30 aprile 2013

Small apartments

"Non sei disgustoso per essere un vecchio. Quanti anni hai, 50?"
"Ehm. 32... Quasi."


In un appartamento piu squallido che piccolo dello squallido Morlton building vive Franklyn Franklyn ("posso chiamarla Franklyn, signor Franklyn?"), un uomo col phisique du rôle del piccolo Budda con un'insolita passione per la Svizzera che, quando è stressato, suona il corno alpino. Stressando i suoi vicini, il vecchio burbero Allspice (James Caan) e il tossico Tommy Ballisteri.
Vive in mutande, ma non esce mai senza parrucca e, nel tempo libero - che è senz'altro molto, in quanto non si capisce esattamente cosa faccia Franklyn per vivere - passa il tempo a spiare la sua dirimpettaia Simone col binocolo. Ogni giorno nella posta riceve una busta da suo fratello Bernard, ricoverato in una clinica psichiatrica, che gli spedisce audiocassette e unghie dei piedi.
Poi succede che, quando il laido padrone di casa, Mr. Olivetti (Peter Stormare), passa a riscuotere l'affitto, inavvertitamente lo uccide.
E dopo qualche giorno, prima che il cane inizi a mangiarselo, decide che è giunto il momento di sbarazzarsi del cadavere.
Il dialogo fra i poliziotti sulla scena del crimine, all'atto del ritrovamento di quel che resta di Mr. Olivetti è da lacrime agli occhi:
"Il soggetto si è pugnalato da solo al petto con un cacciavite a punta piatta..."
"ok"
"si è fissato la mano all'inpugnatura con del nastro isolante, tipo standard."
"Si lo vedo, grazie."
"Non soddisfatto del risultato il soggetto si è fatto saltare la testa con quel fucile."
"Ah ah"
"Ti abbiamo chiamato perché il colpo di grazia è stato darsi fuoco con un accelerante: trementina. Ma poi ci ha ripensato, e ha spento il fuoco usando quell'estintore."
"Sarà stato svelto, senza mezza faccia."
"Già, e a quanto pare ha anche un enorme... merkin squagliato sulle parti intime."
"Merkin?"
"Una parrucca pubica"
"Ah si? Di solito si indossano sopra i pantaloni?"
Ma, siccome l'ipotesi del suicidio incredibilmente verrà scartata, scattano le indagini, che coinvolgono inevitabilmente gli abitanti dei piccoli appartamenti del Morlton. E la varia umanità che vi orbita attorno.
Un film bizzarro che da noi è arrivato direttamente sul mercato dell'home video bypassando l'uscita in sala e che - secondo me - merita la visione. Anche solo per vedere Dolph Lundgren pettinato come Ridge di Beautiful. E abbigliato come Leone di Lernia.
Il regista è Jonas Åkerlund, lo stesso di Spun che, per inciso, a me non era piaciuto per niente. O forse non mi era piaciuta la cena prima della visione, visto che poi avevo passato la notte a vomitare. E un film, per quanto brutto possa essere, non mi ha mai fatto questo effetto.


29 aprile 2013

Castaway on the moon

La speranza è un piatto di spaghetti ai fagioli neri.
La felicità è riuscire a prepararli dal nulla.

Sul bordo di un ponte Kim al telefono ascolta l'impersonale voce di un asettico impiegato che gli comunica che il suo debito iniziale di 85milioni di won, a seguito del mancato pagamento di una rata, adesso ammonta a 235.269.000 won. Per fortuna si è rivolto alla "Happy Cash prestiti SENZA interessi", pensa fosse capitato nelle mani di una banda di strozzini.
Ma a Kim non importa più nulla, perché ha deciso di suicidarsi e, dopo aver concluso la telefonata, si butta.
Ma, quando pensi di essere un fallito, finisci per fallire anche nel tuo ultimo gesto.
E Kim si ritrova - ancora vivo - sulla spiaggia di un isoletta da cui si vede la città, così vicina, così irraggiungibile.
Dopo lo smarrimento e lo sconforto iniziale Kim cerca di reinventarsi naufrago, novello Robinson Crusoe 2.0.
E, facendo di necessità virtù, giorno per giorno, grazie anche ai rifiuti che quotidianamente arrivano sull'isola dalla città (così vicina, così irraggiungibile) Kim si organizza una nuova vita.
Ma non è necessaria un'isola per naufragare. Nella città, così vicina, così irraggiungibile, vive Kim. Un'altra Kim. Una Kim che da tre anni si è esiliata volontariamente nella sua camera. Da cui lei non esce, e nessuno entra. Se escludi gli acari e i nemici dell'igiene.
Le sue giornate si susseguono identiche, in una routine che le dà sicurezza. Ma due volte l'anno, quando la città si ferma, lei smette di guardare la luna, e con il teleobiettivo della sua reflex si guarda intorno. E lo vede. Sull'isola. Così vicina, così irraggiungibile.
E qualcosa la attrae in quello sconosciuto, e giorno dopo giorno lo osserva. E si sente meno sola. Fino a spezzare la sua routine, e ad uscire, nella notte, per lanciargli un messaggio nella bottiglia.
E lui le risponderà scrivendo messaggi sulla sabbia. Finché un giorno alla sua domanda "who are you?" lei decide di mandargli una foto. Ma non troverà il coraggio di lanciare la bottiglia, quella sera.
Ma un giorno Kim viene trovato, e riportato in città. Quella città così vicina, così irraggiungibile.
E Kim finalmente si decide a porre fine anche al suo, di naufragio, ed esce a cercarlo, in un finale che è brivido e poesia, dove quelle due solitudini finalmente si uniscono.
Vicinissime, non più irraggiungibili.

Just a castaway
an island lost at sea
Another lonely day
with no one here but me
More loneliness
than any man could bear
Rescue me before I fall into despair...



28 aprile 2013

The believer

"Non lo sai? Non c'è nulla là sopra."

Questo film del 2001, vincitore al Sundance, con protagonista un Ryan Gosling poco più che ventenne ma già interprete coi controcazzi, si ispira alla vita di Daniel Burros, membro del partito nazista americano che si suicidò, 28enne, dopo che le sue origini ebraiche vennero rese note.
Nel film Gosling interpreta Daniel Balint, giovane ebreo newyorkese che, in totale contrapposizione con le sue origini, ha abbracciato la dottrina nazista, spinto da un odio nato sui banchi di scuola, quando il Daniel bambino non riusciva a comprendere ed accettare le contraddizioni del suo popolo, a partire dalla scelta di Abramo, disposto a sacrificare Isacco solo perché quello era il volere di Dio.
Entrato a far parte di un'organizzazione di borghesi filonazisti presieduta da Curtis Zampf (il sempre viscido Billy Zane) e da Lina Moebius (Theresa Russel, algida e altera come una perfetta ufficiale delle SS) che vuole riaffermare la superiorità della razza ariana e solite stronzate del genere purtroppo tristemente note, si metterà subito in risalto grazie alla sua intelligenza e alla sua cultura sull'argomento, in quanto l'odio di Daniel, che studia la Torah e sa ovviamente leggere l'ebraico, ha radici profonde, motivate dalla "passività" che il giovane attribuisce al suo popolo.
Ma un giorno, mentre con il suo gruppo entra in una sinagoga per piazzare una bomba, le sue certezze iniziano a scricchiolare e l'incontro con degli amici d'infanzia farà il resto.
La dicotomia che caratterizza l'esistenza di Daniel inizia a lacerarlo, e, dopo la pubblicazione di una sua intervista rilasciata ad un giornalista del New York Times, decide quello che deve fare.
Duro e potente, doloroso e disturbante.


27 aprile 2013

Will you still love me tomorrow?

