31 maggio 2014

Tạm biệt



Alcuni portano felicità ovunque vadano. 
Altri quando se ne vanno.
Oscar Wilde 


Contrariamente al solito ho preparato la valigia con largo anticipo.
Domenica sera avevo già praticamente imbustato tutto (accorgimento contro l'umidità e/o la pioggia), lunedì mattina mi sono ricordata che avevo scordato di infilare in valigia le infradito. Ho eliminato una crema solare, che la protezione 10, considerato il colorito mozzarellitico che mi contraddistingue è decisamente troppo bassa, e sostituito il flacone di shampoo. Son cose rilevanti, lo so.
Lunedì Martedì Mercoledì ho preparato il kit medicinali - che è sempre meglio avere e non usare piuttosto che averne bisogno ed esserne sprovvisti - nonostante le farmacie esistano anche in Vietnam e entrare nelle farmacie all'estero è una cosa che mi piace molto e che cerco di non farmi mai mancare. E no, non sto scherzando.
Cercando qualche notizia in rete mi sono imbattuta nell'indirizzo di una sartoria di Hoi An. Perché farsi fare un vestito su misura è una tentazione a cui difficilmente io e la bionda sapremo resistere.
E niente, io voglio andare da loro, non c'è storia:
WOOL AND CASHMERE ITALY DESIGN BY DOLCE BABBANA
Come sempre non sono soddisfatta del mio bagaglio. La mia idea di "valigia perfetta" è ancora lontana: c'è sempre troppa roba, nonostante, ad un controllo bilancia, io stia partendo con un bagaglio di 9kg scarsi. 
Ho ricontrollato i documenti, dal voucher del parcheggio al modulo per il rilascio del visto, passando per biglietti aerei e prenotazioni alberghiere. Dovrebbe esserci tutto.
Tutti gli accrocchi elettrici - cavi e cavetti per ricaricare la qualunque, dal cellulare alla fotocamera al kindle, viaggeranno con me nel bagaglio a mano. 
Tutti gli hotel del nostro percorso sono dotati di wi.fi, quindi è probabile che, anche a 10.000 km di distanza, continuerò a sfrancicarvi i maroni. Non vedevate l'ora, vero?
Sto cercando inutilmente di imparare il tasso di conversione Euro/Dong, per cui 1.000.000VND = ~35€. Roba da diventare matte.
Quanto avete speso al ristorante? Eh, un milione e mezzo in due. E poi qua a fare le puricchiose perché Villa Crespi vi sembra caro.
Comunque, il nostro itinerario è questo.
Partenza da Malpensa con volo Qatar Airways che in 5 ore e 50 ci "scende" a Doha.
Due ore di attesa per il volo successivo che ci porterà, in 7 ore e 50, ad Ho Chi Minh, dove dovremmo arrivare attorno alle 12.50 di domani (7.50 in Italia). Da lì, dopo che ci avranno rilasciato il visto, abbiamo il volo da Ho Chi Minh ad Hanoi (appena due ore) e, finalmente, dovremmo arrivare a destinazione.
Ieri pomeriggio ho fatto il check on line in per tutti e tre i voli, così abbiamo più tempo per annoiarci in aeroporto. 

01/06 Arrivo a Ho Chi Minh City → ✈ Trasferimento ad Hanoi
02/06 Hanoi
03/06 Hanoi - Baia di Halong
04/06 Baia di Halong - Hanoi
05/06 Hanoi - Treno notturno per Sapa
06-07/06 Sapa
08/06 Bac Ha - Treno notturno per Hanoi
09/06 Hanoi → ✈ Hue
10/06 Hue
11/06 Hue - Hoi An
12-13-14-15/06 Hoi An e dintorni (My Son, isole Cham ecc.)
16/06 Da Nang → ✈ Ho Chi Minh City
17/06 Delta Mekong
18/06 Delta Mekong - Ho Chi Minh City
19-20/06 Ho Chi Min City
21/06 Ritorno in Italia

Come sono le previsioni del tempo?
Una merda, grazie.
Ma potrebbe esser peggio, potrebbe piovere far freddo.


