in faccia.
E, nonostante tutto, io ci provo.
Ciao pa’.

23 novembre 2010

eppure a me sembrava tanto semplice

Vista la stagione (autunno) la poison decide che sarebbe quasi ora di piazzare quattro belle gomme termiche su clio.4.
Ovviamente poison, da brava figlia di meccanico possiede il suo bel treno di pneumatici invernali con tanto di cerchi, ultimo regalo di natale di papà meccanico, quando ancora c’erano sia clio.3 sia il babbo.
L’anno scorso, per una serie di motivi che nemmeno ricordo, mi sono fatta l’inverno senza catene e senza termiche. Anzi, a dire il vero ricordo almeno un motivo: clio.4 monta pneumatici diversi da clio.3.
Ma è possibile che anche quelli vecchi vadano bene. Anzi, probabile che vadano meglio, sempre che non siano da buttar via. Ma non sono in grado di stabilirlo. In ogni modo ho iniziato a telefonare al mio gommista di fiducia venerdì scorso. Ottenendo ben tre risultati: telefono occupato, telefono libero e non risponde nessuno, telefono libero e si attacca un fax. E poi mi attacco anch’io.
Ma, siccome la poison possiede amicizie a destra e a manca, invia un sms ad un’amica che – combinazione – vive nella stessa amena località del gommista, per sincerarsi che non sia fallito.
L’efficientissima amica la chiama dopo poco, spiegandole che il gommista è vivo, vegeto e lotta insieme (o contro) a noi, e fornendomi addirittura un preziosissimo numero di cellulare, facendomi promettere sulla mia collezione di scarpe che lo distruggerò appena conclusa la telefonata.
Chiamo, mi presento, spiego io, poi spiega lui. E’ in arretrato di 10 giorni, non sa quando piazzarmi e comunque le 185/60/R15 non si trovano da nessuna parte.
Stasera andrò a casa e controllerò lo stato delle mie vecchie termiche, sperando che siano 175/65/R15, e non R14, come invece temo.
Altrimenti comprerò le catene.

15 novembre 2010

Non ci sono più certezze, nemmeno a Milano.

Sono un donnino metodico, io. Ho i miei rituali, le mie fissazioni, i miei percorsi, i miei parcheggi, le mie abitudini. Una di queste abitudini è, ogni volta che si va a visitare una mostra allo Spazio Forma, fermarsi a pranzo nell’adiacente ristorante che, per una cifra irrisoria, soprattutto se consideri che siamo pur sempre a Milano, ti propone un menu assolutamente dignitoso. E invece sabato, arrivate là di fronte, la delusione: “il ristorante dello spazio forma è aperto a pranzo dal lunedì al venerdì”.  Ecco. Dopo il primo attimo di sconforto ci siamo ricordate della trattoria “Madonnina”, che ogni volta sorpassiamo dicendoci che dovremmo provarla, prima o poi. E sabato è venuto il momento. Soffitti bassi e vecchi poster alle pareti, atmosfera rilassata e tavoli gremiti da gente che sembrava residente nel quartiere. Abbiamo intravisto anche il pergolato, sicuramente d’estate mangiare all’aperto, circondati dalle case di ringhiera, non dev’essere male. E magari – sempre prima o poi – ci toglieremo anche questa curiosità. Sei a Milano, a pranzo, di sabato, cosa prendi? La cotolEtta, per forza. E la cotolEtta è arrivata, con il suo osso regolamentare e le patate al forno a far da contorno. Poi siamo andate a vederci la mostra di Robert Doisneau, come da programma. Al mattino invece abbiamo passeggiato per Brera, che ha sempre il suo fascino. E devo ancora capire se quel vecchietto coi capelli bianchi che si credeva il nonno di Heidi e che, coadiuvato da un vecchio registratore, cantava assieme ad Elisabetta Viviani “ti sorridono i monti” mi ha messo più tristezza o allegria.
 

11 novembre 2010

eccessi

Che poi forse è una mia fissazione, e il problema non esiste.
Anzi, sicuramente non esiste.
Ma è più forte di me. Io veramente inorridisco di fronte a certe visioni. Perchè – ripeto – io sono sicuramente eccessiva, mi cambio tutti i giorni e cerco sempre di “cunzarmi” (come direbbe Madame) in maniera appropriata all’ambiente. Quindi non mi presento in ufficio abbigliata come una cubista diversamente maggiorenne o agghindata come la Madonna di Pompei durante la processione. Ma io mi domando, porca di quella paletta lurida, qual è la molla che ti scatta nel cervello e fa sì che ti venga voglia di indossare un paio di mocassini pantofolosi che non solo non hanno mai camminato nella valle verde, ma nemmeno nella valle degli orti? Ma, soprattutto, visto che già indossi un paio di scarpe che non si possono guardare, non sarebbe stato meglio un pantalone lungo a coprire il tutto, al posto di quell’improponibile pantalone felpato a mezzo polpaccio che non donerebbe nemmeno a Gisele Bundchen?