Commedia made in Taiwan, leggera e colorata, ma non per questo superficiale.
Weichung è sposato con Feng e hanno una vita tranquilla, pure troppo.
Lui lavora in un negozio di ottica e un bel giorno il suo capo decide che ne ha abbastanza degli occhiali e se ne va, lasciandogli l'attività. Lei lavora in una multinazionale farmaceutica e, nonostante arrivi spesso in ritardo ("non che le abbia contate, ma questo mese è la quinta volta") è stimata da tutti, soprattutto dal suo responsabile.
Il giorno della festa di fidanzamento di Mandy - sorella di Weichung - con San San, l'uomo, nel bagno del locale incontra Stephen, fotografo di matrimoni e suo vecchio amico. Si scopre così che prima di sposarsi Weichung era gay ("ma poi ho smesso").
L'incontro con il vecchio amico "risveglia" la sua vera natura troppo a lungo ingabbiata nel tranquillo matrimonio, e quando in negozio si presenterà Thomas, affascinante assistente di volo, Weichung pensa che sia ora di tornare al suo passato.
Mandy nel frattempo, spaventata dalla prospettiva di una vita monotona abbandona San San nella corsia del supermercato, mentre Feng, spinta dalla fastidiosissima madre, cerca di convincere il marito ad avere un altro figlio.
Fra situazioni al limite del surreale, karaoke, Mary Poppins, discoteche, serenate, telenovelas e indovine, succede di tutto, e in sala si ride parecchio, ma si trova, allo stesso tempo, il modo di riflettere su sentimenti, condizionamenti, senso di responsabilità e desiderio di qualcosa che si avvicini alla felicità.


26 aprile 2013

Pro-Life, John Carpenter (Masters of Horror 2)

Chiedo subito scusa alla Firma Cangiante per avermi dato lo spunto per riesumare un post del vecchio blog, ma mi sono resa conto che, per quanto vada in giro a dire che a me l'horror non piace di qua e di la e su e giù  alla fine, se stai a vedere, di cazzate cose ne ho viste pure troppe, per essere una che non ama il genere. E infatti, sempre grazie al Torino Film Festival, nel lontano 2006, un sabato mattina entrai in sala alle 9.30 per vedere "Directed by John Ford", 2 ore di interviste e spezzoni di film fordiani montati da Peter Bogdanovich, che, da grande estimatore del cinema rese in questo modo omaggio al regista. E poi mi sparai in sequenza, 6 dei 13 episodi di Masters of Horror 2. Se dovessi dire che me li ricordo tutti mentirei spudoratamente. Mi pare di ricordare che uno dei sei fosse diretto da Dario Argento, e che c'entrasse una pelliccia, ma potrei confondermi. 
L'episodio diretto da John Landis, "Family" era un vero gioiellino: ambientato in una tranquilla cittadina della  provincia americana il protagonista, un apparentemente pacioso sig. Harold, ascoltando gospel iper-religiosi (gesù mi dà l'acqua ma non viene dal pozzo... e via andare) scioglie nell'acido i componenti della "sua" famiglia, o meglio, della famiglia che si è creato, scegliendo moglie, figlia e nonni con estrema cura, fino a quando nella casa vicina non si trasferisce una giovane coppia...


Poi è arrivato il turno di Carpenter.
E io, sette anni fa, scrivevo questo: 
Vorrei capire perché un indiscusso maestro (appunto) del genere come Carpenter (applausi in sala prima dell'inizio dell'episodio, praticamente sulla fiducia: sbagliatissimo!) sia riuscito a dirigere "pro-life": un ammasso di banalità e deja vu in appena 60 minuti: la ragazzina (attenzione al nome, Angelique) viene violentata da un demone (a chi non è mai successo, del resto?) e si reca in una clinica per aborti per interrompere la gravidanza. Interviene il padre esaltato (un pro-life a prescindere in pratica) con i suoi fratelli, che distruggendo ed ammazzando tutti quelli che incontra, cerca di salvare la figlia e la sua creatura. Perché lo sanno tutti che l'aborto è peccato mentre invece uccidere chi è a favore è cosa buona e giusta. 
Va da sé che la gravidanza di Angelique avanza a ritmi sovrannaturali, e ovviamente è ormai impossibile farla abortire. Quindi partorisce un'aragosta con la faccia del pupazzo Gnappo (signori registi, ascoltate una cretina: dopo la scena di "man in black" bisognerebbe vietare per legge qualunque parto derivante da accoppiamenti con alieni, mostri, insetti, politici ecc. perché non so se capita anche a voi, ma io penso immediatamente a Will Smith che dice "complimenti signora, è un bellissimo calamaro!") che la graziosa Angelique eliminerà con un colpo di pistola. Il babbo del mostriciattolo (il famoso demone violentatore) com'è, come non è, irrompe nella clinica, ma mica dalla porta di ingresso - che son buoni tutti - bensì dal sottosuolo. Uno dei custodi della clinica, vedendo una voragine aprirsi nel pavimento cosa fa? Ci guarda dentro e - incredibile! - viene risucchiato negli inferi. Ma cretino, non l'hai mai visto un film dell'orrore? Non lo sai che quando si apre una voragine nel pavimento non succede mai nulla di buono??? No, lui non lo sa. Si apre una voragine e va a vedere. E muore. 
Il demone (praticamente il mostro della pubblicità della Heineken con le corna di uno stambecco del parco del Gran Paradiso) raccoglie la sua aragosta e se ne va sconsolato... come del resto il pubblico in sala.


25 aprile 2013

Hansel & Gretel: cacciatori di streghe

(revenge is sweeter than candy)

Il 1° maggio uscirà nelle sale l'ennesima rivisitazione cinematografica di una delle favole più cattive dei fratelli Grimm, ché se già inizi con tuo padre che ti abbandona nel bosco, capisci anche tu che insomma, non è che puoi pretendere di avere un'infanzia felice... e se ti imbatti in una casetta di marzapane, lo so che il desiderio di leccarla ti viene, ma già sai che da lì in poi saranno tutti fatti tuoi. 
In ogni modo, il regista di questa dissacrante versione è Tommy Wirkola, che ho avuto modo di ammirare ehm, di... approcciare con uno dei suoi precedenti lavori, quel Dead Snow in cui i cattivi non solo erano zombie, ma pure nazisti. Con queste premesse, probabilmente, ci sarà da ridere. 
Effettivamente, vedendo il trailer, confesso che un po' di curiosità mi è venuta, anche perché qua i due fratellini sono decisamente cresciutelli, con Jeremy Renner nella parte di Hansel e Gemma Arterton in quella della dolce Gretel. Ci sono un sacco di armi totalmente anacronistiche, unite ad esplosioni a strafottere e combattimenti di tutti i generi. Insomma, più che una favola sembra il più classico degli action-movies tamarri a tinte dark, caratteristica che mi fa pensare di potergli dare una chance quando arriverà in sala. 
Soprattutto dopo che ho ricevuto una mail in cui mi si chiede gentilmente di dedicare una breve copertura al film, focalizzando l'attenzione sulle coppie famose della televisione, del cinema, dei fumetti e della storia. 
Il mio ideale di coppia, se me lo chiedi a bruciapelo, è costituito da me e Ryan Gosling, da Hap Collins e Leonard Pine, poi, per restare sul classico, da Eva Kant e Diabolik, seguiti da Orazio e Clarabella, ma anche da Ciccio e Nonna Papera.
Come? Ciccio e Nonna Papera non sono una coppia? Beh, nemmeno io e Ryan Gosling, se stai a guarda'r capello...







24 aprile 2013

Monster Pies

Periferia di Melbourne, anni 90.
Le torte del titolo sono quelle che Mike e suo fratello preparavano da piccoli giocando in giardino, con erba terra e sassi, poi le lasciavano seccare al sole sperando che i mostri le mangiassero, in modo che loro due potessero salvarsi. 
Mike è cresciuto, è un adolescente dolce e riservato. Suo fratello, scopriremo poi, non c'è più. I genitori si sono separati, e lui vive con la madre, un po' svagata ma in qualche modo presente.
Dopo la scuola lavora in una videoteca frequentata da personaggi bizzarri: una tizia molto sciroccata che cerca ogni scusa per sedurlo e un fantastico nerd che tutte le settimane si presenta in negozio a chiedere se per caso è uscito "Operazione Burro d'Arachidi". (La qual cosa mi ha fatto tanto ridere, soprattutto ripensando ai discorsi post-prandiali di domenica, quando, con un clima da polenta e cinghiale, noi si festeggiava la primavera mangiando e bevendo come non ci fosse domani).
A scuola se ne sta per i fatti suoi fino al giorno in cui la professoressa di letteratura assegna alla classe una ricerca su Romeo e Giulietta e Mike si ritrova a lavorare in coppia con Will, da poco arrivato nella scuola, che vive con un padre alcolizzato e violento, mentre la madre è ricoverata in clinica in seguito ad una lesione cerebrale.
I due ragazzi per svolgere il compito iniziano a frequentarsi e a conoscersi. Rielaborando la tragedia del bardo in versione horror, l'amicizia fra i due ragazzi aumenta, trasformandosi giorno per giorno in qualcosa di più intimo e importante. Confusi da questo nuovo sentimento ma allo stesso tempo consapevoli del loro amore proveranno in qualche modo ad affrontare gli ostacoli che quotidianamente si presenteranno, cercando di sfidare gli inevitabili pregiudizi. Ma non sarà facile.
Film tenero, pudico, delicato e triste, al punto da strapparmi lacrime a tradimento. 