30 maggio 2014

My favourite drinks

Potevo partire senza copiare una delle ultime liste cannibali
Certo che avrei potuto. 
Ma, siccome ultimamente quando rincaso non ho molta voglia di vedere un film, perché sono stanca (dev'essere per forza bisogno di ferie, non ci sono altre spiegazioni. Quand'è che parto? Ah già, domani... ops!) ho deciso che oggi vi avrei deliziato con l'ennesima lista deficiente interessantissima, ovvero quello che mi piace bere. Farei forse prima a fare un elenco di quello che NON mi piace bere. Solo che non vorrei correre il rischio di venire scambiata per una vecchia alcolista.
E quindi partirei dagli analcolici. 

Caffè: sempre e ovunque. Rigorosamente amaro. Credo di essere caffeina-dipendente. Al punto che non rinuncio al caffè nemmeno all'estero. Il che è tutto dire. 

Chinotto: è l'unica bibita gassata che bevo. Il che significa che ne berrò due bottigliette l'anno, a voler proprio esagerare.

Latte di mandorla: ovviamente non sto parlando di quello farlocco che viene preparato qua al nord con lo sciroppo Fabbri, che non ha nulla da spartire con il latte di mandorla che fanno in Sicilia. Roba che io, che non bevo latte, ci facevo colazione. La goduria allo stato puro. In commercio già pronto non è male quello della Condorelli, che, infatti, è un'azienda siciliana. 


Piña Colada: sì, lo so che non è esattamente analcolica, ma insomma, è come se lo fosse. E so anche che non più tardi di ieri ho affermato di non amare il cocco. Ma il mio disamore è circoscritto al cocco usato per fare i dolci. Ovviamente sto sempre parlando di cose fatte come dio comanda, e quindi trovare una Piña Colada fatta bene non è facilissimo, ma a volte succede. Solitamente sono un po' titubante ad ordinarla, perché non so mai cosa mi possa arrivare. Ma se sono in un posto e ne ho vista passare una che sembra ben fatta, io ci provo. Ma solo in estate. 

Spritz: io sono per la variante con l'Aperol. Perché non amo particolarmente il Campari. Anche qua, sono riuscita a bere degli spritz che erano da denuncia. Roba che lo preparo meglio io, a casa. Se non sei capace lascia perdere, che fai più bella figura. Oppure dillo, come quella volta in Giamaica che io e la bionda abbiamo dovuto insegnare al barista come preparare un Rum Cooler.

Birre: non amo particolarmente la birra. Anche se qualcuno, aprendo il mio frigo, potrebbe non credermi. Diciamo che non mi piacciono tutte le birre. Ad esempio, se devo bere Heineken piuttosto bevo acqua. Non mi piacciono le birre scure, mentre adoro le weiss e le blanche.
In ogni caso, fra le mie preferite, la Leffe alla spina, anche se qua a Torino non si trova facilmente, la Super di Baladin, che è un'ambrata che fa 8° e si ispira alle birre di abbazia, e, scoperta recente, sempre di Baladin, la Wayan, che (dicono) sia la prima birra italiana biologica certificata. Aromatizzata con con pepe, coriandolo, camomilla, radice di genziana e cannella. Decisamente sfiziosa. 

Rum: credo il mio "alcolico" preferito. Nonostante ad una degustazione fatta un paio di anni fa (iniziata con un daiquiri preparato come si deve, roba da volerne almeno altri 4) mi abbiano detto peste e corna dello Zacapa (Guatemala), io continuo a ritenerlo un rum valido, che bevo sempre volentieri. Fra i miei preferiti, in ogni caso, abbiamo il Caroni (Trinidad, ormai quasi introvabile), il Malteco (Guatemala) e il Santa Teresa 1796 (Venezuela), anche se a casa mia in questo momento potete trovare anche del Barcelò (Repubblica dominicana), del Matusalem Extra Añejo (Repubblica Dominicana) nonché il famosissimo Ron de Jeremy. 

Vino: fra i rossi il mio preferito in assoluto è l'Amarone della Valpolicella, ma posso ovviamente adattarmi anche a bere altro, sia chiaro. Fra i bianchi, un buon Gewurztraminer non si rifiuta mai.

