29 novembre 2012

Riassuntini

LONDON - THE MODERN BABYLON
Julian Temple dirige questo film dal taglio documentaristico, usando filmati di repertorio e interviste a gente comune, scrittori, artisti ecc. per raccontare lo sviluppo di una città dai tempi delle colonie ai giorni nostri, con una colonna sonora di tutto rispetto.

28 HOTEL ROOMS
Esordio alla regia per Matt Ross che ci racconta, attraverso gli incontri che si susseguono in 28 stanze d'albergo (mi ero ripromessa di contarle ma arrivata alla sesta ho smesso) la storia di una coppia clandestina, che si conosce una sera in un albergo, e quella che potrebbe sembrare la classica storia da una botta e via evolve e si trasforma nel tempo, diventando un rapporto a cui nessuno dei due vuole rinunciare. A me è piaciuto parecchio.

GOOD VIBRATIONS
La vera storia di Terri Hooley, dall'apertura del suo negozio di dischi (good vibrations) nella via principale di Belfast, negli anni in cui l'irlanda è devastata dalla guerra civile, che diventa, in poco tempo la culla del punk di Belfast, perché, come dirà lo stesso Terri verso la fine del film per spiegare le ragioni del punk, "New York avrà i tagli di capelli, Londra avrà i pantaloni, ma noi abbiamo il motivo!".
Il film è davvero carino, e, chevvelodicaffare, la colonna sonora è di quelle che ti fanno muovere il culo sulla poltrona!

NOI NON SIAMO COME JAMES BOND
E io non vorrei essere entrata in sala a vederlo.
Mi scuserete, immagino, se non ve ne parlo, vero?

COMO ESTRELLAS FUGACES
Un compositore insoddisfatto del suo lavoro e della sua vita va a trovare un amico che vive in Spagna, e si troverà, suo malgrado costretto a dirigere un coro di dilettanti, fra gelosie, rivelazioni, tradimenti e nuovi amori.
Cameo di Serena Grandi. Ma che dico Grandi? Enorme.
Evitabile in scioltezza.

SUN DON'T SHINE
La noia in formato road movie con la protagonista femminile più fastidiosa di un attacco di cistite, il cadavere del marito a marinare nella candeggina nel bagagliaio dell'auto in un'interminabile fuga verso le Everglades. 82 minuti che sembrano non dover finire mai.

 

The sessions

Quando ho letto la sintetica trama sul programma mi sono detta "uppercarità".
Poi la Tiz mi ha fatto cambiare idea.
Grazie Tiz.
Perché il film in questione, che uscirà nelle sale con l'ennesima aggiunta di un paio di parole inutili in italiano al titolo originale, è davvero interessante, e ci racconta la storia vera di Mark O'Brien, poeta e giornalista americano, morto nel 1999 all'età di 49 anni, colpito da poliomielite durante l'infanzia e, da allora, costretto a vivere in un polmone d'acciaio.
Un giorno, in chiesa, confessa al nuovo prete (William H. Macy in grande spolvero) che, arrivato a 38 anni, prima di morire, vorrebbe perdere la verginità.
Per farlo si rivolgerà ad una terapista sessuale, Cheryl.
Ironico e toccante, nel finale mi ha fatto spuntare la lacrimuccia.

 

Robot & Frank

Ambientato in un futuro prossimo, il film inizia con uno scassinatore che, forzando la serrature della porta di ingresso si introduce in una villa, salvo rendersi conto, riconoscendo alcuni oggetti, di essere entrato in casa sua. Quell'uomo è Frank, che ritroviamo la mattina dopo mentre fa colazione in quella stessa casa, dove il caos regna incontrastato.
Il figlio di Frank, preoccupato del progressivo peggioramento delle condizioni di salute dell'anziano padre, che si ostina a voler andare a pranzo da Harry's, che è chiuso ornai da 15 anni, un giorno si presenta a casa dell'uomo con un robot assistente sanitario, affinché si prenda cura di lui, che invece, come prevedibile, non ne vuole sapere. Ma l'alternativa per Frank è la casa di riposo, e questo basterà a convincerlo ad accettare il robot.
Superata la fase del rifiuto e quella di insofferenza nei confronti dell'elettrodomestico la strana coppia instaura un rapporto di pacifica convivenza, fatta di cibo sano, passeggiate nel bosco, giardinaggio. Finché una sera, dopo aver partecipato ad un party benefico in favore della biblioteca, dove lavora la bibliotecaria di cui è innamorato, decide di servirai del robot per riprendere la sua attività di ladro, dando il via ad una serie di situazioni esilaranti.
Commedia ironica che affronta il tema della malattia con insolita leggerezza, ma senza essere irriverente. Una piacevole sorpresa, soprattutto per la sottoscritta, che con l'argomento in questione ha un vissuto ancora troppo recente per poterlo affrontare in scioltezza.
Frank Langella nella parte di Frank è semplicemente perfetto.

 

28 novembre 2012

Citadel

Cambio di programma al volo dopo il parere positivo della Tiz.
Ennesima periferia degradata, Tommy e Joanne stanno per traslocare, e abbandonare il solito orrorifico block in cui vivono. Qua ne abbiamo addirittura un trittico, la cui minacciosa presenza ci fa compagnia per tutto il film.
Sceso a portare delle borse nel taxi che li aspetta in strada, mentre risale dalla moglie, che ovviamente è incinta, con l'ascensore ovviamente difettoso, assiste impotente alla sua aggressione da parte di tre individui incappucciati.
Corsa disperata in ospedale, gli mettono in braccio la figlia appena nata, ma per la donna non ci sono speranze. A seguito del trauma Tommy sviluppa una grave forma di agorafobia.
Nel giorno del funerale della moglie, staccata dalle macchine che la tenevano in vita dopo 9 mesi di coma, il rude prete che celebra il rito funebre, accompagnato da un bambino cieco, gli dice che "loro" torneranno per prendere la bambina.
E infatti.
Tommy dovrà vincere le sue paure e assecondare il prete nel suo piano di distruzione...
Inizio tesissimo che purtroppo perde un po' di intensità nella fase finale.


 

The pervert's guide to ideology.

Slavoj Zizek torna, dopo A pervert's guide to cinema, che non ho visto e che farò in modo di recuperare (se qualcuno si offre volontario io non mi offendo, sappiatelo) a spiegare i messaggi ideologici che si celano nei film, e lo fa con un "tour" che parte da essi vivono di carpenter, passando attraverso la pulsione sessuale di Julie Andrews in tutti insieme appassionatamente, senza dimenticare la coca cola e la sorpresa degli ovetti kinder, lo squalo, taxi driver, l'inno alla gioia e il korova milk bar, full metal jacket, cabaret, la filosofia del cappuccino di starbucks, il cavaliere oscuro, Stalin, Hitler e l'ultima tentazione di Cristo, tornando ad essi vivono per chiudere il cerchio.
134 minuti che passano e non te ne rendi nemmeno conto. Assolutamente interessante, ascoltate una cretina!

 

What Richard did - Call girl - Terrados

Oggi è stata una giornata un po' scarsa, alla fine la cosa più esaltante è stata la visione de Il mucchio selvaggio. Ma andiamo per ordine.
WHAT RICHARD DID 
dello stesso regista che qualche anno fa, qua al TFF aveva presentato "Garage", che era un film abbastanza noioso. Stavolta ci mette un po' più di brio e sposta l'attenzione su un gruppo di 18enni irlandesi, che fanno le cose che fanno i 18enni un po' ovunque: organizzano feste, bevono, trombano ecc. fino al giorno in cui, dopo una festa, scoppia la rissa e ci scappa il morto. Il colpevole è Richard, ragazzo serio, posato e benvoluto da tutti. Alla fine farà quello che ha detto? Mah.
Io in compenso so quello che farò d'ora in poi. Mi terrò alla larga dai film con gli adolescenti per protagonisti, perché non ne posso davvero più.



CALL GIRL
140 minuti per una storia abbastanza pesante su un giro di prostituzione nella Stoccolma degli anni 70, in cui sono coinvolti quasi tutti i rappresentanti di spicco delle maggiori istituzioni del paese. Squallore a palate. Aiutato anche dalla bruttezza di buona parte dei protagonisti, zoccole comprese. Che non ho mai visto tanto pelo pubico in un'unica donna. Impressionante.



