28 dicembre 2011

Se qualcosa sembra andar bene, hai detto bene, sembra.

Dopo quattro giorni in casa con madre singhiozzante, ieri andare a Milano al funerale di mia zia mi è sembrata una liberazione. Lo so che detta così sembra brutta e fa di me una persona orribile. Non orribile al punto di dirvi “provate voi!”, perché non vi voglio male fino a questo punto. Giovedì pomeriggio la telefonata di mia cugina mi aveva avvisato che le condizioni di salute della zia si erano aggravate in maniera drammatica, e difficilmente sarebbe arrivata a natale. Ho pensato subito all'altra mia cugina, sua figlia, che compie gli anni il 26 dicembre. E ho sperato che, per quanto può valere, la vita, o meglio, la morte, le risparmiasse un regalo così macabro e beffardo. Così è stato. Venerdì pomeriggio, mentre mi aggiravo controvoglia tra le corsie del supermercato, hai ricevuto la sua telefonata, quella che tanto ormai lo sapevi che sarebbe arrivata.
E con lei che se n’è andata così in fretta, hai esaurito la tua riserva di zie. Lei mi piaceva, carattere schietto e piglio deciso. Ti diceva le cose senza girarci attorno. E mi chiamava “belè”. Come solo una zia milanese sa fare...
Torni a casa, e avvisi madre singhiozzante. Le chiedi se, quando sarà, verrà al funerale. Inizia a dirti no, che non riesce a camminare, che fa freddo, che non sta bene, che il mondo è quadrato e saltella e che lei non se la sente. Decidi che non è il caso di insistere, e cerchi di porre fine alla prima giornata di riposo forzato. Te ne mancano tre.
Il sabato è trascorso, sempre troppo lentamente. Il giorno di natale passi il pomeriggio a casa della Lu, con caffè e tiramisù e passeggiata di 10 km su strade di campagna. Il lunedì guardi la tua orchidea, ormai agonizzante (che quando dicevo che difficilmente sarebbe arrivata a natale mica lo dicevo tanto per dire...) e decidi di uscire. Provi ad avvicinarti al castello di Rivoli, ma la scarsità di parcheggio ti fa cambiare destinazione. Vai alla GAM, dove avrai modo di vedere “Firmament”, un’esposizione di James Brown (non il cantante, suppongo) che ti affascina. Torni a casa. Per l’occasione sfoggi un nuovo raffreddore, molto più fastidioso del precedente. Mandi un messaggio alla tua collega, chiedendole se l’indomani può andare in ufficio al posto tuo, visto che tu non potrai esserci. Prima di addormentarti scambi un po’ di pensieri a distanza con la sister, che riesce pure a farti sorridere. E il giorno dopo, parti presto, per andare a Milano. Il tuo cuginetto di 189 centimetri ti accompagna alla camera mortuaria dell’IRCCS, saluti zio, cugina ed inutile marito di quest’ultima. Che già avere un finanziere in famiglia ti provocava irritazione, vederlo indossare un incommentabile stivaletto in vernice ti fa sperare in una prossima separazione. Torni a casa, pranzate e nel pomeriggio vi avviate verso il paese dello zio, per la cerimonia funebre. Saluti un po’ di parenti che non vedevi da anni, spiegando a chi ti guarda con curiosità che sei la figlia della Dina, e tutti a dirti “somigli proprio alla tua mamma”, che, allo stato attuale, non è che ti faccia esattamente piacere. Prima di tornare a Milano passate a “salutare” nonna Agnese e nonno Giovanni, che sono anni che non andavi in quel cimitero. E poi, visto che sei in pieno tripudio amarcord, prima di tornare a casa decidi di fare una deviazione a Sesto San Giovanni, per salutare la tua ultima ex suocera. 
No, non la megera che mi definiva “chillallàthutthasofisthicatha”. 
Trovo parcheggio proprio sotto casa, e suono il citofono. Quando sente chi sono quasi non ci crede. Mi chiede se deve scendere a prendermi, ma le dico che ho ancora le chiavi dell’ascensore (del resto io e suo figlio ci siam lasciati da appena 9 anni, perché liberarsene?) e salgo.
E’ davvero felice di vedermi e mi racconta tutto quello che è successo negli ultimi tempi. Anche questa volta non esita a dirmi che io sono l’unica donna che andava bene per suo figlio e lo so che non lo dice per compiacermi. Infatti, quando arriva suo figlio (nonché ex moroso) lo dice anche a lui. 
Torno a casa e posso andare a dormire, sapendo che domani (oggi) sarà finalmente un altro giorno.

