28 dicembre 2011

Se qualcosa sembra andar bene, hai detto bene, sembra.

Dopo quattro giorni in casa con madre singhiozzante, ieri andare a Milano al funerale di mia zia mi è sembrata una liberazione. Lo so che detta così sembra brutta e fa di me una persona orribile. Non orribile al punto di dirvi “provate voi!”, perché non vi voglio male fino a questo punto. Giovedì pomeriggio la telefonata di mia cugina mi aveva avvisato che le condizioni di salute della zia si erano aggravate in maniera drammatica, e difficilmente sarebbe arrivata a natale. Ho pensato subito all'altra mia cugina, sua figlia, che compie gli anni il 26 dicembre. E ho sperato che, per quanto può valere, la vita, o meglio, la morte, le risparmiasse un regalo così macabro e beffardo. Così è stato. Venerdì pomeriggio, mentre mi aggiravo controvoglia tra le corsie del supermercato, hai ricevuto la sua telefonata, quella che tanto ormai lo sapevi che sarebbe arrivata.
E con lei che se n’è andata così in fretta, hai esaurito la tua riserva di zie. Lei mi piaceva, carattere schietto e piglio deciso. Ti diceva le cose senza girarci attorno. E mi chiamava “belè”. Come solo una zia milanese sa fare...
Torni a casa, e avvisi madre singhiozzante. Le chiedi se, quando sarà, verrà al funerale. Inizia a dirti no, che non riesce a camminare, che fa freddo, che non sta bene, che il mondo è quadrato e saltella e che lei non se la sente. Decidi che non è il caso di insistere, e cerchi di porre fine alla prima giornata di riposo forzato. Te ne mancano tre.
Il sabato è trascorso, sempre troppo lentamente. Il giorno di natale passi il pomeriggio a casa della Lu, con caffè e tiramisù e passeggiata di 10 km su strade di campagna. Il lunedì guardi la tua orchidea, ormai agonizzante (che quando dicevo che difficilmente sarebbe arrivata a natale mica lo dicevo tanto per dire...) e decidi di uscire. Provi ad avvicinarti al castello di Rivoli, ma la scarsità di parcheggio ti fa cambiare destinazione. Vai alla GAM, dove avrai modo di vedere “Firmament”, un’esposizione di James Brown (non il cantante, suppongo) che ti affascina. Torni a casa. Per l’occasione sfoggi un nuovo raffreddore, molto più fastidioso del precedente. Mandi un messaggio alla tua collega, chiedendole se l’indomani può andare in ufficio al posto tuo, visto che tu non potrai esserci. Prima di addormentarti scambi un po’ di pensieri a distanza con la sister, che riesce pure a farti sorridere. E il giorno dopo, parti presto, per andare a Milano. Il tuo cuginetto di 189 centimetri ti accompagna alla camera mortuaria dell’IRCCS, saluti zio, cugina ed inutile marito di quest’ultima. Che già avere un finanziere in famiglia ti provocava irritazione, vederlo indossare un incommentabile stivaletto in vernice ti fa sperare in una prossima separazione. Torni a casa, pranzate e nel pomeriggio vi avviate verso il paese dello zio, per la cerimonia funebre. Saluti un po’ di parenti che non vedevi da anni, spiegando a chi ti guarda con curiosità che sei la figlia della Dina, e tutti a dirti “somigli proprio alla tua mamma”, che, allo stato attuale, non è che ti faccia esattamente piacere. Prima di tornare a Milano passate a “salutare” nonna Agnese e nonno Giovanni, che sono anni che non andavi in quel cimitero. E poi, visto che sei in pieno tripudio amarcord, prima di tornare a casa decidi di fare una deviazione a Sesto San Giovanni, per salutare la tua ultima ex suocera. 
No, non la megera che mi definiva “chillallàthutthasofisthicatha”. 
Trovo parcheggio proprio sotto casa, e suono il citofono. Quando sente chi sono quasi non ci crede. Mi chiede se deve scendere a prendermi, ma le dico che ho ancora le chiavi dell’ascensore (del resto io e suo figlio ci siam lasciati da appena 9 anni, perché liberarsene?) e salgo.
E’ davvero felice di vedermi e mi racconta tutto quello che è successo negli ultimi tempi. Anche questa volta non esita a dirmi che io sono l’unica donna che andava bene per suo figlio e lo so che non lo dice per compiacermi. Infatti, quando arriva suo figlio (nonché ex moroso) lo dice anche a lui. 
Torno a casa e posso andare a dormire, sapendo che domani (oggi) sarà finalmente un altro giorno.

21 dicembre 2011

mar rosso

No, non ho programmato la mia prossima settimana di vacanze, per quanto ogni tanto la curiosità di sapere che fine abbia fatto il “mio” beduino mi prende.
Sguardo intenso e profondo, mani affusolate, fisico nervoso… Il ricordo di quelle notti passate con lui nel deserto dormendo (sì, vabbè) sotto quel cielo che non puoi spiegare, se non l’hai visto almeno una volta, è indelebile. Anche per me, che con la memoria ho un rapporto alquanto discutibile.
Scusate, divagavo in allegria.
Ieri sera, in anticipo sull’8 marzo, 5 femmine si sono riunite attorno al tavolo di un ristorante eritreo cittadino. L’idea iniziale era di riunirsi a terra, per mangiare acciambellate e senza posate, ma, dopo aver scoperto che per poter godere di cotanto lusso era necessario anche togliersi le scarpe, io e la Only abbiamo deciso che preferivamo mangiare “normali”... Anche perchè sarebbe stato un vero peccato perdersi le scarpe che sfoggiava ieri sera quella donna: semplicemente strepitose. Anche lei era notevolmente gnocca, ieri sera. Cioè, era più gnocca del solito.

Mentre gustavamo
nuovi sapori (soprattutto nuovi odori, che quelli ci si sono impregnati addosso fino all’ipoderma) abbiamo lasciato che le chiacchiere prendessero il sopravvento, fra risate, discorsi seri o quasi, rivelazioni più o meno sconcertanti, in un’altalenarsi di zucchero e sale, che ogni volta che la F. apre bocca ancora un po’ e partono gli applausi, lapidaria che al confronto la soda caustica sembra acqua di rose... semplicemente adorabile!
E siccome il tempo passa veloce, arriva presto l’ora di saluti e baci e abbracci e altri sorrisi, e anche un po’ di auguri, che, nonostante tutto, fra qualche giorno è natale per tutti. Anche per le bambine cattive.

19 dicembre 2011

mala tempora currunt


Ultima settimana di lavoro. E poi, implacabile, arriverà Natale. Che mi viene in mente una canzone di Renato Zero, pensa un po’ come sto. 
Che per me Natale significa restare a casa 4 giorni consecutivi. E io già vorrei che fosse il 27 per tornare in ufficio. Per passare all’altro drammone del periodo: “cosa facciamo a Capodanno?” Ma fate un po’ quello che vi pare, io conto di andare a dormire alle dieci di sera. Magari è la volta buona che tiro il collo alla magnum di Taittinger che giace in cantina. Che poi nemmeno mi ricordo chi me l’abbia regalata, la magnum di Taittinger. A me, poi. Che son praticamente astemia. 
Ok. Se avete finito di ridere vado avanti.
Intanto, per non perdere l’abitudine, sono andata al cinema. Ho visto “Almanya – La mia famiglia va in Germania”, che è un grazioso film sull’integrazione di una famiglia turca in Germania, dall’arrivo del “nonno” Hüseyin Yilmaz negli anni 60 ai giorni nostri, quando l’anziano e sua moglie ottengono cittadinanza e passaporto tedesco e decidono di tornare in Turchia per una vacanza con tutta la famiglia. Fra stereotipi e pregiudizi, un viaggio fra le due culture, a volte forse un po’ troppo melenso, ma, nel complesso, sufficientemente sarcastico da non farti precipitare nel coma glicemico. 
A proposito di coma glicemico, mentre masticavo una sucai (che è colpa mia, lo so, in quanto, lo dice la parola stessa, le sucai andrebbero succhiate) ancora un po’ ed ingoio (no, dai, ingoio fa tanto pornostar) inghiotto una capsula, così martedì sera dovrò andare dal dentista. E saltare per l’ennesima volta la palestra. Che fra una cosa e l’altra, non sono riuscita ad andarci nemmeno giovedì. E non sono nemmeno pervasa dai sensi di colpa. Visto che non è colpa mia. Sabato sono tornata al cinema. E, invece di andare a vedere “Le idi di marzo” ci siamo buttate (eh, magari!) su Robert Downey Jr e “Sherlock Holmes: gioco di ombre”. Tanta roba per un film solo. Ci sono Sherlock Holmes e Watson che si sposa, c’è la zingara che odia gli uomini che odiano le donne che giocano col fuoco nei castelli di carta (insomma, Noomi Rapace), compare il perfido Dottor Moriarty e poi c’è Stephen Fry nel ruolo del fratello di Sherlock Holmes: assolutamente fantastico. Che se ti distrai un attimo perdi il filo. E ti diverti. Cosa che, trattandosi di un sequel, non è nemmeno così scontata.
E poi è arrivata la domenica. E con immenso piacere (misto a stupore) posso comunicare che la mia (p)orchidea è ancora viva.


