20 settembre 2010

Fratelli in erba

Non mi voglio accanire.
Non mi voglio accanire.
Non mi voglio accanire...
Ma porco cazzo, come si fa a intitolare “Fratelli in erba” un film che, nella versione originale si intitola “Leaves of grass” (se ve lo state chiedendo, sì, Walt Withman c’entra, eccome) e che, dal trailer che mandano in onda viene spacciato come un film abbastanza idiota incentrato sulla storia di due fratelli gemelli completamente diversi? 
Non lo so come si faccia, ma l’hanno fatto. 
Bill Kinkaid, integerrimo professore di filosofia, ha abbandonato l’Oklahoma per allontanarsi dalla madre e dal fratello gemello Brady, che nel frattempo ha avviato una coltivazione intensiva di marijuana con relativo commercio, in compagnia del socio Bolger.
Purtroppo, per l’acquisto di tutta l’attrezzatura necessaria alla coltivazione idroponica, Brady si è indebitato con il potente trafficante di droga Pug Rothbaum, insospettabile quanto stimato membro della sinagoga di Tulsa.
Per cercare di sistemare le cose Brady fa tornare a casa suo fratello Bill, facendogli credere di essere stato ucciso. E, mentre la commedia lascia il posto al dramma, senza però abbandonare l’ironia, Bill scopre che alcune cose che pensava di essersi lasciato definitivamente alle spalle abbandonando la famiglia, faranno sempre parte della sua vita. 
Filosofico.

17 settembre 2010

The american

Sottotitolo: “(out of) control”.
Se l’esordio alla regia di Anton Corbijn, fotografo inutilmente prestato al cinema, era stato più che discreto, dopo aver visto la sua “opera seconda” mi viene a pensare che per “Control” sia valsa la regola del culo dei principianti. Ma, siccome ultimamente vedere film mediocri pare sia la regola, non ne farò una tragedia. 
Attenzione allo spoiler
Il film inizia in una desolata quanto innevata landa dell’estrema inculandia svedese, dove c’è Clooney, che si chiama Jack (o forse Edward) che ha appena finito di amoreggiare davanti al caminetto acceso, quando i due, dopo essersi vestiti, decidono di andare a far due passi nella neve (non che potessero farli da altre parti, fra l’altro).
Ma il “buon” Jack (o Edward) si accorge della presenza di qualcuno che vuole ucciderlo e, mentre la donna continua a fare domande a cazzo, lui fa secco il killer. Per evitare di perder tempo a dare inutili spiegazioni elimina anche la donna e poi va alla ricerca del complice del sicario, eliminando anche lui.
Non son passati nemmeno 10 minuti dall’inizio del film e i morti sono già tre. Jack lascia la Svezia e arriva a Roma, dove contatta un suo “amico” che gli consegna le chiavi di una Tempra (una Tempra, esatto. E poi uno si chiede perchè la Fiat sia in crisi) e gli consiglia di trasferirsi a Castelvecchio. Ma Jack (o Edward) che è astuto come una faina, invece va a vivere a Castel del Monte, dove fa amicizia col prete più impiccione di tutto l’Abruzzo. Jack, che si spaccia per fotografo, accetta un ultimo incarico: costruire un’arma di precisione per un “lavoro” che non sarà lui a dover eseguire. Nel frattempo, siccome i carri di buoi non tirano neanche qui, il vecchio Jack (o Edward) conosce Clara in un bordello, che la legge Merlin a noi ci fa una pippa e, naturalmente, se ne innamora.
Deciso ormai a cambiare vita comunica le sue intenzioni al suo contatto, che sembra accettare la sua decisione. 
Prima che il film finisca riusciamo a sapere che il meccanico del paese è figlio del prete, che gli svedesi sono riusciti non si sa come a rintracciare Jack in Italia, che Clara gira con una pistola nella borsa anche se la scena in cui Jack lo scopre è stata inopportunamente tagliata, perchè un attimo prima lei è sdraiata in mutande su una coperta da pic-nic e un attimo dopo sono in auto che litigano, che la cliente a cui Jack ha confezionato l’arma la userà per tentare di ucciderlo durante la processione ma verrà uccisa dal contatto di Jack, che alla fine insegue Jack per ucciderlo personalmente, che Jack quando vede la donna cadere dal tetto abbandona la processione per andare a capire cosa sta succedendo, seguito dal prete e da tutti i chierichetti, poi sale in macchina nel tentativo di raggiungere Clara al fiume dove gli ha detto di aspettarlo e quando arriva... muore.

Sigla.

