31 maggio 2013

ClintEastwooday - Fuga da Alcatraz

"Dev'essere bello avere 105 anni e continuare a fare film" ha detto Clint Eastwood, ospite all'ultimo Tribeca Film Festival, esprimendo la propria ammirazione per il regista Manoel de Oliveira.
Dev'essere bello arrivarci senza essere rincoglioniti, soprattutto. E il vecchio Clint, che oggi spegne 83 candeline, al momento - se escludi la sordità - sembra tenere botta in maniera più che dignitosa.
A differenza della sottoscritta, che aveva millantato la recensione di "Fuga da Alcatraz" per l'ennesima celebrazione che vede riuniti i soliti noti a celebrare il personaggio di maggio.
E che è appena tornata da San Francisco e Alcatraz l'ha vista solo da lontano. Perché è un po' disorganizzata, diciamocelo.
Fuga da Alcatraz si ispira ad un fatto reale, ed è uno degli ultimi film girati da Don Siegel. Si basa sull'omonimo libro di J.Campbell Bruce, che in questi giorni ho pure sfogliato, e descrive l'evasione di tre detenuti avvenuta nel giugno del 1962. Il carcere venne chiuso l'anno successivo.
Il nostro Clint interpreta uno dei tre detenuti evasi, Frank Morris, che, dopo molte evasioni in vari penitenziari sparsi per gli States, viene rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Alcatraz, da cui evadere pare impossibile. Ma.
Frank Morris è dotato di un'intelligenza superiore alla media, e, con l'aiuto dei fratelli Anglin, che fuggiranno con lui, troverà il modo, approfittando dell'erosione dei muri provocata dall'umidità e dalla salsedine, scavando, scavando, scavando, con mezzi rudimentali, di portare a compimento l'impresa.
La mattina del 12 giugno, le guardie, nel loro giro di ispezione, al loro posto, nelle brande, troveranno tre manichini rudimentali.
Nessuno sa che fine abbiano fatto i tre uomini, e anche il film, che è uno dei cult indiscussi del genere carcerario, lascia aperta ogni ipotesi.
Fatto sta che se il vero Frank Morris è affogato nella baia, come stabilì l'FBI chiudendo ufficialmente il caso nel 1979, il nostro Clint è vivo e vegeto, e lotta insieme a noi.


























50/50 Thriller - Fino a prova contraria
500 film insieme - I ponti di Madison County
Bette Davis Eyes - J. Edgar
Bollalmanacco di cinema - Mezzanotte nel giardino del bene e del male
Combinazione Casuale - Per un pugno di dollari
Director's cult - Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo
Era meglio il libro - Assassinio sull'Eiger
Ho voglia di cinema - Mystic River
Il cinema spiccio - La recluta
In central perk - Invictus


30 maggio 2013

Se dici sedici

16 giorni.
16 giorni volano. 
16 giorni volano in fretta. 
Non so da che parte iniziare. 
Anche perché sto ancora facendo a cazzotti col fuso orario. 
E, considerato che avevo iniziato a dormire regolarmente solo con l'arrivo a San Francisco, ovvero 13 giorni dopo il mio arrivo negli States, la vedo un po' dura per i prossimi giorni, ché 8 ore son tanta roba.
Non ho mai subito il fascino del mito americano, ma questo viaggio mi ha letteralmente entusiasmato come non mi capitava, credo, dai tempi dell'Australia, nel 2004. 
Forse sto diventando selvatica, ma ho amato quegli spazi sterminati, così pieni di nulla, percorsi in macchina, in totale assenza di traffico, in mezzo alla natura selvaggia e incontaminata (non una casa, in certi tratti, fra lo Utah e l'Arizona nemmeno i pali della luce) da sembrare quasi irreali. 
Per non parlare della meraviglia dei colori. Dalla neve a 4000 metri sul Tioga Pass, con le marmotte che spuntavano tra le rocce, i laghi, poi paesaggi aridi e brulli. Ma bastava una curva e ti sembrava di essere stato catapultato in un altro mondo, dove le rocce da beige diventavano prima rosa, poi rosse, poi si nuovo grigie, e poi si scendeva, in mezzo a canyon tagliati solo dalla strada, e poi si risaliva e poi ogni tanto l'indicazione di una località, generalmente una manciata di case in prossimità di un incrocio. E poi di nuovo il nulla, per miglia. E miglia. E miglia. 
E le persone affabili, sempre pronte ad attaccare discorso, come a Williams, dove, cercando un posto per la cena, una coppia che era appena uscita dal ristorante ci ha detto di entrare perché quello era il miglior locale della città, e poi ci hanno chiesto da dove venivano e cosa avevamo visto, e mentre eravamo impegnate a parlare, una coppia, ancora all'interno del ristorante, ci ha bussato dal vetro facendoci capire che lì si mangiava benissimo. 
E tutti si mostravano stupiti quando dicevamo di essere italiane. Poi una mattina - a colazione - un signore, sentendoci parlare, ci ha chiesto di dove fossimo, perché non riusciva a riconoscere "l'idioma" e pensava arrivassimo del nord Europa. E va bene che sua bionditudine è, appunto bionda e abbastanza alta, ma io ho l'aspetto nordico giusto se mi metti a fianco a Frida Kahlo. Ma sua moglie ci ha prontamente spiegato che, per essere italiane, eravamo insolitamente silenziose e tranquille. Quindi lo stereotipo dell'italiano casinista, mi pare di capire, purtroppo vale sempre. 
In compenso a San Francisco almeno un paio di volte ci hanno chiesto indicazioni stradali. 
San Francisco è una città splendida. L'ho già detto, credo. Mi ha colpito solo l'enorme concentrazione di homeless e disperati di ogni specie, soprattutto in pieno centro, in particolare sulla Eddy. La prima sera una ragazza mi ha chiesto una sigaretta in cambio di 20 centesimi. Ho dispensato sigarette un po' a chiunque. Un po' a chiunque me le chiedesse con gentilezza, compreso l'ubriacone sdentato incrociato su Polk Street, che mi ha seguito per dirmi che gli piaceva il mio tatuaggio, e che, dopo aver scoperto che ero italiana mi ha detto che anche la sua mamma era italiana, di Capua. Almeno, Capua è quello che ho dedotto io, che la sua pronuncia non era esattamente chiarissima. 
Ma, per quanto numerosi, non sono affatto molesti. Molti vagano con l'espressione assente in un mondo tutto loro. Spero che quello che vedono sia migliore di quello che vivono. 
E adesso vado a informarmi sulle modalità per adottare un cane della prateria.