14 dicembre 2011

uffa

Sono metodica in maniera quasi parossistica.

Detesto quando un imprevisto manda all’aria i miei programmi. Niente di sconvolgente, non passo il tempo salvando vite umane o scindendo l’atomo, quindi, se qualcosa non si incastra alla perfezione secondo i miei schemi mentali pippaioli, non casca certo il mondo. Semplicemente mi girano i coglioni, ma tanto poi mi passa, dal momento che passa tutto.
E così ieri sera esco dall’ufficio per andare in palestra. Ma non considero il fatto che siamo a metà dicembre. E a metà dicembre la gente esce per comprare i regali di natale. E, almeno a Torino, la gente esce in auto. Ergo, il traffico aumenta in maniera direttamente proporzionale all’inutilità del regalo istesso.
Così io ci impiego un’eternità ad arrivare in zona palestra, e nell’ora in cui solitamente sto stipando vestiti a muzzo nell’armadietto, sono ancora a far giri dell’isolato alla ricerca di un parcheggio. Quando la lezione è iniziata da 10 minuti capisco che non è cosa, e mi avvio verso casa, coi cazzi lievemente inchianati.
E poi stanotte ho fatto un sogno orrendo. Mi svegliavo ed avevo i piedi totalmente ricoperti di peli, nerissimi, cortissimi e fittissimi. Morbidissimi, eh? Un wombat, in buona sostanza. Insomma, sembrava che avessi i calzini di peluche. Una roba talmente urfida che mi sono svegliata con l’affanno. Poi, visto che il buongiorno si vede dal mattino, sono riuscita, e devo ancora capire come, a rovesciare il caffè.
Sul tappeto.

sabato domenica e venerdì

Lo so che c’era anche il giovedì in questo ponte appena trascorso. Ma, essendo che non mi sono mossa di casa, che poi mi prende la pigrizia, facciamo che non vale. Non sono nemmeno uscita per andare a vedere quei comunisti dei Muppets.
Venerdì per fortuna la pigrizia mi ha abbandonato, e con i soliti noti sono andata alla Reggia di Venaria. Donna Espe è riuscita a stupirmi, arrivando praticamente in orario. Abbiamo visto la mostra “moda in Italia”, che per Leonardo sarebbe meglio prenotare.
Ho visto cose che voi umane... no, vabbè. A parte l’abito che “apre” la mostra, quello in velluto nero di Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini Serbelloni Mazzanti Viendalmare, ovvero la Contessa di Castiglione, prima di uscire avrei voluto portarmi via un abito in rafia nero delle sorelle Fontana, oltre ad un vestito da sera color verde pisello di Renato ultralifting Balestra, ma mi è stato detto che non si poteva. Quindi mi tenni.
Siccome il mondo è piccolo, ho incontrato pure un’amica che non vedevo da parecchio tempo, così ho tardato un po’ il ricongiungimento col gruppo, che avrei tardato comunque, in quanto mi ero distratta un attimo entrando in un negozio di lingerie per provarmi un paio di deliziosi completini intimi... che solo per mere questioni logistiche (non ci stavano tutte le tette) non sono venuti a casa con me.
Alla fine raggiungo gli altri, non prima di aver incontrato casualmente un altro amico che non vedevo da anni. Li trovo alle prese con una farinata dall’aspetto accattivante e dal profumo delizioso. Decido di fare la virtuosa (e non ridete) e mi tengo. Ci spostiamo verso gli chalet natalizi, dove evito con scioltezza l’acquisto di una birra al miele. Che dopo averla assaggiata il retrogusto di miele non mi abbandonerà più. E, se non ti piace il miele, son tutti cazzi tuoi. Mi imbambolo di fronte ad un assortimento di gufi di varie dimensioni, vedo una bellissima sciarpa che mi servirebbe, visto che io ho pensato bene di lasciare a casa la mia, ma 25€ mi sembrano troppi, e resisto. Dopo poco il gentilissimo Espe-marito mi presterà la sua...
Poi, abbandonata la parte alimentare, entriamo nel Cortile del Maglio, dove riesco anche a far notevoli danni, aiutata dalla strepitosa morosa di Max, che è un’istigazione all’estrazione smodata di carta di credito senza ritegno. Va detto che con me non deve fare nemmeno molta fatica, ma è stato davvero fantastico averla accanto a suggerire, consigliare e tentare...
Nonostante avessi spergiurato di aver smesso di fare regali di natale, non ho saputo resistere. E ho portato a casa un pacchettino che non è nemmeno detto io riesca a consegnare al destinatario prima di natale. Ma l’importante è il pensiero, no?
Il resto del week end è stato più tranquillo, ma comunque piacevole. Anche se adesso oltre a settechilidigatto mi ritrovo a dovermi prendere cura anche di una bellissima orchidea dendrobium.
Conoscendomi, dubito che festeggerà il nuovo anno.

7 dicembre 2011

Da dove sto chiamando

L’ho già detto che sono stanca? Sì, mi pare di sì.
Di conseguenza sono anche un po’ annoiata. E quando sono annoiata divento noiosa.
E quando sono noiosa non ho voglia di dire, fare, baciare ah no, sto divagando... quella è un’altra storia.
Niente. Sono noiosa e mi mancano gli stimoli.
Come?
Un sacco di gente è messa molto peggio di me?
E va bene. Lo so che – al momento – non ho nulla di cui lamentarmi. Un lavoro, una casa, un’auto che mi consente di recarmici, al lavoro, degli ottimi amici, la salute e un parco scarpe coi controcazzi.
Ma non è che sapere che c’è gente che sta peggio di me mi faccia stare meglio. Anzi.
Venerdì, mentre ero a pranzo con un amico, mi diceva che quello che gli piace di me (cioè, quello che gli piace ANCHE, di me) è questo aspetto del mio carattere, il non abbattersi mai, e la voglia di sorridere comunque. Che se l’amico è anche sociologo, ti viene da pensare che ti stia studiando per una qualche ricerca sugli sbalzi umorali nella donna in pre-menopausa. Ma, tanto per cambiare, ci ridi sopra ancora una volta. Che hai imparato sulla tua pelle che piangere e/o incazzarsi serve a poco. Se non a niente. E lasci che il tempo passi fingendo che non ti importi. E il dito sulle cicatrici hai imparato a passarlo quando nessuno ti vede, che del pubblico sai farne a meno. Ti basta arrivare a sera, senza indossare nessuna maschera, e aspettare che venga domani.
(minchia, son riuscita a sfrancicarmi i maroni da sola.)
No, scusate. E’ che non so se riuscirò a riprendermi.
Ma no, non sono sconvolta dal prezzo della benzina che ha superato € 1.7, capirai.
Ma no, non è nemmeno per il fatto che anche quest’anno non sarò alla prima della Scala.
Ma no, non è nemmeno a causa dell’uscita del film in 3D di Ligabue (no, dai, siamo seri: ma davvero ce n’era bisogno?)
No. Ho scoperto che anche i Muppets sono comunisti.
Ditemi voi dove andremo a finire.

6 dicembre 2011

le lacrime amare di petra von kant ci fanno una pippa.

Archiviata la pratica TFF sono tornata alla vita di sempre.
Ci aggiungerei anche un purtroppo, ma non voglio correre il rischio di sembrare eccessivamente melodrammatica, che non mi si addice.
Sono stata ricatapultata qui giusto in tempo per vedere le lacrime della Fornero. Che non sono nulla in confronto a quelle che verseremo noi fra poco. E mi limito alle lacrime solo perchè, lo sapete, sono un’inguaribile ottimista, malgrado tutto.
Però mi sono resa conto di essere un po’ stanca. Ieri sera sono andata a letto presto. E alle 21.30 probabilmente dormivo già. Anzi, togliamo pure il probabilmente, visto che una mail delle 21.33 l’ho letta attorno a mezzanotte, quando mi sono svegliata dopo un sogno curioso. Ricordo che c’era la Espe, e stavamo facendo qualcosa di strano. Ma non ricordo cosa. Ho spento la televisione, ho risposto alla mail e ho ripreso a dormire, cercando di non disturbare troppo settechilidigatto.
Sarà che la Espe l’ho vista domenica. Lo spritz più cattivo che la storia ricordi è riuscito comunque a diventare la cosa migliore della giornata. E anche qua, senza nulla togliere alla piacevolissima compagnia della signora di cui sopra, che – fra le altre cose - stamattina mi ha praticamente risolto un quarto del prossimo ponte, ci sarebbe da discutere sul modo in cui tendo a riempire le mie giornate.
Ne parlavo anche ieri con la Sister, del fatto che mi è sufficiente non stare dentro casa per star meglio. Che dovrebbe essere il posto dove uno vorrebbe rifugiarsi per lasciare fuori tutto il resto, solitamente. Ecco, per me è esattamente il contrario.
Sono insofferente. Più del solito, intendo. Potrei dare la colpa all’appropinquarsi delle feste. Di sicuro non posso incolpare lo stress da regalo, perchè ho smesso di farne. Anche se probabilmente qualche pacchettino per qualcuno alla fine ci sarà. Perchè fare regali dopotutto mi piace. Credo che mi piaccia quasi più farne che riceverne. Guardare chi scarta il pacchetto, e vedere aprirsi un sorriso che parte dagli occhi mi fa capire che il pensiero è stato apprezzato. Perche uno sguardo non mente. E rimane impresso.
Più dei gesti.
Più delle parole.

