31 gennaio 2014

Shame.
on you.
e/o i film della vergogna.

Non sono una fanatica delle liste, per dire, non faccio nemmeno la lista della spesa. 
Col risultato che poi esco dal supermercato dimenticando sempre un pezzo, quando va bene, o più. 
Però non mi perdo una puntata del Listography Project di Mareva, ad esempio.
E l'altro giorno, quando ho visto il post del Cannibale dei Film Vergogna, ho pensato che sì, forse questa era una lista che avrei potuto stilare in scioltezza. 
Che tutti noi abbiamo visto dei film più o meno discutibili nella nostra vita, diciamocelo. 
Poi, quello che per me può essere un film discutibile, per altri può essere un capolavoro, e viceversa. 
Si tratta di elencare una decina di film considerati all'unanimità delle cagate colossali, ma che, per qualche inspiegabile motivo, a voi sono piaciuti, anche se, normalmente, vi vergognereste ad ammetterlo in pubblico, mentre fate i fighi dicendo che prediligete i film del Kirghizistan rigorosamente in versione originale, al massimo sottotitolati in swahili.
Perchè.
Non.
E'.
Vero.
Allora, da dove iniziamo?

Fracchia la belva umana (Neri Parenti, 1981) 
Io ogni volta che rivedo la scena della mamma della belva, che gli prepara i panni caldi (figghiu, figghiu miu...) beh, niente. Muoio. 

Pretty Woman (Garry Marshall, 1990)
E niente. Lo conosco a memoria, praticamente. Ma anche voi, quindi non dico nient'altro. 

I mitici - Colpo gobbo a Milano (Carlo Vanzina, 1994)
Oh, se vergogna dev'essere che vergogna sia, quindi fatela finita.
Che a me la Bellucci (Deborah. Con l'H.) quando arriva in Centrale ed esclama "Che me stai a scippa' 'r culo?" fa troppo ridere. Son scema, lo so.

Il giallo del bidone giallo (Emilio Estevez, 1990)
Due netturbini ecologisti - casualmente i due fratelli Estevez - che devono in qualche modo liberarsi di un cadavere. 

Men in Black (Barry Sonnenfeld, 1997)
"Io conosco Edgar e quello non era Edgar. Era come se qualcosa stesse indossando Edgar. Tipo un abito da... un Edgar abito."

Bad Boys (Michael Bay, 1995)
Michael Bay, sì. E Will Smith. E Martin Lawrence.
E allora? Questo film mi fa ridere. Ma tanto proprio. 

Programmato per uccidere (Dwight H.Little, 1990)
Steven Seagal. E i cattivissimi giamaicani voodoo.
C'è bisogno che aggiunga altro?
No, vero? 
Appunto. 

Taxxi (Gérard Pirès, 1998)
Macchine truccate, tamarri, guardie e ladri. A Marsiglia. 

Top Secret! (Zucker-Abrahams-Zucker, 1984)
Primo film di Val Kilmer.
Un'altra di quelle pellicole dove io rido senza ritegno. 

Le ragazze del Coyote Ugly  (David McNally, 2000)
Avvenenti bariste che non sanno preparare un cocktail degno di questo nome, tentano di distrarre i clienti esibendosi in balli sexy sul bancone del bar. Provateci voi. 


30 gennaio 2014

Bernie

Richard Linklater, che i più (sto parlando per me) conosceranno per la trilogia del "before" sunrise, sunset, midnight, ovviamente nella sua vita ha diretto anche altre cose, fra cui, pesco a caso nel mucchio, Dazed and Confused(*), Suburbia, The Newton Boys, Fast Food Nation e questo Bernie, del 2011.
Questo titolo non vi dice niente? Possibile.
In Italia non è uscito. Ma io l'ho visto perché me l'ha detto il mio amico Fascino. 
Grazie Fascino.
(*)Probabile che anche Dazed and confused non vi dica una beata minchia. Sappiate che in Italia si intitolava "La vita è un sogno", e molti di voi l'avranno ignorato pensando si trattasse di un film sulla vita di Gigi Marzullo. 














Ma torniamo a Bernie, che si ispira ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel Texas, più precisamente a Carthage, nel 1996, e all'articolo di Skip Hollandsworth apparso sul periodico Texas Monthly: "Midnight in the garden of East Texas" e racconta appunto di Bernie (Jack Black, che qua sembra il gemello separato alla nascita di Umberto Smaila) e del suo arrivo a Carthage, dove trova un impiego nella locale agenzia di pompe funebri e si fa subito ben volere da tutta la popolazione per la sua gentilezza e la sua disponibilità. 
Quando muore il signor Nugent, uno fra i più ricchi abitanti del posto, come sua abitudine, dopo la funzione, Bernie si reca a far visita alla vedova per portarle conforto.
Peccato che Marjorie Nugent (Shirley MacLaine) sia una donna che definire terribile arpia sembra riduttivo, odiata da tutti, non parla da anni con le sorelle, non ha rapporti con il figlio - che vive in un'altra città - e inizialmente tratta male anche il povero Bernie.
Salvo poi cambiare idea e stringere amicizia con l'uomo, fino a che i due diventeranno inseparabili, e - considerato che a Marjorie i soldi certo non mancano, a darsi alla bella vita, viaggi in business class, crociere, beauty farm, prime teatrali, ecc.
La donna arriverà a cambiare il testamento, lasciando tutti i suoi averi a Bernie.
Peccato che il suo caratteraccio non sia cambiato nel frattempo e la donna, sempre più morbosa e dispotica, inizierà a comandare Bernie a bacchetta, costringendolo a lasciare il suo lavoro all'agenzia di pompe funebri e iniziando a impartirgli ordini e a pretendere attenzione totale.
Fino al giorno in cui, l'uomo, esasperato, la uccide sparandole quattro colpi di fucile nella schiena.
E nasconde il cadavere nel freezer, continuando la sua vita come niente fosse, facendo credere a tutti che la donna è stata ricoverata in una clinica per un malore. 
Continuerà la finzione per nove mesi, in cui spenderà i soldi di Marjorie per varie attività benefiche, nonostante molta gente avesse iniziato a sospettare qualcosa, soprattutto Lloyd, il broker della donna, e il procuratore Danny "Buck" Davidson (Matthew McConaughey, ancora lui!).
Quando la polizia riuscirà ad entrare in casa della Nugent, insospettita dal freezer sigillato, troverà il cadavere della donna, e Bernie finirà sotto processo.
Nonostante confessi subito l'omicidio, gli abitanti di Carthage continueranno a crederlo incapace di aver commesso un gesto simile, e a nessuno sembra importare qualcosa di una donna uccisa e congelata per nove mesi. 





29 gennaio 2014

Rapture Palooza















Fate finta che sia la settimana del film scamuffo, e portate pazienza.
Anzi, non dovete nemmeno far finta, a pensarci bene.
Io l'ho visto domenica pomeriggio, quando l'unica alternativa era mettermi a pulire casa. 
E niente. Sono in un periodo in cui la casalinga che alberga in me dev'essere andata o in ferie, o in letargo, o in ritiro spirituale. Per quello che ne so, potrebbe anche essere morta. Roba che davvero, c'ho la polvere anche sul mocio vileda. Se esistesse S.O.S. COLF io me le vedo queste adepte del MastroLindo aggirarsi per casa mia con la tuta che nemmeno i RIS, a passare il guanto bianco sui mobili, alzare gli occhi al cielo e telefonare a Ethan Hunt perché nemmeno loro sono attrezzate per affrontare la polvere dei secoli.
Nei secoli.
Amen.