23 aprile 2013

Any Day Now


Sabato pomeriggio. 
La Poison, con un nuovo taglio di capelli ma con il solito vecchio colore, decide di spostarsi in città per vedere il film delle 14.15 che apre la giornata del GLBT film festival. Con un tempismo invidiabile, riesce a parcheggiare e ad uscire dall'auto nell'esatto momento in cui sulla città inizia a piovere a secchiate.
La Poison non usa l'ombrello. Non per qualche particolare motivo religioso o perché l'uso dell'ombrello faccia troppo borghese. Semplicemente perché ne è sprovvista. Il tempo di arrivare al cinema e i suoi capelli perfetti hanno assunto una conformazione tale da far invidia alla Medusa. In pratica ha passato tutta la mattina dalla pettinatrice per sembrare una che prima di uscire si è messa in testa lo scalpo di un bobtail. Bagnato.
Quando, in coda per entrare in sala, vedrà arrivare sua bionditudine biondissima, pettinatissima, liscissima, nonché ombrellatissima si farà assalire contemporaneamente dallo sconforto e dalla sindrome del brutto anatroccolo.
Ma, siccome dei suoi problemi tricologici frega niente a nessuno, se ne farà in qualche modo una ragione, tanto ormai il danno è fatto.
Il GLBT Film Festival è arrivato quest'anno alla sua 28esima edizione.
Cosa che nonostante la maturità acquisita, non gli impedisce di avere problemi organizzativi di un certo rilievo: il film dovrebbe iniziare alle 14.15, secondo il programma, e alle 13.55 una folla più o meno gaia si accalca in coda - sotto la pioggia - fuori dalla sala, perchè la cassa "non è ancora pronta". L'avete comprata all'IKEA e dovete montarla? Comunque alla fine si riesce ad entrare, e il film, con un quarto d'ora di ritardo, inizia.



Any Day Now (il titolo è parte del testo della canzone che Rudy Donatello, l'intenso personaggio interpretato dallo splendido Alan Cumming, canta sul finale del film) è un film di Travis Fine (oltre che regista è anche attore: lo si vede, ad esempio, per circoscrivere il campo a film che ho visto e amato, in "Ragazze interrotte" o "La sottile linea Rossa"), basato su una storia vera, ambientata a Los Angeles negli anni 70.
Rudy Donatello si esibisce come drag queen in un locale di West Hollywood. Una sera dopo il suo spettacolo conosce Paul (Garret Dillahunt), che lavora nell'ufficio del procuratore distrettuale. I due iniziano a frequentarsi. Tornato a casa, sentendo la solita musica a tutto volume provenire dall'appartamento della sua vicina di casa, entra nell'alloggio e si imbatte in Marco, ragazzino down che la madre tossicodipendente ha lasciato a casa da solo, per uscire con uno dei suoi amanti occasionali. La stessa sera la donna viene arrestata, e Rudy vorrebbe occuparsi del ragazzo, che i servizi sociali vorrebbero invece affidare ad un istituto. Ovviamente all'epoca, in California, i matrimoni e le adozioni gay non erano (ancora) contemplati, ma Rudy non si arrende, e, insieme a Paul inizierà una lunga battaglia legale per ottenere la custodia del bambino, dopo che la madre, inizialmente, acconsentirà ad affidarlo all'uomo.
Film delicato e toccante, riesce a far sorridere nonostante tutto, senza mai essere né patetico né pesante (anzi), e che ha vinto una manciata di premi qua e la in diversi festival e per il quale, indovinate un po', non è prevista una distribuzione italiana.
Peccato.
Se avete voglia, cercate di recuperarlo, perché ne vale la pena.


Ovviamente la giornata non finisce qua, e, dopo una consolatorio caffè con panna da Ghigo ci rimettiamo in coda per lo spettacolo delle 18.00. Ci raggiungono anche Dantès e splendidadonnadiDantès. Solito ragionevole ritardo, ma se non altro fa solo freddo e non piove più. Ci attendono due lavori di Travis Mathews. Il primo, è un mediometraggio (?) di 33', terzo episodio della serie web "In their room". Stavolta tocca a Londra, in cui, intervistati nell'intimità delle loro camerette, vengono raccolte le testimonianze di un gruppo eterogeneo di gay, dal ragazzino che cerca l'amore sul web al settantenne che ha iniziato a vestirsi da donna - e che (beato lui!) si sente ancora sexy - quando ancora era sposato e credeva di essere etero, passando per il ragazzo che si veste come se provenisse dal ghetto per darsi un tono, al mio preferito, quello con la stanza tappezzata di poster di Morrissey, che sembrava un clone di David Bowie ai tempi d'oro di Ziggy Stardust. Sempre di Travis Mathews, stavolta in coppia con James Franco, è la volta di "Interior. Leather bar", ovvero i 40 minuti che William Friedkin tagliò dall'edizione definitiva di Cruising, per evitare problemi con la censura. Franco e Mathews, tra documentario, finzione, making of, casting e backstage, ne ripropongono una rilettura fedele e apocrifa, vista soprattutto attraverso lo sguardo stupito e spaventato di Val Lauren, l'attore che interpreta Al Pacino, che non capisce esattamente il senso dell'operazione. Un'opera su tabù e stereotipi, omofobia e censura, erotismo e pornografia, e la loro evoluzione (o involuzione) tra ieri e oggi. 


22 aprile 2013

L'ultima corvèe (The last detail) ♦ Jack Nicholson Day ♦

E rieccoci. 
Vi mancava l'ennesimo celebration day, vero?
Questo mese il solito gruppo di fancazzisti blogger affetti da cinefilia congenita (non si guarisce, ma non è grave) celebra Jack Nicholson, nel giorno del suo 76° compleanno. 
Siccome la Poison, nonostante si svegli ad orari indecenti, riesce sempre, per qualche strano motivo, ad arrivare in ritardo, anche questa volta i film migliori, o meglio, quelli che lei si ricordava anche senza bisogno di una re-visione, se li erano già accaparrati gli altri. E cosi ha scelto questo film del 1973 di Hal Ashby, che insomma, non è propriamente l'ultimo dei coglioni, avendo diretto cosucce come "Harold e Maude", "Questa terra è la mia terra", "Tornando a casa" e "Oltre il giardino", tanto per citarne qualcuno.
Per la sua interpretazione del sottufficiale Billy "Badass" Buddusky (che nella versione italiana diventa Somawsky) Nicholson vinse il premio per la miglior interpretazione maschile al festival di Cannes del 1974. 


















I due sottoufficiali di marina Billy "Badass" Buddusky (Jack Nicholson) e Richard "Mule" Mulhall (Otis Young) vengono incaricati di scortare al carcere militare di Portsmouth il giovane marinaio Larry Meadows (Randy Quaid), accusato di aver rubato 40 dollari destinati all'associazione benefica presieduta dalla moglie dell'ammiraglio, e per questo condannato ad otto anni. Hanno una settimana di tempo, e durante il viaggio si renderanno conto che il giovane Meadows è ingenuo, quasi sprovveduto, e, facendo tappa a Washington, New York e Boston, i due sottufficiali cercheranno di fare in modo che il ragazzo possa godere il più possibile della sua ultima settimana di libertà. Quando giungeranno a Boston, Buddusky, scoprendo che Larry non è mai stato con una donna, e che quando uscirà di prigione avrà 26 anni, decide di portarlo in un bordello affinchè perda la verginità.
Usciti dal bordello Meadows vuole fare un pic-nic. Badass e Mule acconsentono, ma Meadows ne approfitta per tentare la fuga. Verrà rincorso e catturato. E da lì, senza più scambiarsi una parola, condotto alla prigione, dove verrà preso in custodia da due agenti mentre Buddusky e Mulhall lo guardano in silenzio salire le scale, finchè la porta della cella si chiude alle sue spalle. 
E la loro missione giunge al termine.
Quasi come se Meadows, nel momento in cui è sparito dalla loro vista, fosse sparito anche dalle loro vite. 