4 dicembre 2011

Innocent Saturday

Come sabato scorso ti ritrovi a far le corse. 
Porta la poison-mamma dalla pettinatrice, abbandonala a casa e scappa al cinema. Il film inizia alle 11.15, è quello che chiuderà la kermesse nella serata ad inviti, e quindi alla proiezione di stamattina si prevede parecchia affluenza. Dev’essere per questo che invece di proiettarlo nella sala 3, la più grande, hanno scelto la 1, dalla capienza decisamente inferiore.
Decido di parcheggiare in corso Francia e di prendere la metropolitana alla stazione Bernini.
Parcheggio. Scendo dall’auto. Se il buongiorno si vede dal mattino pesto un’enorme merda di cane nascosta dalle foglie, bestemmio un po’ mentre cerco il solito parchimetro e/o parcometro, torno all’auto, facendo attenzione a non ripestare la merda, e mi dirigo alla fermata. Dove cazzo è la fermata? Non la vedo. Decido di andare in Principi d’Acaja e sono certa che alla Stratorino ci sia stata gente che correva più adagio. Arrivo al cinema e, come da previsioni, c’è coda. Per fortuna riusciamo a sederci. 


E ci gustiamo Albert Nobbs, interpretato da una grande Glenn Close che si finge uomo per poter lavorare come cameriere in un prestigioso hotel di Dublino. Albert è impeccabile e irreprensibile, lavora e risparmia perchè sogna di aprire presto una sua attività. Nessuno sospetta della sua vera identità, fino al giorno in cui la proprietaria dell’hotel gli dice di ospitare in camera sua Mr. Page, l’imbianchino. 
La pigrizia prende il sopravvento, e invece di spostarmi al Greenwich per vedere Tayeb, Khalas, Yalla / Ok, Enough, Goodbye, resto al reposi per Healt, un inedito di Robert Altman, satira sulla politica degli Stati Uniti, vista attraverso le elezioni del nuovo presidente della Health potente compagnia di cibi macrobiotici e salutisti, durante una convention in un grande hotel della Florida. Fra saltimbanchi, truffatori, imbonitori nani e ballerine si scontrano l’83enne vergine (Dimostro venti anni di meno. E perché? Perché sono vergine. Ogni orgasmo porta via ventotto giorni di vita.) Esther Brill (Lauren Bacall) e la profetica Isabella Garnell (Glenda Jackson). Indubbiamente interessante, ma inevitabilmente datato. 

Doverosa dose di caffeina e di nuovo in coda, per l’attesissimo ultimo film, l’anteprima di Twixt, di Francis Ford Coppola. Un inutile pastrocchio gotico con alcune inutili scene in 3D, in cui uno scrittore di romanzi inutili, un Val Kilmer imbolsito (deve aver seguito la stessa dieta di Alec Baldwin, suppongo) si ritrova in un misterioso paesino con un campanile con sette orologi che indicano sette ore diverse, a presentare il suo ultimo libro. Siccome nel paese non c’è una libreria, l’inutile presentazione avviene in ferramenta, alla presenza dello sceriffo Bobby La Grange, a cui si deve l’unica battuta degna di nota del film: “cosa si prova ad essere lo Stephen King dei poveri?”. Ecco. Il film avrebbe potuto concludersi in quel preciso istante, perchè tutto quello che segue è inutile. Quindi, quando il film uscirà nelle sale (perchè questo uscirà, statene certi), fate una bella cosa: evitatelo, e andate a mangiarvi una pizza. Cosa che io e la bionda abbiamo fatto comunque, ma soltanto dopo.

3 dicembre 2011

388 Arletta Avenue - 50/50 - The Descendants

E così anche questo 29° TFF si è concluso.
E io ho concluso la mia settimana di lavoro part-time. L’anno prossimo cercherò di organizzarmi meglio e, nella settimana del Festival, vedrò di prendere ferie. In modo da riuscire a fare le cose con un po’ più di calma… Tutto sommato è andata bene, ho visto cose interessanti e quest’anno sono pure riuscita a vedere il film che ha vinto (e che mai avrei immaginato potrebbe vincere, ma si sa, io capisco poco).
Ma andiamo per ordine.
Venerdì ho ritoccato i miei programmi iniziali e sono riuscita ad andare a pranzo al ristorante giapponese con tutta la calma del caso, cosa che solitamente, dovendo fare la lotta con la timbratrice non avviene, e mi ritrovo ad ingoiare nigiri come noccioline all’ora dello spritz.
Come sempre prendo la metro e arrivo al cinema. Ho tempo, e ne approfitto per un buon caffè, che quello del ristorante giapponese non è proprio il massimo, diciamocelo.
Prendo posto in sala per 388 Arletta Avenue.

Che è un film bello. Inquietante ed angosciante al pungo giusto. Forse il più inquietante visto finora. Dello stessa regista, Randall Cole, avevo visto, nel 2008, “
Real Time”. La vita di una coppia normalissima viene sconvolta da uno psicopatico che non avrai il piacere di vedere in faccia nemmeno per un secondo, ma potrai vedere quello che succede attraverso il punto di vista del maniaco, tramite le telecamere da lui piazzate sapientemente qua e la nell’abitazione delle due povere vittime inconsapevoli. Brrrrrrrrr.

Arriva il momento di 50/50, interpretata da Joseph Gordon Levitt (già apprezzato in Inception), gradevole prodotto che riesce a far sorridere parecchio nonostante il tema trattato sia drammatico. Adam scopre di avere una grave forma di cancro, e, appreso che la percentuale di guarigione è del 50% affronta la malattia aiutato dall’amico Kyle, da una terapeuta alle prime armi e da una madre ansiosa ed invadente. Forse un po’ prevedibile (che la fidanzata storica sia abbastanza stronza lo si capisce alla prima inquadratura, ad esempio) e con un finale che io probabilmente avrei lasciato in sospeso, ma, tutto sommato, mi è piaciuto. E ad un certo punto mi è pure scesa, a tradimento, la lacrimuccia. Ecco, l’ho detto.
The Descendants è l’ultimo lavoro di Alexander Payne, (A proposito di Schmidt, Sideways) e ci trasporta alle Hawaii, dove Matt King (George Clooney) ricco proprietario terriero (discendente di una famiglia che ha fra i suoi antenati addirittura un re dell’arcipelago), marito distratto e padre assente, è alle prese con la vendita di un terreno di inestimabile valore, quando la moglie, in seguito ad un incidente in motoscafo, entra in coma irreversibile. L’uomo si troverà a doversi confrontare con la nuova realtà, tentando di costruire un rapporto inesistente con la figlia minore, e abbastanza conflittuale con Alexandra, la figlia adolescente. Dalla quale scoprirà che la moglie lo tradiva. Bravissima Shailene Diann Woodley nei panni di Alexandra. ll film, in uscita a febbraio, è interessante. A parte una fastidiosissima colonna sonora, che la musica hawaiana non è esattamente la mia preferita, ecco.

30 novembre 2011

Un mercoledì da leoncini

Giornata impegnativa, mi aspettano 4 film. 
Si inizia alle 14.00 con un film indonesiano, “The raid”. Ricevo un sms dalla Tiz che mi dice che il film non l’ha entusiasmata. Troppo kung fu, troppi combattimenti, troppi uuuuuuh aaaaaaaaah oooooooooh e via andare. Non mi faccio intimorire e alle 12.40 abbandono l’ufficio per recarmi alla più vicina stazione della metropolitana. Scendo a Porta Nuova, pranzo con un gelato di Grom (il gusto del mese è meringata ai marron glacé, vuoi mettere? ci aggiungo anche la panna montata, che non si sa mai che i trigliceridi si sentano trascurati e il gioco è fatto). Mi avvio verso il Reposi, dove da lì a poco compare il dottor Piazza, e entriamo in sala. 