21 dicembre 2011

mar rosso

No, non ho programmato la mia prossima settimana di vacanze, per quanto ogni tanto la curiosità di sapere che fine abbia fatto il “mio” beduino mi prende.
Sguardo intenso e profondo, mani affusolate, fisico nervoso… Il ricordo di quelle notti passate con lui nel deserto dormendo (sì, vabbè) sotto quel cielo che non puoi spiegare, se non l’hai visto almeno una volta, è indelebile. Anche per me, che con la memoria ho un rapporto alquanto discutibile.
Scusate, divagavo in allegria.
Ieri sera, in anticipo sull’8 marzo, 5 femmine si sono riunite attorno al tavolo di un ristorante eritreo cittadino. L’idea iniziale era di riunirsi a terra, per mangiare acciambellate e senza posate, ma, dopo aver scoperto che per poter godere di cotanto lusso era necessario anche togliersi le scarpe, io e la Only abbiamo deciso che preferivamo mangiare “normali”... Anche perchè sarebbe stato un vero peccato perdersi le scarpe che sfoggiava ieri sera quella donna: semplicemente strepitose. Anche lei era notevolmente gnocca, ieri sera. Cioè, era più gnocca del solito.

Mentre gustavamo
nuovi sapori (soprattutto nuovi odori, che quelli ci si sono impregnati addosso fino all’ipoderma) abbiamo lasciato che le chiacchiere prendessero il sopravvento, fra risate, discorsi seri o quasi, rivelazioni più o meno sconcertanti, in un’altalenarsi di zucchero e sale, che ogni volta che la F. apre bocca ancora un po’ e partono gli applausi, lapidaria che al confronto la soda caustica sembra acqua di rose... semplicemente adorabile!
E siccome il tempo passa veloce, arriva presto l’ora di saluti e baci e abbracci e altri sorrisi, e anche un po’ di auguri, che, nonostante tutto, fra qualche giorno è natale per tutti. Anche per le bambine cattive.

19 dicembre 2011

mala tempora currunt


Ultima settimana di lavoro. E poi, implacabile, arriverà Natale. Che mi viene in mente una canzone di Renato Zero, pensa un po’ come sto. 
Che per me Natale significa restare a casa 4 giorni consecutivi. E io già vorrei che fosse il 27 per tornare in ufficio. Per passare all’altro drammone del periodo: “cosa facciamo a Capodanno?” Ma fate un po’ quello che vi pare, io conto di andare a dormire alle dieci di sera. Magari è la volta buona che tiro il collo alla magnum di Taittinger che giace in cantina. Che poi nemmeno mi ricordo chi me l’abbia regalata, la magnum di Taittinger. A me, poi. Che son praticamente astemia. 
Ok. Se avete finito di ridere vado avanti.
Intanto, per non perdere l’abitudine, sono andata al cinema. Ho visto “Almanya – La mia famiglia va in Germania”, che è un grazioso film sull’integrazione di una famiglia turca in Germania, dall’arrivo del “nonno” Hüseyin Yilmaz negli anni 60 ai giorni nostri, quando l’anziano e sua moglie ottengono cittadinanza e passaporto tedesco e decidono di tornare in Turchia per una vacanza con tutta la famiglia. Fra stereotipi e pregiudizi, un viaggio fra le due culture, a volte forse un po’ troppo melenso, ma, nel complesso, sufficientemente sarcastico da non farti precipitare nel coma glicemico. 
A proposito di coma glicemico, mentre masticavo una sucai (che è colpa mia, lo so, in quanto, lo dice la parola stessa, le sucai andrebbero succhiate) ancora un po’ ed ingoio (no, dai, ingoio fa tanto pornostar) inghiotto una capsula, così martedì sera dovrò andare dal dentista. E saltare per l’ennesima volta la palestra. Che fra una cosa e l’altra, non sono riuscita ad andarci nemmeno giovedì. E non sono nemmeno pervasa dai sensi di colpa. Visto che non è colpa mia. Sabato sono tornata al cinema. E, invece di andare a vedere “Le idi di marzo” ci siamo buttate (eh, magari!) su Robert Downey Jr e “Sherlock Holmes: gioco di ombre”. Tanta roba per un film solo. Ci sono Sherlock Holmes e Watson che si sposa, c’è la zingara che odia gli uomini che odiano le donne che giocano col fuoco nei castelli di carta (insomma, Noomi Rapace), compare il perfido Dottor Moriarty e poi c’è Stephen Fry nel ruolo del fratello di Sherlock Holmes: assolutamente fantastico. Che se ti distrai un attimo perdi il filo. E ti diverti. Cosa che, trattandosi di un sequel, non è nemmeno così scontata.
E poi è arrivata la domenica. E con immenso piacere (misto a stupore) posso comunicare che la mia (p)orchidea è ancora viva.