8 novembre 2010

Last night

“non pensavo sarebbe successo…”
“neanche la seconda volta?”


Come suggerisce il titolo, succede tutto in una notte (è per questo che hanno riesumato Griffin Dunne?). Joanna è sposata con Michael e, ad una cena di lavoro a cui partecipa conosce l’attraente Laura, nuova collega del marito e, sospettando le peggio cose, rientrati a casa fa una scenata all’inconsapevole Michael, che, anche se visibilmente attratto da Laura, non se ne era ancora reso conto. Il destino vuole che i due debbano partire il giorno dopo per un viaggio di lavoro a Philadelphia, mentre la povera Joanna rimane a casa coi suoi dubbi. Uscendo per un caffè si imbatte in Alex, ex mai dimenticato che vive a Parigi. Escono a cena, e il feeling fra i due è sempre più palpabile, mentre a Philadelphia il buon Michael di palpabile si deve “accontentare” di Laura... ma, divorato dal senso di colpa, decide di anticipare il ritorno a casa, dove trova una Joanna in lacrime, perchè Alex è appena ripartito.
Il film non giudica e non prende posizione, lasciando che sia lo spettatore a farlo. E, dopo che io e sua bionditudine abbiamo stabilito che per noi è molto più “colpevole” Joanna di Michael, abbiamo anche sentenziato che Eva Mendes ci piace molto di più di Kiera Knightley.

3 novembre 2010

road to nowhere

Well we know where we’re goin’
but we don’t know where we’ve been
And we know what we’re knowin’
but we can’t say what we’ve seen
And we’re not little children
and we know what we want
And the future is certain give us time to work it out
We’re on a road to nowhere
come on inside
Takin’ that ride to nowhere
we’ll take that ride
I’m feelin’ okay this mornin’
and you know,
We’re on the road to paradise
here we go, here we go
Maybe you wonder where you are I don’t care
Here is where time is on our side take you there...take you there
We’re on a road to nowhere
We’re on a road to nowhere
We’re on a road to nowhere
There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby, it’s all right
And it’s very far away
But it’s growing day by day
And it’s all right, baby, it’s all right
They can tell you what to do
But they’ll make a fool of you
And it’s all right, baby, it’s all right
We’re on a road to nowhere

2 novembre 2010

non sai mai di cosa hai bisogno finchè non lo trovi

minchia che titolo.
a scanso di equivoci, posso dire che è l'unica cosa degna di nota di questi tre giorni di full immersion sul divano.
ebbene sì, sono rimasta in casa.
sabato.
domenica.
lunedì.
come quando fuori piove.
e infatti.
tre giorni in casa, con mia madre.
alla fine ero quasi più catatonica di lei.
che stamattina non vedevo l'ora di uscire di casa per andare (venire?) in ufficio.
e adesso non vedo l'ora che siano le 17.15 per uscire.
perchè ho deciso.
stasera mi iscrivo in palestra.
smettetela di ridere che perdo concentrazione.
già lo so, domani avrò male anche ai muscoli delle palpebre.
non ci sono muscoli sulle palpebre?
impossibile.
e comunque a me faranno male. a prescindere.
e - in contraddizione col titolo del post - io so che domani avrò bisogno di nimesulide.
tanto.

21 ottobre 2010

inception (in) the town (2 films is megl che uan)


Ieri sera ho visto “Inception”. Lo ammetto, sono un po’ confusa. Ad un certo punto ho sperato che qualcuno mi uccidesse, in modo da potermi svegliare. In compenso c’era Arthur (Joseph Gordon-Levitt ) a tenermi sveglia. Davvero caruccio, il ragazzino. Comunque fra estrattori di sogni nei sogni, trottole e visioni, ad un certo punto l’imbolsito di Caprio mi ha rimandato al protagonista di “sciatterailand”. Che non riesci a capire se ci è o ci fa. E poi si vede Pete Postlethwaite che muore, e tu pensi che stai sognando e sei finita a rivedere “The Town”, dove il vecchio Pete interpreta quel grandissimo pezzo di merda di Fergie, un cattivo vero travestito da fioraio, e pensi che tutto sommato Ben Affleck non è poi tanto male, come regista. E poi torni in Inception, e mentre il sogno si mischia alla realtà tu non capisci per quale motivo Ken Watanabe sia stato doppiato dall’omino delle informazioni di Trenitalia.