TERRADOS
Confesso che per un attimo ho pensato di andarmene a casa, perché iniziavo ad essere un po' provata. Il fatto di non essere riuscita né a cenare, né a prendere un caffè per tutto il pomeriggio probabile che condizionasse non poco la mia decisione. Poi, considerato che il film (in concorso) dura solo 76 minuti, mi sono fermata.
Il livello di disoccupazione in Spagna ha raggiunto cifre spaventose, la situazione non sembra destinata a migliorare. Leo da 5 mesi è uno dei quasi 5 milioni di disoccupati, e, assieme a un gruppo di amici, rimasti senza lavoro come lui, trascorre le giornate sulle terrazze dei palazzi della città.
Un ritratto asciutto e disincantato di una generazione disillusa, dedicato a tutti coloro che, almeno una volta nella vita, hanno perso la strada.
Io, anche stasera, ho ritrovato quella di casa.
Buonanotte.


27 novembre 2012

Dimmi che destino avrò

Avevo in programma la visione di un film cubano alle 9.15, ma stamattina il letto mi ha sedotto, e sono arrivata un po' lunga.
Un commissario di polizia viene incaricato di indagare sul rapimento di una ragazza avvenuto in un campo nomadi.
L'uomo entrerà in contatto con un mondo a lui del tutto estraneo, e, superata la diffidenza iniziale, grazie anche ad Alina, sorella del presunto rapitore, tornata in Sardegna da Parigi dove vive da anni, capirà che i due mondi non sono poi così diversi. Nel momento in cui scatta l'emergenza Rom, e tutti i campi nomadi vengono perquisiti, bambini compresi, il commissario capirà che non è così che dovrebbero andare le cose, perché la lotta contro la criminalità si deve combattere a prescindere dalla razza. Qualche inevitabile luogo comune, soprattutto nella scena in cui, dopo aver invitato Alina ad uscire una sera, quando il commissario la vede dentro il locale vestita con gli abiti tradizionali, si vergogna e se ne va, ma comunque interessante. Fra poco scatta il momento revival della giornata, con la visione di The wild bunch. Del quale credo (e spero) non ci sia bisogno di dire nulla, giusto?

K-11

Esordio alla regia per Jules Steward, la cui figlia quest'estate è finita sulle copertine di tutti i giornali di gossip per aver tradito il fidanzato. Come? Ci è finita perché sarebbe un'attrice famosa? Ma dai? Non ci credo!
Il film è ambientato nel K-11, che pare sia un luogo reale, ovvero un braccio speciale del carcere di Los Angeles, dove per la maggior parte i detenuti sono travestiti o transessuali. Fino al giorno in cui nel reparto fa il suo ingresso - dopo esser stato "comprato" da Gerald, un viscidissimo sorvegliante della sezione - Raymond Saxx (ve lo ricordate quel gran bel manzo del dottor Kovac di E.R.? Ecco, proprio lui), discografico tossicomane accusato di omicidio. Il suo arrivo altererà il delicato equilibrio della sezione, fatto di corruzione, spaccio di droga a strafottere, soprusi vari, alleanze e tradimenti.
Crudo e cattivo.
Decisamente un buon esordio.

 

Blancanieves

Film spagnolo, muto, in bianco e nero, candidato all'oscar. Che il regista, Pablo Berger, è riuscito a realizzare solo grazie al successo ottenuto da The Artist. Che l'oscar l'ha vinto.
Siviglia, anni 20. Il famoso torero Antonio Villalta viene incornato alla fine di una corrida, sotto gli occhi della bellissima moglie Carmen, incinta. Mentre in una sala operatoria tentano di salvare la vita ad Antonio, in sala parto Carmen muore dopo aver dato alla luce una bimba, che il padre non vuole nemmeno vedere. La piccola Carmen cresce con la nonna, mentre il padre, rimasto paralizzato a seguito dell'incidente, si risposa con la perfida Encarna, infermiera che l'ha accudito durante la convalescenza.
Finché, durante i festeggiamenti della prima comunione di Carmen la nonna ha un malore. E muore. La bambina verrà accolta a casa del padre e della matrigna, che le impedirà di vedere Antonio e la tratterà come una sguattera. Molto più Cenerentola che Biancaneve, se stai a vedere. Un giorno, per recuperare il gallo Pepe, finisce nella stanza del padre, che, dopo averle chiesto perdono, le insegnerà i fondamentali della tauromachia.
Ma quella grandissima troia di Encarna non può tollerarlo, e, dopo aver servito a cena il povero pollo alla ragazzina (che son cose che ti traumatizzano per sempre, lasciatemelo dire. Provate a indovinare per quale motivo io non mangio pollo, ad esempio?) uccide il povero Antonio spingendolo giù dalle scale.
Con la scusa di mandarla a raccogliere fiori da portare sulla tomba del padre la fa uccidere dall'autista/amante/sottomesso. Ma viene salvata da un gruppo di nani toreri, che gira il paese con uno spettacolo itinerante. Carmen non ricorda più nulla e i nani decidono di chiamarla Blancanieves, che, scesa nell'arena un giorno per caso, diventerà una bravissima torera, ma...
Una favola amara.
Una bella favola amara.
Con Angela Molina nel ruolo della nonna.
L'attrice che interpreta Carmen/Blancanieves si chiama Macarena Garcia ed è di una bellezza che non si capisce. Che nemmeno se resti segregata per un paio di mesi a casa del signor Photoshop in persona riesci a diventare figa come lei.

 

Whisky Galore!

Ho inserito nel programma questo film del 1949 perché l'alcolizzata che è in me non poteva non rimanere affascinata dal titolo.
In una sperduta isola scozzese, nel 1943, gli abitanti vivono sereni, occupandosi di pesca, allevamento di bestiame and so on. Ma sulla comunità si abbatte una tragedia. Non è la guerra, non è la fame, non è la povertà. È l'esaurimento delle scorte di whisky.
L'isola è in lutto, gli uomini si ammalano e tutto va a rotoli, finché, in una notte piena solo di nebbia, una nave fa naufragio vicino alle coste. Ben presto gli isolani scopriranno che trasportava un carico preziosissimo: 50.000 casse di whisky.
Da quel momento scatta l'operazione recupero, ostacolata dal perfido servitore della legge Waggett, che, per impedire un atto illegale, non esiterà a chiamare il fisco.
Nonostante il film sia addirittura più vecchio di me, si gusta davvero con divertito piacere. Come un ottimo whisky invecchiato.

26 novembre 2012

Wadjda

Visto che ieri sera non mi sono addormentata durante Ruby Sparks, che altrimenti avrei visto oggi alle 14,30, avendone sentito parlare bene sono andata a vedere questo film di una regista dell'Arabia Saudita che, mostrandoci la terrificante condizione in cui vivono le donne in quel paese, ci racconta, senza usare toni troppo drammatici, le vicende di Wadjda, adolescente di Ryadh, che vive con la madre e un padre spesso assente e che vuole a tutti i costi una bicicletta, cosa che si scontra con le rigide regole islamiche che impediscono alle donne di condurre una vita normale.
Debutto alla regia di Haifaa Al Mansour, prima donna a realizzare un film nel suo paese. Andrebbe visto anche solo per questo motivo.

 

Tower block

"Sono solo"
"Mi dispiace"
"Ci si abitua. La domenica è il momento peggiore".
Solo a me ricorda qualcosa?

Periferia di Londra. Un ragazzino viene inseguito fino all'ultimo piano di un palazzone fatiscente (un tower block, appunto) ma arrivato lì viene raggiunto dai suoi due inseguitori incappucciati, e pestato a morte. A parte Becky, una delle inquiline dell'ultimo piano, che non si fa mancare la sua bella dose di mazzate, nessuno interviene in suo aiuto. Ma, quando la polizia indaga, nessuno avrà visto nulla. Passano i mesi e gli abitanti del palazzo sono tornati alla vita di sempre, Paul beve, Jenny maltratta i figli, Daniel passa il tempo giocando a Battlefield, Kurtis si fa pagare per offrire "protezione", ecc., e tutti attendono il momento in cui il casermone - che si chiama "serenity house" - verrà sgombrato e loro rialloggiati.
Una mattina, mentre Becky sta facendo colazione con un ragazzo che potrebbe diventare il suo fidanzato, un colpo di fucile lo centra in pieno viso, seccandolo all'istante. Ciao, fidanzato, ciao. E la stessa sorte sta capitando in tutti gli altri appartamenti.
I superstiti si ritrovano nel corridoio, i rancori reciproci vengono momentaneamente messi in secondo piano per lasciare il posto ad una tacita alleanza per cercare di sfuggire al misterioso cecchino che non smette di tenerli sotto tiro, in un crescendo di tensione che si mantiene inalterata per tutta la durata del film.
Teso, ruvido e cattivo.
Bello proprio.
Tenetelo d'occhio.