27 maggio 2013

San Francisco


Questa città ti affascina.
Credo sia impossibile non amarla.
Ho perso il conto dei nostri "che meraviglia" dopo la prima mezz'ora.
Tre giorni in cui abbandonavamo l'hotel la mattina fra le 8.30 e le 9.00, per farci ritorno in media dopo 12 ore. Dopo aver capito dove fare l'abbonamento dei mezzi pubblici e aver acquistato il "muni passport" per 3 giorni (22$) abbiamo iniziato a girare per la città - senza il minimo problema e diventando padrone del territorio in tempo zero - partendo dalla zona dei Pier. Purtroppo non siamo riuscite a trovare posto per fare il giro ad Alcatraz, tutto esaurito fino a martedì, complice il fatto che oggi è (anche) il Memorial Day.
Ci siamo passate davanti andando a Sausalito, e abbiamo deciso che per questa volta ci saremmo accontentate.
E fra cable car, streetcar e semplici filobus (l'abbonamento è stato ammortizzato praticamente già il primo giorno) siamo salite e scese lungo le strade di chinatown, Castro, north beach, japantown, haight hasbury, mentre ieri mattina ci siamo spinte fino al Mission District approfittando del fatto che fosse il week end del tradizionale Carnaval.
Tanto colore.
Visto che eravamo già lì, dopo aver assistito alla "grand parade" ne abbiamo approfittato per visitare la missione e la cattedrale. Una delle più vecchie della città. La messa non era ancora finita e io e la bionda, per non scassare la minchia a nessuno, ci siamo sedute nelle ultime file. E dopo un attimo il prete si è messo a raccontare di quando la cara signora Obispo l'ha invitato a cena e lui ad un certo punto ha iniziato ad accusare dolori fortissimi al petto e temeva gli stesse per venire un infarto proprio il giorno del suo compleanno. Portato all'ospedale ha scoperto che la pressione era a posto e che quei dolori al petto arrivavano dall'esofago e non dal cuore, e si trattava di un semplice caso di reflusso gastrico.
Io non frequento molto le chiese, ma un prete che dal pulpito ti parla del suo reflusso gastrico gode del mio massimo rispetto, per avermi fatto ridere fino alle lacrime.
Abbiamo cenato in posti decisamente interessanti (Brenda's e Frances), e, per la serie tutto quanto fa cultura, visitato il museo del vibratore.
Abbiamo stampato la carta d'imbarco per il nostro volo di ritorno. E adesso ce ne andiamo ancora un po' in giro per le ultime ore.
Non siamo andate al cinema, ma in compenso ieri sera sull'HBO abbiamo visto "behind the chandelabra".

25 maggio 2013

Da Monterey a San Franciaco


Dopo aver lasciato Monterey senza troppi rimpianti, prima di arrivare a San Francisco abbiamo fatto una tappa in Napa Valley.
Che è un po' come quando io e la bionda si decide di andare a fare un giro nelle Langhe, se stai a vedere il panorama non è molto diverso. Ma il paesaggio è indubbiamente affascinante. Soprattutto se arrivi dalla Groenlandia o dal Camerun e non hai mai visto un vigneto. Del resto ieri mattina ho visto un signore fotografare un geranio, quindi ci sta.
Zona da visitare comunque con più tempo a disposizione. Che a noi però mancava.
Calistoga è tranquilla e rilassata, oltre che, con le sue acque termali, rilassante, Santa Helena elegante e più movimentata, mentre Yountville è esclusiva e raccolta, e Sonoma si sviluppa attorno a una grande piazza alberata.
E poi, quando ormai erano le 7 di sera, ci siamo messe in viaggio verso San Francisco. E quando davanti ai miei occhi si è materializzato all'improvviso il Golden Gate io un po' mi sono emozionata!
Abbiamo raggiunto l'aeroporto e riconsegnato l'auto - km percorsi: 4.444 - in tempi ragionevoli. Poi, con la BART, abbiamo raggiunto Union Square, e da li l'hotel. E, alle 10.00 di sera, siamo riuscite a trovare un ristorante Thailandese che ci ha dato da mangiare...