E, se dovesse arrivare l'Apocalisse, vedremo di farcene una ragione e andare avanti.
Che, più o meno, è quello che fanno Lindsay (Anna Kendrick) e il suo fidanzato Ben (John Francis Daley), a Seattle, nel momento in cui, tutti i credenti e frequentatori della chiesa, vengono improvvisamente risucchiati in cielo, lasciando gli abiti terreni ad afflosciarsi, vuoti, dove si trovano.
Anche la madre di Lindsay sale, salvo tornare sulla terra un paio di giorni dopo, cosa che la manda in depressione per il fatto di essere stata rifiutata dal paradiso.
Mentre in TV i predicatori seguono in diretta le sciagure collegate all'apocalisse, con la distruzione di città come Chicago, Orlando e New Orleans, dal cielo piovono massi incandescenti, che distruggono tutto quello su cui atterrano, padre di Lindsay compreso.
Molti di quelli che non sono entrati in paradiso si sono trasformati in zombi catatonici, come Mr.Murphy, il vicino di casa di Lindsay, che passa il tempo a rasare il prato davanti a casa con il suo tosaerba. continuando imperterrito anche quando il tosaerba gli verrà rubato.
Ben e Lindsay cercano di condurre una vita normale come se niente fosse, vendendo panini.
Ma, oltre a destreggiarsi fra l'invasione delle locuste parlanti, la pioggia di sangue e i corvi dediti al turpiloquio, dovranno vedersela con "l'anticristo" (Craig Robinson), un essere volgarissimo e sboccato, prestato alla politica (ma dai?), che, appena vede Lindsay decide di volerne fare la sua sposa e madre delle sua diabolica discendenza.
Ovviamente Lindsay non è dell'idea, e, assieme a Ben, escogiterà un piano per salvarsi e, già che è in ballo, salvare il mondo.
Anche se questo comporterà l'abbattimento di Gesù a cavallo, annientato con un raggio laser.
Li chiamano danni collaterali.
Filmetto totalmente idiota e insensato, sia chiaro, ma... sempre meglio che lavare i pavimenti.



28 gennaio 2014

Pawn Shop Chronicles

Del regista Wayne Kramer avevo visto, nel 2009, Crossing Over, che a giudicare dagli incassi, avranno visto in 17.
18 con me, a esagerare.
Peccato, perché era un film interessante.
Comunque, questo è un film del 2013, che non mi risulta sia uscito in italia (e per una volta direi che della mancata distribuzione nessuno sentirà la mancanza), con un cast nemmeno troppo scrauso: Paul Walker (R.I.P.), qua anche in veste di produttore, Elijah Wood, Brendan Fraser, Vincent D'Onofrio e Matt Dillon.
Ennesimo caso (vedi Out of the furnace) in cui un cast di un certo livello non basta per garantire un buon risultato.
Anzi, al confronto di questa roba, Out of the furnace è un capolavoro.
Qua siamo di fronte ad una roba che... boh.
Cioè, mi verrebbe da dire "che due coglioni".
Credo sia una sorta di legge del contrappasso. Dopo un film grandioso (WOWS) ti tocca un film di merda.
Fattene una ragione e passa oltre.
E invece no.
Il mio insano masochismo me l'ha fatto vedere tutto.
Perché io spero sempre che succeda qualcosa e il film - che fino a quel momento è stata un'accozzaglia di scene più o meno discutibili - prenda forma e si sblocchi. Ma il più delle volte non succede.
Attorno al banco dei pegni (il Pawn Shop del titolo) gestito da Vincent d'Onofrio, ruotano tutti i personaggi di questa storia che vede, nell'ordine, tre tossici appartenenti senza un valido motivo alla fratellanza ariana che decidono di rapinare il loro pusher, peccato che uno di loro per mettere benzina alla macchina si ritrovi a dover impegnare il fucile, un uomo in viaggio di nozze che si ferma ad impegnare l'anello della sposa perché qualcuno gli ha clonato il bancomat, e vede esposto l'anello che aveva regalato alla sua prima moglie, scomparsa nel nulla da sei anni, e quindi decide di cercarla, un sosia di Elvis sfigatissimo che si esibisce alle fiere di paese, il tutto in un susseguirsi di situazioni al limite della noia.
Un film grottesco a cui manca la giusta dose di ironia per risultare minimamente apprezzabile.

27 gennaio 2014

The wolf of Wall Street

“Let me tell you something.
There’s no nobility in poverty. 
I’ve been a poor man, and I’ve been a rich man. 
And I choose rich every fucking time”




Il sogno di Jordan Belfort di diventare broker si realizza nel giorno peggiore possibile: il 19 ottobre 1987, il famoso "lunedì nero" che provocò il crollo delle borse di tutto il mondo, con conseguente chiusura della L.F. Rotschild, l'agenzia in cui aveva iniziato a fare tirocinio pochi mesi prima, dopo essere stato "istruito" dal suo mentore Mark Hanna (Matthew McConaughey, fantastico. Lo si vede per appena 10 minuti, ma il suo personaggio ci regala una delle lezioni di economia e finanza applicate al brokeraggio migliori di tutti i tempi: 
"Sposta i soldi dalle tasche dei tuoi clienti alle tue tasche"
"Giusto, ma se fai fare soldi ai clienti allo stesso tempo, non è vantaggioso per tutti?"
"NO. Regola n. 1 a Wall Street: nessuno sa se un azione sale, scende o si muove in fottuti cerchi. E' tutto un fugazi. Sai cos'è un fugazi?"
"E' un falso."
"Fugazi, fugace, it's a wazy, it's a woozy, è la polverina delle fate, non esiste, non è mai atterrata, non fa niente, non è nella tavola periodica degli elementi. Non è reale!")
Rimasto senza lavoro, il giovane e ambizioso Jordan non si perde d'animo, e, controllando gli annunci di lavoro, trova un impiego in un'agenzia di periferia, i cui impiegati vendono azioni penny stock con commissioni del 50%.
Ma il confine tra ambizione e avidità è sottile, e Jordan ci mette un attimo ad oltrepassarlo.
Quando conosce Donnie Asoff lo prenderà come socio, creando una piccola società, la Stratton Oakmon, che inizierà ad operare in un'officina dismessa, per poi espandersi sempre di più, e sempre più velocemente, facendo soldi sulla pelle di ingenui risparmiatori, perché tutti vogliono diventare ricchi, e vogliono diventarlo in fretta. 
Non c'è un briciolo di moralità in Belfort e nei suoi soci, non ci sono limiti, non ci sono regole. 
E Scorsese è bravissimo a mostrarci questo caleidoscopio di depravazione, in una totale assenza di politically correct, dai party in ufficio con tanto di lancio del nano, prostitute classificate come pink sheets, nasdaq, o blue chips, a seconda delle tariffe. 
E l'ascesa di Belfort, fra party, prostitute, acquisti di lusso, yacht, macchine, consumo di ogni tipo di droga possibile ed immaginabile, sembra inarrestabile, e lui totalmente fuori controllo. Ma il successo del "lupo" di Wall Street, come verrà definito in un articolo apparso sul New York Times, mette in allerta SEC ed FBI, che cercheranno in ogni modo le prove per incriminarlo e arrestarlo. 
Scorsese non si ferma di fronte a nulla, e in tre ore di film che scorrono fluide, tutto funziona perfettamente, in un'orgia di situazioni eccessive e paradossali, regalando momenti in cui trattenere le risate è praticamente impossibile, dalla scena in cui Belfort ed Asoff assumono il Lemon 714, un tipo di Quaalude praticamente introvabile, che, essendo scaduto nel 1981, farà effetto a scoppio ritardato, al dialogo con la zia Emma sulla panchina del parco, al momento "Titanic" in cui lo yacht di Belfort affonda nel mediterraneo e i naufraghi verranno salvati dalla nave San Giorgio (fatto vero) e parte Gloria di Umberto Tozzi. (ma, che, davero?).
Gloria a parte la colonna sonora è semplicemente fantastica, e il film, che io vi consiglio vivamente, se potete, di vedere in lingua originale, è cinema con la C maiuscola. E' una perfetta rappresentazione dell'effimero, del lusso, dell'ostentazione, della mancanza di scrupoli, è la rappresentazione perfetta di una dipendenza. Non è la droga, non è il sesso, sono i soldi. 
Magari non sarà un capolavoro, ma... The Wolf of Wall Street it's a great fucking movie! 