29 maggio 2014

l'ambizione è l'ultimo rifugio del fallito

Il potere logora chi non ce l'ha, diceva quello. 
Il potere logora anche chi ce l'ha, chi l'ha avuto e ne ha un po' meno, chi non lo ha mai avuto e lo vorrebbe, insomma, il potere è democratico e trasversale. Logora indistintamente a prescindere dal fatto che lo si possieda o meno.
Quindi, se ne deduce che  il potere logora totalmente a cazzo di cane. 
Ieri sera io e collega G ci siamo fermate in ufficio per far partire la solita pratica URGENTISSIMA che doveva pervenire tassativamente entro ieri al Ministero XYZ.
Il capo di G dice che, una volta pronta, la pratica va anticipala via mail a Tizio, Caio e Sempronio. 
Io, che non ho contatti né con Tizio, né con Caio, né con Sempronio, occupandomi solitamente di altre cose - nessuna delle quali di vitale importanza - quando ho tutto pronto, dico a G.: "Ti giro tutti i file, fai partire tu, perché non mi conoscono e se si vedono arrivare una mail dal mio indirizzo potrebbero chiedersi chi cazzo sono".
G. è d'accordo e manda tutto, come da ordini del capo, all'indirizzo di Tizio, all'indirizzo di Caio, e all'indirizzo di Sempronio.
Si tratta di due pratiche distinte, quindi G. invia due mail distinte.
Saluti e baci, finalmente possiamo abbandonare l'ufficio, ciao ciao, a domani. 
Stamattina G arriva, controlla la posta, e trova non una, ma due mail di Tizio.
La prima dice: 
"Mi scusi ma non può inviare lettere alla mia mail personale. Nessun mio collaboratore si è mai permesso di fare una cosa del genere verso il suo amministratore."
A parte che si tratta di lavoro e ti è stata anticipata una cosa - a te indirizzata - che doveva arrivarti tassativamente ieri e che tu avevi richiesto, ma, soprattutto, a parte chiedermi a che cazzo ti serve la mail personale, che poi è quella dell'ufficio a cui appartieni, e non quella di casa tua, hai davvero scritto "SI E' MAI PERMESSO DI FARE UNA COSA DEL GENERE"? 
Tizio, a parte che sei un cafone fatto e finito, ma davvero, are you serious? 
La seconda, sempre gentilissima, era molto più stringata: "La smetta di inviare mail a chi non conosce".
Bello, fatti vedere. 
Da uno bravo.
E in fretta. 



Ortinfestival countdown

Martedì sera le tre zitelle, per la manifestazione "ortinfestival countdown", sono andate a cena, suffragate dalle immortali parole della bionda: "Almeno se cade l'aereo abbiamo cenato assieme un'ultima volta".
In buona sostanza, l'ultima cena agnostic version. 
Che poi, come ho avuto già modo di dire, se proprio proprio l'aereo deve cadere, che abbia l'accortezza di farlo al ritorno, almeno avrò ammortizzato la spesa e mi sarò goduta un ultimo viaggio.
Ortinfestival è una rassegna gastronomica degli orti contemporanei a Km 0 che si terrà alla Reggia di Venaria dal 30 maggio al 2 giugno, ed è stata preceduta (ultimo evento questa sera) da una rassegna di cucina ortemporanea con menu proposti dagli chef di alcuni tra i migliori ristoranti di cucina d’autore e world food di Torino e dintorni. La scelta era varia ed interessante, ma noi, che siamo fondamentalmente ricche dentro, abbiamo optato per la più economica.
Quindi per l'occasione mi trasformo da #cinefiladastrapazzo#foodbloggerdeipoveri e vi parlo della cena al ristorante cinese Zheng Yang, che, nello sterminato panorama dei ristoranti cinesi cittadini si distingue per una proposta di piatti un po' diversi dal solito involtino plimavela, liso cantonese, pollo alle mandole e gelato flitto. Ovvio che trovate anche questi, che laggente hanno bisogno di certezze, ma non solo.
LE VERDURE ORIENTALI A KM 0
Insalata di bambù con aceto di riso
Semplice, buona. L'aceto di riso ha un sapore delicato che si sposa bene con il bambù. E ve lo dice una che non ama l'aceto.
Involtino di gamberi
Che dire? Qualunque cosa, fritta e in pastella acquista un valore aggiunto, probabilmente anche delle crocchette di segatura. Aggiungici che il gambero è già buono di suo e fai le somme.
Pollo croccante(*) speziato
Siccome faceva ancora parte degli antipasti, ce n'era un boccone a testa, e pure io, che notoriamente non mangio pollo e bla bla bla, dopo averlo opportunamente affogato nella sua apposita salsina - anche se la Tiz mi ha fatto notare che il pollo era già morto - l'ho assaggiato. E, nonostante sapesse inesorabilmente di pollo, la croccante(*) speziatura non era affatto male.
Ravioli brasati
Anche qua, mentre le tre fogne con la bocca leggiadre fanciulle iniziavano a lamentarsi dell'esiguità delle porzioni, e di ravioli ne avrebbero mangiati almeno altri diciassedici, niente da dire. Brasati al punto giusto, ripieno saporito. In buona sostanza: ottimi.
Spaghetti di riso saltati con verdure
Un classico. Ben fatto, verdure fresche e croccanti(*).
Gamberi con pak-choi saltati alla piastra
Sul gambero alla piastra credo di non dovervi dire nulla, ma mi sembra doveroso illuminarvi sul pakchoi.
ciao, sono il pak-choi