23 maggio 2013

Da Pismo Beach a Monterey


Il nostro viaggio on the road giunge al termine. Abbiamo lasciato Pismo Beach questa mattina, dopo un giro sulla spiaggia, dove sono riuscita a fare conoscenza con Fielding, un vero surfista californiano con due occhi splendidi (ma anche tutto il resto non era affatto male) che mi ha chiesto se per caso lo avessi fotografato mentre era in acqua. E io casualmente lo avevo fotografato, così gli ho promesso che gli manderò la foto, e lui si potrà vantare con gli amici.
Che io mi dico, sei lì che aspetti l'onda e ti guardi in giro per vedere se qualcuno ti sta fotografando? Capace che arriva l'onda perfetta e tu te la perdi, sai? È un attimo, eh?
Abbiamo fatto colazione al "Cinnamon roll", che è il tripudio del... cinnamon roll, che - manco a dirlo - io adoro. E anche la bionda.
Quindi, attraverso la panoramica Highway 1 abbiamo raggiunto Carmel by the Sea, paesino davvero incantevole, di cui Clint Eastwood è stato sindaco un po' di anni fa.
Ci siamo fermate a pranzo in un locale, dove, dopo aver ordinato fish & chips, siamo uscire con la doggy bag, d'ordinanza, vista l'abbondanza delle porzioni, risolvendo così anche il problema della cena. Abbiamo visitato il paese, che ha una spiaggia citradina bellissima, e, In una manciata di minuti siamo arrivate a Monterey, che, sinceramente, al contrario di Carmel, non mi ha entusiasmato particolarmente. Ma tanto domattina ce ne andiamo.
Destinazione Napa Valley. E da li, in serata, raggiungeremo San Francisco. Dove ci separeremo dalla Ford (tutta assemblata in Michigan), che ci ha scarrozzato per giorni e miglia. Mi manca già adesso. E questi giorni sono letteralmente volati.

22 maggio 2013

Santa Barbara


E dopo rocce e sassi e deserti e montagne, e canyon e strade con zero traffico, siamo arrivate sulla costa. 
Ho provato l'ebrezza di circumnavigare Los Angeles. Una roba che al confronto la tangenziale di Milano nell'ora di punta sembra una passeggiata di salute.
Non siamo ancora riuscite a capire per quale motivo le persone - fra l'altro sono tutti molto cordiali, espansivi e gentili - si stupiscano sempre quando scoprono che siamo italiane.
E adesso andiamo a cena, che la famosa clams chowder di Pismo Beach ci sta aspettando.

19 maggio 2013

Antelope Canyon


Un altro posto di una bellezza che non si capisce e a cui nessuna foto potrà mai rendere giustizia.
Nessuna foto scattata da me, naturalmente. 

18 maggio 2013

dallo Utah all'Arizona


Abbiamo abbandonato il Bryce Canyon e, percorrendo la US89, strada panoramica che attraversa, fra gli altri, il Red Canyon, il Paria Canyon e il Glen Canyon, in un susseguirsi di panorami mozzafiato, siamo arrivate a Page, dove abbiamo mangiato il nostro primo hamburger. La nostra intenzione era di visitare subito l'Antelope Canyon, ma non si può fare se non con escursioni guidate. E quelle di oggi erano già al completo. Eventualità che io e la bionda non avevamo nemmeno lontanamente ipotizzato potesse accadere. Abbiamo quindi prenotato il tour per domattina alle 9.30. E siamo andate a visitare - che io i consigli li ascolto, grazie Tonono! - l'horseshoe bend, che è, come suggerisce il nome, un punto in cui il Colorado fa una curva (bend) a forma di ferro di cavallo (horseshoe), e tu dall'alto, osservando questo spettacolo della natura rimani quasi incantato. 
Facilmente raggiungibile uscendo da Page e proseguendo 5 miglia sulla US89. 
E ne vale assolutamente la pena! 

17 maggio 2013

Bryce Canyon


Questo posto è semplicemente fantastico, non trovo altre parole per descriverlo. 
Sono quasi le 10 di sera e sono stanca morta. 
Dev'essere stato tutto lo shopping fatto ieri a Las Vegas ad avermi stremato.

16 maggio 2013

Via da Las Vegas



Las Vegas è un non luogo. Troppo finta, troppo kitsch, troppo rumorosa, troppo trafficata, troppo troppo.
Il tripudio del troppo, disse lei dopo essere scesa dalle montagne russe che ci sono nel suo hotel...

15 maggio 2013

Death Valley

Io non oso pensare a cosa possa essere visitare questo posto quando fa caldo "seriamente".
Del resto quando siamo arrivate noi, questa mattina, c'erano appena 108 gradi Fahrenheit (i nostri Celsius 42). 
Arrivata a Zabriskie Point avevo voglia di morire. 

14 maggio 2013

Sulle strade della California

E dopo aver attraversato lo Yosemite Park attraversando il Tioga Pass (fortunatamente aperto) siamo arrivate a Lone Pine. Dove fa un caldo che non si capisce.
Abbiamo visitato il Lone Pine Film History Museum (dove è esposta la carrozza del Dottor Schultz di Djiango Unchained) e adesso, che sono le 17.00, ci toccherà buttarci in piscina.
Che fatica!

12 maggio 2013

L'arrivo.

Fire with fire

The diludendo's fair.


Partiamo dalle cose positive: Josh Duhamel ha un naso bellissimo.
Fine.
Veniamo al resto.
Che, per pigrizia, copio&incollo, tanto non è che ci sia molto da aggiungere.