24 gennaio 2014

Nebraska


Un bianco e nero carico di sfumature ci accompagna in questo viaggio tra il Montana ed il Nebraska del titolo. 
Un road movie che ha il sapore di un ultimo viaggio, che diventa al contempo un'occasione di scoperta e conoscenza, dove la malinconia di fondo che accompagna i protagonisti lascia spazio a momenti in cui l'ironia riesce a prendere il sopravvento senza risultare mai fuori luogo.
Il vecchio Woody, anziano burbero e con un passato (e anche un presente) da alcolista, è convinto di aver vinto, grazie alla Mega Sweepstakes Marketing, un milione di dollari.
Ed è intenzionato ad andarseli a prendere, di persona, a costo di andare in Nebraska a piedi, visto che non può più guidare. 
A nulla valgono le parole della moglie e dei figli, che cercano di dissuaderlo in ogni modo facendogli capire che si tratta di una truffa vecchia come lui, e che in realtà non c'è nessun milione di dollari da nessuna parte. 
Ma Woody non sente ragioni, ed ha deciso che andrà a Lincoln in ogni caso, al punto che, rassegnato, il figlio David, deciderà di accompagnarlo nel viaggio.
Lungo strade semideserte intervallate da agglomerati di case che sembrano villaggi fantasma, padre e figlio lasciano Billings, dove vivono, e si mettono in marcia. 
Durante il lungo viaggio (che sarà oggetto di grandi prese per il culo da parte dei due orribili cugini di David) faranno tappa a Hawtorn, paese natale di Woody, dove l'uomo ritroverà parenti e amici (o presunti tal) di gioventù, che presto, scoperto il motivo del viaggio, inizieranno a considerarlo una specie di celebrità, per poi, subito dopo, trasformarsi in avvoltoi che, riesumando vecchi debiti - veri o falsi che siano non importa - mai saldati, inizieranno a chiedergli soldi, incuranti del fatto che il milione di dollari esista solo nella mente del vecchio. 
Un film che si mantiene sempre in equilibro fra il dolce e l'amaro, questo grazie anche ad una sceneggiatura che non perde occasione di sbeffeggiare la perfetta famiglia americana, basti pensare alla riunione di famiglia in cui le donne chiacchierano amambilmente di quanto siano bravi i due figli di Martha a fare volontariato, salvo poi scoprire che si tratta di servizio sociale a seguito di una condanna di stupro.
Fenomenale poi il personaggio di Kate, la moglie di Woody, pronta a spargere vetriolo ogni volta che apre bocca. Caustica e fantastica. 
Nebraska è un film di grandi spazi e sentimenti, di conflitti e riappacificazioni, di dolore e di speranza. 
Nebraska è un film che, per certi versi, ricorda sia Una storia vera di David Lynch, sia L'ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich, con un finale che, se al posto del furgone ci metti un uomo a cavallo, può ricordare anche il vecchio West. 


23 gennaio 2014

Out of the Furnace

Christian Bale, Woody Harrelson, Casey Affleck, Forest Whitaker, Willem Dafoe, Zoë Saldana e Sam Shepard. 
Questo è il cast(one) del secondo film da regista di Scott Cooper, colui che nel 2009, al suo esordio dietro la macchina da presa con Crazy Heart, fece vincere a Jeff Bridges Golden Globe, SAG, Oscar e via andare.
Si sa che l'opera seconda è uno scoglio mica da ridere, se le premesse sono state così interessanti.
E Cooper confeziona un film di genere, dove tutto funziona, ma, purtroppo, anche dove tutto è già visto e rivisto, e sai quasi dall'inizio cosa aspettarti, dove, come, quando, e perché.
Un film livido, triste, disperato, cupo e dolente, ambientato in un angolo di Pennsylvania inospitale, che al confronto il Missouri di Un Gelido Inverno sembra quasi Las Vegas.
Qua vive Russel (un comunque sempre convincente Christian Bale in versione pre-cura ricostituente prima di American Hustle), uomo di indole buona, innamorato della fidanzata Lena, con un lavoro nella locale acciaieria, un padre malato terminale e un fratello minore, Rodney, reduce dall'Iraq con tutti i traumi che la casistica prevede per un reduce di guerra, che passa il tempo scommettendo alle corse dei cavalli, indebitandosi con John Petty e che, per pagare i suoi debiti, visto che di lavorare in acciaieria non ha nessuna intenzione, decide di dedicarsi ai combattimenti clandestini.
Una sera Russel provoca un incidente stradale, muore un bambino e lui finisce in carcere.
Quando uscirà il padre è morto, e Lena l'ha lasciato.
Rodney continua a non lavorare, e convince John a farlo combattere nel giro di DeGroat, (un Woody Harrelson in versione grandissimo figlio di puttana), ma qualcosa va storto, e il ragazzo sparisce.
E in quel momento Russel lafortunaèciecamalasfigacivedebenissimo, decide che, dove non può arrivare la polizia, arriverà lui, che non ha più nulla da perdere.
Come già detto, il film è abbastanza prevedibile, e un senso di dejavu ti accompagna durante la visione. Va detto che il cast lo rende comunque un prodotto più che dignitoso, anche se - ad esempio - Sam Shepard, nel ruolo dello zio dei due fratelli, uomo taciturno che coltiva orchidee, c'è, ma non aggiunge (nè toglie) niente alla storia.
Il film è stato presentato in anteprima all'ultimo festival di Roma, ma (e mi asterrò dal dire "stranamente") non ha ancora una data di uscita italiana.


22 gennaio 2014

Dallas Buyers Club

...and the Oscar goes to... Matthew McConaughey!
Ecco. 
Se la sera del 2 marzo, al Dolby Theatre di L.A. non verrà pronunciata questa frase, cari signori dell'Academy, potete andare a zappare la terra, ammesso che siate in grado di farlo, perché è chiaro che di cinema non capite una beata minchia. 
L'ho detto? 
L'ho detto. 
Bene. 
Il film, diretto da Jean-Marc Vallée, la cui filmografia, escludendo C.R.A.Z.Y., mi è del tutto sconosciuta, è candidato a sei premi oscar. Oltre alle candidature come migliore attore e miglior attore non protagonista (per cui Matthew McConaughey e Jared Leto hanno già portato a casa il Golden Globe), è in lizza come miglior film, miglior montaggio, migliore sceneggiatura e miglior trucco.


Siamo a Dallas. 
Ron Woodroof è un elettricista texano, che bazzica nell'ambiente dei rodei, scopa a destra e a sinistra (anche contemporaneamente, come si vede nella scena iniziale del film), beve e si droga come se non ci fosse un domani. Nonostante tossisca come una locomotiva a vapore, svenga ogni tre per due e potrebbe comparire in un film di zombie senza passare dal trucco lui - da vero cowboy redneck, rude e tutto d'un pezzo, non ci fa caso, e prosegue la sua vita come niente fosse. 
Quando, a seguito di un infortunio sul lavoro viene portato in ospedale, gli verranno fatte le analisi del sangue, e gli verrà annunciato, senza troppi giri di parole, che è risultato positivo al virus dell'HIV, e che gli restano più o meno 30 giorni di vita. 
La prima reazione - anche comprensibile, considerato il soggetto - dell'uomo è insultare il dottore (c'è stato un momento in cui ho perso il conto dei motherfucker), ribadendo che lui non è un finocchio e che sicuramente hanno sbagliato o scambiato le analisi. 
Siamo a metà degli anni 80, e il "caso Rock Hudson" faceva ancora notizia (l'attore, infatti, fu il primo personaggio famoso ad ammettere di aver contratto il virus, che fino ad allora si pensava fosse prerogativa di categorie di "emarginati", come tossicodipendenti ed omosessuali). Lo stesso Ron, che accennerà all'HIV al suo amico, collega di lavoro e compagno di scopate, si ritroverà ad essere discriminato ed evitato come un appestato da tutti i suoi compagni di bevute, con cui, fino al giorno prima, aveva condiviso le giornate. 
Mentre in ospedale sta partendo la sperimentazione del farmaco AZT su persone affette dal virus, Ron fa la conoscenza di Rayon, un transessuale tossicodipendente e sieropositivo, che ha iniziato ad assumere il farmaco, mentre Ron non riesce ad entrare a far parte del programma.
L'uomo non si dà per vinto e, grazie all'aiuto di un inserviente dell'ospedale, inizia a procurarselo sottobanco. 
Passa il suo tempo a informarsi sulla malattia, sulle cure, sugli effetti collaterali, e, quando le scorte di contrabbando di AZT iniziano a scarseggiare, va in Messico, (e in Israele, in Cina, in Giappone) dove trova un dottore - radiato dall'albo - che può aiutarlo. Questi informa Ron sulla dannosità dell'AZT, e inizia a somministrargli dei composti multivitaminici combinati al Peptide T, che in USA non si possono assumere in quanto non approvati dalla FDA.
Mentre sullo schermo viene scandito il tempo che passa, Ron, contrariamente alle previsioni, è vivo e sta (un po') meglio (o meno peggio). Il desiderio di salvarsi la vita e, perché no, di riuscire a guadagnare anche qualcosa, lo porterà a diventare, suo malgrado (è sempre un rude eterosessuale texano che detesta i gay, non dimentichiamocelo) una specie di benefattore e sostenitore dei diritti dei malati di AIDS, fondando - con Rayon come socio - un'associazione (il Dallas Buyers Club del titolo) in cui, versando una quota, i malati possono accedere alle cure - sempre considerate illegali negli Stati Uniti - e per questo motivo la FDA lo ostacolerà in ogni modo. 
Nudo e crudo, un film che non cede né al buonismo, né alla lacrima facile, da vedere assolutamente, fosse anche solo per le magistrali interpretazioni di McConaughey e di Leto, che da soli valgono il prezzo del biglietto. 



