31 marzo 2014

mi piace l'odore del napalm al mattino...

Visto che questo blog, nonostante tutto, continua a chiamarsi "viaggiando (meno)" e che originariamente nasceva come blog di viaggi, vediamo di farlo tornare - almeno ogni tanto - alla sua funzione originaria. Quindi oggi parleremo di viaggi. Anzi, nello specifico, del (mio) prossimo viaggio. 
Quando si tratta di scegliere la destinazione, io e la bionda, che abbiamo a disposizione un elenco di paesi inesplorati di tutto rispetto, ci affidiamo sempre un po' al caso.  
Che quest'anno si è presentato sotto forma di una mail da parte della Qatar Airways che proponeva voli ad un prezzo decisamente interessante.
Una delle destinazioni era il Vietnam, paese che è nella nostra lista di mete da visitare prima o poi nella vita da un po' di tempo a questa parte.
Il 9 gennaio abbiamo acquistato i biglietti aerei: Milano-Doha, Doha-Ho Chi Minh City (e ritorno, ovviamente). Lo stesso volo, a comprarlo adesso, costa 200€ in più.
Per andare in Vietnam non esiste un periodo migliore o peggiore: il clima è subtropicale al nord e tropicale al centro-sud, ed è influenzato dal regime dei monsoni: il monsone di sud-ovest da maggio a ottobre, e quello di nord-est da novembre ad aprile. Il primo porta piogge abbondanti nelle zone esposte, dunque al nord e al sud, mentre lungo la fascia centrale, esposta direttamente ad est, esso porta piogge relativamente scarse e lascia spazio al sole.
Praticamente, dove vai vai, stai sicuro che una zona piovosa la troverai senz'altro.
Il 31 maggio si parte. 
Il 21 giugno, se l'aereo non precipita e/o viene dirottato, si torna. 
Quindi, se fino ad ora abbiamo scherzato, adesso, a due mesi dalla partenza, si inizia a fare sul serio e scatta l'ora dei preparativi. Vedere il viaggio che prende forma, decidere l'itinerario, scegliere cosa vedere, dove dormire, quanti giorni fermarsi in un posto, come spostarsi da A a B, è una delle fasi del viaggio che io prediligo. In questi giorni lo scambio di mail fra me e la bionda è diventato praticamente monotematico.
Un itinerario, in linea di massima, esiste già nelle nostre testoline. Bisogna solo metterlo a punto, ma abbiamo ancora parecchio tempo a disposizione.
Quello che sappiamo è che si arriva ad Ho Chi Minh City (l'ex Saigon) e da lì con un volo interno, che noi abbiamo acquistato con VietJetAir pagandolo 60€ scarsi (ma potete scegliere anche Vietnam Airlines e Jetstar), raggiungeremo Hanoi, per poi iniziare a visitare il paese da Nord a Sud, in modo da concludere il giro ad Ho Chi Minh City, da cui poi partirà il volo che ci riporterà a casa. 
Per entrare in Vietnam occorre il visto.
Che si può richiedere o all'Ambasciata del Vietnam (Roma) o al Consolato (Torino), e, per il 2014, il costo è di 115€. Che, non so a voi, ma a me sembra una cifra vagamente esagerata. 
Ma. In alternativa, si può richiedere una lettera di invito (Vietnam visa pre-approved letter) con la quale, una volta arrivati all'aeroporto, vi verrà rilasciato il VOA (Visa On Arrival). Siccome buttare via soldi non piace a nessuno, io e la bionda abbiamo scelto questa opzione, e, tramite il sito myvietnamvisa.com abbiamo richiesto la lettera di invito il 20 marzo. 
Il costo è di 19$ a persona per il visto di un mese.
Facendo un'unica richiesta per 2 persone si scende a 17$ a testa.
Se non fosse che - dopo aver simulato una richiesta - mi hanno mandato una mail offrendomi uno sconto del 15%, quindi, in 2, abbiamo speso 29.80$.
La lettera di invito è arrivata il 21 marzo. 
Per il rilascio del visto vero e proprio, una volta atterrati, oltre a due fototessera, occorrono altri 90$ (45 a testa) per una spesa totale, arrotondata in eccesso, di 45€, contro i 115 che spendereste partendo con il visto già fatto.
Con quei 70€ risparmiati, per farvi un esempio pratico, riuscirete a dormire (in due) per 3 notti in un hotel 3* ad Hanoi, colazione compresa. Per dire. Perché, volendo, si trovano sistemazioni anche più economiche, naturalmente.

29 marzo 2014

True Detective #5

E' come se in questo universo elaborassimo il tempo in avanti, ma fuori dal nostro spazio-tempo, da quello che dovrebbe essere una prospettiva quadrimensionale.
E da questo vantaggio, potremmo raggiungerlo: vedremmo il nostro spazio-tempo come se fosse piatto, come un'unica scultura di materia in una sovrapposizione di tutti i posti che ha occupato il nostro essere senziente che gira intorno alle nostre vite, come i carri su un binario.
Vedete, ogni cosa fuori dalla nostra dimensione è l'eternità.
L'eternità che ci guarda.
Per noi è una sfera, ma per loro è un cerchio. 