10 settembre 2010

Miral


Avendo letto critiche controverse non sapevo bene cosa aspettarmi da questo film di Julian Schnabel, ma nemmeno “il” Mereghetti, che l’ha definito “(...) superficiale, retorico e kitsch (...)” è riuscito a farmi desistere dall’andarlo a vedere.La storia è tratta dal libro (semi)autobiografico di Rula Jebreal, la giornalista che nel lontano 2006 Calderoli definì signora abbronzata, e parte dal momento in cui Hind Husseini – interpretata dalla splendida Hiam Abbass - appartenente ad una delle più importanti famiglie palestinesi di Gerusalemme, recandosi al lavoro, incontra sul suo cammino 55 bambini orfani, sopravvissuti al massacro di Deir Yassin, e li porta a casa con sé per sfamarli.Decide quindi di trasformare la sua casa in un orfanotrofio, che diventerà l’istituto Al-Tifl-Al-Arabi, dove, parecchi anni dopo, verrà accolta la piccola Miral, che, crescendo, si innamorerà di un attivista politico e si troverà a un bivio: scegliere se sostenere la lotta armata o seguire gli insegnamenti di Hind, che sosteneva che l’istruzione era la base e la speranza per il futuro della Palestina. Effettivamente, nel complesso, il film è un po’ superficiale, ma io – personalmente – l’ho apprezzato lo stesso.Sarà grazie all’inossidabile Vanessa Redgrave? O per la presenza di Willem Dafoe? Non saprei. Ma la gara di fascino la vince a mani basse l’attore che interpreta il padre di Miral.Come si chiama? Semplice: Siddig El Tahir El Fadil El Siddig Abderahman Mohammed Ahmed Abdel Karim El Mahdi.

6 settembre 2010

Somewhere

Il primo week end di settembre ha riportato ordine nei sabati casalinghi della Poison. Uno sguardo distratto al cielo sabato mattina le ha fatto capire che l’idea dell’ultimo-sabato-in-piscina andava accantonata, così mentre la poison-mamma era sotto il casco con i bigodini lei ha potuto rilassarsi sfogliando riviste che – essendo abbonata a vanity fair – solitamente non legge. E, oltre ad aver rivisto in foto uno splendido abito di Alessandro Dell’Acqua, che se trova una sarta compiacente non esiterà a farsi riprodurre in modo che in quell’abito entrino pure le sue tette, ha scoperto che l’ultima collezione di Prada è decisamente notevole, e che se una volta la accantonava con uno sbrigativo “tanto non fanno nulla della mia taglia”, adesso deve ripiegare su un molto meno prosaico “tanto non fanno nulla della taglia del mio portafogli”... Così, dopo essere rincasate, aver pranzato ecc.ecc., la Poison ha potuto rispolverare le care vecchie abitudini: pomeriggio al supermercato per la spesa settimanale, che, durante l’estate, era stata sostituita da veloce corsa al negozietto di paese per spesa rapida mentre mamma è dalla pettinatrice.E poi, per rientrare pienamente nei ranghi, serata al cinema con sua bionditudine. Visto che, finalmente, qualche pellicola sta timidamente riaffiorando nelle sale.Così, complice il fatto che venisse proiettata nel nostro cinema del sabato, siamo andate a vedere l’ultimo lavoro di Sofia Coppola, Somewhere.



Un sms della Tiz – che l’aveva visto la sera prima – ci consigliava di non andarlo a vedere, proponendo anche una variazione del titolo da somewhere a nowhere. Un rapido consulto fra me e s.b. concluso con un “abbiamo qualche alternativa?” ha fatto sì che noi, incuranti del consiglio, andassimo lo stesso. Sarà che se parti prevenuta e con un’aspettativa bassa difficilmente puoi restare deluso, sarà che dopo aver visto “Copia Conforme” tutto il resto ti sembra meglio, ma, alla fine, il film non è stato poi così terribile. La storia è quella di Johnny Marco, attore famoso che vive all’hotel Chateau Marmont di Hollywood, trombandosi (quando non si addormenta sul più bello) ogni femmina che incrocia sul suo cammino, fino al giorno in cui la figlia undicenne (Elle Fanning, molto brava) va a vivere con lui. E Johnny si troverà “costretto” a mettere un po’ d’ordine nella sua vita senza regole.

1 settembre 2010

urlo

I saw the best minds of my generationdestroyed by madness, starving hysterical naked, dragging themselves throughthe negro streets at dawn looking for an angry fix, angelheaded hipsters burning for the ancient heavenlyconnection to the starry dynamoin the machinery of night…

San Francisco, 1955.Nella Six-Gallery il giovane Allen Ginsberg recita per la prima volta il suo poema, Howl. 2 anni dopo, quando la City Lights books di Ferlinghetti lo pubblica, il volume e il suo editore verranno messi sotto processo per il contenuto osceno e il dubbio valore letterario (non oso pensare cosa sarebbe successo a Moccia).Il film si sviluppa in un’alternanza di scene: il processo (con un delizioso John Hamm nel ruolo dell’avvocato difensore di Ferlinghetti), l’intervista a Ginsberg, le scene in bianco e nero in cui il poeta (interpretato da un ispirato James Franco) declama i suoi versi a un pubblico ammirato e le scene in animazione, in un mix lisergico e allegorico.Bello, anche se credo che un film del genere meritasse la versione in lingua originale coi sottotitoli, ma, si sa, non si può aver tutto.