Se volete saperne di più, a questo link troverete un approfondimento su fatti veri e adattamento cinematografico.

21 gennaio 2014

Take this waltz

Dopo Blue Valentine, ecco a voi Michelle Williams nell'insolita parte di Michelle Williams che fa... la moglie insoddisfatta. 
Oh, ma dai, davvero? Caspita, che svolta!
A differenza di Blue Valentine, però, va detto che qua MW non è altrettanto fastidiosa (in effetti sarebbe stato abbastanza difficile), o meglio, che io non l'ho patita come nel precedente film di Cianfrance. 
Siamo in Canada, e Margot (Michelle Williams), che fa la scrittrice free-lance, durante la rievocazione storica di un pubblico adulterio, conosce Daniel (Luke Kirby), che poi ritroverà come suo vicino di posto sull'aereo che la sta riportando a  casa, a Toronto. 
Una volta atterrati i due dividono il taxi, e Margot scoprirà che Daniel vive di fronte a casa sua, fa l'artista per hobby e il guidatore di risciò (a Toronto, sì, esatto) per professione. 
Mentre riabbraccia suo marito Lou (Seth Rogen), che sta cucinando pollo, perché sta scrivendo un libro di ricette esclusivamente a base di pollo, con cui è sposata da cinque anni, non riesce a non pensare a Daniel, anche perché lo incontra dappertutto.
Dopo un Martini pomeridiano, in cui Daniel le spiega per filo e per segno e nei minimi dettagli cosa le farebbe, lei fa la faccia da verginella, dà la colpa al Martini e pronuncia una delle frasi che ripeterà più e più volte per le quasi due ore del film: "devo andare" (l'altra naturalmente è "mi dispiace").
Torna a casa, Lou sta cucinando... pollo. 
Adesso, non sto dicendo che sia tutta colpa del pollo, ma Margot, sopraffatta dalla routine matrimoniale, nonostante non perda occasione di dichiarare il suo amore a Lou, quando vede che Daniel abbandona la casa, è distrutta dal dolore. E, decide di lasciare Lou per correre da Daniel.
E parte una delle scene più belle del film sull'evolversi della nuova vita a due (bacio - sesso - passione - trasgressione - amore - abitudine...). 
Ma... il problema delle cose nuove è che invecchiano, appunto, come quelle vecchie.
E per un giro di valzer che finisce ce ne sarà probabilmente un'altro che inizia.
Come un altro giro di giostra, che si interrompe sul più bello. 
L'importante è non farsi (troppo) male quando si scende. 


20 gennaio 2014

The Counselor



Quelli non credono alle coincidenze.
Sanno che esistono, ma non ne hanno mai vista una.

Dopo il film, davanti a una Poretti 7 luppoli, io e la bionda ci interrogavamo - oltre che sulla caducità delle umane cose - su alcuni passaggi che non ci erano molto chiari. Perché l'ultimo film di Ridley Scott, oltre a dispensare perle di saggezza più o meno pregevoli lungo tutta la sua durata, a partire da quel troione sociopatico e leopardato di Malkina (una davvero ottima Cameron Diaz. Eccellente anche la sua spaccata sul parabrezza della Ferrari) che all'inizio del film dice "Se ti manca qualcosa significa che speri che prima o poi ritorni. Ma non torna mai niente", ogni tanto incappa in qualche piccola falla di sceneggiatura, a parer mio. E lo so che io non capisco una mazza fionda perché la sceneggiatura è nientemeno che di Cormac McCarthy e la mia affermazione potrebbe sembrare una bestemmia. Ma se pensate che io stia esagerando, sappiate che Federico Pontiggia, sempre a proposito della prima sceneggiatura di McCarthy, ha scritto, sul Fatto Quotidiano: (...)Speriamo sia l’ultima, senza scherzi, perché “il” romanziere americano inchiostra le 116 pagine dello script, parrebbe, con lo scopino del cesso.(...)
Ecco. 
Adesso. 
Io non sarei così tranchant(e), e quindi aggiungo che sicuramente lo scopino del cesso era nuovo, perché dai, il film non è affatto pessimo. Filosofeggia un sacco, tutti filosofeggiano un sacco, a parte forse l'Avvocato (Michael "una bella scopata" Fassbender), che sembra sempre un po' spaesato. Che quando a un certo punto Westray (Brad Pitt) gli chiede se per caso è un ritardato mentale qualche domanda al proposito te l'eri già fatta anche tu. 
Devi fare attenzione a non perderti tutti gli intrecci della trama e comunque arrivi alla fine e ti chiedi se... no dai, mica mi metto a dirvi come finisce, non scherziamo.


Siamo tra El Paso e Ciudad Juarez (considerata una tra le città più pericolose al mondo) e l'Avvocato (che a scriverlo così, soprattutto qua a Torino, fa tanto Agnelli, ma, droga a parte no, è un altro), è a letto con la sua fidanzata (Penelope Cruz), che fa un po' schiattare di invidia tutte le donne presenti in sala (io e la bionda) sottolineando la spettacolare bravura di Fassbender nell'esercizio del cunnilingus (che io mi immaginavo Bardem con la faccia incazzata seduto in un angolo della stanza durante le riprese), poi lui deve andare perché ha un volo per Amsterdam, dove va a comprare un diamante da quasi 4 carati per la donna. E noi ci becchiamo anche un pippone sulle 4C (carat, colour, clarity, cut) e ci facciamo una cultura. E va bene.
Peccato che, non si capisce bene come quando e perché, l'Avvocato abbia qualche problema finanziario, che decide di sistemare mettendosi in affari con Reiner (Javier Bardem, che ormai a farsi imbruttire in ogni film ci ha preso gusto) in un non meglio precisato traffico di droga che vede coinvolti i cartelli messicani. Che rimangono avvolti nel mistero per tutto il film. Non si vede mai il terribile cattivo, ma tu sai che c'è, o ci sono, senza nessuna pietà, abituati a non dare alcuna importanza alla vita (e/o alla morte) delle persone.
Reiner gli spiega accuratamente tutti i rischi a cui andrà incontro immischiandosi nell'affare, compreso il preciso e minuzioso funzionamento di un cappio letale, ma ormai l'Avvocato ha deciso.  
Prende accordi con Westray, che fa il mediatore, e anche lui gli spiegherà nuovamente tutti i rischi. 
Ma l'avvocato, a cui probabilmente sfuggono alcuni dettagli e non immagina nemmeno il pericolo in cui si sta cacciando, imperterrito, non cambia idea. 
Ma.
Qualcuno ruba il carico di droga, che sta viaggiando nascosta in un camion addetto allo spurgo delle fosse biologiche, e, per una serie di coincidenze, i sospetti ricadono proprio sull'Avvocato, e da lì inizia, inarrestabile, la sua discesa all'inferno in un susseguirsi di orrore e disperazione. Perché quando tu sei il mondo che tu stesso hai creato, non puoi più tornare indietro. 
The Counselor non è un film perfetto. E' un film che si fa ascoltare, soprattutto.
Pure troppo, probabilmente. 
Film che Ridley Scott ha dedicato alla memoria del fratello Tony, scomparso proprio durante le riprese.
E - qui lo dico e non lo nego - il caro vecchio Tony secondo me sarebbe stato più adatto, a girare un film del genere. 