28 marzo 2014

Heart of the country

Questa volta non posso prendermela con nessuno, a parte me stessa.
Questa volta la colpevole sono io.
Mi chiedo a cosa stessi pensando il giorno in cui decisi di recuperare Heart of the Country. Forse ero impegnata a digerire la peperonata con le cozze e i cetrioli, probabilmente.
Buono forse per il palinsesto pomeridiano di ReteQuattro, questo è un film che sprizza buoni sentimenti, amore per la famiglia, morale cristiana, perbenismo e retorica a mazzetti ad ogni inquadratura. Credo che un romanzo Harmony, anche se non ne ho mai letto uno, sia più avvincente (e scabroso) di questa pellicola.
La protagonista è Faith, tal Jana Kramer, che magari molti di voi, seguaci delle serie tv, ricorderanno nel ruolo di Noelle Davenport in Friday Night Lights e/o Alex Dupre in One Tree Hill, per me invece continua a rimanere un'emerita sconosciuta. 
Nel ruolo di Calvin, padre di Faith, troviamo Gerald McRaney, uno dei due Simon di Simon&Simon, ma voi siete troppo giovani per ricordarvelo probabilmente. Randy Wayne è Luke, il marito, Shaum Sipos interpreta Lee, l'amico di infanzia ritrovato, e, nel ruolo di Olivia, la sorella di Faith, Anne Hawtorne
E poi? 
Niente. Faith ha abbandonato il paese natio (in North Carolina, mi pare) per trasferirsi a New York a cercare successo come cantante. Ma, tu pensa la fortuna, invece del successo trova l'am(m)ore della sua vita, che ha la faccia da babbo di minchia di Luke, rampollo di una facoltosa famiglia che, un bel giorno, viene arrestato per frode fiscale. 
La bella Faith si ritrova senza un dollaro e con i conti correnti congelati, e decide di tornare a casa dal padre. Che la accoglie a braccia aperte senza farle una domanda. 
E, fra una visita al cimitero sulla tomba della povera mamma, una cavalcata con Silver (che - lo dico per la Tiz - non so se sia o meno uno stallone andaluso, ma probabilmente sì) una messa con tanto di parabola del figliol prodigo da parte del pastore, inevitabili screzi e battibecchi tra sorelle, l'immancabile diagnosi di malattia incurabile al padre, consulto del neurologo più rinomato di tutti gli USA grazie all'interessamento della ricchissima e potentissima famiglia di Luke, ritorno a New York di Faith col babbo, babbo che come ultima buona azione va da Luke a dirgli come deve comportarsi con sua figlia, e vissero tutti felici e contenti - tranne il padre che muore e probabilmente Lee che su Faith aveva fatto più di un pensiero impuro - e il film si conclude con Faith che parla sulla tomba del padre, mentre la scena si allarga e si vede Luke che abbraccia la donna, visibilmente incinta, mentre dice, con gli occhi a cuoricino, "lo chiameremo Calvin".
Di secondo nome Sticazzi.
Glicemia, portami via. 

27 marzo 2014

Which way is the front line from here? The life and time of Tim Hetherington

Il 20 aprile del 2011, poche settimane dopo aver partecipato alla cerimonia degli Oscar dove il documentario Restrepo (vincitore del gran premio della giuria al Sundance del 2010) era candidato, il fotografo di guerra e regista inglese Tim Hetherington è morto a Misurata, in Libia, dove si era recato con la solita passione per svolgere il suo lavoro, ovvero raccontare, attraverso le sue immagini e i suoi filmati, ancora una volta, la guerra civile.
Sebastian Junger, giornalista e scrittore, nonché amico di Hetherington, che con lui aveva girato proprio "Restrepo" in questo documentario, ripercorre la vita e la carriera di Tim, attraverso gli scatti del giovane (quando è morto aveva 40 anni), dagli inizi come fotografo in un giornale londinese fino a quel giorno di tre anni fa, in Libia, attraverso le parole del giornalista James Brabazon, che era con lui a Misurata, ma concentrandosi soprattutto sugli anni che Hetherington trascorse in Liberia, durante la seconda guerra civile con l'esercito dei ribelli che combattevano il regime di Charles Taylor, e in Afghanistan, dove visse per un anno con un plotone dell'esercito americano in un avamposto nella valle di Korengal.
L'approccio di Tim al suo lavoro era guidato dal tentativo di comprendere - e far comprendere a chi avrebbe visto i suoi scatti - le ragioni dei conflitti e i motivi che erano origine e causa della violenza. Un uomo che è riuscito a far emergere il meglio delle persone anche durante circostanze terribili della loro esistenza.
Documentario prodotto dalla HBO (praticamente sinonimo di qualità) dovrebbe arrivare in sala il 3 aprile, ed essere trasmesso in TV su laEffe il 16 aprile alle 22.25.
Se vi capita guardatelo, perché ne vale davvero la pena.









“I want to record world events, big History told in the form of a small history, 
the personal perspective that gives my life meaning and significance. 
My work is all about building bridges between myself and the audience.”