19 ottobre 2010

getting back to normality

E’ passata una settimana.
Ché il tempo vola, lo sanno tutti. E pian piano, inevitabilmente, si torna alla routine quotidiana. Anche perchè, che ti piaccia o no, è l’unica cosa che puoi fare.
In alternativa potresti struggerti il cuore riguardando le foto che – fra l’altro - non hai ancora scaricato, pensare a cosa stavi facendo quel giorno a quell’ora, ma non porterebbe a nulla di concreto.
Poi apri la posta elettronica, e leggi un messaggio che dice: “Non ti dimenticherò mai, sarò in Europa a febbraio, ci incontreremo in Italia”. E, anche se sai che non è vero, fingi di crederci, che tanto non costa nulla. E inizi a pensare a quanto manca a febbraio. E a come sarebbe bello se...
Poi riapri gli occhi, e pensi che a casa tua si è rotta la caldaia, e che stamattina ti sei lavata a pezzettini, perchè tu la doccia con l’acqua fredda non la fai nemmeno ad agosto. Che farsi il bidet ti ha procurato un brivido. Ma non era di piacere.
Cerchi nell’armadio qualcosa da metterti.
Provi una gonna che ti andava, fino al mese scorso. E’ larga. Ma ha il vantaggio di non cadere sul pavimento, e la metti lo stesso, tanto sopra hai una maglia lunga a sufficienza da non far vedere fin dove scende la gonna. Hai perso 17 kg. Sulla pancia al posto della tartaruga esibisci uno shar-pei, ma tanto non lo vede nessuno, che la tua vita sessuale è paragonabile, per vivacità ed esuberanza, a quella di un’ostrica da allevamento. E ti interroghi sul perchè tu venerdì pomeriggio ti sia comprata quel delizioso completo intimo La Perla in pizzo viola.

incastrando pezzettini

come tessere di un mosaico che faccio fatica a ricomporre.
I ricordi sono lì, indelebili. E lì resteranno, a lungo.
Ma quando provo ad estrarne uno dal mucchio questo si sposta, come se non volesse farsi afferrare.
Perchè ci sono emozioni che non si possono spiegare, a parole.
Il sorriso che spunta fra le lacrime di un bambino himba, lo sguardo fiero di sua madre, “scalare” la duna 45, ma soprattutto, una volta arrivati in cima, lasciarsi scivolare in basso, con la sabbia che ti entra dappertutto e tu che saltelli leggera sulla sabbia soffice, e ridi, e ti sembra quasi di essere felice.
E fermarsi all’ombra di un albero a bere caffè, intrecciare un lungo gioco di sguardi, e ripartire.
E scoprire che una curva è sufficiente per cambiare scenario, e passare dal caldo secco dell’interno al freddo umido della costa, che nemmeno l’Amarula riesce a scaldarti. Ma basta un’otaria che sale sul catamarano e si lascia accarezzare per farti dimenticare il freddo.
E un vestito africano indossato per caso, e ancora sguardi che si intrecciano, e che diventano abbracci nell’oscurità di un gazebo, mentre cerchi di contare le stelle, che sono troppe.
E camminare nel buio con il cuore che sembra fermarsi quando senti un rumore nell’erba, e non sapere se correre, fermarti, urlare o morire.
Aspettare un istante che sembra durare per sempre.
E ricominciare a camminare, ostentando una sicurezza che non hai.
E sorridere, nel buio, che tanto nessuno ti vede.

SAUDADE

684 e.mail da leggere e/o cestinare, il prezzo delle sigarette aumentato, un freddo maiale e un’umidità che ero riuscita a scordare.
2 settimane fuori dal mondo.
O meglio, in un altro mondo.
Forse non migliore, ma peggiore no di sicuro.
Non appena lo spezzatino che ho adesso al posto del cuore si ricompatterà, riuscirò a raccontare qualcosa, senza che le lacrime prendano il sopravvento.
Ma adesso no, è ancora troppo presto.

allora io andrei, eh?