Questo mese i partecipanti ai "festeggiamenti" sono in rigoroso ordine casuale:
Il cinema spiccio
Direzione errata
Cinquecentofilminsieme
The Obsidian Mirror
50/50 Thriller
Aloha los pescadores
In central perk
Montecristo
White Russian
Triccotraccofobia
Combinazione Casuale
Movies Maniac
Ho voglia di cinema
Il bollalmanacco di cinema
La fabbrica dei sogni
Le maratone di un bradipo cinefilo
Life Functions Terminated

21 aprile 2013

Welcome to the punch



James McAvoy (oggi è il suo compleanno, pure) a me piace parecchio. 
Che ha sempre quell'espressione un po' malinconica unita alla faccia da bravo ragazzo ma non troppo, e soprattutto, se escludiamo The conspirator, in tutti i suoi film (quelli che ho visto io, almeno) lo corcano di mazzate in maniera molto prepotente. E lui si rialza sempre.
Nel cast oltre a lui ci sono Mark Strong (il cui vero nome è Marco Giuseppe Salussolia) e Andrea Riseborough, ovvero quella che in Oblivion non è Olga Kurylenco, ma l'altra. Ma l'altra. Ma l'altra. Ma l'altra. Ma l'altra. Ma l'altra (ripetere 52 volte). Ops, scusate, qua no. Anche se a ben vedere le avrebbe fatto comodo. 
Comunque, in questo film del misconosciuto Eran Creevy, di cui proverò a recuperare il suo precedente lavoro, "Shifty", l'attore che a me piace parecchio interpreta Max Lewinsky, poliziotto il cui unico scopo nella vita sembra sia quello di catturare il cattivissimo criminale Jacob Sternwood (Strong), dopo che - 3 anni prima - ad un passo dal catturarlo, Sternwood riesce a fuggire sparandogli a un ginocchio, dal quale il buon Max si aspira siringoni di liquido ogni mattina. 
Passano gli anni e il figlio di Sternwood, che ha seguito la carriera del padre, rimane coinvolto in una rapina finita male, e, gravemente ferito, viene catturato e ricoverato in ospedale. Ma prima della cattura, riesce a mettersi in contatto col padre, che sta latitando in Islanda. 
Caccia all'uomo, che ovviamente riesce a fuggire e raggiungere una Londra, quasi sempre notturna, fotografata splendidamente e senza riprendere luoghi riconoscibili, tanto da sembrare Hong Kong piuttosto che New York, mentre Max gli si rimette alle costole. E ben presto il buono e il cattivo si renderanno conto di essere finiti in una storia molto più intricata di quello che sembra, fra complotti, cospirazioni, corruzione e tutto il repertorio possibile immaginabile. 
Per quasi tre quarti di film, fra colpetti di scena, sparatorie, inseguimenti, omicidi e tutto il resto, tiene discretamente il ritmo senza grosse invenzioni ma nemmeno grosse pecche, per poi arrivare a un punto che bim, bum, bam, in quattro e quattr'otto finisce tutto. 
Quasi come aver passato tutta la serata a limonare col più figo della festa e nel momento in cui ti stai sfilando le mutande ti accorgi che è troppo tardi, perchè lui è già venuto.



20 aprile 2013

Nella casa


"Ma non siamo tutti dei voyeur?" disse Hitchcock a Truffaut.
Guardando l'ultimo film di François Ozon il dubbio non si pone. Sì. 
Inizio di un nuovo anno scolastico in un liceo parigino. Nuove regole, introduzione della divisa obbligatoria, ma alla fine Germain, professore di letteratura, si ritrova a correggere dei temi, in cui aveva chiesto ai suoi studenti di descrivere il loro week end, al limite dell'analfabetismo. Fino al momento in cui gli capita fra le mani quello di Claude, che descrive in maniera dettagliata, ironica e beffarda la sua visita nella casa del compagno di classe Rapha, in cui si è introdotto con il pretesto di aiutarlo in matematica. 
Germain rimane colpito dal lavoro del ragazzo, che si conclude con uno sfrontato "continua"... e, convinto che Claude abbia delle potenzialità, lo convince a continuare a frequentare la casa dei Rapha, per proseguire quel racconto, che - nel frattempo - è diventato occasione di dialogo a casa di Germain, che lo ha letto alla moglie Jeanne.
Sarà proprio Jeanne (la sempre splendida Kristin Scott Thomas), che dirige una galleria d'arte destinata a chiudere, a rendersi conto che i temi del ragazzo si fanno sempre più morbosi, come le sembra morboso il rapporto che si viene a creare fra Claude e Germaine, eccitati da questo continuo entrare nelle vite degli altri, dove, in una specie di gioco perverso fra professore e allievo la realtà si mischia alla fantasia, in un'evoluzione che, se non arriva a sfiorare il thriller, entra di diritto nel dramma familiare.


19 aprile 2013

Il coraggioso

E poi succede che (anche) martedì ti svegli ad un'ora indecente, con la TV ancora accesa. E scopri che sta iniziando Il coraggioso. Che, ovviamente, avevi già visto all'epoca della sua uscita, quella quindicina di anni fa. E ti dici "perché no?"
Perché alle 4.35 dovresti dormire, ad esempio. Cogliona.
E, se non ti pesasse così tanto il culo, magari nel letto, ogni tanto.
E invece.
Prima che iniziasse il film ho fatto una lavatrice. Più che disperata, sono una casalinga anarchica.



Il film, del 1997, vede Depp impegnato nel triplice ruolo di regista, sceneggiatore e protagonista.
E' Raphael, nativo americano che vive con la famiglia in una bidonville a ridosso della discarica di Morgantown, in un villaggio di derelitti che vivono ai margini di qualunque cosa, a partire dalla vita stessa.
Una vita fatta di espedienti, fra furti e arresti, un presente fatto di nulla e di privazioni unito ad un futuro ancora più incerto, lo spingono ad accettare un lavoro che gli viene proposto da un tizio in un bar del paese, per poter garantire un futuro migliore a sua moglie e ai suoi due figli, soprattutto in previsione del fatto che il terreno su cui sorge la discarica è stato acquistato e a breve non avranno nemmeno un posto in cui vivere.
Dopo aver sostenuto una specie di colloquio iniziale, che sembra più che altro un interrogatorio, verrà fatto salire su un montacarichi e condotto in un sotterraneo, dove incontrerà McCarthy. Che è disposto a comprargli la vita in cambio di 50.000$. Raphael in cambio dovrà lasciarsi torturare fino alla morte durante la realizzazione di uno snuff-movie. L’estremo sacrificio per riscattare una vita di fallimenti, la certezza di non avere nulla da perdere, ma soprattutto nient’altro da dare per garantire una possibilità di riscatto per la moglie e per i suoi due figli.
E’ questo che spinge Raphael ad accettare la folle proposta. Per la quale gli verrà data, assieme ad un anticipo, una settimana di tempo. O una settimana di vita.
E in questa settimana cercherà di ricreare una parvenza di vita “perfetta”, in un’esistenza in cui la perfezione non è contemplata. Mai.