26 marzo 2014

Non buttiamoci giù

Ma quello che si è appena buttato giù era il buon Cinema, vero? 
Eh.
Si fa presto a dire non buttiamoci giù, dopo che le ultime pellicole viste al cinema – ad eccezione di Ida – ti fanno rimpiangere di aver speso soldi per il biglietto, anche nei casi in cui sei entrata gratis e i soldi non li hai spesi.
E così, sabato sera, in una giornata di primavera che sembrava non essersene accorta, io e la bionda siamo andate al cinema. A vedere l’ennesima trasposizione cinematografica di un romanzo di Nick Hornby. Non è la prima volta che succede, basti pensare a Febbre a 90°, Alta fedeltà e About a boy. Tralasciando il fatto che, come al solito, era meglio il libro, non mi erano affatto dispiaciuti. La scena di About a Boy in cui il ragazzino tira il miccone di pane preparato dalla mamma nel laghetto e uccide sul colpo la paperella mi fa ridere come un’imbecille al solo pensiero, per dire. Con tutto il rispetto per le paperelle, che io amo incondizionatamente, sia chiaro.
Non buttiamoci giù invece non l’ho letto. Però ho visto il film. Quindi non posso dire, con la tronfia sicumera che mi contraddistingue, che era meglio il libro. Ma, proprio perché ho visto il film credo di poter comunque affermare che sicuramente il libro è meglio. Perché fare peggio non dico che sia impossibile, ma comunque parecchio difficile. 
Mi ha colpito rivedere fra i protagonisti Imogen Poots, che avevo visto nel pomeriggio durante la visione di Filth, e, siccome presto inutilmente attenzione ai collegamenti casuali, tornando a casa, alla radio, ho sentito 99 luftballons (1983) che compare nella colonna sonora di Filth. Ma siccome di Filth ho già parlato, adesso provo a parlarvi di Non buttiamoci giù.
Eh. Si fa presto a dire non buttiamoci giù, dopo che le ultime pellicole viste al cinema – ad eccezione di Ida – ti fanno rimpiangere di aver speso soldi per il biglietto, anche nei casi in cui sei entrata gratis e i soldi non li hai spesi.
Ah no, scusate. 
Non buttiamoci giù, quindi.
Che inizia, la notte di capodanno (pare ci siano giornate più indicate di altre per decidere di suicidarsi, e il 31 dicembre (ripeto: pare) sia una di queste) sul tetto di un grattacielo di Londra, dove hanno deciso di porre termine alle loro esistenze quattro persone, diversissime tra loro, come diversi sono i motivi che li hanno portati lassù: Martin (Pierce Brosnan), ex anchorman televisivo caduto in disgrazia dopo uno scandalo sessuale, Maureen (Toni Colette) madre single con un figlio gravemente disabile, che vive con un perenne senso di impotenza, Jess, giovane ragazza figlia di un famoso politico, che soffre per amore, ma forse, ancor di più, per la misteriosa scomparsa della sorella maggiore, avvenuta un paio di anni prima, e J.J. (Aaron Paul), musicista deluso da una vita in cui sembra non succedergli niente di buono. Adesso, mi perdonerete, ma nessuno di loro sembra ad un livello tale di disperazione per cui basta un nulla per decidere di farla finita, ma potrei sempre sbagliarmi.
Per qualche inspiegabile motivo i quattro decidono di desistere dall'intento e posticipare i termini arrivando a stipulare un accordo per cui ognuno di loro promette di restare in vita per le prossime 6 settimane, ovvero fino al giorno di San Valentino, che pare sia un'altra data "buona" per i suicidi. 
Siccome stiamo parlando di una commedia (per quanto poco riuscita) ci può stare che tratti l'argomento suicidio in maniera (pure troppo) leggera e lieve, anche se un maggior approfondimento riguardo ai protagonisti non avrebbe guastato, e, soprattutto, non ci avrebbe fatto schifo. 
E invece.
E quindi per sei settimane seguiamo le vicende di queste quattro persone che non hanno nulla in comune e che diventano, quasi loro malgrado una sorta di gruppo di auto-aiuto reciproco, fra situazioni che si trascinano fra l'imbarazzante, l'improbabile, il ridicolo ed il poco credibile, che vedere i quattro che ridono come deficienti in acqua durante la settimana di vacanza a Tenerife fa scattare di default il momento WTF, facendo di questo titolo il peggior adattamento cinematografico tratto da Hornby, senza se e senza ma. 