17 gennaio 2014

Broken

Una periferia inglese qualunque, in un'estate qualunque. 
Skunk, (l'esordiente Eloise Laurence, davvero molto brava) è una ragazzina diabetica, che vive con il fratello maggiore Jed e il padre Archie (Tim Roth. Oh, Tim Roth!). La madre se n'è andata con un contabile di Birmingham e in casa loro, ad occuparsi dei ragazzi, c'è Kasia, che ha un rapporto tira & molla con Michael, (Cillian Murphy) professore di letteratura.
Un pomeriggio, mentre Skunk sta rincasando, si ferma a parlare con Rick, il vicino di casa, ragazzo con qualche problema mentale. Improvvisamente il signor Oswald, l'altro vicino di casa, uomo vedovo con tre figlie per le quali nutre un affetto cieco e ossessivo esce di casa e, imprecando, si lancia sul povero Rick, pestandolo a sangue. 
E da questo episodio, nato da una menzogna di una delle tre ragazze Oswald per pararsi il culo, si dipana Broken, un film che è un susseguirsi di eventi drammatici, in cui Skunk, suo malgrado, rimane coinvolta in prima persona.
Un film essenziale, a tratti crudo, in un quartiere dove di fatto non succede niente ma succede di tutto. 
Violenza, accuse di stupro, bullismo scolastico, primi amori, pedofilia, disagio mentale, cliniche psichiatriche, relazioni che si sfaldano e altre che nascono, polizia, ambulanze, ospedali, in un montaggio che ripropone gli episodi più drammatici seguendo i differenti punti di vista dei protagonisti. 
Film inglese del 2012, presentato a Cannes nello stesso anno, è stato distribuito un po' ovunque, Corea del Sud compresa, ma, indovinate un po'? Esatto, da noi no.
Ed è - tanto per cambiare - un vero peccato, perché Broken è davvero un gran bel film. 


16 gennaio 2014

Spendi spandi effendi

Siccome son due sere che tento di vedere un film (anzi, due sere due film) con lo stesso identico risultato (abbioccarmi clamorosamente sul divano) in alternativa potrei recensirvi una mezza dozzina di episodi di Law & Order SVU, ma non ne ho voglia. Quindi ho deciso che oggi vi allieto la giornata con un articolo apparso sulla Stampa, che, se non fosse che ci sarebbe da piangere, farebbe anche ridere.
Non so se qualcuno di voi negli anni 90 leggesse Cuore - io sì, la Tiz pure, Dantes molto probabilmente anche - ma, in ogni caso, dato che tutto cambia affinché nulla cambi (cit.), il titolo (di 23 anni fa) è drammaticamente attuale, oggi come allora.
L'articolo riporta, e immagino non in maniera esaustiva, gli acquisti che, da nord a sud, da est a ovest, da sinistra a destra passando per il centro, i nostri politic(ant)i hanno avuto il coraggio di mettere a rimborso spese.
Tralasciando le ormai famose mutande verde kiwi padano di Cota, costate 40€, ce n'è davvero per tutti i gusti.
Siete pronti?

- Trenta pecore e un vitello. Regione Sardegna, Salvatore Ladu (Pd). 10.500 euro. 
- Libro «Mignottocrazia» di Paolo Guzzanti. Regione Lombardia, Nicole Minetti (Pdl). 16 euro. 
- Campanacci per bovini, bardature per cavalli, finimenti per carrozze. Regione Piemonte, Gianfranco Novero (Lega). Importo imprecisato. 
- Chewing gum, caramelle, acqua, caffè, salatini, Red bull, sigarette, birra. Regione Lombardia, Renzo Bossi (Lega). 22.000 euro circa. 
- Aerei di carta. Regione Lombardia, Alessandro Marelli (Lega). 15.59 euro. 
- Corno d’avorio. Regione Campania, gruppo imprecisato. 1.900 euro. 
- Salsicce di Norimberga. Regione Lombardia, Pierluigi Toscani (Lega). Importo imprecisato. 
- Suv Bmw X5. Regione Lazio, Franco Fiorito (Pdl). 88.000 euro. 
- Mazza da golf. Regione Piemonte, Marco Botta (Pdl). Importo imprecisato. 
- Una caldaia, un congelatore, un frigorifero, una lavatrice, un televisore. Regione Piemonte, Roberto Boniperti (ex Pdl). Importo imprecisato. 
- Confezione di gorgonzola piccante. Regione Piemonte, Roberto Boniperti (ex Pdl). 153 euro. 
- Fornitura di catering di gelato per la festa patronale del comune di Novello. Regione Piemonte, gruppo Lega. 695 euro. 
- Accesso a bagno pubblico. Regione Emilia, Thomas Casadei (Pd). 0.50 euro. 
- Cambio tergicristalli. Regione Calabria, gruppo imprecisato. Importo imprecisato. 
- Focacce (4), Aperol (24), Sanbitter (5), acque (2). Regione Lombardia, Renzo Bossi (Lega). 210 euro. 
- Bombola a gas. Regione Campania, Gennaro Salvatore (Psi). Importo imprecisato. 
- Adozione a distanza. Regione Friuli, gruppo Pd. 113 euro. 
- Tintura per capelli da uomo. Regione Campania, gruppo per Caldoro. 3 euro. 
- Due spazzolini da denti con nome inciso. Regione Lombardia, Renzo Bossi (Lega). Importo imprecisato. 
- Biglietto per spettacolo di lap dance. Regione Calabria, consigliere imprecisato. Importo imprecisato. 
- Localizzatore autovelox. Regione Lombardia, Renzo Bossi (Lega). 188 euro. 
- Televisore Philips Lcd, macchina fotografica Olympia, cornice digitale. Regione Piemonte, Elena Maccanti (Lega). 1212 euro. 
- Shampoo da Bunny’s Sun. Regione Liguria, gruppo Idv. 4 euro.
- Pareo da Golden Lady. Regione Liguria, gruppo Idv. 15.90 euro. 
- Gastronomia per il battesimo della nipote. Regione Piemonte, Gianfranco Novero (Lega). 465 euro.
- Mini orsetto. Regione Basilicata, Rosa Mastrosimone (ex Idv). 5.90 euro. 
- Serata al Discobar «La Strada». Regione Molise, gruppo imprecisato. 650 euro. 
- Barbie. Regione Campania, gruppo imprecisato. 9.80 euro. 
- Slip da Golden Lady. Regione Liguria, gruppo Idv. 23.90 euro. 
- Aperitivo all’Hotel Principe di Savoia di Milano. Regione Lombardia, Nicole Minetti (Pdl). 832 euro. 
- Snack al supermercato MD. Regione Molise, Gennaro Chiercia (Psi). 0.80 euro. 
- Calze e mutande da Intimissimi. Regione Piemonte, Luca Pedrale (Pdl). Importo imprecisato. 
- Toelettatura del cane. Regione Friuli, Alessandro Colautti (Pdl). Importo imprecisato. 
- Dieci multe dei vigili urbani di Novara. Regione Piemonte, Massimo Giordano (Lega). 692.92 euro. 
- App di Itunes per scaricare Navigation. Regione Marche, gruppo Pd. 94 euro. 
- Libro «Il segreto delle donne, viaggio nel cuore del piacere». Regione Marche, Raffaele Bucciarelli (Pdci-Prc). 16.80 euro. 
- Oggettistica allo Juve Store di Torino. Regione Piemonte, Paolo Tiramani (Lega). 113 euro. 
- Barattolo di Nutella. Regione Lombardia, Carlo Spreafico (Pd). 2.70 euro. 
- Tassa sui rifiuti. Regione Campania, gruppo Misto. Importo imprecisato.

15 gennaio 2014

Passion

Che tu dici "eh, ma cazzo, un film di Brian De Palma e nemmeno me lo distribuisci?"
Cioè, magari voi "eh ma cazzo" non lo dite. Io, che del mio linguaggio forbito ne faccio un vanto, invece sì.
Comunque. Com'era? Se la montagna non va da Maometto ecc.ecc.
Così ti sistemi sul divano, coperta di pile d'ordinanza, gatto in mezzo ai maroni, chiavetta usb nel lettore, tasto play e via. 

Interno giorno in grande casa figa. Che a parte Ken Loach, le riprese in interni in un alloggio delle case popolari non se le incula proprio nessuno, diciamocelo. 
Nella grande casa figa due donne stanno lavorando ad uno spot per uno smartphone.
Una è Christine, bionda, elegante, (perfida, perversa e manipolatrice, ma questo lo scopriremo dopo), l'altra è Isabelle, sua assistente, dal sex appeal prorompente quanto una lampadina a basso consumo, e con quell'espressione un po' così, che dalle mie parti verrebbe definita da "mugna quacia", che, all'arrivo di Dirk, l'uomo di Christine, raccatta le sue cose e se ne va.
Nel cuore della notte le viene l'idea meravigliosa, la sottopone a Christine, che, dopo aver approvato lo spot la manda a presentarlo a Londra al posto suo. A Londra Isabelle e Dirk si accoppiano felicemente in camera da letto. Al ritorno, visto il successo dello spot, Christine si fa bella con le alte sfere e rivendica come sua l'idea della campagna. A Isabelle girano un po' i coglioni, ma Christine, che è abile e ruffiana le fa due lesbo-moine facendole credere che sono una squadra vincente, che non si tratta di un tradimento, ma di affari e bla bla bla. 