Roma, 7 mag. (Adnkronos/Cinematografo.it) - Bruce Willis insieme a Josh Duhamel, Rosario Dawson, Curtis ''50 cent'' Jackson e Vincent D'Onofrio, torna sugli schermi cinematografici con un film d'azione diretto da David Barrett, nelle sale dal prossimo 9 maggio e distribuito da Eagle Pictures in 150 copie. ''Fire with fire'' vede l'attore più action e adrenalinico di Hollywood nei panni di un poliziotto federale alle prese con un brutale doppio omicidio, a cui un vigile del fuoco (Josh Duhamel) ha involontariamente assistito e per questo vede minacciate le persone a lui più care nonostante sia entrato nel programma di protezione testimoni. ''Fire with Fire è uno di quei film in cui l'azione si concentra in tutto e per tutto nei personaggi'', dice il regista David Barrett. Grazie alla lunga esperienza nella coreografia d'azione, Barrett dà il meglio di sé in questo genere (...)

Barrett, ascolta me, Fire with fire è uno di quei film d'azione in cui l'azione è rimasta a casa a dormire, i personaggi sono stereotipati, Vincent d'Onofrio a capo della fratellanza ariana di Long Beach è credibile  come lo sarei io alla finale di Miss Italia, i dialoghi sono a dir poco imbarazzanti, il protagonista che si innamora per la prima volta nella sua vita è una delle cose più melense mai viste, Julian McMahon che ravana con le mani nella pancia del suo compare ferito sembra un guaritore filippino, ecc.
Potrei andare avanti nell'elenco, ma, siccome di inutilità ce n'è già abbastanza, mi fermo qua. 
Se non altro, grazie alla festa del cinema (anche se con il cinema questo film c'entra davvero poco), abbiamo speso soltanto 3€.
Che per un film del genere sono anche troppi. 

Barrett? Lascia che ti spieghi com'è fatto un film d'azione... 

11 maggio 2013

If you're goin' to San Francisco...


♪ ♫ ♪ ♫
Eh, lo so.
E' un duro lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo.
Quindi, se le cose vanno come dovrebbero andare, in questo preciso istante il nostro aereo dovrebbe essere in fase di decollo, destinazione Parigi, e poi, nel pomeriggio, si inizierà a fare sul serio.
E, quando qua sarà notte inoltrata, io e sua bionditudine dovremmo giungere a destinazione.
So che riuscirete a sopravvivere benissimo anche senza di me.
Che è quello che conto di fare pure io, fra l'altro, anche se non escludo, wi-fi permettendo, di fare qualche sporadica apparizione.
Sicuramente riuscirò a leggere i vostri commenti, ammesso che abbiate voglia di lasciarne, anche se non garantisco di riuscire a rispondere.
Ma so che anche di questo ve ne farete una ragione.
Tanto - se non cade l'aereo, o se non cado io nel Gran Canyon - fra un po' di giorni ritorno.
Nel frattempo volevo sentitamente ringraziare Nicolas Winding Refn per aver posticipato l'uscita italiana di Only God Forgives dal 23 al 30 maggio, aspettando il mio ritorno in patria.

10 maggio 2013

Antiviral


Le celebrità non sono persone.
Sono allucinazioni di gruppo.


Ricordo una vignetta di Altan, in cui uno dei suoi personaggi, spaparanzato in poltrona, si domanda: "vorrei sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio". Ecco. Immaginatevi la poison, al posto della poltrona il suo famoso divano, porsi la stessa domanda mentre si appresta a guardare l'opera prima di quel gran figlio di un... Cronemberg.
Wikipedia lo classifica come "fantascienza, horror". Per raggiungere la perfezione manca giusto il musical e poi  si ha la mia personale rappresentazione di trilogia del terrore.
Siccome non c'è limite alla stupidità umana, il film parte dal presupposto che -  in un futuro prossimo - la gente, per sentirsi più vicina ai propri idoli, sia disposta a pagare fior di soldoni per farsi iniettare i virus delle malattie di cui soffrono i vip(s). Come se io nutrissi una folle ammirazione per il Trota e, per sentirmi in qualche modo più vicina al mio idolo, decidessi di farmi espiantare il cervello.
Detto ciò il film - che esteticamente, di questo bisogna dargliene atto, ha il suo perchè - inizia con l'inquadratura di Syd March all'esterno della Lucas Clinic - società leader nel settore del virus on demand - di cui è dipendente, con un termometro in bocca. Ha il tipico aspetto sano e florido di un cadavere dimenticato sul tavolo delle autopsie, ma, a parte ciò, svolge bene il suo lavoro.
Talmente bene da autocontagiarsi con gli stessi virus per cui i fan fanno la coda nell'anticamera della Lucas, diventando portatore sano (si, insomma, sano sto gran paio di palle) della qualsiasi, dalle doppie punte alla sindrome del grido di gatto, che spaccia al mercato clandestino. Quando Hannah Geist, una delle star le cui infezioni vanno per la maggiore, muore misteriosamente, anche le condizioni di salute di Syd - che si è ovviamente iniettato il virus della star deceduta - inizieranno a peggiorare, ed egli dovrà cercare di capire cosa gli sta succedendo, in una specie di lotta contro il tempo, in cui - se non arrivi al traguardo - facile che muori. E non è detto che sia la cosa peggiore che possa capitarti.
Visionario, disturbato e disturbante, non è decisamente il mio genere (anzi), infatti non mi ha fatto impazzire, anche se devo ammettere che l'efebico ed emaciato Caleb Landry Jones (era Andy, il cognato babbo di minchia di Walhberg in Contraband)  nel ruolo di Syd è davvero straordinario.
Per il resto, immagino che - per gli amanti del genere, anche se non mi è chiaro esattamente quale genere - possa essere un film interessante, ma, davvero, no, grazie: it's not my cup of tea.