14 dicembre 2011

uffa

Sono metodica in maniera quasi parossistica.

Detesto quando un imprevisto manda all’aria i miei programmi. Niente di sconvolgente, non passo il tempo salvando vite umane o scindendo l’atomo, quindi, se qualcosa non si incastra alla perfezione secondo i miei schemi mentali pippaioli, non casca certo il mondo. Semplicemente mi girano i coglioni, ma tanto poi mi passa, dal momento che passa tutto.
E così ieri sera esco dall’ufficio per andare in palestra. Ma non considero il fatto che siamo a metà dicembre. E a metà dicembre la gente esce per comprare i regali di natale. E, almeno a Torino, la gente esce in auto. Ergo, il traffico aumenta in maniera direttamente proporzionale all’inutilità del regalo istesso.
Così io ci impiego un’eternità ad arrivare in zona palestra, e nell’ora in cui solitamente sto stipando vestiti a muzzo nell’armadietto, sono ancora a far giri dell’isolato alla ricerca di un parcheggio. Quando la lezione è iniziata da 10 minuti capisco che non è cosa, e mi avvio verso casa, coi cazzi lievemente inchianati.
E poi stanotte ho fatto un sogno orrendo. Mi svegliavo ed avevo i piedi totalmente ricoperti di peli, nerissimi, cortissimi e fittissimi. Morbidissimi, eh? Un wombat, in buona sostanza. Insomma, sembrava che avessi i calzini di peluche. Una roba talmente urfida che mi sono svegliata con l’affanno. Poi, visto che il buongiorno si vede dal mattino, sono riuscita, e devo ancora capire come, a rovesciare il caffè.
Sul tappeto.

sabato domenica e venerdì

Lo so che c’era anche il giovedì in questo ponte appena trascorso. Ma, essendo che non mi sono mossa di casa, che poi mi prende la pigrizia, facciamo che non vale. Non sono nemmeno uscita per andare a vedere quei comunisti dei Muppets.
Venerdì per fortuna la pigrizia mi ha abbandonato, e con i soliti noti sono andata alla Reggia di Venaria. Donna Espe è riuscita a stupirmi, arrivando praticamente in orario. Abbiamo visto la mostra “moda in Italia”, che per Leonardo sarebbe meglio prenotare.
Ho visto cose che voi umane... no, vabbè. A parte l’abito che “apre” la mostra, quello in velluto nero di Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini Serbelloni Mazzanti Viendalmare, ovvero la Contessa di Castiglione, prima di uscire avrei voluto portarmi via un abito in rafia nero delle sorelle Fontana, oltre ad un vestito da sera color verde pisello di Renato ultralifting Balestra, ma mi è stato detto che non si poteva. Quindi mi tenni.
Siccome il mondo è piccolo, ho incontrato pure un’amica che non vedevo da parecchio tempo, così ho tardato un po’ il ricongiungimento col gruppo, che avrei tardato comunque, in quanto mi ero distratta un attimo entrando in un negozio di lingerie per provarmi un paio di deliziosi completini intimi... che solo per mere questioni logistiche (non ci stavano tutte le tette) non sono venuti a casa con me.
Alla fine raggiungo gli altri, non prima di aver incontrato casualmente un altro amico che non vedevo da anni. Li trovo alle prese con una farinata dall’aspetto accattivante e dal profumo delizioso. Decido di fare la virtuosa (e non ridete) e mi tengo. Ci spostiamo verso gli chalet natalizi, dove evito con scioltezza l’acquisto di una birra al miele. Che dopo averla assaggiata il retrogusto di miele non mi abbandonerà più. E, se non ti piace il miele, son tutti cazzi tuoi. Mi imbambolo di fronte ad un assortimento di gufi di varie dimensioni, vedo una bellissima sciarpa che mi servirebbe, visto che io ho pensato bene di lasciare a casa la mia, ma 25€ mi sembrano troppi, e resisto. Dopo poco il gentilissimo Espe-marito mi presterà la sua...
Poi, abbandonata la parte alimentare, entriamo nel Cortile del Maglio, dove riesco anche a far notevoli danni, aiutata dalla strepitosa morosa di Max, che è un’istigazione all’estrazione smodata di carta di credito senza ritegno. Va detto che con me non deve fare nemmeno molta fatica, ma è stato davvero fantastico averla accanto a suggerire, consigliare e tentare...
Nonostante avessi spergiurato di aver smesso di fare regali di natale, non ho saputo resistere. E ho portato a casa un pacchettino che non è nemmeno detto io riesca a consegnare al destinatario prima di natale. Ma l’importante è il pensiero, no?
Il resto del week end è stato più tranquillo, ma comunque piacevole. Anche se adesso oltre a settechilidigatto mi ritrovo a dovermi prendere cura anche di una bellissima orchidea dendrobium.
Conoscendomi, dubito che festeggerà il nuovo anno.