25 marzo 2014

Filth (il lercio)

Trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Irvine Welsh (che non ho letto), "il lercio" ci mostra la parabola discendente di Bruce "Robbo" Robertson, poliziotto di Edinburgo, in odore di una futura promozione ad ispettore capo. 
Ma bisogna prima risolvere il caso di un omicidio di un ragazzo giapponese da parte di una banda di teppisti avvenuto in un tunnel. 
E fin qua niente di strano.
Non fosse che Bruce non è un poliziotto modello, come quelli che siamo abituati a vedere nei film polizieschi. Bruce è veramente lercio. Un personaggio laido della peggior specie, omofobo, razzista, drogato, puttaniere, falso, corrotto, senza alcuno scrupolo, privo di etica e morale. 
Subdolo e pronto a tutto, riesce a mettere in giro false voci sui suoi colleghi al fine di screditarli e fare in modo che vengano esclusi dalla corsa alla promozione.
Ma Bruce è anche (o soprattutto) un uomo tormentato dai demoni del suo passato, che lo divorano, portandoti a chiedere se lui è così stronzo a causa di quello che gli è capitato o se quello che gli è capitato è dovuto al fatto che lui è così stronzo. 
E, mentre ci interroghiamo su causa ed effetto, chiedendoci se quello che siamo è la somma di quello che abbiamo fatto, senza stare a scomodare le dinamiche del karma, il film arriva ad un finale che ti colpisce come uno schiaffo ben dato, quando non te lo stai aspettando. E ti fa ancora più male.
Bruce ha la faccia - affatto lercia - di un sempre ottimo James McAvoy, e il film, che vanta una piacevole colonna sonora, è senz'altro interessante. 
Come è interessante scoprire che al momento non si parla di una distribuzione italiana. Ma tu pensa.
Mi correggo. Pare che il film arriverà nelle sale alla fine di maggio. 


24 marzo 2014

47 Ronin

Sia chiaro. Pure io ho amato Keanu Reeves, direi dai tempi in cui interpretò il giovane Dalceny che sfida a duello il Visconte di Valmont ne "le relazioni pericolose" di Stephen Frears. Era il 1988. 
Anche se, devo ammetterlo, ero combattuta. Non sapevo decidere se amare di  più Keanu Reeves o River Phoenix. Poi il destino cinico bastardo e baro ha - come sempre - scelto per me, e nel 1993 si è portato via River Phoenix lasciandoci il fratello Joaquin, che all'epoca probabilmente si chiamava ancora Leaf. Che è sugli schermi in questi giorni mentre ci spiega come ci si può innamorare di un sistema operativo. 
Per dirla con Oscar Wilde, l'importanza di chiamarsi Commodo(re)
Ma torniamo a Keanu.
Di cui ho visto un sacco di film più o meno validi. Ultimamente, ad occhio e croce, direi meno. Dal 2008, con "La notte non aspetta", ho smesso di guardare film con Keanu Reeves. 
E quando è uscito 47 Ronin, nonostante la Tiz abbia provato a convincermi con un "c'è Keanu Reeves che è tanto bello in questo film!" io non ce l'ho fatta.
Soprattutto per la presenza dei mostri volanti, delle fatine dei denti e di sarcazzocosa in chiave fantasy, che io patisco tanto. Che poi, visto che pare si tratti di una storia vera, perché disturbare il fantasy che tanto disturba la sottoscritta? Perchè la sceneggiatura è firmata Chris Morgan? (io vi dico solo: Wanted. E non credo serva aggiungere altro).
Per sommi capi, la storia è questa:
Nel Giappone del XVIII secolo una legge puniva con la morte tutti coloro che osavano far scorrere il sangue entro le mura della città imperiale, ma Asano Naganori, giovane guerriero coraggioso e intransigente, trasgredendo alla regola, sguainò la spada di fronte alle mirate provocazioni del ministro dei Riti, Kira. Il gesto gli costò la condanna a morte ma i suoi vassalli, quarantasette samurai ormai senza signore, giurarono di riscattarne la memoria. Per un anno intero pianificarono in clandestinità la vendetta, celando il loro sprezzo per non alimentare la diffidenza del ministro dei Riti.
Una storia tragica realmente accaduta, giunta fino a noi attraverso la testimonianza dell'unico guerriero lasciato in vita per onorare degnamente il valore, la lealtà e l'eroismo dei suoi compagni: quei quarantasette ronin entrati nella leggenda.
Ma lasciamo che la Tiz ci racconti il film:


Ve lo confesso: a me piace Keanu Reeves. 
E' bellissimo, di quella bellezza puntuta che preferisco a tutte le altre (mi pare fosse Ed Mc Bain nei suoi romanzi dell'87° Distretto che diceva che le persone si dividono in porcine e volpine: ora, pur non somigliando né a Peppa Pig né a Miss Piggy, io sono decisamente porcina, ahimè).
Poi è anche un discreto attore, meglio in alcuni films che in altri, ma il discrimine è: il film è scamuffo, ma c'è Keanu, allora si deve vedere. Punto.
Tutta 'sta pappardella perché ho anche poca voglia di stare a dirvi la trama del film, ma, in breve, Kai è un giovane mezzosangue sfuggito a non ben precisati demoni, che viene salvato da un Samurai. 
(L'azione si svolge nel Giappone medievale, ed è una storia vera, almeno così viene tramandata).
E' bravo, coraggioso, umile, ma non piace a nessuno, tranne che alla figlia del Samurai, della quale si innamora, riamato, di un amore senza speranza per via della differenza di casta.
Ad un certo punto arrivano in paese uno Shogun e un altro Samurai, che, con l'inganno e la magia, mettono in cattiva luce il Samurai 1, il quale fa Seppuko, e cara grazia, lui aveva paura di morire impiccato e di perdere il suo onore! 
La figlia viene naturalmente obbligata ad andare in sposa al viscido samurai 2, i Samurai senza padrone vengono declassati a Ronin e Kai viene venduto al circo (o giù di lì). Passato l'anno di lutto i Ronin pur sapendo di rischiare la vita decidono di vendicarsi, e accadrà ciò che deve accadere.
Nel mezzo qualche mostro, una strega/volpe/drago, degli uomini gufo piuttosto belli.
Uff, non sono stata per niente breve.
E' un film fatto con grande dispiegamento di mezzi, ma, paradossalmente poco d'azione per essere un film d'azione, ha bellissimi costumi e colori (ma davvero molto belli) e ha Keanu. Per me è stato sufficiente.
Mi scuso se non ho distinto correttamente i Samurai e compagnia bella, non sono un'esperta, non ho neanche memoria di aver visto i 7 Samurai!