Prendiamo posto in piccionaia, e il film inizia, con Rama, il protagonista, che si allena in casa, addominali-flessioni-sacco, prima di recarsi al lavoro, bacia la moglie incinta e se ne va.
Lo ritroviamo dopo poco con la sua squadra di SWAT, pronto ad entrare in azione. La missione (suicida) è quella di entrare in un condominio (che al confronto il block londinese di Attack the block sembra Park Avenue) che è il quartier generale di Tama, incontrastato boss della città. La squadra riesce ad entrare, ma, essendo il palazzo interamente controllato da telecamere, nonché abitato da malavitosi legati a Tama, difficilmente riuscirà ad uscire. Mettici anche che la missione è guidata da un capitano corrotto, e fai in fretta a capire come andrà a finire. Ma. L’istinto di sopravvivenza è duro a morire e il giovane Rama, in un tripudio di combattimenti da far scattare l’applauso in sala per ben due volte riuscirà a portare a termine la missione. Claustrofobico, sanguinolento ed adrenalinico. Assolutamente entusiasmante. 
Usciamo, io soddisfatta, il dottor Piazza un po’ meno (ma lui è molto più snob e intellettuale di me, c’è poco da fare) e incontriamo la tiz-sorella. Riprendiamo posto in sala, per la visione di “Either Way” un film islandese di un regista impronunciabile (Hafsteinn Gunnar Sigurðsson) che ci fa sapere che possiamo tranquillamente chiamarlo solo per nome, Gunnar. Non che sia necessario chiamarlo, fra l’altro. La vicenda, ambientata negli anni 80, si svolge lungo una desolata strada islandese, con i due protagonisti impegnati a dipingere la segnaletica orizzontale. Il più anziano è il cognato del ragazzo, e lo ha preso a lavorare con sé per fare un piacere alla sorella, nonostante lo consideri un inetto totale. E il rapporto inizialmente superficiale fra i due, che non hanno nulla in comune, si consolida fra diversità e contrasti, in un modo o nell’altro… 


Usciamo dal cinema, il Dottor Piazza va a vedere Vergiss dein ende, mentre io e la tiz-sorella, raggiunte dalla Tiz, ci mettiamo in coda per “A little closer”. Anzi, io prima vado a farmi una dose di caffeina. Col senno di poi, andarsi a mangiare una pizza sarebbe stato meglio. Per un non ben precisato problema tecnico il film, invece che alle 19.00 inizia alle 20.00 passate. La cosa buona è che dura “appena” 72 minuti. Tutti inutili. Vi copio-incollo la sinossi, perchè io non saprei davvero cosa dire. Infatti, ai due intervistatori che mi intercettano all’uscita chiedendomi qual è la scena migliore, sono riuscita a dire “non ce n’è una”: Sheryl, una giovane donna che vive con i due figli Marc e Stephen in una zona rurale della Virginia, cerca di trovare un equilibrio tra il suo lavoro come governante e il suo impegno di madre. Ma ciò che le manca davvero è l’amore di un uomo che possa anche essere un buon padre per i ragazzi; Marc, a quindici anni, sta infatti attraversando il momento critico che precede la perdita della verginità, mentre Stephen, minore di qualche anno, sta scoprendo i primi istinti sessuali e si invaghisce di un’insegnante. Ci rimettiamo in coda. L’ultimo film della sera è “Ghosted”, interamente ambientato in un carcere inglese. Incentrato su Jack, detenuto modello a cui mancano tre mesi alla scarcerazione, lacerato dai rimpianti. Il figlio è morto e la moglie l’ha lasciato. La sua vita non ha più nessun senso. Quando in carcere arriva il giovane Paul, che viene subito adocchiato da Clay, Jack decide di proteggerlo anche a rischio della sua stessa vita, fino a quando scoprirà che il ragazzo non è stato del tutto sincero con lui. Crudo e toccante.



29 novembre 2011

Riposo settiamanale (martedì)

Oggi mi prendo una pausa dal TFF.
Che insomma, avrei anche altre cose da fare. No, non sto parlando del lavoro… intendevo la palestra e lo shopping.
Comunque poi domani riprendo. Devo capire se tutto il pomeriggio, che mi farebbe piacere andare a mangiare sushi con la dovuta calma, o se solo due ore per il film delle 17.00. Ma è prematuro pensarci oggi.
Comunque, ricapitolando, martedì, esaltata dal lungometraggio di domenica mattina, ho deciso di vedere un secondo film di Sion Sono, “Koi no tsumi (Guilty of Romance)”



Appena 144 minuti. Anche questo diviso in cinque capitoli, parte con la detective Kazuko Yoshida che fa sesso nella doccia in un love hotel, fino a quando il cellulare che suona la costringe a recarsi nella zona di Shibuya, dove è stato ritrovato il cadavere di una donna smembrato, e ricomposto con i pezzi di un manichino. E poi, in un miscuglio di tradizione e perversione, si intrecciano le storie di tre donne. Izumi Kikuchi, Mitsuko Ozawa e Kazuko Yoshida. 
La dolce Izumi Kikuchi, moglie di uno scrittore di successo, devota e succube, con i giorni scanditi da un rituale preciso e invariabile (il bacio casto al marito quando lui esce di casa, il riposizionamento delle ciabatte perfettamente allineate per il suo rientro, l’acqua calda per il tè con il tempo di infusione scandito dalla clessidra) non trova il coraggio per manifestare all’uomo il desiderio che prova per lui, così, sempre più insoddisfatta, decide di trovarsi un lavoro. Assunta come promoter di salsicce (vabbè) in un supermercato, conosce una donna che le propone di posare per delle fotografie. Le foto in realtà non sono che il preliminare ad un film a luci rosse. La dolce ed ingenua (vabbè) Izumi scoprirà ben presto i piaceri del sesso che finora le era stato negato e, passeggiando nel quartiere di Shibuya, incontra Mitsuko Ozawa, irreprensibile professoressa universitaria di giorno, perversa puttana di notte, che trascinerà Izumi in un abisso di perversione sempre più devastante. Un film forte e surreale, visionario ma lucido, dove il regista, avvicinandosi al castello di Kakfa, indaga sulla doppia vita delle persone. 
Quando il film finisce esco dalla sala. La luce del sole, che non mi aspetto, mi sorprende. Cammino per le strade della città senza una meta precisa, che devo far arrivare le 19.30, quando inizia Terri. 


Commedia agrodolce (più agra che dolce, in verità) su un ragazzo sovrappeso che vive con uno zio in odor di Alzheimer e che va a scuola in pigiama “perchè è più comodo”. Quando il preside gli chiede di andare da lui ogni lunedì per parlare, Terri crede di aver trovato un amico, ma ben presto si rende conto che Mr.Fitzgerald (John C. Reilly) oltre a lui incontra altri “casi umani” che frequentano la scuola… Fra incomprensioni e qualche apertura inaspettata verso il prossimo, il film è un ritratto generazionale carico di tristezza, ché da queste parti il sogno americano non è ancora arrivato. 

28 novembre 2011

A good old fashioned orgy - The Dynamiter

Pensavo ad un giorno di pausa dal TFF, ma, visto che mi è stato caldamente consigliato, ho deciso che anche il lunedì pomeriggio ci si poteva prestare alla causa, tornando al cinema per vedere “A good old fashioned orgy”, che gli altri sabato sera hanno trovato delizioso. Loro avevano anche il regista in sala che ha distribuito prosecco, ma, come già sapete, non si può avere tutto. Quindi per noi solo il film. Anche perchè il prosecco alle 14.00, di lunedì... ecco, come dire, anche no.




Così, dopo aver elemosinato un’altra mezza giornata di ferie, alle 12.30 ho abbandonato l’ufficio e mi sono diretta al Greenwich, dove dopo poco sono stata raggiunta dal Dottor Piazza, che non so se prima o poi ci aggiornerà con le sue impressioni del TFF…
Il film è la storia di un gruppo di amici che, nella casa al mare di Eric dà vita ad ogni tipo di feste, e, quando il padre di Eric (cameo di Don Miamivice Johnson) decide di mettere in vendita la casa, il gruppo decide di organizzare l’ultima indimenticabile festa a tema. E decidono così di organizzare un’orgia.
Dopo lo sconcerto iniziale alla fine tutti decidono di partecipare, e iniziano i preparativi. Nonostante nessuno di loro abbia la più pallida idea di come funzioni, che la teoria, come sempre, la sanno tutti.
Fra situazioni esilaranti e battute splendide, (i coreani? lavorano così tanto che al loro confronto i giapponesi sembrano giamaicani) (“ma chi è che ascolta i Radiohead per fare sesso?” “Thom Yorke”) il film prosegue, divertente e leggero. Tremo al pensiero del titolo italiano, nell’eventualità che il film venga distribuito.
Dopo è stata la volta di “The Dynamiter”, non perché mi interessasse particolarmente, ma ormai ero lì… E, invece, nonostante mi aspettassi la solita storia triste e tragica, è un bel film. Non che non sia triste, eh? Ma… Bello. Toccante e profondo. E molto bravo il giovane protagonista. E molto facilmente non lo vedrà mai nessuno.
Un vero peccato.