9 maggio 2013

Hot Fuzz

Fascista.
Megera. 

Nicholas Angel è l'incarnazione del poliziotto perfetto: encomi come se piovesse - compreso lo sfollagente d'onore -, percentuale di arresti superiore alla media, attaccamento e dedizione al lavoro totali, (infatti la fidanzata Jeanine si stancherà ben presto del suo ruolo di eterna seconda, e lo manderà a stendere), e come unico interesse extra-lavoro, la cura di uno Spathiphyllum (per chi non fosse dotato di pollice verde come la sottoscritta, è la pianta che si vede nella foto). Il suo continuo primeggiare sempre e comunque fa sì che un giorno venga convocato nell'ufficio del superiore, che gli comunica la sua promozione a sergente. Comprensiva di trasferimento da Londra a Sandford, dove l'unico crimine viene perpetrato al pub, dove vengono serviti alcolici ai minorenni, cosa su cui Angel, nonostante non abbia ancora preso servizio, non transige.
E infatti dopo il suo intervento, si ritroverà in un pub deserto, in compagnia dei gestori del locale e di Danny, ubriaco marcio, che verrà quindi scortato in caserma.
La mattina dopo scoprirà - con non poco stupore - che Danny è un poliziotto, nonché figlio del capitano.
I suoi nuovi colleghi sono estremamente rilassati, ma ben presto nel tranquillo paesino la monotonia viene scossa da una serie di strane morti, che la polizia locale ovviamente classifica come incidenti, mentre per Angel qualcosa non torna, e inizierà a indagare...
Pescando a piene mani dal genere poliziesco, con continue citazioni (Danny "venera" in particolar modo Point Break e Bad Boys 2) il secondo capitolo della trilogia del cornetto diverte - anche se in maniera differente rispetto a Shaun of the Dead - e funziona, con le sue continue citazioni ai classici del genere, e la coppia Pegg-Frost si conferma la più classica delle coppie male assortite ma proprio per questo convince.
Nel cast, oltre all'ottimo cigno, troviamo Paddy Considine (uno degli Andies), Timothy Dalton nella parte di Skinner e, sotto la tuta della polizia scientifica, nella parte di Jeanine, Cate Blanchett.
Non c'è nulla da fare, in questo genere di cose gli inglesi la sanno lunga.
E a questo punto non ci resta che attendere The World's End, il terzo (ed ultimo) capitolo della trilogia!


8 maggio 2013

District 9

Un film sull'apartheid nella terra che con l’apartheid ci ha convissuto a lungo. Girato come un documentario, District 9 ci mostra un’enorme astronave aliena parcheggiata sopra Johannesburg da più di vent'anni e che, a causa di un guasto, non riesce più ad andarsene. Gli alieni, che gli umani chiamano in tono dispregiativo “gamberoni” per il loro aspetto non proprio affascinante, vivono in uno slum (il District 9, appunto, nemmeno tanto velato richiamo al District 6 dove erano confinati i neri durante l'Apartheid) in totale anarchia e abbandono, cibandosi di rifiuti e di cibo per gatti, di cui sono ghiotti, costantemente monitorati dai tecnici della MNU, che sta cercando di trasferirli in un nuovo campo profughi. Per iniziare il trasferimento una squadra di tecnici e soldati, capitanata dall'impiegato della MNU Wikus Van De Merwe dà inizio alle operazioni di sfratto. Ma, maneggiando uno strano contenitore, viene contaminato e scoprirà, con non poco stupore, che sta tramutandosi in una creatura ibrida, metà umana e metà aliena, diventando, suo malgrado, oggetto di studio e sperimentazione. Riuscirà a fuggire, e troverà rifugio proprio nel distretto, dove, venendo a contatto con una una coppia di alieni formata da padre e figlio, inizierà, giocoforza, considerata la sua "nuova" condizione, a vedere le cose da una diversa prospettiva.



A fine estate potremmo vedere l'ultimo lavoro di Neill Blomkamp, Elysium, film di fantascienza ambientato nel solito futuro distopico, con protagonisti, oltre a Sharlto Copley, Matt Damon e Jodie Foster.
Nell'eventualità remotissima che non l'abbiate visto, recuperate District 9, intanto. 

7 maggio 2013

Formula per un delitto


Una sera ha esagerato, così gli ho rotto il naso con un gatto.
Con un gatto?
Era di ceramica






Un altro film con Ryan Gosling? Ebbene si.
Anche se qua si fa davvero fatica a volergli bene. 
Il film si basa sulla vicenda di Leopold e Leob del 1924, a cui in molti, prima di Schroeder, che realizzerà questo film nel 2002, si sono ispirati, compresi Hitchcock ed Haneke, tanto per citarne un paio.
Richard (Ryan Gosling) e Justin (Michael Pitt) due ragazzi intelligenti, di buona famiglia, ottimi studenti ma, come spesso accade a tutti i figli di papà, taaaanto ma taaaanto annoiati, decidono di realizzare il delitto perfetto, scegliendo una vittima casuale. Cosa che, se il film fosse ambientato a Garlasco, piuttosto che a Perugia, potrebbe anche funzionare, ma siccome siamo in America, il caso viene affidato al detective Cassie Mayweather, detta "la iena", che, affiancata da un nuovo collega, inizia a indagare sull'omicidio.
La donna si porta addosso un bagaglio di cicatrici di un passato che non l'abbandona, e che fanno fatica a rimarginarsi, e per questo motivo le sue intuizioni non sempre vengono considerate valide dai superiori, che  spesso trattano la donna con malcelata e sussiegosa sufficienza.
Anche se ben presto, nonostante i due ragazzi abbiano organizzato tutto in modo da confondere le acque, creando indizi per sviare ogni sospetto possa ricadere su di loro, compreso un falso colpevole, fin troppo comodo, la tenacia di Cassie, decisa a non mollare, le farà scoprire come sono andate le cose, fino alla resa dei conti finale. 
Ma è davvero tutto così semplice come sembra?
Chi è che manipola chi?