 

Ruby Sparks

"Attenti a ciò che desiderate, potreste ottenerlo".
Calvin è un giovane scrittore che, dopo aver pubblicato un romanzo di successo si trova alle prese col classico blocco dello scrittore.
Non ha una vita sociale, non ha una compagna, ha rapporti soltanto con il fratello e il suo psicologo, finché non inizia a sognare una misteriosa ragazza che corrisponde perfettamente al suo ideale di donna.
E un bel giorno questa ragazza gli si materializza in casa.
Calvin è il primo ad essere sconcertato ed incredulo, e, dopo aver verificato che Ruby è reale, perché la vedono ed interagiscono con lei anche le altre persone, inizia la relazione perfetta, aiutato dal fatto che Ruby fa esattamente quello che Calvin scrive.
Ma arriva un momento in cui, dopo aver "concesso" un po' di legittima indipendenza alla ragazza inizia a temere che lei possa lasciarlo, e, continuando a scrivere il suo romanzo, che poi è la sua vita, si arriva al momento in cui Calvin realizza che la magia e l'amore non possono essere frutto esclusivo della sua manipolazione, e, in una scena intensissima in cui rivela alla ragazza quello che sta succedendo, con la macchina da scrivere che sembra trasformarsi nell'arma del delitto, Calvin "if you love somebody set them free", decide di liberare Ruby.
Finirà di scrivere il romanzo, che diventerà un successo finché un giorno, portando a spasso il cane, incontrerà una ragazza...

"Però non dirmi come finisce, ok?"
Perchè presumibilmente nessuno di noi lo vuole sapere, come va a finire. Almeno, per quanto mi riguarda funziona esattamente così.
Un film decisamente interessante, intelligente, dolce e malinconico.
Esattamente come me, quando sono uscita dalla sala (no, non interessante intelligente e dolce, solo malinconica).

P.S. : anche qui, come in "Imogene", Annette Bening nel ruolo della mamma un po' svarionata.
C'è un curioso filo che unisce alcune pellicole viste finora: , oltre Annette Bening, in Ruby Sparks ad un certo punto si sente in sottofondo "la donna è mobile" che si ascolta anche in Quartet, dove la direttrice è la protagonista di Tower Block, assieme all'attore che ha recitato in The liability, mentre il fratello di Calvin è il protagonista di 28 Hotel Rooms...

Christmas with the dead

Tratto da un racconto di uno dei miei scrittori di culto, Joe Lansdale, che all'ingresso in sala viene accolto da un'ovazione, e sceneggiato da suo figlio, è un film girato con pochi mezzi e, per usare le parole del regista, con meno soldi di quanti ne siano stati spesi soltanto per il caffè durante le riprese di transformer.
Cosa che, in effetti, si nota abvastanza.
La notte della vigilia di natale, a seguito di uno strano temporale magnetico, tutte le persone tranne Calvin, che stava dormendo sul divano (io lo dico sempre che il divano risolve un sacco di problemi), muoiono. Per poi risvegliarsi zombie un po' minchioni.
Calvin continua in qualche modo a condurre la sua vita, determinato comunque a festeggiare il natale, nonostante sia arrivato giugno.
Carino, senza troppe pretese.

25 novembre 2012

Imogene

Oh, finalmente una commedia che mi ha strappato un bel po' di risate. Che già solo il personaggio interpretato da Matt Dillon, un cialtronissimo agente della CIA che si chiama George Bouche sarebbe un motivo sufficiente. Ma non l'unico.
Anche la scena iniziale in cui la piccola Imogene sta provando il mago di Oz per la recita scolastica e trova da ridire sul fatto che lei, dopo essere stata a Oz, col cazzo che tornerebbe a casa in una merdosa fattoria del Texas.
E poi ritroviamo Imogene adulta, a New York, ad un esclusivissimo
party con le esclusivissime snobbissime amiche, che, mentre torna a casa viene anche lasciata dal fidanzato. Quindi tenta un finto suicidio e all'ospedale, non potendola trattenere per un TSO viene affidata alle cure della bizzarra madre, con cui non ha rapporti da anni.
Applausi a scena aperta per una commedia molto americana, ma davvero molto molto carina.

 

Arthur Newman

Ah, il disagio.
Come lo patisco, io.
Wallace Avery, divorziato, con un lavoro che non lo soddisfa, un figlio adolescente con cui non ha un rapporto, cazzi, mazzi e palazzi, invece di farsi un'amante e comprarsi la moto si compra una nuova identità e una decappottabile e sparisce. Sul suo percorso incontra Charlotte Fitzgerald, che gira coi documenti della sorella e in quanto a disagio potrebbe tenere lezioni all'università.
I due iniziano un viaggio verso Terre Haute, dove, con la sua nuova identità - Arthur Newman, appunto - lo attende un lavoro di istruttore di golf.
Ogni tanto si infilano nelle case di qualcuno assumendone temporaneamente l'identità, e poi ripartono. E alla fine decidono che forse non ne valeva la pena.
La noia - almeno la mia - si mantiene a livelli medio alti per tutta la durata del film.

Nameless gangster: rules of the game

Adesso dirò una cosa abbastanza stupida (tanto dovreste esserci abituati): i coreani si assomigliano tutti. Se poi li fai anche appartenere alla stessa famiglia, e si chiamano tutti Choi qualcos'altro capisci anche tu che io vado in confusione. Comunque, in 133 minuti assistiamo all'ascesa, declino e riabilitazione di Choi sarcazzo, che, da semplice poliziotto corrotto, grazie ad una parentela di decimo grado con un gangster già affermato, e che, essendo anche belloccio nonché maestosamente tatuato non rischi di confonderlo con nessun altro, entra nel mondo della criminalità organizzata, arrivando ai vertici dell'organizzazione, fra inganni, gioco d'azzardo, vendette e rappresaglie, mentre un ambizioso procuratore fa di tutto per porre fine all'egemonia criminale che dilaga nella provincia.
Il protagonista ha il phisique du role di Cetto Laqualunque, ed è il gangster più infame, viscido e meschino che io ricordi.
E io che speravo che questo film riuscisse ad entusiasmarmi, se non allo stesso modo almeno un pochino, come fece l'anno scorso The Raid, dove per ben due volte durante la proiezione partirono applausi a scena aperta, sono rimasta delusa.
Qua l'applauso non è partito nemmeno alla fine del film. Il che vorrà pure dire qualcosa.

The liability

Da qualche parte in Inghilterra, un energumeno biondo di cui non si sa nulla, a parte che ha una pistola, sale in macchina, e un killer appostato sul sedile posteriore lo uccide strangolandolo (o lo strangola uccidendolo, fate voi), e termina il lavoro mozzandogli le mani.
Sempre da qualche parte, in Inghilterra, un 19enne ha un incidente su una strada semi deserta, scende dall'auto distrutta senza nemmeno un graffio, la fotografa con l'iPhone e se ne va.
Lo ritroviamo nella villa del patrigno, intento a giocare con la Playstation, quando nella stanza irrompe Peter, il patrigno, appunto, che gli distrugge la console a colpi di mazza da golf.
Poi lo convoca nel suo ufficio e, sfidandolo ad una partita a freccette, gli propone un lavoro per ripagargli l'auto da 61.000£ distrutta, scontandogli le 150£ della Playstation.
Abbandonata la stanza per rispondere a una telefonata di "lavoro" il ragazzo, rimasto solo, ne approfitta per sbirciare sul portatile dell'uomo, scoprendo una cartella di foto di giovani ragazze segregate.
Qualche giorno dopo il patrigno gli organizza un appuntamento di lavoro, ed entra in scena Roy, (Tim Roth, uno dei motivi per cui volevo assolutamente vedere questo film, che, comunque, come annunciato da Gianni Amelio prima della proiezione, è già stato acquistato, e quindi verrà distribuito) , misterioso e taciturno personaggio.
Ben presto il giovane scoprirà che il vero lavoro di Roy non è installare cucine, come Roy gli ha fatto credere, ma ammazzare le persone, mozzandogli le mani. Ma non sarà l'unica cosa che scoprirà.
Mi è piaciuto, anche se, in alcuni punti, un maggior approfondimento avrebbe sicuramente giovato alla storia.
Tim Roth non delude.