27 novembre 2011

Sunday Morning

Ci sono un sacco di cose da fare, la domenica mattina.
Restare sotto le coperte, ad esempio.
Andare a fare colazione in pasticceria.
Andare a camminare in montagna.
Io alle 9.30 entravo al cinema.



Per vedere Ai no mukidashi (Love Exposure), di Sion Sono. Ammetto che la durata del film (237 minuti) mi intimoriva un po’. Ma sinceramente pensavo peggio.
Diviso in capitoli, ognuno dei quali è dedicato a un personaggio, il film ruota intorno a Yu Honda, figlio di una coppia di ferventi cattolici. Quando la madre muore, il padre decide di farsi prete. Ma, in un eccesso di zelo, l’uomo pretende che il figlio si confessi ogni giorno. Il giovane Yu inizia ad inventarsi peccati per compiacere l’uomo, fino a quando incontra un gruppo di amici e, assieme a loro, inizia a fotografare gli indumenti intimi delle ragazze, pensando che, confessando questa perversione, renderà felice il padre.
Un giorno, dopo aver perso una scommessa, esce vestito da donna, ed incontra Yoko, di cui si innamora. Ma la matrigna della ragazza è la donna di cui è innamorato il padre di Yu, che vuole abbandonare i voti per poterla sposare. Nel frattempo nella vita dei due ragazzi piomba Koike, adepta della setta Chiesa Zero, che finirà col rapire la famiglia di Yu… Non manca nulla, sesso, fanatismo religioso, perversione, arti marziali, cultura pop… e quando scorrono i titoli di coda quasi ti stupisci che siano già passate quattro ore. E devi spostarti dal Reposi al Massimo, dove ti aspettano gli altri per la visione di Wrecked.



Che dura appena 90 minuti. Ma che ti sembra più eterno del film che hai visto prima. E’ proprio vero che tutto è relativo. Siamo in un bosco. C’è un tizio (Adrien Brody) in una macchina fracassata, dietro di lui un cadavere. Non ricorda niente (beato lui, verrebbe da dire) ed è incastrato nell’auto. Quando riesce a liberarsi trova una pistola e nel baule dell’auto una borsa piena di soldi. Si convince di essere l’autore della rapina… e, per un’ora e mezza va avanti e indietro nel bosco, fra cani, ragazze immaginarie e puma cattivissimi che purtroppo lo risparmiano. Mai una gioia. Finalmente il film finisce. E voi potete tornare al Reposi per vedere un film in concorso, il canadese “Le Vendeur”.
Che già l’idea che si possa vivere in un posto così innevato, dove aspettano che arrivino i -30° ti fa rivalutare gli inverni piemontesi… La storia ci mostra Marcel Lévesque, il miglior venditore di automobili della regione, che, ormai prossimo alla pensione, vive per il lavoro e per l’affetto della figlia e del nipote. Triste e lento. O tristemente lento. O lentamente triste.
Ma per fortuna ci aspetta una sorpresa.


Il primo film di Joe Cornish, Attack the block, ci porta nella periferia di Londra, dove un gruppo di ragazzi non propriamente di Oxford, mentre sta rapinando un’infermiera, viene distratto dalla caduta di un oggetto misterioso che si schianta su un’automobile parcheggiata. E’ un piccolo alieno, che dopo aver sfregiato il capo della banda, Moses (John Boyega, che potrebbe tranquillamente essere figlio illegittimo di Denzel Washington, tanta è la somiglianza) viene eliminato senza troppi scrupoli.
E questo è l’inizio di un’invasione aliena (per i mostri il regista si è ispirato al suo gatto) che i nostri “eroi” dovranno combattere, mentre devono anche tentare di difendersi dalla polizia e da una gang rivale. Satira splatter e fantascienza di serie B, per un film che diverte fino alla fine. Strepitoso.



La giornata finisce con l’anteprima di “Midnight in Paris”, ultimo lavoro di Woody Allen, dove un ottimo Owen Wilson, nei panni di Gil, uno sceneggiatore che aspira a diventare scrittore, si trova a Parigi con la fidanzata e i futuri suoceri. Il suo massimo desiderio sarebbe di rinascere nella Parigi di inizio secolo, e una sera, mentre cerca di ritornare in hotel, accetta un passaggio in macchina, e si ritrova catapultato nel bel mezzo di una festa con Cole Porter al pianoforte, mentre Zelda e F.Scott Fitzgerald conversano con Ernest Hemingway e lo convincono a seguirlo a casa di Gertrude Stein, dove troveranno Picasso, nuovo amante della conturbante Adriana, già musa di Modigliani. Fra sogno e realtà ritroviamo un Woody Allen in grande spolvero. Andatelo a vedere.

26 novembre 2011

Saturday wait (and sunday always comes too late)

Anche al sabato la sveglia suona come se dovessi andare in ufficio. Porto la poison-mamma dalla pettinatrice, la scarico velocemente a casa e mi dirigo verso la città, che ho in programma la visione di un film alle 11.30.
Arrivo, parcheggio, litigo non con uno ma con due parchimetri (o parcometri?), e raggiungo gli altri al cinema Massimo.
Abbiamo deciso di vedere Bad Posture”. Anche se, alla fine, probabilmente avremmo potuto farne a meno. Film abbastanza inutile su una coppia di amici inconcludenti e cazzari. Fra furti d’auto, feste, graffiti (questi belli, se non altro), sigarette e una colonna sonora dicotomica. Insufficiente
.
Usciamo, la tiz si mette in fila per i biglietti, la bionda inizia ad andare a pranzo, io torno a litigare col parchimetro (o parcometro?) e poi la raggiungo nel locale di Toni.
Torniamo al cinema. Ci aspetta “The Catechism Cataclysm”. Che parte benissimo e tu pensi che stai per vedere un film geniale. Invece poi si perde per strada, quasi come il protagonista (un prete sui generis) e il suo amico (che lui venera come un mito dai tempi del liceo) in canoa lungo il fiume. Abbastanza inconcludente
.
Usciamo dal Massimo e le nostre strade si dividono. La bionda al cazzeggio, la tiz a casa e io e il dottor piazza al Reposi per “17 Filles”, opera prima delle sorelle Coulin. Film ispirato ad un fatto realmente accaduto negli Stati Uniti, le due registe decidono di ambientarlo nel profondo Ovest della Francia. Camille rimane incinta per caso e in breve tempo le compagne di scuola decidono di imitarla nel più breve tempo possibile, fra lo sconcerto dei professori, dei genitori e degli occasionali donatori di seme. Che definirli fidanzati pare eccessivo. Interessante
.
Alle 19.30 ci ricongiungiamo in gruppo per la visione di “Win Win
”, che da noi uscirà come “Mosse vincenti”. Thomas McCarthy è lo stesso regista de “l’ospite inatteso”, che io avevo apprezzato, qualche anno fa (2008, presumibilmente).
Il protagonista è Paul Giamatti, nei panni di Mike, avvocato di scarso successo e allenatore della disastrosa squadra di lotta del liceo. Per cercare di fronteggiare la crisi, accetta di diventare tutore di un anziano con il solo scopo di incassare la provvigione mensile. Ma le cose iniziano a complicarsi quando il nipote del vecchio, in fuga dalla madre, si presenta a casa del nonno.
Un film sul riscatto e sulla famosa seconda possibilità, quella che ognuno di noi dovrebbe avere, prima o poi. Bello
.
Il mio sabato cinematografico termina qui, che si va a cena. Che andare al cinema è bello, ma stare in compagnia degli amici non ha prezzo.