6 maggio 2013

Il divo

Il film inizia come un videoclip, con un’incalzante colonna sonora e, in rapida successione, una sequenza di alcune fra le morti “misteriose” che si sono susseguite negli anni nel nostro paese: Sindona, Pecorelli, Calvi, Ambrosoli. Poi arriva lui, sofferente di emicranie fortissime con il volto trafitto dagli aghi mentre si sottopone all’agopuntura, e ti viene in mente Hellraiser. 
Il film ripercorre un pezzo di storia italiana, dal settimo (ed ultimo) governo Andreotti all’elezione di Scalfaro presidente della repubblica, passando per l’omicidio di Salvo Lima e i suicidi eccellenti di tangentopoli, la strage di Capaci e il processo per associazione mafiosa. 
Tutto scorre attorno all'imperturbabile Giulio, in un film cupo e scuro, come cupa e scura è la casa di Andreotti. Bella la scena in cui la moglie (una splendida Anna Bonaiuto) entra in casa e accende tutte le luci e lui dietro, a spegnerle. 
L’unico squarcio di luce si ha durante l’incontro (vero? falso?) con Totò Riina. Un caso?

E alla fine è arrivato anche il giorno in cui è morto Giulio Andreotti. 

Miele

Alimento prodotto dalle api, ricco di glucosio e fruttosio, la morte sua è sul castelmagno. O sullo yogurt greco.
Casualmente Miele è anche il titolo del film con cui Valeria Golino fa il suo esordio alla regia.
Ce n'era davvero bisogno?
Non lo so, sinceramente. Sicuro è che il film è molto meno peggio di quello che possa sembrare vedendo il trailer.
Miele è il nome che usa Irene quando lavora. E il suo "lavoro" consiste nell'aiutare a morire persone con malattie inguaribili, fornendo loro mezzi e assistenza affinché possano porre fine a una vita che per molti non è più vita.
Per farlo si reca in Messico a comprare un barbiturico per uso veterinario, che poi somministra - mai direttamente, ma impartendo istruzioni precise e dettagliate seguendo una specie di "regolamento" non scritto - ai suoi pazienti.
Ovviamente Irene crede fermamente in quello che fa, anche quando la sorella di un paziente le dirà "certo che fai proprio un lavoro di merda".
Fino al giorno in cui scopre che un suo cliente non è affetto da nessuna malattia terminale, ma che è semplicemente stanco di vivere. E le sue certezze iniziano a vacillare.
E qua si potrebbe intavolare un'interminabile discussione sul fatto se porre fine alla propria esistenza nel momento in cui questa smette di esserlo sia giusto o sbagliato, scomodando la legge, la morale, la scienza, la religione, la libertà di scelta e via dicendo. Cosa che ovviamente io non intendo fare, e che - fortunatamente - non avviene nemmeno nel film, che non si permette né di prendere posizione, né di giudicare.

5 maggio 2013

We are marshall

Film del 2006 diretto da McG, si ispira alla vera storia in cui, a seguito di un incidente aereo, nel novembre del 1970, morirono 75 persone: quasi tutti i giocatori della squadra di football della Marshall University, oltre a diversi membri dello staff fra allenatori, preparatori atletici e alcuni tifosi.
Il film, per qualche bizzarro motivo che sfugge alla mia comprensione, è stato classificato PG (Parental Guidance Suggested) in quello stesso paese dove un bimbo di 5 anni può ammazzare la sorellina duenne giocando indisturbato con il suo "primo fucile", un cazzo di calibro 22 progettato per le piccole manine delle angeliche creaturine. Se avete una femminuccia, don't worry: esiste anche in rosa. 
Scusate, come mio solito stavo divagando, è che certe notizie mi fanno salire una carogna che non riesco nemmeno spiegare. 
Torniamo al film, che, nonostante un po' di retorica, (è pur sempre uno dei millemila film sul football americano, io personalmente devo averne visti almeno una quindicina)  riesce a non essere stucchevole. Grazie ad un buon cast e ad un'eccellente colonna sonora, con tanto di "il buono il brutto e il cattivo" fischiettato da Matthew McConaughey.
Dopo l'incidente aereo, tutta la comunità di Huntington, nel West Virginia, sprofonda nella disperazione per la grave perdita, tanto che il rettore dell'università (David Strathairn, perfetto nel ruolo di Donald Dedmon) decide di sospendere il programma di football.
Ma, grazie alla testardaggine di Nate Ruffin, uno degli atleti sopravvissuti all'incidente (non venne convocato a seguito di un infortunio alla spalla) la decisione verrà modificata. Parte quindi la caccia al nuovo coach, che cadrà su Jack Lengyel più per mancanza di alternative che per reale convinzione, che, una volta assemblato lo staff tecnico, parte alla ricerca dei giocatori da inserire nella nuova squadra (e qua c'è una delle sequenze più divertenti di tutto il film, con il reclutamento di giocatori di basket, baseball e soccer che definire pippe galattiche è quasi riduttivo) con non poche difficoltà. 
Un film che più che indugiare sulle scene di gioco sposta il tiro su altruismo, amicizia e capacità di non arrendersi di fronte alle difficoltà. Insomma, il football come metafora della vita.