(colonna sonora di Iggy Pop, che compare anche in un cameo)

18 aprile 2013

Half Nelson (*)


La missione della Poison è il recupero.
Una specie di sindrome da crocerossina filmica, in pratica. 
Ché il recupero degli esseri umani non le è mai interessato. Non le ho mai capite quelle che sono attratte da un individuo e poi fanno di tutto per cambiarlo. Se ti attrae, bella mia, ci sarà un motivo. E il motivo è che se ti piace, ti piace il pacchetto completo, che solitamente, comprende una paccata di difetti e, se ti va di lusso, una manciatina di pregi, di cui a volte sembri accorgertene solo tu. 
Ma, visto che la crocerossina in quel senso non è mai stata la mia missione, parliamo di film. 
Per il suo ruolo del professor Dan Dunne Ryan Gosling (ancora lui) è stato candidato all'oscar come miglior attore protagonista nel 2007. Quell'anno il premio andò a Forest Withaker per la sua interpretazione di Idi Amin Dada ne "l'ultimo re di Scozia".
Dan insegna storia in una scuola superiore di Brooklyn, principalmente frequentata da ispanici e neri. L'approccio didattico del professore è lontano dal metodo classico, e si basa principalmente sulla dialettica, portando gli studenti a ragionare con la propria testa e cercando di motivarli in ogni modo, soprattutto con lezioni che si basano sui diritti civili delle minoranze. Con ottimi risultati. 
Insomma, sembrerebbe la solita storia di riscatto della solita classe problematica nel solito quartiere degratato, quando, invece ad essere problematico, in questo caso, è proprio il professor Dunne, dedito all'uso (e all'abuso) di crack, cocaina e quant'altro ci si possa procurare illegalmente.  
C'è da dire che riesce comunque a mantenere un certo controllo della situazione fino al giorno in cui, durante una partita di basket (perchè il nostro Dan allena anche la squadra femminile della scuola) Drey, una sua allieva con una situazione familiare abbastanza difficile, lo becca a drogarsi nei bagni della scuola. 
Da quel momento fra i due inizia una specie di amicizia, in cui la giovane Drey, in quell'età complicata che segna il passaggio tra infanzia e adolescenza, crede ed è disposta ad investire molto, in assenza di figure di riferimento migliori: i genitori sono divorziati, la madre lavora tantissimo e non ha tempo per lei, mentre suo fratello è in carcere per spaccio di droga. 
Il rischio di venire attratta da personaggi negativi (non che un professore tossicodipendente sia esattamente il miglior esempio di positività) è rappresentato da Frank, lo spacciatore per colpa del quale suo fratello è in galera, a cui la ragazza si riavvicina in un momento in cui Dan l'ha delusa. 
Ma sarà nuovamente la ragazzina a riavvicinarsi al professore, che, finalmente, vedrà in lei la possibilità di risollevarsi dal fondo in cui è precipitato, e dall'esistenza dicotomica che conduce, in una sorta di aiuto reciproco.
Ryan Gosling è bravissimo a rappresentare la disillusione, lo sbando, il disincanto e il cinismo, ma anche la giovane Shareeka Epps nel ruolo di Drey è decisamente convincente.



(*) Half Nelson non è - come, ad esempio, credevo io - il nome del protagonista, bensì una mossa del wrestling. Che poi non mi si venga a dire che in questo blog non si fa informazione. 

17 aprile 2013

NON mi sto lamentando, sia chiaro. (sofferenza & fastidio mode ON)

Per motivi che non starò qui a spiegarvi, A) che non fa elegante, B) che dei miei problemi famigliari non ve ne frega una sega, C) ti tocchi quella lì non la sopporto da quando ero bambina, che mi prometteva le bambole in regalo(*) e ne avessi mai vista una, anche rotta, per sbaglio, ho appena riattaccato il telefono in faccia a mia zia, sfanculandola in sæcula sæculorum. Augurando contemporaneamente un attacco di emorroidi a grappolo a mio cuggino durante la sua prossima gara in MTB. Possibilmente nel momento in cui, in un percorso più accidentato del solito, perderà il sellino. Perché in fondo sono buona, come lo era mio padre, fratello di quel coglione che se l'è sposata. Che io mi sono spesso trovata a rimpiangere il fatto di essere figlia unica (e dev'essere anche il motivo per cui ai miei amici maschi finisco per voler bene come fossero dei fratelli - perché l'opzione sorella io non l'ho mai nemmeno considerata) e poi penso a mio zio e mi dico "ma anche no". 
Comunque, sono buona, dicevo.
Anche se il caldo ha fatto esplodere l'afrore di ascella negli uffici, ed erano cose di cui non sentivo affatto la mancanza.
Anche se ieri pensavo di aver terminato i miei tour settimanali sulla poltrona del dentista, che invece, con mio immenso disappunto, mi ha detto che mi "finisce" il 30 aprile. 
Anche se ieri sempre il suddetto dentista mi ha piazzato un "provvisorio" che mi sembra di avere un mattoncino lego in bocca al posto del dente.
Anche se la BCSdTR è da ieri che è caga il cazzo - perdonate il francesismo - perché lei a luglio deve andare a New York.
Anche se ho appena controllato il mio estratto conto scoprendo con un pizzico di disdoro che le entrate sono  così dannatamente simili alle uscite. 
Ma sono buona.
E sabato andrò a tagliarmi i capelli e a farmi la tinta. E ho paura che (Julez, è colpa tua, sappilo) difficilmente riuscirò ad esimermi dal farmi i capelli viola. 
Perché, nonostante la vecchiaia, per il rosso menopausa non mi sento ancora pronta.


(*) oltretutto sei stronza al cubo, perché, se hai un negozio di giocattoli, una bambola, prima o poi la trovi. 

Survival of the dead


E poi succede che lunedì ti svegli ad un ora indecente, sul divano, con la tv ancora accesa. E scopri che è iniziato Survival of the dead. E ti dici "perchè no?" 
Tanto cos'hai da fare se non andare in ufficio da lì a tre ore?
E niente. 
Su un'isola al largo delle coste del Delaware le famiglie O'Flynn e Mooldon abbracciano due scuole di pensiero differenti per quanto riguarda il comportamento da adottare nei confronti degli zombie. O'Flynn è per un risolutivo "ammazzateli tutti, ammazzateli subito", mentre il vecchio Mooldon propende per mantenerli in (non)vita fino al momento in cui riuscirà a fare in modo che i non morti imparino a cibarsi di qualcos'altro che non sia carne umana. Nell'interminabile faida Mooldon ha il sopravvento, e O'Flynn viene esiliato ed abbandona l'isola.
Contemporaneamente, sulla terraferma, un gruppo di soldati capitanati dal sergente Crocket (Alan Van Sprang) - alla ricerca di un luogo che non sia infestato da zombie, che sono praticamente dappertutto, sarcazzo perchè, dopo aver accolto nel loro gruppo un ragazzo, troveranno un video su internet in cui O'Flynn dice che la "sua" isola è un luogo sicuro, e, eliminando zombie ad ogni passo, raggiungono il luogo dove è ormeggiata la barca di O'Flynn, decidendo di impadronirsene per raggiungere l'isola. 
Quando sbarcheranno la situazione non sarà molto diversa: anche l'isola è infestata da zombie, fra cui una delle figlie dello stesso O'Flynn, che vaga a cavallo per l'isola. 
E niente. 
L'ho già detto "e niente"? 
Perchè in pratica è più o meno quello che succede. 
Si eliminano un po' di zombie qua e la, fino allo scontro finale O'Flynn-Mooldon, come nel più classico dei duelli. 
Comunque poi il film è finito, io mi sono addormentata bypassando bellamente il suono delle sveglie, e arrivando comodamente in ufficio con un'ora di ritardo.


16 aprile 2013

Dredd

Non avevo visto il "primo" Dredd, e, a dirla tutta, non avevo intenzione di vedere nemmeno questo. 
Poi qualcuno, parlandone, mi butta lì, come niente fosse, che "riesce in qualche modo e con le dovute proporzioni a ricordare The Raid".
Che la Poison aveva letteralmente adorato, ma che ve lo dico a fare?
E quindi è partita puntuale la solita operazione recupero.


Lasciamo perdere il fatto che il protagonista (tal Karl Urban, attore neozelandese nato - pure lui - il 7 agosto) se ne vada in giro per tutto il film sempre con sto cazzo di casco e sta boccuccia piegata in giù che dopo un po' ti dà sui nervi e che non lo vedi mai in faccia, che mi veniva in mente la scena di Argo in cui John Goodman spiega che se il tipo è costretto a recitare con una maschera da minotauro addosso per tutta la durata delle riprese questo dovrebbe fargli capire che come attore fa cagare...