25 novembre 2011

1,2,3... TFF

Questa settimana proverò l’ebbrezza del lavoro part-time. 
In ufficio al mattino e al cinema di pomeriggio. 
Mica male, no? Cioè, se ti piace andare al cinema, intendo. 
E, visto che a me piace, ne approfitto. Questi primi tre giorni sono praticamente volati, da venerdì pomeriggio a ieri sera ho visto 11 film. In sintesi, 5 belli, 2 assolutamente inutili, 1 così così, 1 abbastanza triste, 1 devo ancora capire se mi è piaciuto o meno, e uno semplicemente strepitoso. 
Segnatevi “Attack the block”, e, se dovesse uscire nelle sale, andate a vederlo. 
Ma andiamo per ordine...
Venerdì pomeriggio sono uscita, e, dopo essermi fatta allegramente un po’ di cazzi miei mi sono diretta alle casse del cinema per procurarmi abbonamenti, biglietti e quant’altro.
E, trotterellando sul tacco 12, mi sono diretta verso il cinema dove alle 17.30 avrebbero proiettato il film di Aki Kaurismaki, (a cui in serata verrà consegnato il premio alla carriera Gran Torino) “Le Havre”.
Sala gremita. Nell’attesa che inizi il film scambio due parole di circostanza con il mio vicino di poltrona. Che, avendo probabilmente confuso educazione con disponibilità, si è sentito legittimato ad allungare le mani per toccarmi le gambe. Che posso capire se stessimo partecipando ad una maratona hard-core all’Hollywood (famoso ex cinema a luci rosse cittadino), ma come cazzo ti viene in mente di allungare le mani durante un film di Kaurismaki? Sei un maestoso mentecatto, lasciatelo dire. Le Havre è un bel film. Poetico e disilluso. Ironico e gentile. Leggero e disperato. La storia di un lustrascarpe ex clochard che darà rifugio ad un ragazzino immigrato clandestinamente, mentre la moglie viene ricoverata in ospedale, con poche speranze di sopravvivere. Un film fuori dal tempo. Un microcosmo di cui ti piacerebbe far parte.
Finisce il film e non aspetto nemmeno che si accendano le luci, perchè devo arrivare al Teatro Regio per l’apertura ufficiale. Trovo il dottor Piazza e la bionda, ed entriamo. Rimango incantata dalla bellezza di Valeria Solarino che mi passa accanto. Che se non glielo dico io lui manco se ne accorge. Rimango incantata anche dalle scarpe di Carolina Crescentini, ma questa è un’altra storia. Prendiamo posto, sul palco Laura Morante, Gianni Amelio, poi arrivano Castellitto, Emile Hirsch, Penelope Cruz, fra il pubblico Charlotte Rampling, politici e via andare.
Finalmente inizia il film. Quest’anno si apre con “Moneyball” di Bennett Miller. Che sarà un mio limite, ma io non ce la posso fare. Ho visto non so quanti film sul baseball. A quest’ora dovrei essere in grado di giocare non dico come Babe Ruth, ma insomma. E invece. Dimmi il titolo di un film sul baseball? 9 su 10 l’ho visto.
Chiedimi una regola? Non ne capisco mezza. E’ più forte di me. Devo avere un blocco mentale congenito. Non c’è altra spiegazione. 
Il film è basato sul libro Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game sulla squadra di baseball degli Oakland Atheltic e sul loro general manager Billy Beane, interpretato da un ottimo Brad Pitt. Oltre al solito Philip Seymour Hoffman, che con Miller aveva già lavorato in “Capote”. 
Il film ci è piaciuto. E io di baseball ne capisco esattamente tanto quanto prima. Una mazza fionda.
Dei film che ho visto sabato e della domenica parlerò domani. Forse. 
Ma, se proprio siete curiosi, potete buttare un occhio qua e là, che ci sono cinebloggers molto più bravi di me. Ad esempio lui, che ho scoperto per caso stamattina.
E adesso scappo, che devo andare al cinema!




23 novembre 2011

è un duro lavoro

...ma alla fine ce l'ho fatta.
sono riuscita finalmente a studiarmi il programma del Torino Film Festival.
21 film, spalmati su 8 giorni, americani, finlandesi, canadesi, inglesi, islandesi, indonesiani, irlandesi, uno addirittura una coproduzione emirati arabi/libanese, e due film giapponesi di Sion Sono: "Koi No Tsumi" e "Ai No Mukidashi"... quest'ultimo dura APPENA 237 minuti. Ce l'ho in programma domenica mattina, alle 9.30.

21 novembre 2011

mille e non più mille

Che è poi a quanto ammonterebbe il preventivo fattomi al volo sabato mattina da un carrozziere vicino a casa. Siccome son donna esigente, non mi accontento del primo che capita. E quindi, non avendo fretta, credo che andrò anche a sentirne un secondo, e poi, visto che non c'è il due senza il tre, anche un terzo.
E poi decido.
Con calma.
Credo che inizialmente farò sistemare lo specchietto, che quel moncherino lì appeso mi mette tristezza. Principalmente perchè mi ricorda in ogni istante quanto sono cogliona, (non che ce ne sia bisogno, che ci son cose che mica te le puoi dimenticare così, come nulla fosse) e poi perchè lo specchietto serve.
E mica solo per controllarsi il trucco.
Altrimenti non si spiegherebbe perchè era già lì, quando ho comprato la macchina.
Per il resto, nient’altro da segnalare.
Il week end se n’è andato, e io son rimasta qui, a guardarlo svanire nella nebbia.
Ed è arrivato il freddo, quello serio.
E io lo so che è tutto relativo.
Di conseguenza anche la percezione del freddo.
Perchè tornando in ufficio ho incrociato un tizio in bicicletta.
In infradito.

18 novembre 2011

Non avrei mai creduto che potesse essere così duro

Ieri sera l’ho preso.
Lo so, non dovrei nemmeno dirlo. Più per la mia reputazione che per senso del pudore, che quello mi ha abbandonato un sacco di anni fa.
E’ che alla fine io mi conosco. E so da subito come andrà a finire.
L’importante è non farsi male. E qua ci sono ampi margini di miglioramento, ci sto ancora lavorando.
Ma veniamo al dunque.
Era da un po’ che lo incrociavo sul mio percorso. Tutte le sere, tornando a casa. Lui era sempre lì, e più volte mi sono chiesta quando se ne sarebbe andato.
Mi è successo di passargli vicino, senza che succedesse nulla. Come capita ovunque, in stazione, in fila alla posta, al bar mentre aspetti il caffè: tutto si riduce ad uno sguardo fugace, e via, come nulla fosse.
A dire il vero una sera ci siamo sfiorati, ma è stato un attimo. Mi sono venuti i brividi.
E mi sono illusa che non ci sarebbe stata una seconda volta. Nessun rimpianto, mi sono detta. Forse è stato meglio così.
E invece.
Ieri sera è successo.
All’improvviso, senza quegli inutili preliminari che rivestono di inutile romanticismo un semplice atto meccanico. E, quando vi diranno “è duro come l’acciaio”, non fate come me, che volete sempre verificare di persona. Credeteci.
Una curva un po’ più stretta e mi sono fatta la fiancata contro il guard-rail dello scambio di carreggiata in autostrada.
Ma porca di quella puttana maiala.

17 novembre 2011

vedi un po’ tu

Fa freddo.
Sti(gran)cazzi, aggiungerei. E’ il 17 novembre, e in Piemonte fa freddo. Ma tu pensa.
E così stamattina ho deciso che era ora di abbandonare il soprabitino in cotone per passare a qualcosa di più consistente. Una giacca di lana. Nera. Vintage. Bellissima.
Era di mia mamma, anzi, forse tecnicamente lo è ancora. Solo che la uso io. L’aveva comprata per il funerale di mia nonna. Quindi, facendo due rapidi calcoli, quella giacca ha 40 anni. E a me piace da sempre. Ricordo che da ragazzina la guardavo, nell’armadio di mia mamma, e le dicevo: “quando sono grande la voglio mettere io, quella giacca…”
La mettevo già anni fa, e il mio ultimo ex moroso apprezzava molto. Beh, mica solo quello, a onor del vero.
Poi ho dovuto smettere di indossarla.
Perchè avendo assunto le dimensioni di una mongolfiera, in quella giacca non ci entravo più…
Ma, adesso che sono tornata ad assumere delle dimensioni accettabili (e anche se non avrò mai il fisico di Adriana Skleranikova – che, fra le altre cose, mi mancano anche quei 20 centimetri di altezza – se non altro adesso quando vedo la mia immagine riflessa in uno specchio, non mi assalgono più i conati di vomito) in quella giacca ci sono rientrata nuovamente.
E stamattina l’ho indossata. Di nuovo.
E mi sono sentita bene.
A volte basta poco.