Isabelle si lascia convincere, non si capisce se affascinata, intimorita o cosa.  
Nel frattempo - o prima, o dopo, fa lo stesso - le racconta una struggente storia strappalacrime sulla morte della gemella Clarissa, la porta ad una sfilata di scarpe fighissime da cui Isabelle esce indossandone un paio rosse, in rettile, che buttale via, vanno a un party, lei simula un mal di testa e finisce a casa di Dirk, dove scopre il cassetto dei giochi, con cui l'uomo asseconda ogni desiderio di Christine, compresa un'orribile maschera veneziana che tu dici ma che, davero?
Quando Dani, assistente di Isabelle, le mostra dei sondaggi di gradimento, Isabelle decide di rivedere il filmato promozionale senza avvisare nessuno, record di visualizzazioni su youtube, e in questo modo vince la trasferta a New York a scapito di Christine, e questa volta tocca a lei spiegare alla bionda che sono una squadra vincente, che non si tratta di un tradimento, ma di affari e bla bla bla. 
Christine affronta Dirk, Dirk lascia Isabelle, poi ci ripensa e le chiede scusa, si danno appuntamento ma lui non si presenta perché è con Christine e bla bla bla. 


Christine, ape regina abituata a condurre il gioco, soprattutto quello sporco, inizia a fargliene di ogni. Probabilmente ad Isabelle a questo punto si inchianano i cazzi per sul serio e sbrocca, al punto che arriva nel parcheggio e dimentica come si fa a guidare un'auto. Daje de tacco daje de punta, ne rivede l'assetto aerodinamico nel garage dell'ufficio. Contatta un fantomatico dottore, inizia ad imbottirsi di psicofarmaci, si fa prenotare un biglietto per il balletto dalla fedele Dani, va al balletto, ecco creato l'alibi perfetto.
Split screen. Balletto, Isabelle, balletto, Christine, balletto, Isabelle, balletto, Christine. 
E poi Christine muore. Uccisa dalla maschera veneziana. O da qualcuno che la indossa, probabilmente. O forse no. 
La metà, il suo doppio, il sogno, la realtà, la finzione, la polizia, l'interrogatorio, la confessione, il carcere, il balletto, l'alibi, l'avvocato, sogno, son desta, forse dormivo, no, non io, Isabelle.
E poi arriva Dani, innamorata di Isabelle, che - tu pensa - non se ne era mai resa conto. Noi dalla prima volta in cui appare in scena, ma fa lo stesso. Sogno, son desta, forse dormivo, no, non io, sempre Isabelle.
Mi è piaciuto?
Se avessi dormito, sognando un altro film, forse sì. O forse no.
E, a volerla dire proprio tutta, non mi è chiaro dove si sia nascosta la passione del titolo.

14 gennaio 2014

Disconnect

Presentato fuori concorso un paio d'anni fa alla mostra di Venezia, arriva sugli schermi "Disconnect", di Henry Alex Rubin.
Dove, raccontando tre storie diverse in cui i protagonisti sono in qualche modo "connessi" fra loro, ci mostra i pericoli e le insidie di esistenze sempre connesse alla rete e ai suoi pericoli (ooooh!), e, in qualche modo, disconnesse dalla vita reale. 
C'è la giovane coppia devastata dalla perdita di un figlio, e i due, incapaci di affrontare assieme un dolore così grande, smettono di comunicare. Lei trova conforto in una chat di auto-aiuto, lui si butta nel lavoro e nelle scommesse on line. Ma un giorno qualcuno clonerà la loro carta di credito, prosciugando il loro conto corrente e lasciandoli sul lastrico. 
I tempi della polizia sono lunghi, così lui si rivolgerà ad un ex poliziotto vedovo, il cui figlio, assieme ad un compagno di classe, inventando un falso profilo femminile su un social network, inizierà a prendere in giro un loro compagno di scuola timido e introverso, il cui padre, avvocato assorbito dal lavoro si troverà a dover intervenire a difendere una reporter interrogata dall'FBI, in seguito ad un servizio in cui lei, dopo aver contattato in chat un cam-boy, riuscirà ad intervistarlo e a svelare i meccanismi di reclutamento di questi ragazzi, spesso minorenni, disposti a tutto in cambio di soldi, o di regali. 
Il film si basa sulla tensione drammatica, senza però approfondire più di tanto le varie vicende a livello psicologico, puntando sugli occhioni lucidi dei protagonisti e sulla loro solitudine: i sensi di colpa della madre che ha perso il figlio, il voler capire chi-come-perché da parte del padre avvocato sempre assente, il cyber-bullo che non è così cattivo come sembra ma perché gli manca l'affetto del padre, il cam-boy che pensa di poter cambiare vita grazie alla reporter ma poi si rende conto che per lei si tratta - forse - solo di lavoro, in un finale che in alcuni punti vira un po' troppo - e troppo in fretta - verso il volemose bbene. 
Per carità, avrebbe potuto anche essere peggio (a livello di bontà), ma alcune cose non mi hanno convinto fino in fondo. L'idea è senz'altro interessante e i protagonisti sono bravi, ma nel complesso l'ho trovato poco incisivo. 


Tell her I'll be waiting 
In the usual place 
With the tired and weary 
(Slave to love - Brian Ferry)

13 gennaio 2014

and the winner is...

Un altro post con tutto l'elenco dei premiati ai Golden Globe?
No, dai basta, non se ne può più!
Ok, dai. Non metto l'elenco.
Tanto lo trovate dappertutto.
Posso solo dire che i premi mi sono garbati parecchio.
Soprattutto il suo.
E le sue commoventi parole.




“I waxed my entire body, 
I’m just lucky it wasn’t a period piece 
so I didn’t have to do full Brazilian".

Il capitale umano

Con il termine capitale umano si intende l'insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni, acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi.
L'ultimo film di Paolo Virzì, che per l'occasione si allontana dalla commedia, è un ritratto amaro e spietato di un'Italia (o di una parte di essa) desolata e desolante, ambientato in Brianza (e ci sono state anche polemiche per questa collocazione geografica), ma potrebbe essere ovunque, sia in italia sia all'estero, dove tutti i personaggi hanno una morale discutibile, quando ce l'hanno.
La narrazione non lineare è suddivisa in capitoli che si incastrano in una matassa i cui nodi si scioglieranno solo nel finale, e di cui cercherò di dire il meno possibile. Il film parte da una scena iniziale in cui un cameriere, dopo aver finito di lavorare, torna a casa in bicicletta e viene investito da un auto che non si ferma a soccorrerlo e poi, in un arco temporale di sei mesi, ci viene mostrato attraverso il punto di vista dei vari protagonisti.
Si inizia con Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), un fastidiosissimo, sgradevole, viscido e ributtante agente immobiliare ossessionato dalla ricchezza, un parvenu vorrei-ma-non-posso che, quando conosce Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni, ottimo), padre del fidanzato di sua figlia Serena, uno squalo della finanza, crede di poter finalmente "svoltare", e, convinto di poter guadagnare il 40% (ma quando mai?) investendo in un non meglio precisato fondo, arriva ad indebitarsi ipotecando anche il buco del culo per quel miraggio di ricchezza che gli garantirebbe sicurezza economica e prestigio.
E' poi la volta di Carla (Valeria Bruni Tedeschi, bravissima), triste e annoiata moglie di Bernaschi, impegnata a passare le sue giornate fra manicure, massaggi, acquisti di pezzi d'antiquariato, fino a quando un giorno, mentre l'autista la accompagna in giro, vede il teatro cittadino che sta per chiudere, e decide che vuole ristrutturarlo. Svampita e ingenua, sono sue le due battute migliori del film. Una divertente ("Che cos'è la polizia?") e l'altra agghiacciante: “Avete scommesso sulla rovina di questo paese. E avete vinto”.
Si arriva poi a Serena (Matilde Gioli, ottima esordiente), figlia di Dino, e a questo punto il mosaico si compone, e quello che ne esce è il ritratto feroce di un paese sull'orlo del baratro, dove non si salva (quasi) nessuno.
Perché se pietà l'è morta, anche la speranza non se la passa tanto bene.
Gran bel film, che a tratti fa male. Da vedere. 