7 dicembre 2011

Da dove sto chiamando

L’ho già detto che sono stanca? Sì, mi pare di sì.
Di conseguenza sono anche un po’ annoiata. E quando sono annoiata divento noiosa.
E quando sono noiosa non ho voglia di dire, fare, baciare ah no, sto divagando... quella è un’altra storia.
Niente. Sono noiosa e mi mancano gli stimoli.
Come?
Un sacco di gente è messa molto peggio di me?
E va bene. Lo so che – al momento – non ho nulla di cui lamentarmi. Un lavoro, una casa, un’auto che mi consente di recarmici, al lavoro, degli ottimi amici, la salute e un parco scarpe coi controcazzi.
Ma non è che sapere che c’è gente che sta peggio di me mi faccia stare meglio. Anzi.
Venerdì, mentre ero a pranzo con un amico, mi diceva che quello che gli piace di me (cioè, quello che gli piace ANCHE, di me) è questo aspetto del mio carattere, il non abbattersi mai, e la voglia di sorridere comunque. Che se l’amico è anche sociologo, ti viene da pensare che ti stia studiando per una qualche ricerca sugli sbalzi umorali nella donna in pre-menopausa. Ma, tanto per cambiare, ci ridi sopra ancora una volta. Che hai imparato sulla tua pelle che piangere e/o incazzarsi serve a poco. Se non a niente. E lasci che il tempo passi fingendo che non ti importi. E il dito sulle cicatrici hai imparato a passarlo quando nessuno ti vede, che del pubblico sai farne a meno. Ti basta arrivare a sera, senza indossare nessuna maschera, e aspettare che venga domani.
(minchia, son riuscita a sfrancicarmi i maroni da sola.)
No, scusate. E’ che non so se riuscirò a riprendermi.
Ma no, non sono sconvolta dal prezzo della benzina che ha superato € 1.7, capirai.
Ma no, non è nemmeno per il fatto che anche quest’anno non sarò alla prima della Scala.
Ma no, non è nemmeno a causa dell’uscita del film in 3D di Ligabue (no, dai, siamo seri: ma davvero ce n’era bisogno?)
No. Ho scoperto che anche i Muppets sono comunisti.
Ditemi voi dove andremo a finire.

6 dicembre 2011

le lacrime amare di petra von kant ci fanno una pippa.