Siamo nel solito futuro prossimo, la terra è - tanto per cambiare - diventata una landa inospitale e radioattiva (minchia, la fantasia!) e tutti gli abitanti superstiti, 800milioni di persone più o meno, vivono in Mega City One, una sterminata città che si estende da Boston a Washington, un immenso agglomerato di mega-edifici di una bellezza tale che le vele di Scampia al confronto sembrano il Guggenheim museum di Bilbao. 
Naturalmente il caos regna incontrastato, e i reati di ogni genere sono all'ordine del giorno. La giustizia viene in qualche modo assicurata dai "giudici", un gruppo di persone con funzionalità all-in-one, che ti catturano, ti giudicano e, a seconda della gravità del reato commesso, o ti condannano o ti giustiziano sul posto. Che se stai a vedere risparmi un sacco sulle spese. 
Un giorno al monoespressivo giudice Dredd viene affiancata, per una valutazione sul campo, la recluta Cassandra, che non dovrebbe nemmeno far parte dell'equipe, in quanto i suoi standard sono notevolmente sotto il livello medio richiesto, ma le è stata data una chance in quanto mutante dotata di doni da sensitiva.
La strana coppia si trova ad intervenire - a seguito di un triplice omicidio - nel megacasermone Peach Tree, che è un enorme block dove il più bravo ha la rogna, tanto per rendere l'idea, sede dell'organizzazione criminale gestita dalla spietata Ma-Ma, ex  prostituta convertita alla produzione e spaccio della droga slow-mo, che, indovinate un po', vi fa percepire la realtà al rallentatore (minchia, la fantasia!). 
E, intenzionati a ristabilire l'ordine (in due contro 75000 residenti del peach tree, tutti più o meno affiliati a ma-ma, che sarà ma-mai?) e a sconfiggere ma-ma inizieranno una lotta senza esclusione di colpi, affinché la giustizia in qualche modo trionfi ma, soprattutto, loro possano uscire dal block sulle loro gambe. 
Vabbè, come fa a finire mica ve lo devo spiegare, no? 
(minchia, la fantasia!)
Che, se solo si fosse preso un po' meno sul serio io lo avrei apprezzato un po' di più.


15 aprile 2013

La casa del diavolo

Siccome all'ultimo Torino Film Festival ho avuto la fortuna (si fa per dire) di poter vedere l'ultima fatica (anche se qua la fatica la fa principalmente il pubblico, costretto a sorbirsi tutto il repertorio dell'ovvio orrorifico sgranato in sequenza), di Rob Zombie, The lords of Salem, e di averlo trovato una solenne minchiata, parlando con gente che ne sa, mi è stato detto che "la casa del diavolo" era notevole.
Ora, io non sono una fan del l'horror, e questo ormai dovreste averlo capito tutti, ma - purtroppo - sono curiosa come una merda, e quindi, visto che the lords of Salem sta arrivando in sala, e da noi per qualche strano motivo quei "lords" si sono trasformati in streghe, ho deciso di recuperare questo precedente lavoro del regista.
Ed eccomi qua, pronta a capire. O a tentare di.
Che dire?
Che sono d'accordo. Questo, signori miei, è un gran film, un horror in salsa western e un po' road movie.
Alla base ci sono i Firefly, famiglia sui generis, resasi colpevole dell'uccisione (previa tortura) di più o meno 75 persone, che appaiono nelle schede di "missing person" durante i titoli di testa.
C'è l'assedio alla loro fattoria da parte di uno sceriffo che non esiterà a fare ricorso agli stessi metodi della sua famiglia di colpevoli, esasperato da un crescendo di violenza inarrestabile e deciso a vendicare la morte del fratello George, ucciso, naturalmente, dai Firefly.
Sono tutti brutti - a parte Sheri Moon - sporchi e cattivi (basti pensare che c'è anche Danny Trejo), non c'è un eroe positivo per cui scatti - più o meno immediata - l'empatia.
Eppure, durante quell'ultima corsa in macchina, in quel finale epico in cui i nostri "eroi" vanno incontro al loro destino, per un attimo anche loro sembrano stanchi, disperati, umani.
A questo punto posso confermare, col senno del poi, che chi mi ha detto che questo era un bel film aveva - come al solito - ragione, e che "the lords of Salem" è davvero una solenne minchiata.


14 aprile 2013

Britannia Hospital

Al Britannia Hospital, nel giorno in cui è prevista una visita della Regina Madre, invitata ad assistere alla presentazione di una nuova rivoluzionaria scoperta scientifica, i sindacati hanno proclamato uno sciopero generale per protestare affinché vengano eliminate le camere private per pazienti ricchi. Oltre ai picchetti dei lavoratori, fuori dai cancelli si ingrossa il corteo di protesta composto da militanti che chiedono l’espulsione dal paese del famigerato dittatore Ngami, ospite privato della clinica, appunto. 
Un reporter d’assalto (Malcom McDowell) armato di avveniristica (per l’epoca) cinepresa, con la complicità di un’infermiera, riesce ad entrare nel reparto in cui l’esaltato primario sta portando a termine l’invenzione dell’uomo nuovo e, suo malgrado, si ritroverà a farne parte. 
Il direttore riesce a calmare i manifestanti promettendo ai rappresentanti sindacali di prender parte al banchetto reale, anche se, per scongiurare il black out dell’edificio uccide un operaio a colpi di badile.
Quando la cerimonia sta per iniziare i manifestanti riescono ad entrare nella struttura e il primario, con un discorso da manuale, li invita ad assistere alla presentazione dell’invenzione, spacciandola come l’unica salvezza per l’umanità, che ha battezzato “Genesi”, in quanto macchina suprema. Che inizia addirittura a parlare, ("che sublime capolavoro è l'uomo" - dall'Amleto) ma subito si inceppa.
Black comedy del 1982 che prende di mira il servizio sanitario e la società inglese dell'epoca. Grottesco il giusto, ma  - rivisto ora - un po' datato. 



13 aprile 2013

Oblivion

Ricordo (e lo so che parlare di Oblivion iniziando con "ricordo" può sembrare un po' incongruente, ma state tranquilli, è tutto sotto controllo) i tempi in cui le uscite dei film erano talmente variegate ed abbondanti che io e le due socie (la trimurti delle carampane) avevamo l'imbarazzo della scelta e si finiva immancabilmente con il perdersi qualche pellicola perché era difficile star dietro a tutti i film degni di visione.
Da un po' di tempo a questa parte sta succedendo esattamente il contrario: ogni settimana si cerca di pescare dal mucchio quello che sembra il male minore. E così, giovedì, per la serata cinema & pizza, la scelta è caduta su Oblivion. 
E chi scrive è una che con fantascienza, sci-fi e quant'altro non ha mai avuto uno splendido rapporto. 
Vi dico solo che durante la visione dei trailer prima dell'inizio del film ho preso in seria considerazione l'idea di andare a vedere Fast and Furious 6. Vin Diesel, The Rock e Ludacris, per dire. Gente che sta alla recitazione come io sto al balletto classico.
E Michelle Rodriguez, quella di cui vorrei avere il fisico nell'eventualità rinascessi. E potessi scegliere. 


Cosa dire di Oblivion senza rischiare di svelare troppo?
Io ci provo. 
La Terra - come la conosciamo noi - non esiste più, perchè nel 2017, a seguito di un'invasione (aliena?) con successiva guerra - vinta, ma con risultati discutibili, è diventata inabitabile. Tutti i sopravvissuti si sono trasferiti a vivere su Titano, una delle lune di Saturno, e la Terra serve solo come riserva energetica, ottenibile tramite enormi turbine che trasformano l'acqua di mare in energia. 
Su una piattaforma che sembra un loft di Nolita, con dei pavimenti tirati così a lucido che è sicuramente quella la cosa più fantascientifica di tutto il film (oltre alla piscina, vuoi forse farti mancare qualcosa?), vivono Victoria e Jack, che sono una "squadra fortissimi" a cui è stata cancellata la memoria - anche se Jack ogni tanto ha come dei flashback di lui e un'altra donna sul tetto dell'Empire State Building -, addetta al controllo (lei) e manutenzione/riparazione (lui) dei droni da combattimento che difendono le turbine. 
Ricevono ordini e istruzioni da Teth e la loro routine quotidiana si svolge con Victoria che monitora le azioni di Jack, in giro per il pianeta, impegnato a rintracciare e riparare i droni attaccati dai temibili Scavangers. 
Fino al giorno in cui Jack non vede precipitare una navicella spaziale al cui interno ci sono altri umani... 
E da quel momento in poi succede di tutto di più, in un tripudio di esplosioni, battaglie, combattimenti, buoni, cattivi, in cui una persona normale finirebbe al traumatologico con una collezione di ferite più o meno scomposte che richiederebbero una prognosi variabile dai 10 ai 45 giorni se ti va di culo. Il buon Jack se ne esce con un paio di graffietti di quelli che non stai nemmeno lì a metterci l'acqua ossigenata per disinfettarli e via andare. Compare Morgan Freeman in compagnia del sergente  Sykes (Nikolaj Coster-Waldau, tanta roba), oltre a Julia (una delle sopravvissute della navicella spaziale), che verrà curata da Victoria - a cui, per la gelosia nei confronti di Jack si inchianeranno i cazzi in un nanosecondo).
Julia è la fighissima  Olga Kurylenko, a cui Victoria ad un certo punto dirà "bevi, sei ancora disidratata". Che io non ho potuto esimermi dal dire alla bionda "se è così figa da disidratata pensa com'è quando è in forma!". 
E che cazzo, ho capito che è fantascienza, ma insomma!
Comunque niente, che succede di tutto e di più e che sembra tutto  un enorme dejavu ve l'ho detto? 
E che il finale vira un po' sul polpettone melodrammone romanticone americanone ve l'ho detto?
Fate conto di sì.
Sinceramente pensavo sarebbe stato anche peggio.
Tutto sommato riesce ad intrattenere egregiamente, se non ti metti a far le pulci qua e là.
Per la cronaca, alla Tiz non è piaciuto. 