Ieri sera io e s.b. ci siamo viste per la classica “ultima pizza” prima della partenza. Che, metti mai dovesse cadere l’aereo, almeno abbiamo un buon ricordo. Anche se, come diciamo sempre, se proprio proprio deve cadere, meglio al ritorno piuttosto che all’andata.
Ho approfittato del fatto di essere riuscita ad uscire abbastanza presto per passare dalla nostra massaggiatrice di fiducia, che mi ha “ritoccato” le sopracciglia. Che io con la pinzetta sono un disastro. E soffro troppissimo. Quindi via, uno strappo di ceretta e passa la paura.
Peccato che poi, mentre ingannavo l’attesa comprandomi due paia di pantaloni, mi sia guardata allo specchio: avevo la pelle arrossata che sembravo la sorella scema di Bozo il clown... e ovviamente non avevo la cipria per il ritocco. Un dramma di proporzioni bibliche, in pratica.
C’era solo una cosa da fare: smettere di guardarsi allo specchio.
All'ora concordata ho raggiunto s.b. e siamo andate a mangiare la famosa pizza. Che abbiamo chiesto con aggiunta di olive taggiasche. Che sono riusciti a farci pagare “appena” 1.50€ a testa. Va bene tutto, ma mi sembra un po’ sovrastimato, come supplemento.
Abbiamo parlato un po’ del viaggio, cercando di capire cosa fare nel (poco) tempo libero che avremo a disposizione, ma senza concludere nulla. Quindi abbiamo deciso che faremo come al solito, improvvisando.
Credo che domani e/o domenica inizierò a pensare a cosa mettere in valigia. Al momento ho scelto i libri da portare. Solo due, perchè tempo per il relax ce n’è davvero poco.

Io amo l'umanità. È la gente che non sopporto!

Ieri sera consegna dei documenti di viaggio.
Con l’occasione è stato organizzato un aperitivo in un bar cittadino in modo che i partecipanti al viaggio potessero conoscersi prima della partenza. Non vedevo l’ora. Sua bionditudine si è data, lasciando a me l’ingrato compito.
Arrivo – in anticipo nonostante l’attraversamento di piazza Statuto – al luogo X, parcheggio, e, mentre il caro Max mi intrattiene piacevolmente al telefono, osservo la prima coppia di pensionati. A malincuore saluto Max e mi avvicino. Mi chiedono “Namibia?”. Annuisco. Ci presentiamo. Non ricordo un nome che sia uno. A malapena qualche faccia.
A parte un bimbo di circa 9/10 anni (che io mi chiedo: ma i genitori gli fanno perdere due settimane di scuola?) io e s.b. abbassiamo l’età media, e questo la dice lunga sul resto della comitiva. Sembra il soggiorno estivo di Villa Mariuccia. Una prevalenza di carampane in preda all’eccitazione, che chiede di tutto, di più.
Da quanti soldi bisogna portarsi, a come bisogna vestirsi, se devono mettere la marca da bollo sul passaporto e via di questo passo. Quando viene comunicato che si viaggerà su dei fuoristrada e che sarebbe meglio avere un bagaglio morbido, un sommesso brontolio di sottofondo unito a “ma in aereo te lo rovinano!” (segnale evidente che la madaminchia in questione non ha mai visto con quanta delicatezza vengano trattate le valigie rigide) fa capire che lunedì, al check in, sarà un tripudio di Samsonite in lega di titanio e carbonio.
E va bene che stai andando nell’Africa “selvaggia”, ma, se posso darti un consiglio, quell’inguardabile giacca zebrata io la lascerei a casa.

20 settembre 2010

Fratelli in erba

Non mi voglio accanire.
Non mi voglio accanire.
Non mi voglio accanire...
Ma porco cazzo, come si fa a intitolare “Fratelli in erba” un film che, nella versione originale si intitola “Leaves of grass” (se ve lo state chiedendo, sì, Walt Withman c’entra, eccome) e che, dal trailer che mandano in onda viene spacciato come un film abbastanza idiota incentrato sulla storia di due fratelli gemelli completamente diversi? 
Non lo so come si faccia, ma l’hanno fatto. 
Bill Kinkaid, integerrimo professore di filosofia, ha abbandonato l’Oklahoma per allontanarsi dalla madre e dal fratello gemello Brady, che nel frattempo ha avviato una coltivazione intensiva di marijuana con relativo commercio, in compagnia del socio Bolger.
Purtroppo, per l’acquisto di tutta l’attrezzatura necessaria alla coltivazione idroponica, Brady si è indebitato con il potente trafficante di droga Pug Rothbaum, insospettabile quanto stimato membro della sinagoga di Tulsa.
Per cercare di sistemare le cose Brady fa tornare a casa suo fratello Bill, facendogli credere di essere stato ucciso. E, mentre la commedia lascia il posto al dramma, senza però abbandonare l’ironia, Bill scopre che alcune cose che pensava di essersi lasciato definitivamente alle spalle abbandonando la famiglia, faranno sempre parte della sua vita. 
Filosofico.