16 novembre 2011

sono una donna, non sono una fanta

e, in quanto tale, a volte succede che io compia (o non compia) azioni… no, vabbè, riprovevoli mi sembra eccessivo. Diciamo… discutibili.
Ieri, mentre tornavo dalla pausa pranzo, guardo la mia macchina parcheggiata davanti all’ufficio (sì, lo so, ho anche culo a trovar parcheggio) e realizzo in quel preciso istante che, uscendo di casa, avevo dimenticato di mettere in auto la borsa della palestra. Dove avrei dovuto andare, appunto, ieri sera. Oltre a darmi dell’imbecille, che non guasta mai e serve anche a ridimensionare un po’ l’ego, ho pensato che, se non altro, me ne ero accorta in tempo. Che altrimenti sarei uscita di corsa dall’ufficio per andare a smadonnare attorno alla palestra nella disperata ricerca di un parcheggio.
Siccome in questo periodo in ufficio non c’è molto da fare, l’ipotesi di fermarsi un’ora in più, prima di andare al ristorante giapponese con la bionda, non l’ho nemmeno presa in considerazione. E come inganna il tempo la poison quando non deve andare a casa e non deve andare in palestra? No, non si dedica a maratone di sesso sfrenato. Non che le dispiacerebbe, sia chiaro. Ma la poison ha l’abitudine di frequentare uomini che vivono ad almeno un centinaio di km da lei. Cosa che ha sicuramente i suoi vantaggi, ma che, se ti ritrovi con del tempo libero inaspettato, difficilmente riuscirai ad impiegarlo in dolce compagnia.
Ed è così che ieri ho praticamente DOVUTO dedicarmi allo shopping.

15 novembre 2011

non è cosa

Devo farmene una ragione, arrendermi all'evidenza.
Il tempo è scaduto.
Non me lo posso più permettere.
Lo sapevo che questo momento sarebbe arrivato, ma quando ti rendi conto che ieri era possibile, e oggi non lo è più, fai fatica ad accettarlo.
Come tutte le cose, anche questa è finita.
Fattene una ragione.


Non è più tempo di andare a fumare in mutande in veranda, la mattina.

14 novembre 2011

e poi ti svegli un mattino…

come fosse oggi, esci di casa con mezz’ora di ritardo conclamato sulla tua tabella di marcia, e riesci ad arrivare in ufficio sei minuti prima di essere ufficialmente in ritardo. Che non più tardi di sabato sera stavo spiegando come fossi brava nel perder tempo al mattino. Il fatto è che a volte esagero. E infatti stamattina ho saltato il turno colazione al bar. E no, non ce l’ho qui la brioche. Mi manca.
Poco male, visto che nel week end appena trascorso ho mangiato quanto un gruppo di camionisti bulgari. e sarebbe opportuno limitare i danni. E lo so che la prova costume è lontana ma tra due giorni è Natale e non va bene e non va male, buonanotte torna presto e così sia…
Siccome le disgrazie non vengono mai sole, questa mattina ho pure dimenticato gli occhiali a casa. Quindi, se mai doveste trovare degli errori di battitura in questo pregevole scritto, date la colpa alla mia presbiopia.
Comunque, a parte questo, è stato un week end intenso e piacevole.
Spero che nessuno si azzardi a dire che sabato pomeriggio mi sono tracannata (a digiuno) una weiss da mezzo litro in 2’28”, che il mondo è piccolo e la gente mormora, e da lì a dire che sono un’alcolizzata è un attimo. In compenso la mia reputazione di shopping-addicted è andata un po’ a farsi fottere, in quanto sono riuscita ad estrarre la mia carta di credito solo una volta, e per un acquisto in libreria. Spero che anche questo non si venga a sapere.
Ieri mattina, dopo una notte trascorsa in un letto troppo grande per essere riempito da sola, ci siamo trovati per la colazione. Che è stata all’altezza delle recensioni lette qua e là in rete.
Un tripudio di torte artigianali che io – pensando di saltare il pranzo – non ho lesinato ad assaggiare. 
Peccato che poi, una volta arrivata a casa di mio cugino sia stata costretta a fermarmi a pranzo. Che si è concluso con il salame di cioccolato e le caldarroste.
Che lo so che si può resistere a tutto ecc. ecc. ma io mi chiedo… perchè?
In compenso, avendo abbandonato “casa mia” verso le 17.00, la mia permanenza all’outlet che casualmente si trova sulla strada, si è ridotta notevolmente. E, di conseguenza, ho limitato i danni.
Dovrò rifarmi.

Presto.



10 novembre 2011

messaggio di(s)servizio

Il mio ignobile filtro aziendale non mi consente più di accedere al blog di Cagnaccio.
So che lui se ne farà una ragione. Probabilmente pure io, ma mi rode il culo ugualmente.
Sempre lui (l'ignobile filtro, non Cagnaccio), mi impedisce di commentare nel blog di Sandali al Sole.
Che adesso che è tornata, io avrei voluto almeno dirle "bentornata", ecco.
Questo è quanto.

9 novembre 2011

frammenti di un discorso amoroso

amicodipoison: (...) Andrà in discussione? A questo punto l'opposizione avrebbe tutto l'interesse per anticipare i tempi

poison: Santo dio, l'opposizione. Mi vengono quasi i brividi.

amicodipoison: "qui adesso dobbiamo darci da fare per perdere le elezioni, chi cavolo è così stupido da mettersi al governo di questi tempi?"
Ecco l'opposizione.

Ecco. Appunto.
Anzi, ecco gli appunti.

8 novembre 2011

la misteriosa scomparsa del bidet

Nel palazzo in cui ha sede la prestigiosa azienda che mi vede strisciare il badge n. 0509 quattro volte al giorno, i lavori si susseguono incessanti dal lunedì al venerdì.
No, non ci siamo appena trasferiti, siam qua (anzi, loro son qua, io sono arrivata dopo) dal 1992. Ma, si sa, un po’ di manutenzione ogni tanto ci vuole, no?
Che se fossimo a Milano, longh comm la fabbrica del Domm renderebbe benissimo l’idea.
Le squadre di elettricisti le incontri ad ogni ora e ad ogni piano.
Stendono cavi (gli ultimi sono lilla, deliziosi), controllano prese, vanno avanti e indietro sarcazzo a far cosa. Ogni tanto fanno saltare qualche contatore, in modo che da tutti gli uffici si sollevi un variegato coro di bestemmie.
Poi ci sono gli addetti al riscaldamento/condizionamento. Potrebbero stazionare qua in pianta stabile, tanto ogni settimana c’è almeno un fan-coil (o ventilconvettore, per i nostalgici) che non funziona. Nel nostro ufficio (quello caldo d’estate e gelido d’inverno, per intenderci) ce n’è uno che appena lo accendi emette un delizioso odore di plastica fusa. Hanno già tentato di ripararlo N volte. Senza risultati apprezzabili.
L’altro giorno la squadra di manutenzione ordinaria ha fatto inavvertitamente scattare l’allarme antincendio. Io sono uscita in strada non tanto per paura di morire bruciata (anche perchè la tendenza dell’autunno 2011, avrete notato, non è il fuoco) ma perchè il rumore provocato dalla sirena non mi consentiva di sentire le mie stesse imprecazioni.
Come quando ci fu il terremoto prima di uscire ho recuperato borsa, telefono e chiavi della macchina. Arrivata in strada mi sono accesa una sigaretta e ho aspettato che il livello dei decibel tornasse ad una soglia sopportabile per i miei fragili timpani.
Per completare il quadro generale sulla porta del bagno, due settimane fa, è comparso il cartello “fuori servizio”. Prendi atto del paradosso e ti servi dei bagni al piano di sotto.
Rumore di martelli, trapani e scalpelli. E ti chiedi che minchia stiano mai facendo in quel cesso.
Scopri che in uno dei due bagni (dimensioni del loculo: mt. 1.50 x 1.50) stanno piazzando un bidet di quelli salvaspazio, ovvero quell’antiestetica vaschetta che puoi alzare e/o abbassare come il copriasse. Io e le mie colleghe ci guardiamo un po’ perplesse, e alla domanda: “perchè”, ci viene risposto “perchè ci è stato richiesto”.
Fai notare che anche tu hai chiesto l’aumento, ma la cosa è morta lì.
In ogni modo, a rotazione, tutti i bagni dell’edificio hanno subito questa imprescindibile modifica, e per una decina di giorni si è potuto assistere ad un andirivieni di gente che vagava alla ricerca del bagno agibile.
Che io non me ne intendo, ma immagino che far lavorare due operai per una decina di giorni abbia un costo che non so (e non voglio) quantificare.
Ieri i bidet sono stati rimossi.
Ma siete scemi o mangiate sassi?

7 novembre 2011

La kryptonite nella borsa

Sabato. 
Piove a tratti, a Poisonville. Segui i vari TG. Mandi e ricevi messaggi da altre zone della regione per sapere se i tuoi amici stanno bene.
Anche il tuo ex moroso si preoccupa e ti chiede notizie. Rassicuri tutti dicendo che da te è tutto sotto controllo. 
Poi arriva la sera, il programma è noto: cinema. 
Ti consulti con la bionda, ha quasi smesso di piovere. Decidete di uscire. 
E, quasi non ci credete, ha smesso completamente di piovere. Riuscite addirittura a raggiungere la sala sprovviste di ombrello. 
La proiezione inizia un po’ in ritardo. 
Il motivo è dato dalla presenza di alcuni componenti del cast, oltre al regista.
Cosa che tu apprezzi. 
- perchè Ivan Cotroneo ti è simpatico;
- perchè Libero de Rienzo ti piace dai tempi di Santa Maradona, e ti piace al punto che un po’ di tempo fa hai addirittura sognato di farci del gran sesso in un bagno pubblico (e lo so che probabilmente il lettore più attento potrebbe farmi notare che mi piace un po’ troppa gente…);
- perchè Valeria Golino, dal vivo, è ancora più bella di quanto già non sia vedendola sullo schermo e/o in foto. 
Applausi, saluti, buio in sala.
E ti guardi il film. Che, oltre a strapparti parecchi sorrisi e qualche risata, è supportato da una gradevolissima colonna sonora. Che non guasta mai.