Tagliato e saltato insieme ai gamberi, come aspetto ricordava un po' il finocchio.
Invece.
Il pak choi, chiamato anche bok-choy, è un cavolo cinese caratterizzato da foglie carnose e croccanti(*), dal sapore delicato e leggermente amarognolo. Alimento molto diffuso sulle tavole asiatiche, si trova ora facilmente anche in Europa, dove viene coltivato principalmente in Olanda. Ha foglie simili a quelle delle bietole, ma appartiene al genere Brassica, come il cavolo cappuccio, il cavolo nero, il cavolo verza, i broccoli, il cavolfiore.
In Oriente il pak choi viene usato per preparare fritture e zuppe. Gustoso anche crudo in insalata, può essere ingrediente per frittate, spadellate e sformati di verdure miste.
E’ ricco di sali minerali, proteine, fibre, vitamina A e C e contiene pochi grassi. (fonte: www.vegolosi.it)
Vitello con taccole
Carne morbidissima, taccole gustose e croccanti (*).
Kongxincai saltati
E dopo il pak-choi, concludiamo con i Kongxincai.
ciao, sono il Kongxincai


La traduzione letterale significa "verdura senza cuore" (“kōng” vuoto, “xīn” cuore, “cài” verdura), ma il suo nome ufficiale è ipomea aquatica. Il nome inglese è water spinach, anche se, appartenendo alla famiglia delle Convolvulaceae, più che con gli spinaci questa verdura è "parente", anche se sembra strano, della patata dolce. Le foglie sono tenerissime, il gambo è croccante(*) e il sapore è deciso, ma per niente amaro. Insomma, una piacevole scoperta. (fonte: http://rumimama.wordpress.com/)
Dolce Zheng Yang
Assieme alla bottiglia di Plum wine, in tavola è arrivato anche il dolce, che era un tortino tricolore, formato da una base di pan di spagna al te verde, uno strato di marmellata di azuki ricoperto da... crema al cocco.
Quando si parla di dolci alla poison iniziano a brillare gli occhi quanto davanti alla vetrina di Louboutin. Le vetrine delle pasticcerie per lei hanno più fascino di una gioielleria. Giusto un paio di cose dell'universo dolciume non le sono gradite: la frutta candita e... il cocco. 
Ma, siccome la poison non è schizzinosa, dopo aver epurato il tortino dallo strato di cocco, ha provveduto a mangiare il resto. 
E le tre anziane amiche, che hanno accompagnato la cena con una leggerissima birra cinese, sono uscite dal locale decisamente soddisfatte. E croccanti(*), naturalmente. 

ciao, sono il pan di spagna al te verde. E no, io NON sono croccante(*)

28 maggio 2014

Dom Hemingway

"E' delizioso il mio cazzo?
Oh, io credo sia fottutamente delizoso.
Penso che il mio cazzo sia una fottuta opera d'arte.
Come un Renoir, o un Picasso.
Il dipinto del mio cazzo dovrebbe stare al Louvre.
Dovrebbero studiare il mio cazzo negli istituti d'arte.
Dedicare interi corsi allo studio dei contorni della sua maestosità.
Dovrebbero studiare il mio cazzo anche nelle classi di scienze, 
perchè sfida le leggi della natura.
Il mio cazzo è duro.
E' metallo, è acciaio, è titanio.
Non si rompe, non si indebolisce.
Il mio cazzo può rimanere così un giorno intero, 
come un buon soldato in mostra davanti ai superiori.
Se potesse, il mio cazzo vincerebbe una medaglia.
Se potesse dare il suo nome ad una scuola, lo farebbe.
Se potesse salvare i bambini somali dalla fame, lo farebbe.
E vincerebbe un premio, per questo..."