4 maggio 2013

Side effects (effetti collaterali)

Steven Soderbergh è sicuramente un regista difficile da catalogare. Capace di sorprendere al suo esordio nel 1989 (Sesso bugie e videotape), negli anni è riuscito a spaziare più o meno abilmente (a volte meno, molto meno) dal film di denuncia al blockbuster passando per la sperimentazione ed il remake, raggiungendo vette di incomparabile bruttezza con cose come Bubble, o - dicono, che io non l'ho visto ma famo a fidasse  - Knockout, con risultati altalenanti e discontinui.
Quindi, l'uscita del suo ultimo (penultimo, visto che è in arrivo Behind the Candelabra, dove già si parla di un Michael Douglas in odore di Oscar) film mi vedeva un po' titubante. Soprattutto dopo aver letto da qualche parte (col senno del poi mi chiedo "maddeche?") degli accostamenti a "il cigno nero", che, da queste parti, non è stato particolarmente apprezzato.
Complice il fatto che fosse in programmazione al Centrale in lingua originale e che le alternative -  come succede troppo spesso ultimamente - fossero praticamente inesistenti, la scelta sul film del giovedì è stata più o meno obbligata. In compenso dopo il film abbiamo provato una nuova pizzeria. Prezzi un po' più alti della media, ma la pizza c'è piaciuta.

Ordunque.
Per motivi personali, patisco particolarmente l'argomento "depressione". E non perché - f o r t u n a t a m e n t e - ne abbia sofferto, ma perché per anni ne ha sofferto, e pure in maniera piuttosto seria, mia madre. Quindi durante i primi 45 minuti di visione ho rischiato di deprimermi io. Per fortuna il buon Soderbergh è riuscito a fare in modo che ciò non succedesse.
Martin, il marito di Emily, è finito in carcere per insider trading. Dopo quattro anni, finalmente esce. Ed in quel momento Emily sbrocca. Una mattina, mentre esce di casa per andare al lavoro, sale in macchina, e, invece di uscire dal garage, decide di andare a schiantarsi a velocità sostenuta contro il muro del garage stesso. Naturalmente ne esce praticamente illesa. Ricovero ospedaliero, esami e inevitabile consulto psichiatrico. Riesce a convincere il dottor Banks di non avere istinti suicidi, e promette di iniziare una terapia con appuntamenti settimanali nel suo studio. Banks le prescrive alcuni tipi di farmaci, non prima di aver consultato la dottoressa Siebert, che aveva già avuto in cura la donna in precedenza.
Siamo pur sempre in America, e ad un certo punto sembra quasi che, senza il tuo bell'antidepressivo in borsetta, tu sia l'ultimo degli sfigati, e fra un "prova questo", "la mia amica usa questo e dice che fa miracoli", "io ho usato questo e funziona", seguiamo gli sbalzi di umore di Emily, che livellare la serotonina cercando la combinazione miracolosa fra SSRI e SNRI non è così semplice e gli effetti collaterali possono essere imprevedibili.
Mi fermo qua, che il rischio di inciampare nello spoiler è abbastanza elevato.
Aggiungo che - nonostante una prima parte parecchio pesante (ripeto: per me), il film riesce a risollevarsi, magari in maniera un po' prevedibile, ma il risultato finale non è affatto terribile.
Se così non dovesse sembrarvi, non prendetevela con me, perché ho scritto questo post sotto l'effetto di un panino con la mortazza. E questo potrebbe essere il frutto di uno dei suoi temibili effetti collaterali.

Poison, hai dimenticato di prendere le tue pastiglie anche oggi? 

3 maggio 2013

Blue Valentine

Ma di nuovo, Cianfrance? Due delusioni su due, Cianfrance. Ma che, si fa così?
Ho paura che non diventerai mai il mio regista preferito, sai? 
A me puoi dirlo, Cianfrance. Hai forse avuto un'infanzia difficile? Eri un bambino timido e introverso e a scuola ti prendevano tutti per il culo? I tuoi genitori si sono separati quando eri poco più che un ragazzino e litigavano per il tuo affidamento, nel senso che tua madre voleva che rimanessi con tuo padre e tuo padre ti voleva con tua madre? 
Però Cianfrance, non potevi che so, aprire un blog, diventare segretario del PD piuttosto che ghostwriter di Umberto Bossi? Insomma, dedicarti a delle attività che ti avrebbero consentito di continuare a dire una marea di cazzate senza che nessuno ci facesse caso. 
E invece.
Tu hai voluto fare il regista. Cazzo Cianfrance, ma pisciare più corto no? 
Lasciamo stare che mi prendi Ryan Gosling e gli fai una stempiatura da pinguino che Jude Law se la sogna, e gli fai interpretare Dean. Che, a me, sembra fondamentalmente un gran bravo ragazzo. Magari con un gusto discutibile per i tatuaggi, ma chi sono io per giudicare, in fondo.
Che poi, visto come l'hai ridotto in "come un tuono" mi viene il dubbio che il gusto discutibile per i tatuaggi ce l'abbia tu, a ben vedere. Ma anche lì, chissenefrega.
Come se la stempiatura non fosse abbastanza gli fai indossare un paio di occhiali che non è che gli stanno male. Di più. E vabbè, pazienza. Ci sta. Non pago lo metti in coppia a Michelle Williams che in questo film interpreta Cindy, sua moglie. Da cui Dean - lo scopriremo attraverso vari flashback (che io ci ho messo un attimo a capire che fosse un flashback, lo confesso: subito ho pensato che da qualche altra parte negli Stati Uniti ci fosse un sosia di Dean coi capelli) - rimane folgorato la prima volta che la vede: colpo di fulmine, e buonanotte ai suonatori. 
A un certo punto della storia, fra uno sbadiglio e l'altro (miei), Cindy domanderà al marito: 
"Perché sei così scontroso?" 
Perché. 
Sei. 
Così. 
Scontroso. 
Cindy, ma sei scema? Te lo spiego io perché. Perché sei un'ammosciacazzi da antologia, Cindy, ecco perché.
E io non lo so come mai tu negli anni abbia smesso di amare Dean, perché il buon Cianfrance non ce lo spiega, o forse sono io che - essendo deprincipazzurrizzata - non l'ho capito. Forse, semplicemente, a volte succede. Ma non può essere soltanto perché Dean non vuole sfruttare le sue potenzialità e gli basta essere soltanto tuo marito e il padre di tua figlia? Perché Dean, nonostante tu sia una lagna che levati, non ha smesso di amarti. E lo so pure io che a volte non basta, e che una coppia si manda avanti in coppia, appunto. Ma a questo punto deciditi. Ma anche un po' prima, però.
Che non è mica colpa sua se tu alla fine hai dovuto rinunciare al sogno di diventare medico, Cindy.
Alla fine forse ti meritavi quel coglione di Bobby Ontario.
Cindy, sai che ti dico? Ma vaffanculo, va. 
E porta con te Cianfrance, già che ci sei. 