22 marzo 2014

True Detective #3

"Cosa sai di queste persone?"
"Ho solo osservato e dedotto, e vedo una tendenza all'obesità, alla povertà, una passione per le favole e gente che mette quel poco denaro che ha in dei piccoli cesti che fanno il giro. E' evidente che nessuno qui presente farà qualcosa di buono nella vita, Marty."
"Lo vedi? Hai un atteggiamento del cazzo. Non tutti vogliono sedersi da soli in una stanza vuota a masturbarsi su manuali che spiegano come commettere un omicidio. A qualcuno piace divertirsi, stare in compagnia, condividere le cose."
"Sì? Beh, se condividere le cose debba c'entrare con l'inventarsi delle favole, allora non è una buona cosa per nessuno!"
"Insomma, riesci ad immaginare cosa farebbero le persone se non credessero in qualcosa?"
"Esattamente le stesse cose che fanno adesso, ma alla luce del sole."
"Stronzate! Il mondo sarebbe un fottuto spettacolo di omicidi e oscenità, e tu lo sai."
"Se l'unico motivo per cui una persona si comporta decorosamente è perchè si aspetta una ricompensa divina, allora quella persona è un pezzo di merda."


































































21 marzo 2014

Der Teufelsgeiger

Questa volta la recensione non è né mia, né della Tiz, ma di un'altra amica che mi segue da tempo, la cara Sheltering. Che immagino abbia affrontato la visione di questo film in quanto amante della musica, o perchè, una volta arrivata in sala, il film che aveva deciso di vedere era stato tolto. 
Dopo aver visto il trailer, giuro che mi sarei rifiutata di vederlo anche se fosse venuto David Garrett in persona a proiettarmelo in salotto, ma si sa, io, come diceva la mia ex suocera calabrese, sono tuttha sofisthicatha.


Niente acquolina in bocca, non è un piatto prelibato, è solo il titolo originale de “Il violinista del diavolo”.
Mi limito alle scene salienti di questo film. 
Breve bio del protagonista principale: David Garrett, nella vita reale musicista da 2,5 mil di copie di album vendute, invece di crogiolarsi nel successo decide di darsi alla platea anche come attore. La sua è una recitazione uguale ad ogni battuta, la suonata un po' cambia quando usa lo strumento (sia il violino sia quello gentilmente offertogli da madre natura), ma rimane un belloccio senz'anima. 
Infatti interpretando Paganini l’anima se la vende nei primi cinque minuti, in cambio di concerti e grandi successi. Urbani è il segretario factotum del demonio, incaricato di far sottoscrivere il contratto (redatto su pergamena) che accompagnerà il Maestro per tutti i 120 minuti della pellicola. 
Paganini è un giovanissimo ragazzo-padre, (il figlio Achille è di una cantante che si vede solo nelle prime scene, poi sparisce e non si sa che fine fa), capello crespo, tossico fino al midollo, gran donnaiolo e giocatore d’azzardo. Perde tutto al gioco (compreso il violino), fugge con una carrozza al galoppo, e così è costretto a recarsi nella nebbiosa Londra per racimolare un po’ di denari. Lo ospita l’impresario John Watson che ha una figlia (cantante) Charlotte (giovane e vergine). Paganini rimane folgorato dalla ragazza, ovviamente non ricambiato (altrimenti dove stavano l’eros e il pathos?). Batti e ribatti alla fine lei canta un’aria scritta da lui, mentre lui pizzica il violino et… voilà scocca la freccia d’oro di cupido, ma non hanno fatto i conti con Urbani (sempre in mezzo alle palle) che comprende che la ragazza è una minaccia (non è specificato di che genere). Con una mossa arguta droga il maestro e gli manda una prostituta molto somigliante a Charlotte, Charlotte arriverà in albergo il mattino seguente e scoprirà Paganini a letto con la sua sosia più zoccola, presa dalla disperazione scappa ma in strada ci sono i cronisti ad attenderla e finirà su tutti i rotocalchi inglesi ottocenteschi (viene citato solo il times) che le rovinano la reputazione.
Paganini fugge con una carrozza al galoppo.
E qui ci starebbe bene la parola fine, invece no.
Torniamo a Vienna, Paganini è stanco di perdere al gioco e dato che il banco non perde mai decide di comprarsi il casinò 
Continua a dare concerti, a drogarsi, a frequentare prostitute ma intanto scrive a Charlotte che ha cavalcato l’onda delle malelingue e si è lanciata nella carriera di cantante in America (poi si sposa, ha dei figli e vive felice e cantante).
Il casinò va a ramengo e Paganini fugge con una carrozza al galoppo… (avete come una sensazione di dejavu?)
Lo ritroviamo giovanissimo (non ha perso un capello crespo mentre il figlio ha preso almeno 15 anni) e malatissimo (sifilide, presumo) a Genova (entroterra perché il mare non si vede).
E qui ci starebbe bene la parola fine, invece no.
Scrive le sue composizioni per le generazioni future. 
Sta sulla carrozzina (sempre giovanissimo).
Scrive a Charlotte che canta come un usignolo. 
Schermo nero. 
Epilogo: ci informano che Paganini (quello vero) non è stato sepolto in terra consacrata.
Fine.