e pensare che una volta ero un sex symbol, ma vi sembra possibile?
Dom Hemingway inizia così, con questa ode al (suo) cazzo, pronunciata da un imbolsito (vedi foto) Jude Law che per il ruolo è ingrassato di 13 kg seguendo una dieta a base di coca cola (10 lattine al giorno. Che io credo di non bere nemmeno in tre anni, mentre voi direte: "echissenefrega?" Giusto).
In ogni caso, qua Law, invecchiato, ingrassato, stempiato, offre una prova straordinaria, riuscendo a rendere simpatico un personaggio che non ha nessun buon motivo per esserlo. Nel film non c'è lui. Il film E' lui. 
Nel ruolo della zocc di Paolina, troviamo Mădălina Diana Ghenea, il cui nome mi dice qualcosa solo perché a inizio anno erano comparse in giro foto sue in compagnia di Michael Fassbender, e ricordo che mi ero chiesta, con la classe che mi contraddistingue e che raramente mi abbandona: "ma chi minchia è Madalina Ghenea?". Ecco. Lei.
Ok. 
Dopo avervi deliziato con l'angolo della sciampista magari vi parlo anche un po' del film, che dite?
Il film da noi esce domani, io l'ho visto più di un mese fa, ma, per un motivo o per l'altro, ho sempre rimandato la pubblicazione del post.
Ma a questo punto vi tocca.


Dopo l'inizio folgorante (io mi stavo ammazzando dal ridere) scopriamo che Dom Hemingway, uno dei migliori scassinatori sulla piazza (londinese) si trova in carcere da 12 anni, perché non ha fatto l'infame e non ha tradito i suoi complici. 
Quando esce, sulle note di The Stand degli Alarm (ma è notevole tutta la colonna sonora), è intenzionato a riprendersi la sua parte, e - cosa più difficile - il tempo perduto.
In dodici anni sono cambiate un sacco di cose, sua moglie è morta e lui non ha potuto nemmeno partecipare al suo funerale, sua figlia è cresciuta e lo odia, nei pub non si può più fumare, e, diciamocelo, anche quegli stivali a punta sono diventati decisamente obsoleti.
L'unico che non gli ha voltato le spalle è Dickie (Richard E.Grant, spalla perfetta, mano mancante compresa), amico e socio, con il quale dà vita a dialoghi tanto assurdi quanto esilaranti con il quale, intenzionato a riprendersi quello che gli spetta, per quel silenzio che gli è costato dodici anni, si mette in viaggio verso la tenuta di Monsieur Fontaine, nel sud della Francia. Qua, in un delirio di arroganza alcolica rischia di mandare tutto a puttane, dichiarando a Fontaine che oltre ai soldi vuole farsi Paolina, la sua donna. Fortunatamente grazie amche a Dickie le cose si sistemano per cui Mr.Fontaine lo perdona e gli consegna la sua parte di bottino.
Ma, nonostante lui sia Dom fucking Hemingway, la sfiga non lo molla, e, mentre la serata prosegue a bordo di una potente cabrio hanno un incidente (scena fantastica, un ralenti a metà strada tra Guy Ritchie e Tarantino) e Paolina ne approfitta per scappare con tutti i soldi.
A Dom Hemingway non resta che tornare a Londra a cercare a questo punto di riallacciare i rapporti con la figlia, che nel frattempo si è sposata e ha avuto un bambino. E continua a non aver intenzione di rivolgere la parola a suo padre. Ma lui è Dom Hemingway, e voi no, ma quando il film finisce, vi ritroverete con un sorriso fottutamente ebete stampato in faccia.
Perché Dom Hemingway è un cialtrone talmente volgare, eccessivo e disperato che voi non potrete far altro che adorarlo. Anche se ha ucciso il gatto di Lestor.