10 gennaio 2014

10 film da vedere prima che...

...si esauriscano i tuoi neuroni.
A parte che i miei, di neuroni, credo abbiano iniziato a esaurirsi già da qualche anno, partecipo volentieri all'iniziativa/gioco lanciato da Director's cult in occasione del quinto compleanno del suo blog, che consiste nello sputtanarsi nel rendere partecipi i propri affezionati lettori di tutti (tutti no, diciamo 10 che è già una bella cifra) quei film che, ogni persona che si spaccia per cinefila ed ha la presunzione di gestire un blog che parla di cinema, dovrebbe aver visto almeno una volta nella vita. E invece.
Si tratta quindi di un elenco di scheletri nell'armadio, o cadaveri eccellenti, come preferite. In buona sostanza una specie di coming out in versione pellicola.
Per molti si tratta di gravi mancanze per motivi dettati soprattutto dalla pigrizia.
Per altri, invece, si tratta di mancanze più o meno gravi perché, diciamocelo, di vederli, in fondo in fondo, non me ne frega davvero nulla.
Siccome oltre che non essere cinefila sono soprattutto un'emerita cialtrona, i film non ve li metto nemmeno in ordine cronologico. Toh.



Guerre stellari.
Tutti. Dite un episodio dal primo al 37° o quanti sono e io non l'avrò visto. Il problema è che non intendo nemmeno vederli.
Forrest Gump.
Idem come sopra. Sono riuscita ad evitarlo ad ogni suo passaggio in TV.
E questo è tutto quello che ho da dire sull'argomento.
Hiroshima mon amour, di Alain Resnais. Film francese del 1959, nouvelle vague. Fino all'inizio degli anni 80 credevo che Hiroshima mon Amour fosse "solo" il nome di un locale torinese.
Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene, del 1920. Credo si possa tranquillamente considerare uno dei capostipiti del cinema horror. Prima o poi questo lo recupero. Promesso.
Luci della città - Luci della ribalta (e altri millemila di Charlie Chaplin). Che, mea culpa, non mi ha mai entusiasmato.
Senso di Luchino Visconti. Anno 1954.
Zabriskie Point, Michelangelo Antonioni, 1970. Mai riuscita a vederlo per intero. Sarà che son scema, ma se non capisco non capisco.
Tranne "I sette samurai" e "Kagemusha", faccio più in fretta a dire che mi manca tutta la filmografia di Akira Kurosawa, così ci togliamo subito il problema.
Potrei andare avanti con altre decine, ma preferisco smetterla.
...e, squillo di tromba, rullo di tamburi.... ta-dan:

2001 Odissea nello spazio.
Questo è l'unico titolo di cui (forse) un po' mi vergogno. Ci ho provato. Giuro. Più e più volte.
Ma io all'apparizione del monolito mi sono già rotta i coglioni.
Adesso potete anche togliermi il saluto.


9 gennaio 2014

The butler




Lee Daniels, di cui mi pregio non aver visto un film (ebbene sì, ammetto di essermi addormentata durante la visione in TV di Precious) porta sullo schermo questa telenovelona americana basandosi sulla vita di Eugene Allen, che nel film diventa Cecil Gaines, ben interpretato da Forest Whitaker.
Nel cast, a parte non vedersi i due liocorni, non manca davvero nessuno: Oprah Winfrey, David Oyelowo, Elijah Kelley, David Banner, Mariah Carey, Yaya DaCosta, Alex Pettyfer, Vanessa Redgrave, Clarence Williams III, Cuba Gooding Jr., Lenny Kravitz, Colman Domingo, Robin Williams, James DuMont, James Marsden, Minka Kelly, Liev Schreiber, John Cusack, Alan Rickman, Jane Fonda, un po' di retorica a mazzetti e qualche cucchiaiata di melassa qua e là. Tovaglie immacolate e posate d'oro, croci di fuoco e uomini incappucciati nelle lenzuola, bianche pure quelle, del KKK, se ho dimenticato qualcuno o qualcosa mi scuserete, spero.
Alcune considerazioni sparse a cazzo e poi parlo (o anche no) del film:
Oprah Winfrey nella parte di Gloria, la moglie di Cecil, è molto brava, forse l'unica vera sorpresa del film. 
Yaya DaCosta è quella che in "The Kids Are Allright" mi aveva colpito per la sua bellezza. E anche qua non scherza affatto.
James Marsden nella parte di John F.Kennedy A ME è sembrato troppo giovane.
Minka Kelly è una Jackie Kennedy troppo figa.
Il Nixon di Cusack non è male. 
Lenny Kravitz? Ma che, davero? Avevano finito gli attori neri? 
Jane Fonda nella parte di Nancy Reagan è semplicemente perfetta. 
Il film attraversa 80 anni di storia americana da quando il giovane Cecil, figlio di schiavi, vede uccidere suo padre nei campi di cotone per mano del padrone. In un impeto di bontà, la padrona lo "promuove" a negro di casa, insegnandogli a servire ai tavoli, rigorosamente in silenzio. 
Cecil cresce, abbandona l'anziana donna, trova lavoro in un bar, poi finisce in uno dei più grandi alberghi di Washington e da lì approderà, nel 1952, a fare il maggiordomo alla Casa Bianca, servendo otto presidenti, da Eisenhower a Reagan, mentre, all'esterno, l'America si trova a dover fare i conti con i diritti civili, gli scontri razziali, la guerra nel Vietnam, lo scandalo Watergate e altre cosucce del genere, che scorrono veloci in sottofondo, come in un video-bignami di storia recente, un po' (troppo) sacrificata per lasciare spazio a quella del maggiordomo, sempre silenzioso, discreto e obbediente al lavoro, mentre a casa Gaines le cose non funzionano altrettanto bene. Il figlio maggiore è un convinto sostenitore dell'uguaglianza e dei diritti civili, mentre il padre sembra accontentarsi di quello che è riuscito ad ottenere partendo dal lavoro nei campi di cotone, e il conflitto padre-figlio rispecchia due modi completamente diversi di rapportarsi alla segregazione razziale negli Stati Uniti. Fino a quando, yes, we can, un nero - in quello che Cecil definirà "il più bel giorno della sua vita" - viene eletto alla Casa Bianca. E non per fare il maggiordomo. 
Mah. Meh. Boh. Non so.



8 gennaio 2014

Mea Maxima Culpa - Silenzio nella casa di Dio

Inchiesta - denuncia diretta da Alex Gibney (vincitore del premio oscar per il miglior documentario nel 2008) nel 2012 sulla pedofilia nella chiesa cattolica, a partire dalla storia di Padre Lawrence Murphy, direttore di una scuola per ragazzi sordi di Milwaukee di cui abusava già negli anni cinquanta. E, nonostante il Vaticano fosse a conoscenza della cosa fu solo negli anni settanta, quando quattro uomini che avevano frequentato l'istituto ed erano stati vittime degli abusi di padre Murphy iniziarono a parlare di quello che era successo, che si inizia faticosamente a far luce sulla vicenda. Cosa che, all'epoca era complicata, a causa della sordità dei ragazzi e della loro difficoltà a farsi comprendere. Infatti Padre Murphy abusava principalmente degli studenti i cui genitori non conoscevano il linguaggio dei segni.
E, nonostante avessero provato a denunciare i fatti distribuendo dei volantini, vuoi perché la figura di un prete era considerata in qualche modo quella di un "essere superiore", vuoi perché la chiesa è (era?) considerata immune da giudizi, colpe e condanne, in buona sostanza un'istituzione perfetta e irreprensibile, la chiesa continuò a far finta di nulla, cercando di insabbiare le accuse, nonostante le richieste di sospensione a divinis di padre Murphy, che morirà - dopo aver ammesso una ventina di abusi, quando si valuta siano stati più di 200 - in un casinò. Era ancora un prete cattolico.
Nel 2001 il cardinale Ratzinger, a capo della "Congregazione per la Dottrina della Fede" pretese di essere informato di ogni caso di abuso sessuale.
Il Vaticano sapeva. Come sapeva, e nascondeva, ancora prima delle presunte voci di pedofilia, i dati relativi al rapporto tra il celibato e il sacerdozio, come testimonia Richard Sipe, un ex monaco benedettino e psicoterapeuta, che fornì supporto psicologico a preti che avevano commesso abusi.
Un altro ex monaco benedettino Patrick J.Wall, che ora è al servizio delle vittime di abusi, all'epoca si occupava di insabbiare i casi di violenza, denuncia le spese folli sostenute dalla chiesa per queste "pratiche".
Per arrivare a padre Fitgerald, fondatore dei "servi del paraclito", che, fra le sue missioni, aveva quella di riabilitare i preti pedofili isolandoli in un... isola dei Caraibi, comprata appositamente per l'occasione per la modica cifra - siamo negli anni 50 - di 80 milioni di dollari. Una vita di stenti e sacrifici, in pratica. 
Il film si apre e si chiude con la lettera che Terry Kohut scrive al cardinale Sodano, nel 1995.