17 settembre 2010

The american

Sottotitolo: “(out of) control”.
Se l’esordio alla regia di Anton Corbijn, fotografo inutilmente prestato al cinema, era stato più che discreto, dopo aver visto la sua “opera seconda” mi viene a pensare che per “Control” sia valsa la regola del culo dei principianti. Ma, siccome ultimamente vedere film mediocri pare sia la regola, non ne farò una tragedia. 
Attenzione allo spoiler
Il film inizia in una desolata quanto innevata landa dell’estrema inculandia svedese, dove c’è Clooney, che si chiama Jack (o forse Edward) che ha appena finito di amoreggiare davanti al caminetto acceso, quando i due, dopo essersi vestiti, decidono di andare a far due passi nella neve (non che potessero farli da altre parti, fra l’altro).
Ma il “buon” Jack (o Edward) si accorge della presenza di qualcuno che vuole ucciderlo e, mentre la donna continua a fare domande a cazzo, lui fa secco il killer. Per evitare di perder tempo a dare inutili spiegazioni elimina anche la donna e poi va alla ricerca del complice del sicario, eliminando anche lui.
Non son passati nemmeno 10 minuti dall’inizio del film e i morti sono già tre. Jack lascia la Svezia e arriva a Roma, dove contatta un suo “amico” che gli consegna le chiavi di una Tempra (una Tempra, esatto. E poi uno si chiede perchè la Fiat sia in crisi) e gli consiglia di trasferirsi a Castelvecchio. Ma Jack (o Edward) che è astuto come una faina, invece va a vivere a Castel del Monte, dove fa amicizia col prete più impiccione di tutto l’Abruzzo. Jack, che si spaccia per fotografo, accetta un ultimo incarico: costruire un’arma di precisione per un “lavoro” che non sarà lui a dover eseguire. Nel frattempo, siccome i carri di buoi non tirano neanche qui, il vecchio Jack (o Edward) conosce Clara in un bordello, che la legge Merlin a noi ci fa una pippa e, naturalmente, se ne innamora.
Deciso ormai a cambiare vita comunica le sue intenzioni al suo contatto, che sembra accettare la sua decisione. 
Prima che il film finisca riusciamo a sapere che il meccanico del paese è figlio del prete, che gli svedesi sono riusciti non si sa come a rintracciare Jack in Italia, che Clara gira con una pistola nella borsa anche se la scena in cui Jack lo scopre è stata inopportunamente tagliata, perchè un attimo prima lei è sdraiata in mutande su una coperta da pic-nic e un attimo dopo sono in auto che litigano, che la cliente a cui Jack ha confezionato l’arma la userà per tentare di ucciderlo durante la processione ma verrà uccisa dal contatto di Jack, che alla fine insegue Jack per ucciderlo personalmente, che Jack quando vede la donna cadere dal tetto abbandona la processione per andare a capire cosa sta succedendo, seguito dal prete e da tutti i chierichetti, poi sale in macchina nel tentativo di raggiungere Clara al fiume dove gli ha detto di aspettarlo e quando arriva... muore.

Sigla.

10 settembre 2010

Miral


Avendo letto critiche controverse non sapevo bene cosa aspettarmi da questo film di Julian Schnabel, ma nemmeno “il” Mereghetti, che l’ha definito “(...) superficiale, retorico e kitsch (...)” è riuscito a farmi desistere dall’andarlo a vedere.La storia è tratta dal libro (semi)autobiografico di Rula Jebreal, la giornalista che nel lontano 2006 Calderoli definì signora abbronzata, e parte dal momento in cui Hind Husseini – interpretata dalla splendida Hiam Abbass - appartenente ad una delle più importanti famiglie palestinesi di Gerusalemme, recandosi al lavoro, incontra sul suo cammino 55 bambini orfani, sopravvissuti al massacro di Deir Yassin, e li porta a casa con sé per sfamarli.Decide quindi di trasformare la sua casa in un orfanotrofio, che diventerà l’istituto Al-Tifl-Al-Arabi, dove, parecchi anni dopo, verrà accolta la piccola Miral, che, crescendo, si innamorerà di un attivista politico e si troverà a un bivio: scegliere se sostenere la lotta armata o seguire gli insegnamenti di Hind, che sosteneva che l’istruzione era la base e la speranza per il futuro della Palestina. Effettivamente, nel complesso, il film è un po’ superficiale, ma io – personalmente – l’ho apprezzato lo stesso.Sarà grazie all’inossidabile Vanessa Redgrave? O per la presenza di Willem Dafoe? Non saprei. Ma la gara di fascino la vince a mani basse l’attore che interpreta il padre di Miral.Come si chiama? Semplice: Siddig El Tahir El Fadil El Siddig Abderahman Mohammed Ahmed Abdel Karim El Mahdi.