Archiviata la pratica TFF sono tornata alla vita di sempre.
Ci aggiungerei anche un purtroppo, ma non voglio correre il rischio di sembrare eccessivamente melodrammatica, che non mi si addice.
Sono stata ricatapultata qui giusto in tempo per vedere le lacrime della Fornero. Che non sono nulla in confronto a quelle che verseremo noi fra poco. E mi limito alle lacrime solo perchè, lo sapete, sono un’inguaribile ottimista, malgrado tutto.
Però mi sono resa conto di essere un po’ stanca. Ieri sera sono andata a letto presto. E alle 21.30 probabilmente dormivo già. Anzi, togliamo pure il probabilmente, visto che una mail delle 21.33 l’ho letta attorno a mezzanotte, quando mi sono svegliata dopo un sogno curioso. Ricordo che c’era la Espe, e stavamo facendo qualcosa di strano. Ma non ricordo cosa. Ho spento la televisione, ho risposto alla mail e ho ripreso a dormire, cercando di non disturbare troppo settechilidigatto.
Sarà che la Espe l’ho vista domenica. Lo spritz più cattivo che la storia ricordi è riuscito comunque a diventare la cosa migliore della giornata. E anche qua, senza nulla togliere alla piacevolissima compagnia della signora di cui sopra, che – fra le altre cose - stamattina mi ha praticamente risolto un quarto del prossimo ponte, ci sarebbe da discutere sul modo in cui tendo a riempire le mie giornate.
Ne parlavo anche ieri con la Sister, del fatto che mi è sufficiente non stare dentro casa per star meglio. Che dovrebbe essere il posto dove uno vorrebbe rifugiarsi per lasciare fuori tutto il resto, solitamente. Ecco, per me è esattamente il contrario.
Sono insofferente. Più del solito, intendo. Potrei dare la colpa all’appropinquarsi delle feste. Di sicuro non posso incolpare lo stress da regalo, perchè ho smesso di farne. Anche se probabilmente qualche pacchettino per qualcuno alla fine ci sarà. Perchè fare regali dopotutto mi piace. Credo che mi piaccia quasi più farne che riceverne. Guardare chi scarta il pacchetto, e vedere aprirsi un sorriso che parte dagli occhi mi fa capire che il pensiero è stato apprezzato. Perche uno sguardo non mente. E rimane impresso.
Più dei gesti.
Più delle parole.

4 dicembre 2011

Innocent Saturday

Come sabato scorso ti ritrovi a far le corse. 
Porta la poison-mamma dalla pettinatrice, abbandonala a casa e scappa al cinema. Il film inizia alle 11.15, è quello che chiuderà la kermesse nella serata ad inviti, e quindi alla proiezione di stamattina si prevede parecchia affluenza. Dev’essere per questo che invece di proiettarlo nella sala 3, la più grande, hanno scelto la 1, dalla capienza decisamente inferiore.
Decido di parcheggiare in corso Francia e di prendere la metropolitana alla stazione Bernini.
Parcheggio. Scendo dall’auto. Se il buongiorno si vede dal mattino pesto un’enorme merda di cane nascosta dalle foglie, bestemmio un po’ mentre cerco il solito parchimetro e/o parcometro, torno all’auto, facendo attenzione a non ripestare la merda, e mi dirigo alla fermata. Dove cazzo è la fermata? Non la vedo. Decido di andare in Principi d’Acaja e sono certa che alla Stratorino ci sia stata gente che correva più adagio. Arrivo al cinema e, come da previsioni, c’è coda. Per fortuna riusciamo a sederci. 


E ci gustiamo Albert Nobbs, interpretato da una grande Glenn Close che si finge uomo per poter lavorare come cameriere in un prestigioso hotel di Dublino. Albert è impeccabile e irreprensibile, lavora e risparmia perchè sogna di aprire presto una sua attività. Nessuno sospetta della sua vera identità, fino al giorno in cui la proprietaria dell’hotel gli dice di ospitare in camera sua Mr. Page, l’imbianchino. 
La pigrizia prende il sopravvento, e invece di spostarmi al Greenwich per vedere Tayeb, Khalas, Yalla / Ok, Enough, Goodbye, resto al reposi per Healt, un inedito di Robert Altman, satira sulla politica degli Stati Uniti, vista attraverso le elezioni del nuovo presidente della Health potente compagnia di cibi macrobiotici e salutisti, durante una convention in un grande hotel della Florida. Fra saltimbanchi, truffatori, imbonitori nani e ballerine si scontrano l’83enne vergine (Dimostro venti anni di meno. E perché? Perché sono vergine. Ogni orgasmo porta via ventotto giorni di vita.) Esther Brill (Lauren Bacall) e la profetica Isabella Garnell (Glenda Jackson). Indubbiamente interessante, ma inevitabilmente datato. 