 

24 novembre 2012

Compliance

Se vi serve una prova di quanto possano essere incredibilmente stupidi gli americani, per non dire di peggio, Compliance è il film perfetto. Io la conferma l'avevo già avuta a gennaio, all'aeroporto di St.Martin, quando, ad uno degli innumerevoli controlli ho visto un poliziotto chiedere ad una ragazza di togliersi... gli anfibi? Le all star alla caviglia? I texani in coccodrillo? No. Le havaianas. E ho capito che non c'era più speranza.
Perchè il film è basato su una storia vera. Siamo in un fast food, quando la responsabile riceve una telefonata. Dall'altra parte della cornetta un fantomatico poliziotto, che si presenta come agente Daniels, la informa che Becky, la ragazza alla cassa, avrebbe derubato una cliente del locale che era da lui a sporgere denuncia, e che esistevano dei testimoni. Sandra dopo un'iniziale perplessità che dura troppo poco, decide di credergli, e prende il via una delirante telefonata in cui Daniels ordina alla donna di fare tutta una serie di cose, coinvolgendo a poco a poco tutti gli altri dipendenti e pure Van, il fidanzato di Sandra, che si farà prendere un po' la mano (e anche altro, ma in bocca, dalla povera Becky) fino a quando un dipendente del turno del mattino, passato nel locale per bere un milkshake, chiamato a dare il cambio a Van, capisce che c'è qualcosa (tutto, a dire il vero) che non quadra. E finalmente nel locale arriva la polizia. Quella vera, stavolta.
Assurdo. E soprattutto irritante, visto che cose del genere sono successe, e non una volta sola.

 

Quartet

Esordio alla regia di Dustin Hofmann, che ci porta nella campagna inglese, in una casa di riposo per ex artisti e musicisti, dove fra acciacchi più o meno gravi gli ospiti conducono una vita tranquilla, impegnando il tempo con le prove per la serata di gala che si terrà nel giorno del compleanno di Giuseppe Verdi, serata destinata a raccogliere fondi per sovvenzionare la struttura. Il quieto vivere della comunità viene messo in discussione quando nell'ospizio arriva Jean, una nuova ospite.
Ironico, a tratti malinconico, mai triste.
Maggie Smith, al solito, è strepitosa.


 

The lords of Salem

Partiamo dal presupposto che questo non è il mio genere e che quindi questo film potrebbe essere un capolavoro, ma, non essendo io pratica, facile che mi sia persa il senso intrinseco, estrinseco e quant'altro.
La protagonista, Heidi, è la discendente del reverendo che nel 1692 mandò sul rogo le streghe di Salem, lavora in una radio, e un giorno riceve non si sa da chi, un vinile racchiuso in una scatola di legno.
Nel frattempo sul suo pianerottolo, dall'alloggio eternamente sfitto, succedono cose strane, i lampadari oscillano, compaiono i topi, sanguinano i muri, lei sogna di partorire un'aragosta, che mi aspettavo comparisse Will Smith a dirle "complimenti signora è un bellissimo calamaro".
E invece. Stava sognando.
Sogna anche di fare un pompino a un prete in chiesa. Minchia come siamo dissacranti.
Poi ovviamente le torna il desiderio di farsi di crack, vuoi mica lasciar perdere?
Si vedono delle capre, ma del resto lei si chiama pur sempre Heidi.
E niente. L'unica cosa che mi è piaciuta, di Heidi, sono i suoi tatuaggi.
Ma a questo punto aspetto di sentire l'opinione di qualche estimatore del genere, perché voglio capire cosa mi sfugge.
Non fa paura, non fa ribrezzo, non fa ridere, non fa riflettere. Però fa annoiare. Abbastanza.


Holy motors - No

HOLY MOTORS
Sono un po' in imbarazzo.
O semplicemente sono solo stupida.
Cos'è realtà? E cosa finzione? Ma soprattutto, qual è il confine tra ciò che sembra vero e ciò che non lo è, anche se potrrebbe esserlo?
Non mi era mai successo in tutta la mia carriera di spettatrice, dı vedere un film così strano, visivamente perfetto, allegorico e visionario, di non capirci una beata minchia ma, nonostante tutto, di riuscire a trovarlo un gran bel film.
Denis Lavant è bravissimo.
Ed Eva Mendes sempre una figa spaziale.



 

NO
No, ecco. Non l'ho visto. Cioè, un po' l'ho visto. Un po' l'ho intravisto con un occhio solo, e un po' l'ho dormito clamorosamente.
Nei momenti in cui ero sveglia, del tutto o in parte, sembrava anche carino, di sicuro meglio di Toni Manero.
Anche perché, diciamocelo, peggio era impossibile.
Domani prometto di applicarmi di più.

23 novembre 2012

Chained

Sono uscita dall'ufficio e sono riuscita ad arrivare alla fermata in contemporanea al tram. Cosa alquanto apprezzabile.
Sono arrivata all'ingresso del cinema e c'era già coda. Ma era per un film in un'altra sala. Infatti quando hanno aperto le porte sono riuscita ad entrare fra i primi, nonché sedermi nel mio posto preferito in questa sala. Cosa alquanto apprezzabile n. 2.
Considerato che sono le 17.30 mentre sto scrivendo 17.30 ho la vaga sensazione che il film non inizierà in orario.
Ma alla fine hanno limitato i danni, cavandosela con 10 minuti. C'era pure la Lynch in persona a presentare il film.
Che è una bella storia malata, con Vincent D'Onofrio che fa il taxista serial killer psicopatico, che l'ho visto la settimana scorsa in un episodio di Law & Order e fa un po' strano ritrovarlo in un ruolo agli antipodi.
Claustrofobico, forse un po' tirato per le lunghe e ad un certo punto anche prevedibile. Nel senso che io avevo capito che...
Ma si salva in corner col colpone di scena finale.
Insomma, visto che non sapevo bene cosa aspettarmi, direi che la sufficienza piena la merita tutta.

 

Ci siamo

L'abbonamento al TFF è stato fatto.
Un'ora di coda passata a chiacchierare con la Tiz e la Bionda, più altri due simpatici signori e un ragazzino di tutto un po', dall'Atalante di Vigo al malfunzionamento delle biglietterie, al film di Jennifer Lynch - che io vedrò oggi pomeriggio - che potrebbe essere indifferentemente un capolavoro, una cagata o un puntatone di Criminal Minds, alla protesta di Ken Loach, a quello che vedremo o quello che non vedremo, alla dieta sana che ci attende questa settimana, e tutto il resto.
Insomma, il Torino Film Festival sta per iniziare. 
Alle 16.15 abbandonerò l'ufficio per tornarci il 3 dicembre.
Fra l'altro il 3 dicembre coincide col rientro dal periodo di aspettativa della bionda collega surfista dalle tette rifatte, per il quale, io ve lo dico, non sono affatto pronta.
Spero di riuscire ad aggiornare anche il blog, fra un film e l'altro, anche se i potenti mezzi a mia disposizione (uno smartphone) non mi consentiranno di fare grandi cose.
Facilmente non vi accorgerete della differenza.
Il programma di oggi prevede:
- 17.30 "Chained" di Jennifer Lynch
- 19.45 "Holy motors" di Leos Carax
- 22.15 "NO" di Pablo Larrain.
Pablo Larrain è il regista di Toni Manero. E NO è una grossa sfida, per la sottoscritta. Perchè... no, non posso pensare a Toni Manero. Altrimenti inizio a grattarmi dal fastidio.

Il sospetto

 
Ho visto il trailer de "il sospetto" il pomeriggio in cui andai a vedere Oltre le colline.
Alla fine del quale, l'anziano signore seduto accanto a me ha sussurrato alla moglie (o amante, badante, sorella, amica, fa lo stesso): "dev'essere un film su qualcuno che è sospettato di qualcosa". Del resto pure io, fino a quell'istante non sospettavo nemmeno lontanamente di essere seduta vicino ad un genio. Son cose che possono capitare, in fondo.
Il film è uno di quelli che riesce a farti girare i coglioni vorticosamente per quasi tutta la sua durata, non perchè sia brutto, ANZI. Perchè mostra come da un sospetto, appunto, le cose montino basandosi sul nulla o quasi e si espandano in maniera progressiva, fino a quando non riesci più a controllarle, e la vita di una persona, in questo caso Lucas, maestro d'asilo accusato del crimine più infamante - molestie sessuali nei confronti della piccola e angelica Klara, figlia del suo migliore amico - venga trasformata dall'oggi al domani in un incubo ad occhi aperti, dal quale non riuscirà più ad uscire, nemmeno quando verrà giustamente scagionato da tutte le accuse.
Perchè il sospetto ormai si è insinuato come un cancro nella mente di tutta la comunità, a partire dalla direttrice dell'asilo, che partendo dal presupposto che "i bambini non mentono. Mai", butta benzina sul fuoco della calunnia.
Che poi, una bimba che perde la strada di casa perchè troppo impegnata a cercare di non calpestare le righe di giunzione sulle lastre del marciapiede, capisci anche tu che probabilmente qualche problema ce l'ha già di suo (ve lo devo dire che questa cosa di non calpestare le righe la facevo pure io? meglio di no, vero?).
La cagnetta di Lucas, che si mette ad abbaiare ogni qual volta venga nominato il nome dell'ex moglie, come i cavalli quando si nomina Frau Blücher in Frankenstein Junior, è l'unica cosa che riesce a strappare un sorriso.
Mads Mikkelsen, da me già apprezzato in Pusher di quel genio di Nicolas Winding Refn (di cui aspetto curiosa come una scimmia che esca "Only God Forgives") è molto ma molto bravo a rappresentare l'incredulità, lo smarrimento, la rabbia, la paura.