6 settembre 2010

Somewhere

Il primo week end di settembre ha riportato ordine nei sabati casalinghi della Poison. Uno sguardo distratto al cielo sabato mattina le ha fatto capire che l’idea dell’ultimo-sabato-in-piscina andava accantonata, così mentre la poison-mamma era sotto il casco con i bigodini lei ha potuto rilassarsi sfogliando riviste che – essendo abbonata a vanity fair – solitamente non legge. E, oltre ad aver rivisto in foto uno splendido abito di Alessandro Dell’Acqua, che se trova una sarta compiacente non esiterà a farsi riprodurre in modo che in quell’abito entrino pure le sue tette, ha scoperto che l’ultima collezione di Prada è decisamente notevole, e che se una volta la accantonava con uno sbrigativo “tanto non fanno nulla della mia taglia”, adesso deve ripiegare su un molto meno prosaico “tanto non fanno nulla della taglia del mio portafogli”... Così, dopo essere rincasate, aver pranzato ecc.ecc., la Poison ha potuto rispolverare le care vecchie abitudini: pomeriggio al supermercato per la spesa settimanale, che, durante l’estate, era stata sostituita da veloce corsa al negozietto di paese per spesa rapida mentre mamma è dalla pettinatrice.E poi, per rientrare pienamente nei ranghi, serata al cinema con sua bionditudine. Visto che, finalmente, qualche pellicola sta timidamente riaffiorando nelle sale.Così, complice il fatto che venisse proiettata nel nostro cinema del sabato, siamo andate a vedere l’ultimo lavoro di Sofia Coppola, Somewhere.



Un sms della Tiz – che l’aveva visto la sera prima – ci consigliava di non andarlo a vedere, proponendo anche una variazione del titolo da somewhere a nowhere. Un rapido consulto fra me e s.b. concluso con un “abbiamo qualche alternativa?” ha fatto sì che noi, incuranti del consiglio, andassimo lo stesso. Sarà che se parti prevenuta e con un’aspettativa bassa difficilmente puoi restare deluso, sarà che dopo aver visto “Copia Conforme” tutto il resto ti sembra meglio, ma, alla fine, il film non è stato poi così terribile. La storia è quella di Johnny Marco, attore famoso che vive all’hotel Chateau Marmont di Hollywood, trombandosi (quando non si addormenta sul più bello) ogni femmina che incrocia sul suo cammino, fino al giorno in cui la figlia undicenne (Elle Fanning, molto brava) va a vivere con lui. E Johnny si troverà “costretto” a mettere un po’ d’ordine nella sua vita senza regole.

1 settembre 2010

urlo

I saw the best minds of my generationdestroyed by madness, starving hysterical naked, dragging themselves throughthe negro streets at dawn looking for an angry fix, angelheaded hipsters burning for the ancient heavenlyconnection to the starry dynamoin the machinery of night…

San Francisco, 1955.Nella Six-Gallery il giovane Allen Ginsberg recita per la prima volta il suo poema, Howl. 2 anni dopo, quando la City Lights books di Ferlinghetti lo pubblica, il volume e il suo editore verranno messi sotto processo per il contenuto osceno e il dubbio valore letterario (non oso pensare cosa sarebbe successo a Moccia).Il film si sviluppa in un’alternanza di scene: il processo (con un delizioso John Hamm nel ruolo dell’avvocato difensore di Ferlinghetti), l’intervista a Ginsberg, le scene in bianco e nero in cui il poeta (interpretato da un ispirato James Franco) declama i suoi versi a un pubblico ammirato e le scene in animazione, in un mix lisergico e allegorico.Bello, anche se credo che un film del genere meritasse la versione in lingua originale coi sottotitoli, ma, si sa, non si può aver tutto.