20 marzo 2014

This is Martin Bonner

La storia di un nuovo inizio per Martin Bonner, che, dopo il divorzio e il conseguente quasi obbligato licenziamento dal suo lavoro di impiegato commerciale in una chiesa si trasferisce nel Nevada, e prova a reinventarsi una vita. 
Trova lavoro in un centro (cattolico) che cerca di aiutare i detenuti a reinserirsi in società, e in questo modo conosce Travis, uscito dal carcere dopo una condanna di dodici anni per omicidio colposo.
Fra i due uomini, entrambi - seppure per motivi diversi - alla ricerca di un nuovo inizio, si instaura un'amicizia sincera.
Due caratteri diversi, due solitudini differenti.
Martin, con due figli che sente continuamente al telefono, poco importa se le telefonate con il figlio maschio consistono in messaggi alla sua segreteria telefonica.
Travis che tenta di ricostruire un rapporto con la figlia che praticamente non ha visto per dodici anni, e, al loro primo incontro, per superare l'imbarazzo, chiede a Martin di accompagnarlo.
Un film dove non succede nulla e non ci sono colpi di scena, quasi intimo, che non cede né alla retorica né al buonismo forzato.
Un opera intensa e delicata sulla normalità dell'esistenza umana.
Programmato nella sezione "Festa Mobile" all'ultimo Torino Film Festival, il film ha ottenuto qualche premio sparso qua e là, ma, oltre a girare per tutti i festival sparsi per il mondo, dubito che sia prevista una sua distribuzione.


19 marzo 2014

(via con vento)
I d a

Ah, le gioie della distribuzione.
Questo film polacco, che (ve lo dico subito così ci togliamo il pensiero, a me è piaciuto) è uscito in 42 sale. 
Il vincitore del Sundance 2013, ovvero l'ottimo Fruitvale Station, in 30. Qua a Torino in una sala che, nonostante vanti una programmazione di tutto rispetto, è abbastanza periferica e scomoda da raggiungere, almeno per quanto mi riguarda. Ma, se non altro, il film, che - scusate se mi ripeto, merita la visione - è uscito. Need for speed ha a disposizione 300 sale. Quella merda di Supercondriaco 280.
Tanto per dire, eh, che non si pensi che son qua per far polemica.
Tornando a Ida, ho scoperto che dello stesso regista, Pawel Pawlikowski, avevo visto, quasi per caso, "My Summer of love", del 2004, con Emily Blunt e il sempre notevole Paddy Considine. Che, se non l'avete mai visto, potete tranquillamente recuperare. 


Solita divagazione prima che inizi il film, fate finta che sia la pubblicità, quindi se volete, potete anche andare in bagno. 
Io e la bionda prendiamo posto in sala, non c'è ancora nessuno. 
Dopo di noi entra un signore che parla da solo, d'ora in poi SPS, nota la nostra presenza e ci dice "questo film è molto bello, lo sapete?"
Rispondo: "l'abbiamo sentito dire, sì"
"Però dura solo 80 minuti, adesso i film durano tutti due ore, e alcuni addirittura due ore e un quarto. Ma la durata giusta di un film è un'ora e quaranta. Questo dura solo un'ora e venti. E' troppo poco!"
Non so su quali fondamenti si basi la sua teoria della GIUSTA DURATA di un film, e, nonostante io sappia benissimo che non bisognerebbe MAI contraddire gli emeriti sconosciuti dico:
"Evidentemente al regista 80 minuti bastavano per raccontare tutto quello che aveva da dire"
"Eh, ma è impossibile!"
Per fortuna la sala inizia a riempirsi. E fra il pubblico c'è il nostro carissimo amico M. che non vedevamo da anni. Prende posto accanto a noi, baci, abbracci, parliamo un po' finché non si spengono le luci e il film inizia. 
Che fosse in bianco e nero lo sapevo. Ma che fosse muto sinceramente mi sfuggiva.
Magari è una scelta registica, in fondo nelle prime scene non ci sono dialoghi. Sommesso mormorio del pubblico, ad esclusione di SPS che si lamenta a voce alta.
Quando una delle attrici inizia a parlare e dalla sua bocca non esce un suono, capiamo che c'è effettivamente qualcosa che non va. 
SPS: "Eh ma no! Qua devono farlo ripartire dall'inizio, altrimenti non si capisce niente!"
(ma va?)
M. si alza e va ad avvisare qualcuno del personale del cinema.
Sullo schermo il film muto avanza. SPS parla, il nostro amico torna.
SPS: "Gliel'ha detto?"
M. "eh, certo!"
Ma il film non si ferma.
SPS: "adesso vado a dirglielo io"!
Bravo. 
Per fortuna in quel preciso istante si accendono le luci, sospirone di sollievo del pubblico, si rispengono le luci e questa volta il film parte. Sul serio. Audio compreso.