12 aprile 2013

Crank


Chi non mi conosce potrebbe pensare che io sia una cagacazzo sophisthicatha e snob con la puzza sotto il naso, dedita a visioni da cineforum sinistri dove proiettano soltanto film kirghisi sottotitolati in farsi.
Chi mi conosce invece sa benissimo che non c'è niente di più falso, se escludi il fatto che sì, effettivamente sono cintura nera di cagacazzismo, quinto Dan.
Un po' di giorni fa la Tiz mi dice: "Guarda che la settimana prossima in TV danno un film col tuo quarto di bue preferito, Crank".
Il mio quarto di bue preferito è, nel caso specifico, Jason Statham. Per motivi che non starò certo qui a spiegarvi, tanto non cambia niente. Comunque non si tratta della profondità dello sguardo, ecco.
Il film, manco a dirlo, never covered. 
Io nella mia vita ne ho viste di cazzate, sia chiaro.
Credevo di aver raggiunto l'apice all'epoca di Wanted, con la confraternita di tessitori che riceve ordini da un telaio, per dire.
Ma, essendo che qualcuno molto prima di me ha detto che al peggio non c'è mai fine, martedì sera, dopo aver passato buona parte della serata col mio amico Harry, sono andata a dormire senza nemmeno passare dal divano. E siccome il rumore della tv mi concilia il sonno, mentre facevo un po' di zapping mi sono imbattuta nel film succitato, iniziato da pochissimo.
Siamo a Los Angeles. Chev è un killer incaricato di uccidere un boss della triade, ma, per qualche bizzarro motivo, non riesce a portare a termine l'incarico. Un'organizzazione criminale rivale gli inietta un mortale veleno il cui unico antidoto sembra essere la costante produzione di adrenalina.
E da quel momento in poi il povero Chev ne farà di ogni per mantenersi in un costante stato di eccitazione/agitazione/alterazione, assumendo ogni tipo di droga, dalla cocaina agli allucinogeni in taxi, brasandosi una mano nel tostapane, andando in ospedale alla ricerca dell'epinefrina e, già che c'è, facendosi defibrillare un po'. Ah, no, dimenticavo, prima di arrivare in ospedale troverà il tempo di ingropparsi a pecora la fidanzata nel bel mezzo di una piazza con la gente attorno che quasi fa la ola.
Oltre a cercare di mantenersi in vita, il nostro eroe non dimentica di portare a termine la sua vendetta, cosa che - ovviamente - gli riuscirà fino all'ultima scena, che si svolge a bordo di un elicottero. Fino a un certo punto.
Sta minchia morta. Quasi rivaluto i tessitori di Wanted.

11 aprile 2013

Shaun of the dead

Primo film della "Trilogia del Cornetto", seguito da "Hott Fuzz", che dovrebbe concludersi con "The World's End" sempre con la coppia Simon Pegg - Nick Frost, per il quale, incredibilmente, è già prevista un'uscita italiana. 
La trilogia, per cui in ogni film c'è una scena con un Cornetto dal gusto differente, è un chiaro omaggio (o una palese presa per il culo) alla trilogia di Kieślowski. A voi la scelta. Resta il fatto che per me è geniale. 


Detto ciò, il film è una di quelle robe che sei lì, lo guardi, ridi e non ci credi. Fra citazioni, colonna sonora e juke-box che partono random (che a "tu ammazza i Queen!" durante Don't stop me now nel locale assediato dagli zombie ancora un po' e soffoco) non vedi l'ora di vedere cosa possa succedere nella scena successiva. Assolutamente imperdibile.
Sì, vabbè, dai, inutile che mo' faccio la splendida. Che io, proprio io, ad esempio, me l'ero perso. E' che se in italia lo fai uscire col solito titolo di merda tutto ti viene tranne che voglia di guardarlo. E no, il titolo non ve lo dico, che mi fa schifo pure a scriverlo.   
Ma che il film sia imperdibile non è solo parere mio, sia chiaro:
« Penso che L'alba dei morti dementi sia una vera bomba. Mi è piaciuto moltissimo. » (George A. Romero)
« Non è solo il miglior film di quest'anno, ma di ogni anno da ora in poi. » (Quentin Tarantino)
« Una nuova linfa per il genere "zombi". Il film più divertente dell'anno. » (Peter Jackson)
« È un 10 sulla scala del divertimento, un film che diventerà un cult. » (Stephen King

Siamo in una Londra periferica, e, al solito tavolo del pub Winchester, troviamo Shaun, trentenne un po' sfigato, in compagnia del suo migliore amico e coinquilino Ed, un nullatenente/nullafacente che Liz, la ragazza di Shaun, non sopporta. E la discussione che stanno avendo, verte proprio sulla continua presenza di Ed nella loro vita, sul fatto che lei si senta trascurata, che la loro relazione non sta andando da nessuna parte ecc.ecc. La ragazza è supportata dai suoi due coinquilini, David e Dianne. I due sono fidanzati, ma David è da sempre innamorato di Liz, e la cosa è evidente a tutti tranne a lui. Non sopporta Shaun e non perde occasione per farglielo notare. Shaun le promette che cambierà e che per farsi perdonare la porterà a cena in quel ristorante figo "di pesce". Insomma, le solite cose che dicono gli uomini. 
Nel frattempo dalla tv - che nessuno sembra ascoltare - giungono notizie allarmanti di una misteriosa quanto inarrestabile invasione di zombie.
Di cui ci rendiamo conto al risveglio di Shaun, la mattina successiva.
Ce ne rendiamo conto noi, perchè Shaun, come tutte le mattine, compie i suoi gesti rituali come un automa, fino al momento in cui, portando il cornetto ad Ed, questo gli comunica che c'è una ragazza in giardino.
Che a loro due inizialmente sembra solo ubriaca fradicia, ma quando, dopo averla spinta inavvertitamente su un paletto che la trafigge, la vedranno rialzarsi, capiranno che c'è qualcosa che non quadra. E che gli zombi sono ormai dappertutto. E da lì parte la loro delirante impresa di salvataggio, a partire dalla mamma e del patrigno di Shaun, poi Liz, Dianne e David. E quale posto migliore per rifugiarsi se non nel rassicurante Winchester Pub?
Ecco. Datemi un film così a settimana, e io sono non dico felice, ma parecchio contenta.
Che, di 'sti tempi, è già parecchio.

10 aprile 2013

American Mary

Sai che nel suo tempo libero gli piace dipingere persone 
che vengono mangiate da diversi animali? Solitamente da orsi. 
Scherzi?
Oh no. Mai scherzare con qualcosa di così messo male.


