21 giugno 2010

Il padre dei miei figli

Che poi si tratta di figlie. Femmine. Tre.
Ma chissenefrega, in fondo.
Il padre in questione è tal Grégoire Canvel. Che trascorre i minuti iniziali del film guidando, fumando, e parlando al cellulare. Che io ho pure pensato: adesso si schianta e finìu u film. 
Invece no. Capita che lo fermi la gendarmeria per eccesso di velocità e gli comunichi che ha esaurito i punti della patente.
Ma questa è un’altra storia, che non c’entra niente col film.
Grégoire è un produttore cinematografico. Dirige la Moon Film, che produce piccoli film indipendenti. Ama il suo lavoro, e per produrre l’ultimo film di un emergente regista svedese ha sforato di parecchio il budget, mentre la Moon Film navigava a vista tra i debiti, con la bancarotta all'orizzonte. 
Nonostante le continue rassicurazioni della moglie (Chiara Caselli, che io invidiai tantissimo, nel 1991) Grégoire non è disposto ad accettare il fallimento, e si uccide.
Liberamente ispirato alla storia del produttore francese Humbert Balsan, che, sopraffatto dai debiti sì suicidò nel 2005, il film non trascende mai nel melodrammone patetico, evitando scene strappalacrime di funerali e pianti di famiglia, né si permette di trarre una morale.
Anche se, dopo il secondo cane di “A single man”, la macchina rigata di “Mine Vaganti” anche qua la domanda sorge spontanea: che documenti ha bruciato Grégoire?

16 giugno 2010

La regina dei castelli di carta

Riassunto delle puntate precedenti: Qui e Qua
Quo come sempre s’è dato. 
In ogni modo, visto che dall'ultima volta son passati 8 mesi, mi pare di ricordare che Lisbeth, sopravvissuta per miracolo a un incontro/scontro col misterioso Zala (che alla fine si scopre essere suo padre, mentre il marcantonio con l’analgesia congenita è il suo fratellastro) viene ricoverata in ospedale, dove, combinazione, è ricoverato anche quel gentiluomo di suo padre, che riceve visita da un arzillo gruppo di vecchietti che tramano contro tutto e tutti, cercando di impedire che si venga a sapere non si sa bene cosa. E infatti io per la prima ora e mezza ho fatto un po’ di fatica a seguire tutto l’intreccio dei personaggi, che ogni cinque minuti ne arrivava uno nuovo e io mi chiedevo “e questo chi cazzo è”?
Alla fine poi si capisce che c’è tutto un complotto che dura dagli anni 70, quando Zalachenko – agente segreto disertore dell’Unione Sovietica – veniva usato da un reparto deviato dei Servizi Segreti. Ma per fortuna ritroviamo Blomkvist, sempre elegante come un mendicante di Calcutta, che continua a cercare di scoprire la verità e soprattutto il motivo per cui tutti ce l’hanno con la povera Lisbeth, che nel frattempo si sta riprendendo, e presto uscirà dall'ospedale per affrontare il processo, dove, grazie ad una falsa perizia psichiatrica redatta dal corrotto e viscidissimo (e pure un po’ pedofilo) dottor Teleborian, i vertici di quella specie di Gladio dei Fiordi vorrebbero insabbiare tutta la vicenda mettendo a tacere Lisbeth per sempre.Se volete sapere qualcosa in più, vi consiglio la lucida recensione del dottor Piazza.


14 giugno 2010

Il segreto dei suoi occhi

Se pensate che il panorama cinematografico pre-estivo offra poco o niente, fra principi di persia, buchi e destinazioni finali in 3D, saw 27, Menopause in the City e via andare, non siete molto lontani dalla realtà. Anche le mie ultime esperienze in sala (fra “copia conforme” – che definire una sola galattica sembra quasi riduttivo – e “the road”, che non è un brutto film, vuoi perchè è tratto da Cormac McCharty, vuoi perchè anche in questa occasione il buon vecchio Viggo Mortensen non esita a mostrarsi nudo, ma l’atmosfera che pervade tutta la pellicola è così grigia, cupa e post-apocalittica che esci dalla sala con un senso di oppressione che nemmeno la miglior granita siciliana di tutta Torino riesce ad alleviare), sembravano confermare la tendenza. E invece questo film argentino, vincitore dell’oscar come miglior film straniero, nonostante il mio scetticismo iniziale, è stata una piacevole smentita: qualche film decente, in programmazione, ancora c’è.
Benjamin Esposito è un ex funzionario del tribunale di Buenos Aires. 
Dopo essere andato in pensione decide di scrivere un romanzo. 
E sceglie di raccontare una storia di 25 anni fa, riguardante lo stupro e l’omicidio della giovane Liliana Coloto, compiuto da un conoscente della ragazza, che rimarrà impunito. 
Fra continui flash back vedremo come la storia di Liliana si trasformi in una specie di ossessione non solo per il giovane marito rimasto vedovo, ma per Esposito stesso, in qualche modo “vedovo” di un amore apparentemente mai corrisposto per Irene, la sua superiore.