(...)«Caro Cardinale Angelo Sodano, 
le sto scrivendo questa lettera perché sono furioso con 
un prete cattolico che si chiama Lawrence Murphy 
e voglio sapere se papa Giovanni Paolo II lo 
scomunicherà dalla chiesa cattolica.
Sono sicuro che papa Giovanni Paolo II sappia che ci sono
molti preti che, in America, hanno molestato bambini udenti,
ma io voglio raccontargli la mia storia:
che i preti hanno molestato anche bambini sordi.  
Questi bambini vivevano in dormitori senza 
alcuna possibilità di fuga.
Io sono uno di loro».(...)

Non risulta che Sodano abbia mai risposto.

7 gennaio 2014

American Hustle
(una truffa di recensione)

"La gente crede a quello a cui vuole credere"

(Infatti c'è un sacco di gente convinta che J.Law sia una strafiga. Cosa che io faccio davvero fatica a concepire. Perchè la ragazza è indubbiamente una bravissima attrice, e sembra pure molto simpatica. Carina, per carità. Ma tutto sto figume io non riesco davvero a vederlo. Comunque, chissenefrega.)


Mettiamo subito in chiaro un paio di cose. 
American Hustle è un gran bel film, pur non essendo un capolavoro. 
Offre però una prova di attori magistrale. Sono tutti bra-vis-si-mi, dal primo all'ultimo. Compreso Robert de Niro truccato da Toni Servillo. La colonna sonora, che spazia da Duke Ellington a Donna Summer (che a un certo punto ti aspetti anche di vedere John Travolta ne La febbre del sabato sera) è splendida, per non parlare di scenografia e costumi, comprese le improbabili acconciature. Io poi ho avuto la fortuna di poter vedere il film in lingua originale, e questo è sicuramente un gran valore aggiunto. 
David O.Russel, che torna a lavorare con Christian Bale ed Amy Adams (The Fighter), Bradley Cooper, Jennifer Lawrence e Robert de Niro (Il lato positivo), prende spunto da una storia vera, l'operazione ABSCAM, in cui l'FBI, ingaggiando un professionista della truffa, Mel Weinberg, smaschererà un giro di corruzione ad alto livello, che vede coinvolti uomini politici, membri del congresso e l'onnipresente mafia. 
Nel film Mel Weinberg diventa Irving Rosenfeld, interpretato da un appositamente (+20kg) imbolsito Christian Bale, che ha fatto dell'arte di arrangiarsi la sua filosofia di vita dai tempi della scuola, quando, per aiutare il padre, proprietario di una vetreria, andava in giro a spaccare le vetrine dei negozi. 
La scena iniziale del film, in cui si vede Irving intento a sistemarsi il discutibile riporto è qualcosa di estremamente raccapricciante, sappiatelo. Non venite poi a lamentarvi che io non vi avevo avvertito, sia chiaro. 
Siamo in una suite del Plaza Hotel, e, attraverso un lungo flash back scopriamo chi sono gli uomini in quella stanza, e come sono arrivati fin lì.
Oltre ad Irving ci sono Sidney, la sua amante (Amy Adams, che - oltre ad essere semplicemente splendida - attraversa tutto il film senza l'ausilio di un reggiseno che sia uno, con delle scollature abissali e fantastiche),
che si spaccia per Lady Edith, una nobildonna inglese, e l'agente dell'FBI Richie Di Maso, (evidentemente disturbato: un uomo, una dicotomia in bigodini: succube della mamma e del suo acquario in casa, dispotico, e arrogante sul lavoro) l'uomo che, riuscendo ad incastrare Irving e Sidney, in cambio di una sorta di immunità li costringe a collaborare al suo piano per sgominare la corruzione e le collusioni tra politica e mafia, iniziando dal politico locale Carmine Polito (Jeremy Renner), e poi, come obnubilato da un ambizioso delirio di onnipotenza, smanioso di arrivare ai vertici della cupola, incapace di fermarsi al momento opportuno.
Ma.
La scheggia impazzita, ovvero Rosalyn, la moglie di Irving, (Jennifer Lawrence, perfetta nell'interpretare una donna nevrotica, borderline, intelligente ma superficiale, ossessionata dall'odore inebriante del suo smalto per unghie) potrebbe, in quanto moglie gelosa, tradita, trascurata, rovinare tutto. 
E poi non aggiungo altro, per non rovinare lo schizofrenico gioco di incastri, dove - e per una volta il titolo italiano "l'apparenza inganna" non è così fuori luogo - veramente niente è come sembra.
Perché non esistono solo il bianco e il nero, esiste anche il grigio con tutte le sue sfumature. E questo film con le sfumature ci gioca, mischiando in continuazione le carte per cui il confine fra il bene e il male non è mai così ben definito.
Perché, fra chi inganna e chi è ingannato, la gente crede a quello a cui vuole credere. 

6 gennaio 2014

Blackfish

Catturato nelle acque islandesi quando era ancora un cucciolo, Tilikum è la più grande orca marina che vive in cattività (da 30 anni) e si esibisce nel parco acquatico SeaWorld, ad Orlando, in Florida, dove è arrivato dopo che la struttura che lo "ospitava", il Sealand of the Pacific, in Canada, è stata chiusa.
E continua ad esibirsi, nonostante, negli anni, abbia ucciso tre persone. Anche se la definizione "orca assassina" è sicuramente fuorviante: non si hanno infatti notizie - in natura - di attacchi all'uomo da parte di un'orca.  
Il documentario di Gabriela Cowperthwaite ripercorre, attraverso interviste a scienziati, esperti, dipendenti ed ex dipendenti di Sea World (che fino ad un certo punto - prima della morte di Dawn Brancheau - erano sicuramente in buona fede, convinti che le orche, che loro ammaestravano, potessero essere "felici" del loro stile di vita),  addetti ai lavori e testimoni di incidenti durante gli spettacoli, la vita di questo sontuoso mammifero, che ha trascorso tutta la sua vita imprigionato in una vasca. 
Si sa che le orche (come i delfini) sono dotati di un'intelligenza straordinaria, hanno addirittura una parte del cervello, dedicata all'emotività, che nel cervello umano non si è sviluppata. Vivono in gruppi familiari che comunicano fra loro attraverso un vero e proprio linguaggio. Ogni gruppo ha un linguaggio differente, e far credere che le orche di Sea World siano una "famiglia" è sbagliato. Come è sbagliato credere che le orche siano felici di saltare e muovere la testa a comando. 
Particolarmente toccante il racconto di John Crowe, cacciatore di orche, quando ricorda la reazione delle orche madri dopo la cattura dei loro cuccioli: erano libere e avrebbero potuto fuggire, ma rimasero lì, vicino alle reti in cui erano imprigionati i loro piccoli, emettendo suoni strazianti per comunicare con loro. 
Come straziante è la reazione delle orche residenti a Sea World, quando vengono separate dai loro piccoli, nati in cattività. Molti di questi esemplari nati a Sea World discendono proprio da Tilikum, che è diventato un vera e propria macchina riproduttiva. E anche questo è uno dei motivi per cui Sea World non ha nessuna intenzione di liberare l'animale. 
Un documentario che fa venire i brividi più volte durante la visione e che ci porta a chiederci quale sia l'utilità dei parchi acquatici, dove il tasso di mortalità di questi animali è sensibilmente superiore a quanto si possa riscontrare in natura.