22 novembre 2012

Alì ha gli occhi azzurri

Dogma de noartri.
Io la detesto la camera a mano.
Lo so, è un'informazione di cui potevate tranquillamente fare a meno.
Come io avrei potuto fare a meno di andare a vedere il film.
Ma credo di aver già accennato più e più volte al problema che ho con la curiosità, che mi spinge a fare cose che, con il tanto decantato quanto inutile senno del poi avrei potuto evitare.
Detto ciò, oggi è giovedì, non fa freddo e sto abbastanza bene.
Che dire?
Alì ha gli occhi azzurri sto par de ciufoli.
Che io ho pensato - voi siete (quasi tutti) giovani e non ve lo ricorderete - a quel pezzo di marcantonio di Sterling Saint Jacques, niente a che vedere con una capasanta, che, nei lontanissimi anni 80 divenne famoso per essere un uomo di colore dagli incredibili occhi azzurri. Che poi si scoprì che erano azzurri grazie all'ausilio di lenti a contatto colorate. Bah.
Una settimana nella vita di Alì, che, oltre a non avere gli occhi azzurri, ha 16 anni, è un egiziano nato in Italia, e per questo motivo non ha ben chiaro quale sia il suo mondo. Se quello delle sue radici egiziane, fatto di tradizioni e regole che, nel paese in cui è nato, gli sembra non abbiano un senso. Infatti, contravvenendo alle regole della sua religione, ha una fidanzata, italiana. E questo rapporto è inaccettabile per i genitori.
Ma, non essendo disposto a rinuciare all'amore di Brigitte, se ne va di casa.
Passa le giornate fra scuola, con l'inseparabile amico Stefano, pomeriggi in discoteca, risse, per non farsi mancare niente rapinano un supermercato prima e una puttana poi.
La notte dorme dove capita.
Quando finalmente riesce a far l'amore con Brigitte, lo fa con una canzone di Gigi d'Alessio in sottofondo. Alì, io te lo dico, ma se ascolti Gigidalessio col cazzo che ti integri.
E, se parlando dei tuoi genitori col padre di Stefano gli dici "lo vedi che so' popo arabi?", non è che poi puoi prendere a cazzotti il tuo amico quando ti dice che ha dato un bacetto a tu' sorella. E daje, su.
I giorni che passano sono scanditi dalle scritte sullo schermo, in italiano e in arabo.
Arrivati a mercoledì sera ha iniziato a prendermi lo sconforto.
Al venerdì mi sono beccata anche la preghiera in moschea.
Adesso mi manca un film coi buddisti e faccio poker.
Per fortuna una settimana passa in fretta.
Come? Sono la solita superficiale e non ho colto il messaggio, il disagio, la speranza, e stigrancazzi?
Esatto.

21 novembre 2012

Fill the void - La sposa promessa

 
Premessa: il mio rapporto con la religione (qualunque religione) è inesistente. Quindi è possibile che io dica cose che potrebbero urtare la sensibilità di qualcuno. 
Il film si concentra sulle vicende di una famiglia ebrea ortodossa di Tel Aviv e, devo capire se in maniera volontaria o meno, offre alcuni spunti ironici a partire dalla scena iniziale, in cui la diciottenne Shira, in compagnia della madre, "spia" il suo promesso sposo nel reparto latticini di un supermercato.
Tornando a casa, incontra la sorella Esther, al nono mese di gravidanza, e le manifesta tutta la sua gioia ed eccitazione per il sogno che sta per realizzarsi. Nella misura in cui sposare uno sconosciuto possa essere considerato un sogno.
Durante la festa di Purim, mentre il padre di Shira distribuisce doni ai poveri, dopo essersi fatto consegnare le chiavi della cassaforte dalla madre ("Quanto prendi?" "3000") Esther ha un malore, e, senza indugiare nemmeno un istante sul momento in cui la tragedia si compie, ci troviamo al cospetto di una famiglia distrutta dal dolore, mentre in sottofondo si sente il pianto del neonato.
Il fidanzamento di Shira viene rimandato, fino al momento in cui la madre scopre che Yochai potrebbe trasferirsi in Belgio con il nipotino, per sposare una vedova, che lui ha conosciuto da bambino. ("E com'è?" chiede la suocera. "Non me lo ricordo"). Non potendo sopportare un altro dolore così ravvicinato, dopo la perdita della figlia, pensa che Yochai potrebbe sposare Shira.
La ragazza, nell'apprendere la notizia è giustamente turbata, per una serie di motivi che vanno dalla differenza d'età con il cognato, alla rinuncia al suo sogno di un fidanzamento e conseguente matrimonio romantico come previsto dalla tradizione. Mentre attorno a lei un'altra ragazza della comunità annuncia il suo prossimo matrimonio, mentre la sorella maggiore, Frida, continua a non trovare un uomo che la voglia, mentre tutti continuano a ripeterle "auguri, che tu sia la prossima", Shira inizia a pensare che sposare Yochai sia l'unica cosa giusta da fare. 
Fra decisioni e ripensamenti, consulti con il rabbino interrotti da un consulto sulla scelta di un forno, arriviamo a vedere Shira vestita da sposa, truccata senza l'ausilio di un mascara waterproof che si trova al cospetto di Yochai. Che - io non so cosa succeda in un matrimonio ebraico - sembra reduce da un T.S.O. a base di mescalina.
E, nel momento in cui varcano la soglia di casa, e lui (che, fra parentesi, è anche un gran bel tipo, nonostante i peyot) potrebbe finalmente ribaltarla a 90° sul tavolo della cucina... niente. Fine.
 


19 novembre 2012

Any given sunday

Visti i precedenti, attendevo con un po' di timore l'arrivo della domenica, che, invece, è scivolata via abbastanza liscia. Niente di eclatante, ma non ho avuto i turbamenti delle due precedenti, e questa mi sembra già una gran cosa.
Se solo riuscissi a dormire un po' di più, già questo aiuterebbe. Perchè svegliarsi alle 7.30, di domenica, se non ti stanno aspettando da nessuna parte, non è assolutamente utile, per il proseguimento della giornata.
Ma, siccome nel perdere tempo sono bravissima, sono arrivate le 11.00 e io non avevo ancora combinato niente, tranne bere un tot di caffè e accendermi un paio di sigarette, leggere un intervista a Serpico e cercare di dissuadere il gatto dallo starmi appiccicato come una patella allo scoglio.
Poi, visto che al sabato c'è troppa gente, e io non sopporto la confusione, sono andata a fare la spesa.
La spesa la domenica, a ridosso dell'ora di pranzo, è fantastica. Non c'è praticamente nessuno, tranne i disadattati come la sottoscritta.
Uscendo di casa mi sono fermata a buttare la plastica. Cosa che, non pensavo, è riuscita a farmi ridere.
Poi, una volta espletata la pratica spesa, non so se abbiano fatto l'annuncio a reti unificate in tv, ho passato un paio d'ore a... stirare.
Per farmi compagnia durante una delle innumerevoli attività in cui do il meglio del mio pressapochismo, ho scelto 13 assassini, che aspettava solo il momento giusto per essere visto. 
Film davvero notevole. Crudeltà e poesia che si mischiano come il sangue nel fango durante la battaglia finale. Oddio, finale. Come durante la battaglia che si protrae per oltre metà film. Ok, dai,  forse non è propriamente un film da "femmine".
Però a me è piaciuto. Che significhi qualcosa?
Comunque era così tanto tempo che non stiravo che nel mucchio ho trovato delle t.shirt che avevo dimenticato di avere.
Che vita difficile.
 