Doverosa dose di caffeina e di nuovo in coda, per l’attesissimo ultimo film, l’anteprima di Twixt, di Francis Ford Coppola. Un inutile pastrocchio gotico con alcune inutili scene in 3D, in cui uno scrittore di romanzi inutili, un Val Kilmer imbolsito (deve aver seguito la stessa dieta di Alec Baldwin, suppongo) si ritrova in un misterioso paesino con un campanile con sette orologi che indicano sette ore diverse, a presentare il suo ultimo libro. Siccome nel paese non c’è una libreria, l’inutile presentazione avviene in ferramenta, alla presenza dello sceriffo Bobby La Grange, a cui si deve l’unica battuta degna di nota del film: “cosa si prova ad essere lo Stephen King dei poveri?”. Ecco. Il film avrebbe potuto concludersi in quel preciso istante, perchè tutto quello che segue è inutile. Quindi, quando il film uscirà nelle sale (perchè questo uscirà, statene certi), fate una bella cosa: evitatelo, e andate a mangiarvi una pizza. Cosa che io e la bionda abbiamo fatto comunque, ma soltanto dopo.

3 dicembre 2011

388 Arletta Avenue - 50/50 - The Descendants

E così anche questo 29° TFF si è concluso.
E io ho concluso la mia settimana di lavoro part-time. L’anno prossimo cercherò di organizzarmi meglio e, nella settimana del Festival, vedrò di prendere ferie. In modo da riuscire a fare le cose con un po’ più di calma… Tutto sommato è andata bene, ho visto cose interessanti e quest’anno sono pure riuscita a vedere il film che ha vinto (e che mai avrei immaginato potrebbe vincere, ma si sa, io capisco poco).
Ma andiamo per ordine.
Venerdì ho ritoccato i miei programmi iniziali e sono riuscita ad andare a pranzo al ristorante giapponese con tutta la calma del caso, cosa che solitamente, dovendo fare la lotta con la timbratrice non avviene, e mi ritrovo ad ingoiare nigiri come noccioline all’ora dello spritz.
Come sempre prendo la metro e arrivo al cinema. Ho tempo, e ne approfitto per un buon caffè, che quello del ristorante giapponese non è proprio il massimo, diciamocelo.
Prendo posto in sala per 388 Arletta Avenue.

Che è un film bello. Inquietante ed angosciante al pungo giusto. Forse il più inquietante visto finora. Dello stessa regista, Randall Cole, avevo visto, nel 2008, “
Real Time”. La vita di una coppia normalissima viene sconvolta da uno psicopatico che non avrai il piacere di vedere in faccia nemmeno per un secondo, ma potrai vedere quello che succede attraverso il punto di vista del maniaco, tramite le telecamere da lui piazzate sapientemente qua e la nell’abitazione delle due povere vittime inconsapevoli. Brrrrrrrrr.

Arriva il momento di 50/50, interpretata da Joseph Gordon Levitt (già apprezzato in Inception), gradevole prodotto che riesce a far sorridere parecchio nonostante il tema trattato sia drammatico. Adam scopre di avere una grave forma di cancro, e, appreso che la percentuale di guarigione è del 50% affronta la malattia aiutato dall’amico Kyle, da una terapeuta alle prime armi e da una madre ansiosa ed invadente. Forse un po’ prevedibile (che la fidanzata storica sia abbastanza stronza lo si capisce alla prima inquadratura, ad esempio) e con un finale che io probabilmente avrei lasciato in sospeso, ma, tutto sommato, mi è piaciuto. E ad un certo punto mi è pure scesa, a tradimento, la lacrimuccia. Ecco, l’ho detto.
The Descendants è l’ultimo lavoro di Alexander Payne, (A proposito di Schmidt, Sideways) e ci trasporta alle Hawaii, dove Matt King (George Clooney) ricco proprietario terriero (discendente di una famiglia che ha fra i suoi antenati addirittura un re dell’arcipelago), marito distratto e padre assente, è alle prese con la vendita di un terreno di inestimabile valore, quando la moglie, in seguito ad un incidente in motoscafo, entra in coma irreversibile. L’uomo si troverà a doversi confrontare con la nuova realtà, tentando di costruire un rapporto inesistente con la figlia minore, e abbastanza conflittuale con Alexandra, la figlia adolescente. Dalla quale scoprirà che la moglie lo tradiva. Bravissima Shailene Diann Woodley nei panni di Alexandra. ll film, in uscita a febbraio, è interessante. A parte una fastidiosissima colonna sonora, che la musica hawaiana non è esattamente la mia preferita, ecco.