4 novembre 2011

this must be the place


Il film di Sorrentino è uscito mentre io e la bionda si era in viaggio. 
E il fatto che lo si aspettasse da tempo ha fatto sì che noi si partisse sapendo che almeno, al ritorno, avremmo avuto un impegno concreto. 
Che alla fine, come dicevo alla sister, vivo alla giornata e prendo quello che viene, ma due sono le cose per le quali ancora mi piace fare programmi: i viaggi e il prossimo film da andare a vedere. 
E così ieri sera, finalmente, è scattata l’ora.
Esco dalla palestra sotto la pioggia, sperando di non trovarmi nel solito traffico umido e intenso che avvolge Torino quando piove, e, al primo parcheggio che mi si presenta mi infilo, che va bene essere ottimisti, ma c’è un limite anche alle botte di culo. 
Cerco un bar per un caffè. Sono appena passate le 19.30. I bar son tutti chiusi. Entro in una pizzeria e riesco a berne uno, nemmeno terrificante. Arrivo al cinema. 
Mi raggiungono le amiche e entriamo in sala.
Inizia il film. Voglio gli orecchini col cappio di Cheyenne.
Anche la casa, eh? magari inizio con lo scrivere bathroom sulla parete del bagno. Che anche se non faccio programmi mi piace avere certezze. 
Mi godo un immenso Sean Penn in lingua originale, che Massimo Rossi sarà pure bravo, non lo nego. Ma io questo film lo volevo vedere in lingua originale. 
Sì, esatto, perchè sono la solita snob di merda che se la tira. 
Siccome oltre che snob sono pure un po’ zoccola, ho un sussulto quando mi appare Liron Levo, ma quando sullo schermo appare David Byrne mi vengono i brividi. 
E alla fine, quando questo Peter Punk a metà strada fra Edward Scissorhands e Roberth Smith si toglie il trucco, è già ora dei titoli di coda.
E dopo tanto tempo esci dalla sala appagata dalla visione di un road movie lento come il passo di Cheyenne, e pervaso da un ironia lieve. Che, come al solito, in pochi avranno colto. Cazzi loro.

2 novembre 2011

ponte

(fig.) periodo di vacanza che si ottiene collegando, con uno o più giorni di ferie, una festa infrasettimanale con la domenica precedente o successiva: fare il ponte.

Fatto, sì, grazie.
Due maroni di proporzioni cosmiche, che stamattina quando la sveglia ha fatto il suo (s)porco lavoro quasi ho sorriso. Che se penso che mi toccherà anche il ponte dell’8 dicembre quasi quasi mi deprimo. Oppure mi organizzo per tempo e sverno a... Bergeggi, per dire.
Ieri ero talmente scoglionata che al mattino mi son fatta prendere dall’estro giardiniero e ho potato il pino che funge da ornamento al cancello pedonale della poison-magione.
Poi, come al solito, mi son fatta prendere la mano, e, già che c’ero, ho pulito il tombino davanti al garage, che era pieno di foglie secche.
Alla fine ero soddisfatta, come ogni volta che faccio un buon lavoro.
Possibile che io sia allergica agli aghi di pino (o al lavoro manuale, va a sapere), perchè ho passato il resto della mattina a grattarmi le mani come un’ossessa. Poi, quando ho visto che iniziavo a sembrare una malata di varicella, ho preso un antistaminico.
E ho continuato a rompermi i coglioni fino a sera, ma se non altro senza grattarmi.

28 ottobre 2011

a piedi nudi nel parco...

Quito - 9 ottobre - ore 6.30 a.m.

Sì, ce la posso fare.

E’ passata una settimana, e la situazione è tornata ampiamente sotto controllo.
E così ieri sera ho accettato l’invito a cena di V., in quel posto in cui era da un po’ che volevamo andare. Anzi, a dirla tutta, da quando avevo letto le entusiastiche recensioni del loro tortino al cioccolato con crema di mascarpone, andare a cena in quel ristorante era diventato il mio sogno erotico ricorrente.
Quindi ieri a pranzo mi sono tenuta leggera (che una non può rientrare dalle vacanze con la bilancia che la accoglie con un fantastico -3 e poi mandare tutto in vacca così, subito, no?) e all’ora stabilita (più o meno) si entrava nel locale.
Impatto visivo favorevole. Tre salette, tavolini piccoli, dove in due si sta comodi. Tovaglia a quadri, tovagliolo annodato con filo di rafia e un cellentano. Cartoccio di grissini (al naturale e al sesamo) e locale affollato. Di giovedì sera.
Ci fanno accomodare e dopo un po’ ci portano la carta dei vini. Mi viene lasciato l’onore (o l’onere?) della scelta. Come se fossi la massima esperta in fatto di vini.
Sono indecisa fra un Rossese e un Nebbiolo Occhetti di Prunotto del 2007. Che alla fine la spunterà, riscuotendo consenso.
V. si butta sul menu laziale, io, che posso resistere a quasi tutto, ma la salsiccia di Bra non rientra in questo elenco, cedo. Salsiccia di Bra, trofie agli scampi e filetto.
Il cameriere (affascinante, pure) mi dice che per il filetto ci riaggiorniamo eventualmente dopo le trofie.
E in effetti dopo le trofie il filetto non ci stava più.
Quindi sono passata direttamente al dolce, tralasciando il famoso tortino per buttarmi sulla crema di mascarpone con fragole e scaglie di cioccolato. Semplicemente deliziosa.
L’unica pecca è che ti viene servita in un flute.
Che a ravanarci con la lingua si fa un po’ fatica.

27 ottobre 2011

26 ottobre 2011

Ce la posso fare?

Sono ancora un po’ svagata.
Però son qui.
In ufficio non ho ritrovato il solito caos delle volte precedenti. Niente scrivania Fantozziana, nessun casino da smazzare, tutto tranquillo, all’apparenza.
O le mie colleghe sono state brave o – a giudicare dall’andazzo di questi giorni – non c’è davvero stato un cazzo da fare… Io propendo per la seconda che ho detto, e sono certa che nessuno avrà l’ardire di smentirmi.
Mi sono anche quasi rimessa in regola coi ritmi sonno-veglia. Che non sembra, ma sette ore di fuso orario si sentono tutte.
Sono rientrata venerdì notte, alle 4. Che se tu sei in possesso di una carta d’imbarco per il volo delle 18.55 che scoprirai, solo una volta a Madrid, essere stato cancellato e vieni sistemato sul volo delle 20.10 che però parte alle 21.45, stai pur certo che al tuo arrivo, sul nastro trasportatore, la tua valigia non apparirà.
Quindi aspetta fino a quando il nastro si ferma, vai al banco dei bagagli smarriti, mettiti in coda, fai denuncia, esci dall’aeroporto (stranamente leggera) e recupera l’auto nel parcheggio, e, come ridere, si son fatte le due.
In viale Forlanini io e la bionda abbiamo fermato l’auto in centro strada per far sì che una pantegana di 5 kg finisse di attraversarci la strada indisturbata. Non avevamo mai visto un topo di quelle dimensioni, siamo rimaste a guardarlo quasi incantate,e, ancora a Novara, ci ripetevamo: “Minchia, che topo!”. E pensare che c’è gente che va fino alle Galapagos per vedere le tartarughe giganti.
Alle 4 entravo nel letto. Alle 5 ero ancora sveglia. Poi sabato mattina mi sono alzata alle 11. Ho cercato di non dormire per tutto il giorno, e sabato sera sono andata a letto verso le 11. Sono riuscita a vedere Bronson in tv, che tanto lo dovevo recuperare. E, di nuovo, mi sono addormentata alle 5. Per svegliarmi domenica mattina alle… otto. Che tre ore a me sembrano poche, non so a voi.
Domenica sera di nuovo, a letto alle 11, occhi sbarrati fino alle 2, sveglia alle 6, lunedì mattina.
Ieri sera è andata un po’ meglio. Credo di essermi addormentata attorno all’una. Insomma, sto migliorando.
Fra un po’ tornerò alla normalità e alle 10 di sera mi calerà la palpebra.

(nella foto: un compagno di viaggio)