Lameri(can) Mary del titolo è una brillante studentessa di medicina, che ha qualche piccolo problema economico. Per cercare di pagare i debiti si presenta col suo curriculum in uno strip-bar. E Billy, il proprietario, le chiede subito di aiutarla a ricucire un cliente messo un po' male.
Lei accetta e torna a casa. Verrà contattata da Beatress, una specie di Betty Boop look-a-like, che le chiede un intervento per la sua amica Ruby.
Nel frattempo continua a frequentare le lezioni e un giorno il dottor Walsh e il dottor Grant la invitano ad una festa "tra chirurghi". Dove verrà drogata e stuprata e filmata e che cazzo.
Abbandonerà l'università e si dedicherà con passione alla sua nuova attività di chirurgo specializzato in body modification, con il Dottor Grant a farle da cavia. Già, perché il Dottor Grant è stato catturato non si sa quando non si sa come non si sa perché (beh, si, almeno il perché è abbastanza chiaro) affinché Mary possa vendicarsi con tutta calma.
Nel frattempo il passaparola, grazie anche ad alcuni siti internet, aumenta la fama di Mary, che in rete ormai è famosa con il nome d'arte di "bloody Mary".
Contemporaneamente il detective Dolor sta indagando sulla misteriosa scomparsa del dottor Grant, e.
Niente.
A un certo punto il film finisce.
A cazzo proprio.
Che forse le Soska sisters si erano scordate l'appuntamento con l'estetista e han dovuto andar via di corsa.
Però la colonna sonora è bella schizofrenica, la protagonista (Katherine Isabelle) qua è in versione decisamente phiga ma soprattutto sfoggia un look gothic-dark-fetish che la piccola dark che fui (e che un po' sono rimasta, in fondo) non può non apprezzare. 
Per non parlare delle scarpe. Ma, visto che è un film e non la settimana della moda, diciamo che non basta.
E soprattutto, visto che sul set i bisturi non mancavano, perché rifinirlo con l'accetta?

Niente di personale. Eri nel posto sbagliato, al momento sbagliato, e avevi in bocca il cazzo sbagliato.

9 aprile 2013

Hitchcock

Io inizio ad essere un po' stanca.
Nel senso che voglio (si, vabbè, "voglio". Ogni tanto esagero) vorrei andare al cinema, e uscire dalla sala dicendo "cazzo, che bel film!" (perché c'è poco da fare, la classe, quando ce l'hai, non ti molla mai) e invece.
Praticamente l'ultima volta che è successo era il 7 febbraio. 2 mesi fa. E il film era Zero Dark Thirthy.
Due.
Mesi.
Fa.
Sir Anthony Hopkins è bravo, per carità, Helen Mirren forse anche di più, e noi seguiamo la vita dei due coniugi durante la realizzazione di Psycho, dentro e fuori dal set, dalla ricerca da parte di Hitchcock di un nuovo soggetto, che troverà leggendo il libro di Robert Bloch, che si basa sulle vicende di Ed Gein, alla diffidenza dei produttori, che - giudicata la sceneggiatura troppo horror e differente dai precedenti lavori del regista, reduce dal successo di "Intrigo internazionale", lo costrinsero a finanziare il film di tasca sua, le sue ossessioni, il suo rapporto prepotente con le attrici che lavoravano per lui, la gelosia, le abbuffate, la fragilità, la censura e gli scatti d'ira, la determinazione della moglie, che gli starà sempre a fianco, anche se nell'ombra, nonostante le difficoltà e il carattere non proprio facile dell'uomo. E la fine delle riprese, poi l'uscita del film decretata in due uniche sale perché giudicato un film "difficile" e invece fu un successo irripetibile.
Giù il sipario, applausi, e titoli di coda.
Se tutti i film brutti fossero così sarebbe un lusso, lo so.
Ma nonostante tutto è freddo, e non riesce a emozionare.
O meglio, a emozionarMI.


8 aprile 2013

Come un tuono (The Place Beyond the Pines)


Cianfrance, mi stai diludendo. 
Se io porto mio cane al cinema a vedere tuo film capace che quando esce di sala viene a casa tua e ti caga su scendiletto.
Cianfrance, cazzo.
Perché?
Quanta roba. Pure troppa. Potevi farci un paio di film, forse tre.
Cazzo Cianfrance, cosa sei, bulimico? 
Che io quando ho visto il trailer per la prima volta ho iniziato a sgomitare la bionda dicendo "questo sì! questo sì!".
E tu mi fai un film che regge benissimo per la prima ora, catturando la nostra attenzione dalla prima inquadratura. Che si apre sul torso nudo e tatuato di Luke, senza inquadrargli il volto. E poi il suo incedere lento, di schiena. Verso la gabbia in cui lavora, perchè Luke, è uno stuntmam motociclistico. 
Una sera, alla fine del suo spettacolo, trova Romina ad aspettarlo. Che vuole soltanto salutarlo. Luke la accompagna a casa e la donna gli spiega che, adesso, sta con un uomo.
Il giorno dopo Luke, che è uno spirito inquieto e vagabondo, sta lasciando la città, e va a salutarla. E scopre che la donna ha un figlio. Suo.
Luke vuole essere un buon padre per il piccolo Jason perché, come si ritroverà a dire a Romina "io sono cresciuto senza padre, e guarda cosa sono diventato". E da quel momento, spinto dall'amore, dal desiderio di conoscere suo figlio e dal bisogno di una famiglia  ("voglio fare con lui qualcosa che fa per la prima volta") e soprattutto di garantirgli un futuro migliore, un futuro sereno, decide di fermarsi a vivere lì, a Schenectady. Conosce un tipo che gli offre lavoro come meccanico. Quando Luke gli  dice che deve guadagnare di più, l'uomo gli spiega che potrebbero rapinare una banca. Ma non è uno scherzo come sembra. E Luke e il suo nuovo socio iniziano davvero a rapinare tutte le banche del circondario.
E poi  arriva Avery. 
Il poliziotto.
Eroe suo malgrado, dopo un errore che non ammetterà mai. E che non fa che aumentare il suo senso di colpa, che non lo abbandonerà mai.
Che non riuscirà più a guardare in faccia suo figlio pensando al figlio di Luke. E qua, Cianfrance - a me puoi dirlo - il film ti sfugge un po' di mano, vero? E ci metti dentro lo sconcerto, la paura, la fama, la corruzione dei poliziotti, cazzo, c'è addirittura Ray Liotta nella solita parte da pezzo di merda che fanno sempre fare a Ray Liotta. A qualcuno per caso viene in mente un film in cui a Ray Liotta abbiano affidato un ruolo positivo? Perché io non ne ricordo mezzo. 
Gli scrupoli di Avery che, in quanto eroe, vuole ristabilire l'ordine e la giustizia e placare il suo senso di colpa, ma dovrà combattere contro lo scetticismo e il disappunto di chi lo circonda. Ma Avery alla fine farà quello che pensa vada fatto. E chiede aiuto al padre per uscirne, in qualche modo.
E poi passano 15 anni. In cui - non si capisce come mai - invecchia solo Romina. E al funerale del padre di Avery - diventato nel frattempo procuratore - entra in scena suo figlio (che, se fosse il mio, di figlio, lo corcherei di mazzate tutte le mattine a colazione, per dire), che vuole vivere col padre (e presumiamo che negli ultimi 15 anni il matrimonio di Avery abbia avuto qualche problema, ma, di fatto, non lo sappiamo) che però è in campagna elettorale ecc. ecc.
Il figlio finisce nello stesso liceo frequentato da Jason. Che non sa nulla del suo vero padre. Ma gli verrà la curiosità di scoprirlo.
E lo scopre.
In qualche modo.
E poi succedono ancora un sacco di cose, finché Jason se ne andrà su una moto. Come a riprendere quella strada che suo padre aveva iniziato a percorrere. Perché il bene e il male si mescolano, e i buoni non sono mai buoni a 360 gradi. Ma lo stesso vale per i cattivi. O forse soprattutto per loro.
A parte Ray Liotta, ma lui è un caso a parte.
E non so.
Davvero.
Tanta roba. Ma mischiata un po' a cazzo.
Peccato.
Perché non riesco a dire che hai fatto un brutto film, Cianfrance, tutt'altro. Perché ci sono almeno un paio di scene che mi hanno emozionato. E tanto, pure.
Ma non so, davvero.  
Quello che so è che qua Ryan Gosling è magnetico e carismatico come non mai. 
E che finchè lui è in scena il film è tensione, emozione, amore e rabbia.