Polonia, 1962.
Inverno, neve. 
Anna (Agata Trzebuchowska) è una giovane orfana della seconda guerra mondiale cresciuta in convento di suore.
E' una novizia, e sta per prendere i voti. Ma, pochi giorni prima che la giovane compia quel passo definitivo, la madre superiora le rivela l'esistenza in vita di una zia, Wanda, sorella della madre, e la obbliga ad andarla a conoscere.  
Anna parte, e quando si trova davanti alla zia sconosciuta, la prima cosa che domanda è: "perché non sei venuta a prendermi?" 
"Perché non potevo. E non volevo" è la gelida risposta della donna.
Wanda (Agata Kulesza) la informa senza troppi preamboli che il suo vero nome è Ida Lebenstein, ed è ebrea, unica sopravvissuta allo sterminio della sua famiglia. La ragazza vorrebbe recarsi sulla tomba dei suoi genitori, ma Wanda le spiega che non esiste, e la saluta frettolosamente per recarsi al lavoro. 
Ida, non più Anna, sta per tornare al convento, ma la zia, donna disillusa e amareggiata, atea e comunista, con un passato da ex partigiana che le era valso l'appellativo di Wanda la sanguinaria, decide di accompagnare la ragazza alla ricerca delle sue radici.
E durante questo viaggio che è un incontro/scontro fra le personalità agli antipodi delle due donne, entrambe compiranno una scelta. 
"...e poi?..."
Non vi dico di più per non togliervi il piacere della visione.
Essenziale, quasi austero, splendidamente fotografato (Lukasz Zal) e ottimamente interpretato dalle due protagoniste, "Ida" è un dramma intimo e rigoroso, un piccolo grande film che merita di essere visto. 



18 marzo 2014


This is my Boomstick Award 2014

E' tempo di premi, e pure io, forse immeritatamente, sono stata premiata, non una, non due ma (ben) tre volte.
Quindi, in rigoroso ordine alfabetico, ringrazio Babol, Beatrix Kiddo e il Bradipo!
Maradona e i Talking Heads l'anno prossimo, quando vincerò l'Oscar. 
Anche quest'anno - come l'anno scorso - con l'arrivo della primavera, è tornato il Boomstick Award. 
Ideato da Hell di Book & Negative, che io purtroppo non ho il piacere di conoscere in quanto il mio nazi-filtro aziendale, per qualche misterioso motivo, mi impedisce di accedere al suo blog (ma non mi impedisce di mettervi il link, in modo che possiate andare a buttare un occhio anche per me), il B.A. è un premio che non ti fa diventare né più phiga, né più ricca, ma riesce comunque a rimpolparti l'ego. Perché è inutile che stiamo qua a menarcela, se scriviamo su un blog è perché in qualche modo ci fa piacere sapere che la gente ci legge. E che qualcuno magari apprezza anche quello che scriviamo. 




Il Boomstick è un premio per soli vincenti, per di più orgogliosi di esserlo. Tutto qua.
Come si assegna il Boomstick? Non si assegna per meriti. I meriti non c’entrano, in queste storie. (cit.).
Si assegna per pretesti. O scuse, se preferite. In ciò essendo identico a tutti quei desolanti premi ufficiali che s’illudono di valere qualcosa.
Il Boomstick Award possiede, quindi, il valore che voi attribuite a esso. Nulla di più, nulla di meno.
Queste sono le regole:
1 - i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore;
2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione;
3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto;
4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come l'ideatore del premio, ovvero Hell, le ha concepite.
E questi sono i (miei) magnifici 7:

1) Il Bollalmanacco di Cinema: intanto perché Erica - che ancora non conosco personalmente, ma sono fiduciosa - mi è tanto simpatica, ha una passione per il Giappone come la sottoscritta, e quando parla di cinema lo fa con competenza e precisione, e nei suoi post scopro sempre qualcosa che ignoravo. 
2) Combinazione Casuale, perché, anche se i nostri gusti sono abbastanza diversi, Frank scrive bene, anzi, molto bene, anzi, benissimo, lo fa con passione, e si vede. 
3) Montecristo, perché scrive di cinema e non solo, perché spesso è così criptico che non riesci nemmeno a capire di che cazzo di film stia parlando, perché sotto quella patina da snob si nasconde un cazzone (in senso metaforico, poi magari anche in senso anatomico ma io questo non lo posso/voglio sapere) di tutto rispetto, e poi perché è mio amico anche nel mondo reale. 
4) Le maratone di un bradipo cinefilo perché quest'uomo ha visto cose che noi umani... non solo non potremmo immaginare, ma facilmente nemmeno sopportare, e perché, nel conferirmi il premio, ha scritto delle cose su di me che mi sono piaciute un sacco. Oh. 
5) Cinquecentofilminsieme perchè io e lei - salvo rarissimi casi - abbiamo gusti parecchio simili, e perché adesso c'ha Tilda Swinton in versione Eve come header del blog, scusate se è poco! 
6) 50/50 Thriller, perché oltre che film recensisce libri, e scopro sempre cose molto interessanti... 
7) WhiteRussian bla bla bla, perchè Ford ha minacciato di bottigliarmi nel suo ultimo post, e io non sopporto il dolore fisico. 