 

18 novembre 2012

007 - Skyfall

Il cinema di provincia, con le poltrone inclinate che se appoggi i piedi sui supporti dei sedili davanti ti sembra di essere dal ginecologo, ha ospitato me e la bionda per il recupero dell'ultimo (magari!) film di Bond. Nell'altra sala c'era Twilight, quindi la folla era tutta intruppata di là.
Entriamo in sala, ci vediamo il trailer di 7 psicopatici, poi quello di Twilight, per finire con il film sul concerto di Vasco Rossi, e il film del concerto dei Queen, poi il trailer di... Twilight e quindi il film del concerto di Vasco Rossi. No, non sono io che mi ripeto.
Poi inizia il film. E la barbona dietro di me, con un tempismo che nemmeno in Svizzera, apre il suo sacchetto di pop corn. Senz'altro se l'è portato da casa, perché se non altro il pop corn del cinema hanno la decenza di vendertelo nell'immondo bicchierone.
Il sacchetto fa un rumore tale che sembra che il dolby sorround sia tutto lì dentro.
La maledici fino alla settima generazione e ti godi - si fa per dire - l'inizio del film. A Istanbul (ebbene si, di nuovo Istanbul. Pare che quest'anno abbiano girato tutto là) c'è il nostro James impegnato a recuperare un file contenente il database di tutti gli agenti infiltrati in ogni dove, sparito misteriosamente. Dopo un inverosimile inseguimento in moto sui tetti della città ci spostiamo in scioltezza sul tetto di un treno dove l'agente di supporto, in contatto con gli uffici dell'Mi6 a Londra, eseguendo gli ordini di M preme il grilletto e spara. E colpisce Bond. Che cade. E precipita dal ponte più alto di tutta la Turchia. Finisce in acqua, e poi, per non farsi mancare niente, precipita pure nella cascata.
Fine.
Ah no. Siamo solo ai titoli di testa. Che, c'è da dire, nei film di 007, sono sempre bellissimi.
A Londra tutti sono dispiaciuti per la scomparsa di Bond, che, nel frattempo, in qualche isola presumibilmente del centro America, si sta scopando e bevendo tutto quello che entra nel suo raggio d'azione. Vedere Bond che beve a canna la peggio birra del mondo fa male, io ve lo dico.
Nel frattempo a Londra un'esplosione distrugge gli uffici dell'MI6 violando tutti i sistemi di sicurezza della struttura. Bond decide che è ora di tornare, vola a Shangai, sistema i conti col tizio di Istanbul (apro parentesi: Shangai è l'unica città della Cina che io vorrei visitare e la scena col pannello luminoso con le meduse esteticamente è la migliore del film. Chiusa parentesi). Da Shangai la scena si sposta a Macao, dove Bond incontra Severine, la gnocca di turno. A sto giro se la tromba banalmente sotto la doccia, ma in barca. Poi finalmente si dirigono dal cattivo.
Vengono fatti prigionieri dall'equipaggio, arrivano al cospetto di Bardem (e qualcuno mi deve spiegare perché me lo devono sempre truccare come un mentecatto. Perché quando lo vedi rivaluti immediatamente l'orribile acconciatura che sfoggiava in "non è un paese per vecchi"), sparatoria, arrivano i nostri in elicottero e catturano il perfido Javier.
Fine.
Ah no, è l'intervallo.
Siamo di nuovo a Londra, ma nei nuovi uffici, Thiago Rodriguez aka Silva aka Bardem è prigioniero, evade, Bond gli dà la caccia ecc.ecc.
Lungo, lungo, lungo, lungo.
Inutilmente lungo.
Abbastanza noioso.
L'ho già detto lungo?
Poi per fortuna finisce.
Da quando l'agente con licenza d'uccidere ha la faccia di Craig c'è stata una progressione esponenziale.
In peggio.
Casino Royale era un buon film. Già solo per la scena iniziale in Madagascar, che mischiava inseguimento e parkour.
Quantum of Solace era abbastanza innocuo. Anche perchè non mi sembra il genere più congeniale a Marc Forster. Senza infamia e senza lode.
Questo è soltanto lungo.
Troppo lungo.
L'ho già detto lungo?
 
 

17 novembre 2012

Na botta de curtura.

 
Ed è arrivato un altro fine settimana.
Come al solito al sabato in genere smetto di fare le corse per incastrare tutte cose, e mi rilasso.
Mettiamo subito  in chiaro che, da questo punto di vista, sono assolutamente privilegiata, perchè, al grido di "morta io, morti tutti", non devo veramente rendere conto a nessuno di orari e spostamenti, quindi, una volta che ho rispettato impegni lavorativi, palestra, ingresso al cinema e altre minchiate del genere, nessuno mi aspetta a casa morendo di fame, non devo recuperare figli e/o nipoti in giro facendo i salti mortali e cose di questo genere. Ci sono i pro e i contro, ovviamente. Che ogni tanto qualcuno che mi aspetti a casa che non sia il gatto mi piacerebbe pure trovarlo, mica dico di no. Che mi apra la porta con addosso solo un paio di jeans, a dorso nudo, con un bicchiere di rum in mano e senza dire una parola mi infili la lingua in bocca, ad esempio.
Scusate. Probabilmente sto vedendo troppi film, ultimamente.
Il fatto che nei film che vedo si trombi più o meno quanto in un episodio di Heidi è un fatto del tutto marginale fra l'altro. Che io mi faccio anche un sacco di film, tutti nella mia testa, dove l'unica cosa che abbonda è lo spazio vuoto.
Stavo Dicendo?
Ah, sì, che mi rilasso.
Mi rilasso a tal punto che non ho nemmeno preso appuntamento col gommista per far piazzare le gomme invernali, quelle che dovrebbero essere obbligatorie dall'altro ieri, per intenderci. E no, non le ho le catene. Tanto anche se le avessi non sarei in grado di montarle. Semplicemente spero che mi dica culo e non nevichi ancora per un po'. Fino al dicembre del 2056, ad esempio. Che, se i miei calcoli son giusti, dovrei gia essere stata cremata da un pezzo.
In compenso, per la suddetta auto, ho pagato l'assicurazione. Che male.
Poi mi sono portata in città, che la Tiz aveva prenotato la visita a Palazzo Madama per la mostra di Robert Wilson.
Prima che ve (e me) lo chiediate, vi rispondo. No, di arte io non capisco una beata minchia. Ma mi piacciono le mostre fotografiche.
E questa è davvero notevole.
E mica solo per Brad Pitt in boxer (quel calzino bianco, cristoddio, non si può vedere comunque, arte o non arte), ma per altre splendide immagini. Salma Hayek ti lascia senza parole, ma anche Boris il porcospino non scherza.  
La mostra dura fino al 6 gennaio. Se siete in città, sia che siate cittadini sia che siate turisti in visita, approfittatene. Non fosse altro che Palazzo Madama, a partire dall'imponente scalone barocco dello Juvarra, è un contesto splendido.
Io invece sto per andare a vedere Skyfall.
Domani, se gli sponsor mi pagano bene, magari ve ne parlo.

16 novembre 2012

7 psicopatici. 8 coi distributori.

"Hans, tu non bevi niente?"
"Nooo, io prendo il peyote!"
 
 
Che io questo film lo volevo vedere a qualunque costo. Che quando vado in fissa con qualcosa non ci sono cazzi.
Mi sono addirittura spinta fino al Lingotto, in un UCI. Che per mè è il male fatto a forma di multisala. Dove, nella mia vita, credo di essere entrata di mia sponte un'unica volta, in precedenza. Per andare a vedere Alpha Dog. Che, come in questo caso, era uscito solo lì. Sopportando la mezz'ora di pubblicità coatta, il fetore di quella roba che ti spacciano come pop-corn, la gente che rumina (machecazzotimangi?) beve e fa tutto un genere di cose che non bisognerebbe MAI fare al cinema. A tal proposito vi consiglio di leggere l'ultimo post dell'hombre, che io pensavo di stampare e appendere all'ingresso di ogni sala cinematografica della galassia.
Oltretutto "qualunque costo" significa anche che gli UCI non accettano la tessera Aiace, quella che mi fa pagare ogni ingresso in sala una cifra variabile dai 4.50 ai 5.50 €. E invece, prezzo pieno.
Ma li mortacci de Pippo.
Oltre al cast strepitoso, dello stesso regista, Martin McDonagh, avevo apprezzato, qualche anno fa, In Bruges, che fu una vera sorpresa, e che mi fece venire voglia, fra le altre cose, di fare un giro in quella città. Cosa che sono riuscita a fare a giugno, in una deviazione di percorso alla fine della mia vacanza itinerante in Bretagna e Normandia. Ovviamente una volta lì io e la bionda non abbiamo potuto esimerci dal salire sul Belfort, come la famiglia americana inutilmente dissuasa da Colin Farrel e le sue sopracciglia. Tornando "a terra" nemmeno molto provate, fra l'altro. Che sculettare come delle ossesse in palestra almeno serva a qualcosa, no?
Ma veniamo al film.
Che inizia con due sicari della mafia che discutono animatamente mentre attendono l'arrivo della loro vittima. Talmente animatamente da non accorgersi che alle loro spalle arriva lo psicopatico n. 1, che li ammazza con due colpi in testa, lascia sui loro cadaveri due carte da gioco (il jack di denari) e scompare.
Ci troviamo quindi a casa di Marty, scrittore inseparabile dalla sua bottiglia, che sta lavorando alla stesura della sceneggiatura di un film, 7 psicopatici. Al suo fianco Billy, attore disoccupato che vuole aiutarlo a tutti i costi e gli racconta la storia di un quacchero vendicatore che trova la fede in prigione. Billy campa rubando cani che il vecchio complice Hans restituisce dopo un paio di giorni ai legittimi proprietari per intascare la ricompensa, fino al giorno in cui Billy rapisce il cane sbagliato, quello del boss Costello, altro psicopatico di tutto rispetto. Disposto a tutto per riappropriarsi dell'animale raggiungerà i tre nel deserto, dove si sono rifugiati affinché si compia, in uno scenario da film western, la grande sparatoria finale. Ma, prima di arrivare a questo punto ci saremo lasciati alle spalle esecuzioni in diretta ed omicidi in flash back, come quelli raccontati dallo psicopatico col coniglio, serial killer di serial killer, che arriva da Marty dopo che Billy ha fatto pubblicare un annuncio sul giornale.
Cinico ed irriverente, intriso di malinconia e rimpianto, ma contemporaneamente ironico, riesce a strapparti sonore risate quando meno te lo aspetti. Non è mica così facile, in fondo.
Un fantastico Sam Rockwell, in stato di grazia, si conferma una mente pericolosissima.
 