Pro: 
- il culo di Ryan Gosling mentre entra in doccia;
- un cunnilingus parecchio realistico;
- la barzelletta del pedofilo. 
Contro: 
- tutto il resto.

2 maggio 2013

Cloudburst




Due interpreti strepitose per un film che mi ha davvero entusiasmato.
Olympia Dukakis e Brenda Fricker, entrambe premi Oscar rispettivamente per Stregata dalla luna e Il mio piede sinistro, sono le protagoniste di questo geronto-road movie fra Stati Uniti e Canada. 
Stella (Dukakis) e Dot (Fricker) si amano e vivono assieme da 31 anni. Non potrebbero essere più diverse: sboccata, diretta, indiscreta e testarda Stella, quanto dolce, posata e accomodante Dot. Ma sono le stesse diversità caratteriali a unirle e a renderle complementari e inseparabili. Quando, a seguito di un incidente domestico Dot, che è quasi cieca, si ferisce e deve essere ricoverata in ospedale, Molly, l'ottusa nipote dell'anziana, nonché l'unica in paese a non aver capito l'effettiva natura del rapporto che lega le due donne, riesce, con l'inganno, a farla ricoverare in un ospizio, nonostante le proteste di Stella, che, però, non essendo "nessuno" per Dot, non potrà opporsi alla decisione della nipote. Ma Stella non è tipo da arrendersi facilmente e, dopo aver rapito Dot dall'ospizio partiranno a bordo del loro pick up alla volta del Canada, dove il matrimonio fra persone dello stesso sesso è legale, in modo che nessuno possa più separarle. Durante il viaggio caricano Prentice, aitante autostoppista che sta tornando a casa per il funerale della madre (che non è ancora morta) e che deciderà poi di continuare il viaggio con le due donne, perché del resto a loro per sposarsi serve un testimone, no? 
Thom Fitzgerald confeziona un ottimo prodotto, che - nonostante l'argomento trattato sia importante e attuale per quanto riguarda le coppie conviventi di ogni sesso ed età al momento di un ricovero ospedaliero e non solo - è carico di ironia e dialoghi scoppiettanti che sono uno spettacolo dall'inizio alla fine. 
Il personaggio di Stella, che beve tequila come fosse acqua fresca e che, se dovesse mai venire condannata a morte, come ultimo desiderio vorrebbe cenare tra le gambe di K.D.Lang, è da standing ovation.


1 maggio 2013

se...



...qualcuno si trovasse a passare da Torino per caso, o se ci capitasse apposta perché Torino è una gran bella città (troppo a lungo schifata da tutti perché si era creata la fama di città grigia, anche - e soprattutto - da parte di coloro che a Torino non ci avevano mai messo piede, ma l'avevamo sentito dire), e gli avanzassero un paio d'ore, potrebbe approfittarne per visitare un paio di mostre fotografiche davvero interessanti.
Ammesso che vi piaccia la fotografia, naturalmente.
Sono due retrospettive dedicate a due grandi fotografi della Magnum: Robert Capa ed Elliott Erwitt.
Robert Capa, definito dalla prestigiosa rivista inglese Picture Post “il migliore fotoreporter di guerra nel mondo” è, assieme a a Henri Cartier-Bresson, David "Chim" Seymour, George Rodger e William Vandivert, uno dei fondatori dell'agenzia Magnum.
E, nel centenario della sua nascita, Palazzo Reale gli dedica questa retrospettiva, che durerà fino al 14 luglio.
Una volta usciti da Palazzo Reale, in una manciata di passi potete raggiungere Palazzo Madama, dove, fino al 1° settembre, è visibile un'altra retrospettiva, di un altro fotografo della Magnum, Elliott Erwitt, famoso per i suoi scatti carichi di ironia e umanità.
Io e la bionda le abbiamo visitate il 25 aprile, ma - soprattutto quella di Erwitt, credo che tornerò a vederla con più calma, perchè mi ha davvero affascinato.