Bene. Spero di non aver sbagliato niente. 


Ah, no, dimenticavo: i vincitori potranno a loro volta assegnare il premio ad altri 7 blogger, ma non vantarsi di essere gli inventori del banner e del premio...lo ha creato Hell e anche se non lo conosco per il motivoche ho spiegato all'inizio, gode comunque del mio massimo rispetto 
L'assegnazione del premio deve rispettare quelle 4 regolette scritte sopra. Qualora ciò non avvenisse, il Boomstick Award sarà annullato d'ufficio ed in sostituzione verrà assegnato questo qui:

17 marzo 2014

Sacro GRA


Se nasci cialtrona come la sottoscritta, quando senti parlare del GRA non puoi non iniziare a cantare Guzzanti in versione Venditti. 
Se non nasci cialtrona magari finisci a fare la giurata al festival del cinema di Venezia, e quando vedi il documentario di Gianfranco Rosi decidi pure di premiarlo. 
Siccome io spesso e volentieri parto prevenuta, all'epoca della vittoria del film a Venezia rimasi un po' perplessa, lo ammetto. Ammetto anche che la mia curiosità nei confronti del documentario era ad un livello molto vicino allo zero. 
Avevo letto la sua recensione. Poi la sua. E anche la sua
E fattele bastare, no? Fai una media ponderata e fidati, per una volta. 
Macché.
Si sa, curiosity killed the cat. E prima o poi ucciderà anche la poison.
Cosa dire di Sacro GRA?
Abbiamo per caso una domanda di riserva?
No?
Che sfiga.
Intanto faccio la splendida e vi piazzo un po' di numeri, che fa tanto quella che si documenta in giro, e poi continua comunque a dire cazzate, ma con cognizione di causa:

Sacro Gra in cifre:

4 anni di sopralluoghi e ricerche300 ore di girato per il film
300 chilometri a piedi50 ore di registrazioni audio
1500 chilometri a bordo di un camper100 scatti fotografici professionali
4 esploratori
(un urbanista, un regista, un scrittore, un operatore video)
1000 scatti fotografici amatoriali
6 fotografi20 taccuini di appunti
Allora. Pare che per le riprese Rosi abbia girato per 2 anni in camper sul Grande Raccordo Anulare.
Forse il premio lo merita solo per questo, a pensarci bene.
Detto ciò, il film ci offre una visione su qualcuna della miriade di esistenze che gravitano attorno al raccordo, totalmente slegate fra di loro, dalle due ballerine che si cambiano nel retro di un bar per poi andare a sculettare sul bancone del bar stesso, mentre una delle due confida all'altra che lei "col rossetto rosso sembra una zoccola". Come se senza corresse il rischio di venir scambiata per una monaca cistercense della stretta osservanza..., al barelliere del 118 che quando non è di turno in ambulanza passa il tempo in video-chat, all'intellettuale che vive in un monolocale con la figlia e si interroga su tutto, anche sul profumo della melanzana (la cui prima fetta tagliata sparisce misteriosamente nel nulla, ma vabbè, son io che son cagacazzo), al botanico alle prese con l'attacco alle palme da parte del punteruolo rosso, molto preoccupato per il destino delle palme, che collega a quello dell'uomo, passando per un nobile decaduto (assieme al suo gusto per l'arredamento) che affitta la sua casa come location per film e/o fotoromanzi, dove incontriamo Gabriele, quello che "se mi avrebbero offerto una parte da protagonista" il culo l'avrebbe dato senza problemi. Basta che non gli avrebbero chiesto un pompino, quello mai (che io vorrei che qualcuno un bel giorno mi spiegasse perché in culo sì e in bocca no, ma non divaghiamo, ora), al pescatore di anguille, passando per un raduno di devoti della Madonna che pregano (durante un'eclissi, ho capito bene?)  per finire con gli operai di un cimitero, addetti all'estumulazione delle salme che verranno poi trasferite in una fossa comune.
A parte una fotografia che ho trovato davvero bella e suggestiva il documentario mi ha detto davvero poco.
Diciamo che, semplicemente, ho preso atto.


15 marzo 2014

True Detective #2

"Che roba è, un bordello di montagna?"
"Scusi? Forse dovrebbe parlare con lo sceriffo Bilson, prima di formulare delle accuse."
"No... non ho nulla contro i montanari."