 
 
 
p.s.¹: doverosa precisazione: anche nei cinema UCI, se sei il possessore fiero ed egagro dell'Ikea Family o della tessera Spesamica hai diritto a delle riduzioni.
p.s.²: ovviamente davanti a noi si è seduta una mandria di 5 decerebrati dotati di bicchierone di pop corn d'ordinanza che ha rotto il cazzo in giusta misura.
p.s.³: durante i 25 minuti di pubblicità preventiva ho visto il trailer di "Lawless". Sceneggiatura e musica di Nick Cave. Oltre ad un cast che raggruppa  Tom Hardy, Shia LaBoeuf, Guy Pearce, Gary Oldman, Jessica Chastain e Mia Wasikowska.


15 novembre 2012

Aspettando (Argo, again)

il giovedì, che è da sempre il giorno in cui io e le mie socie andiamo al cinema, ieri sera io e la Tiz siamo andate... al cinema.
Eh.
Che poi mi era venuta l'idea meravigliosa di uscire presto dall'ufficio e passare dal tatuatore per prendere un appuntamento. Poi invece quando sono uscita, invece di incamminarmi in direzione di via Garibaldi sono salita in auto. E mi son messa a cercare parcheggio in centro. Ciao, tatuatore, ci vediamo un'altra volta. Magari venerdì ci riprovo.
Se mi lasciate libera in centro con i negozi aperti io finisco col fare danni, è più forte di me. Infatti ho portato a casa un vestito da brava ragazza (o da segretaria porca, come direbbe la bionda) di cui non avevo alcun bisogno.
E poi sono andata al Centrale, a rivedere Argo in lingua originale.
Allora, la mia conoscenza dell'inglese si colloca giusto un gradino sopra "the pen is on the table", ma solitamente riesco in qualche modo a capire buona parte dei discorsi.
Ecco. Se non avessi visto il film in italiano, e se non ci fossero stati i sottotitoli, non ci avrei capito una mazza fionda. Biascicano per due ore. Nemmeno un gruppo di novantenni ubriachi a cui un badante sadico abbia nascosto le dentiere riuscirebbe a farlo in quel modo.
Ammetto che "argo fuck yourself" in compenso si capisce benissimo.
C'è ancora qualcuno che non l'ha visto, il film?
Si può sapere cosa state aspettando? Che il problema, da oggi, sarà cercare di evitare di imbattersi in una sala dove proiettano le avventure della prostata asimmetrica del vampiro Pattinson.
880 sale.
Non saranno poche?
 
 
Aggiornamento spicciolo e non richiesto: sono indignata.
No, che dico, sono indignatissima.
Anzi, facciamo che mi girano proprio i coglioni e non ne parliamo più.
7 psicopatici è uscito in un'unica sala cittadina, e in  un unico spettacolo serale. Al momento in città Hotel Transylvania è (ancora) in programmazione in 11 (undici) sale. Twililght è uscito in 8. Distributori di sto cazzo, siete davvero così stronzi o state facendo una cura?
 
 

14 novembre 2012

Il primo uomo


Di nuovo al cinema? E basta, cazzo, ma non ce l'hai una vita?
Sì. E la uso per andare al cinema.
Diciamo che più che altro, quando la Espe mi ha proposto la visione del film di Amelio, proiettato al cineforum di Esperilandia, la cosa che mi ha spinto ad accettare è stata la sua promessa di prepararmi le acciughe al verde.
Che ovviamente mi ha fatto trovare in tavola assieme ad un panetto di burro (che vuoi mica mangiarle senza burro, le acciughe, neh?), un carpaccio di manzo con pomodori valeriana e melograno e, come se non bastasse, un ottimo gateau di patate.
Spero solo che non si sia offesa quando ho rifiutato il gelato, ma veramente, mi sentivo farcita come il tacchino del giorno del ringraziamento.
Ma veniamo al film.
Che è incentrato sulla vita di Jacques Cormery (alter ego dello scrittore Albert Camus).
Premessa. Di Albert Camus lessi, anni fa, Lo straniero, ma soltanto perchè i Cure si erano ispirati al racconto per la canzone Killing an Arab. Fine della mia conoscenza di Camus.
Jacques Cormery, scrittore famoso, torna in Algeria per sostenere la sua idea di un paese in cui algerini e francesi possano vivere in armonia. Cosa che, in quegli anni (1957) sembra abbastanza irrealizzabile. Approfitta del viaggio per ritrovare la madre, rimasta a vivere in Algeria, e da li il film si dipana su due piani temporali, fra il presente di Cornery adulto ed il passato visto attraverso gli occhi del Jacques bambino negli anni 20, orfano di padre, cresciuto con la madre (un'intensa Maya Sansa), la severissima nonna che dispensa punizioni corporali indistintamente ad ogni membro della famiglia, e  lo zio dolce ed indifeso.
Una splendida fotografia ed alcune scene a forte impatto emotivo (su tutte quella del padre che aspetta la nascita del figlio - "sì, è il primo" - sotto la pioggia battente, mentre all'interno della fattoria la moglie, aiutata da altre donne e con un pubblico di bambini dallo sguardo sognante dà alla luce il piccolo Jacques, e l'incontro fra Jacques adulto e il vecchio zio in istituto) rendono la visione assolutamente interessante.
 

13 novembre 2012

Ballata dell'odio e dell'amore (Balada triste de trompeta)


Non sapevo cosa aspettarmi da questo film.
Ma, si sa, la curiosità è sempre quella che mi fotte e riesce a farmi fare cose insospettabili.
E così, dopo aver convinto anche la Tiz, ieri sera, nella sala 1 del cinema Massimo (capienza 410 posti), una decina scarsa di spettatori si apprestava a vedere il film di Alex de la Iglesia.
Non mi piace il circo e ho sempre trovato i clown deprimenti. Non mi hanno mai fatto ridere, nemmeno da bambina, e, dopo aver letto IT, ho smesso pure di guardare i tombini.
1937, Madrid, guerra civile spagnola. Il piccolo Javier, durante uno spettacolo circense, vede suo padre, pagliaccio tonto, reclutato a forza da un gruppo di repubblicani e condotto in battaglia dove, vestito come riccioli d'oro, massacra un intero plotone a colpi di machete. 
Siamo sempre a Madrid, ma nel 1973.
Javier è cresciuto. Insicuro, indifeso e privato dell'infanzia, ha un'unica certezza. Sarà un pagliaccio triste, come gli aveva consigliato suo padre, prima di morire.
Viene assunto in un circo sgangherato, a fare da spalla a Sergio, il pagliaccio allegro. E appena vede Natalia, la bellissima trapezista, nonchè donna di Sergio, ovviamente se ne innamora.
E se fino a questo punto il film, cupo, un po' gotico ma allo stesso tempo fiabesco, in un alternarsi di finzione e immagini di repertorio aveva mantenuto una grottesca lucidità, improvvisamente cambia registro, prendendo una piega delirante, visionaria e violenta, ai limiti dello splatter.
L'amore per Natalia, il desiderio di rivalsa, l'odio per Sergio, trasformano l'indifeso Javier in una belva, che, dopo aver sfigurato Sergio, inizia una fuga disperata, fino a quando viene catturato da un colonnello del regime e imprigionato. La follia, affatto lucida, di Javier prende il sopravvento, e, trasformatosi in una maschera di orrore, si mette alla ricerca di Natalia, per dichiararle tutto il suo amore. In un gran finale dove si mischiano King Kong, il joker di Heath Ledger, la bella e le bestie, tutto si compie.
Visionario, eccessivo, a tratti disturbante e fastidioso, nonostante tutto non posso dire che sia un brutto film. Che mi fa domandare fino a che punto ci si può spingere per amore, ma, soprattutto, se davvero in certi casi, si possa parlare ancora di "amore".
 
 

12 novembre 2012

Sempre di domenica

 
Sono giunta alla conclusione che alla fine io è la domenica, che patisco.
Perchè esattamente come domenica scorsa, mi sono ritrovata ad un certo punto della giornata, sul divano, a piangere.
Senza una causa scatenante, fra l'altro. Cosa che mi fa sentire ancora più stupida.
Poi è passata, nello stesso modo in cui è arrivata.
Ho anche scoperto che dev'esserci uno strano passaparola fra gli insetti del circondario.
Domenica scorsa ho trovato una mantide religiosa sulla tenda.
E credo sia inutile che vi dica che io gli insetti li patisco. Ma tanto proprio.
Che già sto cercando di superare il terrore che ho sempre manifestato nei confronti delle cimici per cercare di farle uscire di casa. E faccio davvero fatica, che mi avvicino e mi vengono i brividi. E non di piacere. Posso prendere in mano un topo (vivo o morto non fa differenza), senza fare un plissè. Ma non fatemi toccare un insetto.
Ieri, in veranda, avevo 10 cm di locusta. Non sono Grissom e me ne intendo poco, ma chiamarla semplicemente cavalletta a me sembra riduttivo. Poi capita che alla sera vado a dormire, non prendo sonno perchè ho bevuto troppi caffè e mi metto ad ascoltare tutti i rumori che arrivano dall'esterno.
E sono davvero tanti. Anzi, no, sono decisamente troppi.
E capita che ti chiedano se hai visto "quella casa nel bosco". Ma anche no, grazie. Che un po' di settimane fa mentre guardavo un vecchio episodio di Criminal Minds, con la tizia che vive da sola con un gatto, e le entra in casa il serial killer di turno, ancora un po' e mi cago in mano.  
In compenso settechilidigatto ultimamente è appiccicoso come una zecca sui coglioni di un cane.
E ieri sera abbiamo sperimentato la ricetta "broccoli condivisi".
Ma posso fare sta vita?

11 novembre 2012

Argo


Cazzo, che bel film.
Tensione e ironia, cosa abbastanza insolita per un film del genere.
Se è vero che tre indizi fanno una prova, Ben Affleck si conferma regista di tutto rispetto. 
Oltre ad aver perso, negli anni, quell'aria da bisteccone bollito, il che non guasta. 
Durante i titoli di testa ci viene mostrata, per sommi capi, la situazione dell'Iran, dalla deposizione di Mossadeq da parte di Reza Pahlavi con l'aiuto di USA e UK, fino alla sua fuga in America e all'avvento di Khomeini. E il film prende il via, il 4 novembre 1979, con la folla inferocita davanti all'ambasciata americana di Teheran, che protesta perché vuole che lo scia torni in paese, per essere processato e giustiziato. 
Prima che i manifestanti facciano irruzione all'interno si assiste a una frenetica lotta contro il tempo da parte del personale, impegnato a distruggere e incendiare tutti i documenti. E nella concitazione del momento 6 dipendenti dell'ambasciata ne approfittano per fuggire, trovando rifugio a casa dell'ambasciatore canadese. 
Ma la loro sicurezza è in bilico, perché i pasdaran non ci metteranno molto a rendersi conto che nell'ambasciata manca qualcuno. 
Dall'altra parte dell'oceano, negli uffici della CIA, sono già riuniti per escogitare un sistema per riuscire a riportarli a casa possibilmente vivi. 
Dopo aver accantonato un'improbabile "scampagnata" di 300 miglia in bicicletta fino al confine con la Turchia, Tony Mendez, esperto in operazioni di quel genere, ha un'idea. La realizzazione di un finto film, con tanto di finta produzione holliwoodiana, in cui i nostri sei saranno i membri della finta troupe. 
Mendez si mette in contatto con un suo amico truccatore a Hollywood e l'operazione prende forma. 
Le scene holliwoodiane, grazie agli immensi Alan Arkin e John Goodman (lui immenso in tutti i sensi) sono sarcasmo puro, fantastiche. 
Mendez arriva in Iran, entrando nel paese dalla Turchia. Infatti ad un certo punto lo si vede a Istanbul, all'ingresso della Moschea Blu, salvo poi ritrovarlo, un attimo dopo, all'interno di Agya Sofia (lo so, sono una stracciamaroni, ma ero lì una settimana fa, e non potevo non notarlo). 
Argo è - oltre al titolo del film che stiamo vedendo noi - il titolo del finto film di fantascienza che si finge di voler girare nel paese e nel quale, in una scena all'aeroporto, visionando lo storyboard, i guardiani della rivoluzione sembrano appassionarsi, quasi identificandosi nei protagonisti. 
Il film scorre veloce senza mai perdere ritmo e intensità, fino al momento in cui l'assistente di volo annuncerà che: "abbiamo lasciato lo spazio aereo iraniano, possiamo riprendere a servire bevande alcoliche". 
Oltre ai già citati Arkin e Goodman, ottima prova di Bryan Cranston nei panni di Jack, funzionario della CIA capo di Mendez, che autorizza l'operazione. 
Due ore di suspense, ironia e sarcasmo. Un trittico perfetto, riassumibile in: 
"Argo, vaffanculo!"
p.s. gli ostaggi dell'ambasciata americana vennero liberati dopo 444 giorni.

10 novembre 2012

Oltre le colline

 
La bionda si è chiamata fuori, la Tiz mi ha mandato in avanscoperta che se poi ne vale la pena lo recupera, e io, in solitudine, mi sono infilata in sala per questo "filmetto" di soli 155 minuti, minuto più, minuto meno. Del resto io sono quella che l'anno scorso è entrata in sala una domenica mattina alle 9.30 per vedere Ai no mukidashi (Love Exposure) di Sion Sono. 237 minuti. Quindi, che sarà mai?
 
Comunque lo spettacolo delle 18.00 è il male.
Ero la più giovane della sala. E, se consideri che non son propriamente di primo pelo, penso non ci sia nulla da aggiungere..
Data l'età media degli spettatori la loro vescica è stata messa a dura prova tanto che da metà film in poi c'è stata una fuga per la vittoria in direzione dei bagni.
Effettivamente il film è un po' lunghetto, mezz'ora in meno e sarebbe stato perfetto. Magari indugiando un po' meno sulle varie scene di incaprettamento della povera Alina, ad esempio.
Nonostante questo, non è affatto noioso, anzi. Un po' troppa fede per i miei gusti, ma credo sia un problema mio, di base.
Alina torna dalla Germania per andare a trovare Voichita, con cui è cresciuta in orfanotrofio e che lei ama, con l'intenzione di portarla in Germania con lei. Ma Voichita è una novizia in un convento ortodosso. E l'amore per Alina, adesso che lei ama Dio, è diventato "un'altra cosa".
Alina viene accolta con sospetto, che alla lontana può ricordare quasi l'accoglienza riservata a Nicole Kidman in Dogville. Dopo qualche giorno inizia a manifestare evidenti segni di sconforto che sembrano tanto crisi epilettiche. Ad un primo ricovero in ospedale stabiliscono che ha solo bisogno di riposo e la dimettono dicendo che in monastero starà senz'altro meglio. Peccato che, dopo un tira e molla "vado via, no resto, no vado, no torno" le crisi si ripresentino al punto da far credere a tutta la crew del convento che la sventurata sia posseduta dal maligno. E dopo aver chiesto il consenso al fratello, ritardato forte, procedono con un esorcismo. Ortodosso. Insomma, ortodosso un par de palle, alla fine.
Un film sull'amore, e su quello che, in nome dell'amore (sacro o profano che sia non fa differenza in questo caso) si è disposti a fare.
Ci sono alcune scene notevoli: quando, prima di confessarla per l'ennesima volta, il prete le consegna la "lista dei peccati" (464) e in compagnia delle suore, avviene la spunta, a ritmo di "celo - manca", o in ospedale quando tutte le compagne di stanza della ragazza si assembrano attorno al medico per sentire cosa dice, alla faccia della privacy.

Le due fighe di legno sedute dietro di me invece o erano possedute da un ventriloquo o da un attacco di logorrea compulsiva. Non sono state zitte un attimo. Indecenti.