27 maggio 2014

Il salario della paura (Sorcerer)

Il cinema Massimo continua a darmi un sacco di soddisfazioni. 
Dopo la retrospettiva su Dito Montiel, per il ciclo "MAGNIFICHE VISIONI. Festival Permanente del Film Restaurato" che ogni mese propone quattro capolavori del cinema, dall'età d'oro del cinema classico, spaziando dal muto fino alle nouvelles vagues degli anni '60 e oltre, in copie restaurate provenienti dalle più importanti cineteche del mondo, martedì scorso è stata la volta della proiezione (della versione restaurata) di "Il salario della paura" film diretto da William Friedkin nel 1977, che all'epoca della sua uscita non riscosse grosso successo, né di pubblico né di critica. 
Il film costò 22 milioni di dollari, incassandone soltanto 12.
In seguito però, come spesso succede, venne rivalutato, e la sua versione restaurata è stata presentata all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, in occasione dell'assegnazione del Leone d'Oro alla carriera a Friedkin.
Si tratta di un remake del film italo-francese "Vite perdute", del 1953, diretto da Henri-Georges Clouzot.
L'interprete principale di questo film è Roy Scheider (Dominguez), che con Friedkin aveva già lavorato nel precedente "il braccio violento della legge", oltre a Bruno Cremer (Serrano), Francisco Rabal (Nilo) e Amidou (Martinez).

Questo posto fighissimo è Bisti Badlands, in New Mexico
Friedkin ci presenta i quattro personaggi in quattro distinti episodi, partendo dal Messico, dove scopriamo che Nilo è un killer di professione, poi la scena si sposta a Gerusalemme, in cui Kassem (Martinez), dopo aver compiuto un attentato, riesce a sfuggire all'esercito israeliano, mentre i suoi complici vengono catturati. Dall'Israele alla Francia, per conoscere Victor Manzon (Serrano), imprenditore parigino in procinto di essere arrestato per bancarotta fraudolenta, che, dopo il suicidio del suo socio, capisce che le cose stanno precipitando, per finire a Elizabeth, in New Jersey, dove quattro rapinatori assaltano una chiesa, nel giorno della raccolta delle offerte. Sparano ad uno dei preti, che è il fratello di un boss della mala italo-americana, e, durante la fuga, hanno un incidente d'auto, in cui Jack Scanlon (Dominguez) riesce a salvarsi, ma aver ferito il prete fratello del boss equivale ad una condanna a morte, quindi, aiutato da un uomo che gli doveva un favore, abbandona il paese.
Siccome il mondo è piccolo, i quattro uomini, con false identità, si ritroveranno nel villaggio di Porvenir - roba che la favela di Rocinha sembra Montecarlo - in un imprecisato stato dell'America Centrale (anche se i colori sono quelli della bandiera Colombiana), a lavorare per una compagnia petrolifera.
Quando a seguito di un attentato viene fatto esplodere un pozzo di petrolio, l'unica soluzione per spegnere l'incendio è utilizzare la dinamite. Ma le scorte accumulate nel villaggio, a seguito della cattiva conservazione hanno rilasciano nitroglicerina, e lo spostamento del carico, a causa dell'instabilità, è pericolosissimo.
Impensabile l'uso dell'elicottero, l'unica soluzione è trasportarle via terra.
Servono autisti esperti, che verranno selezionati fra la popolazione del villaggio, e alla fine la scelta ricade, ovviamente, sui quattro personaggi che già conosciamo. La ricompensa, oltre ad una somma in denaro, prevede il rilascio di documenti regolari.
Verrano predisposti due camion (Sorcerer, titolo originale del film, altro non è che il nome di uno dei due automezzi) che, recuperato il pericoloso carico, inizieranno il viaggio per portare la dinamite a destinazione.
Non aggiungo altro, se no fiinisce che vi racconto tutto il film, ma il viaggio di questi quattro disgraziati, per cui, nonostante non siano propriamente degli stinchi di santo - ti ritrovi a preoccuparti, mette un'angoscia tale - grazie anche alla fantastica colonna sonora dei Tangerine Dream - che al confronto L'esorcista (per restare in ambito Friedkin) sembra una puntata di Peppa Pig.
Io ho passato buona parte del tempo con le mani davanti agli occhi, come nei meglio film de paura.
In estrema sintesi: filmone.


26 maggio 2014

Maps to the stars

So many words are left unspoken
The silent voices are driving me crazy

Ho davvero detto a Pattinson che volevo farmi scopare da lui?
Dopo aver visto l'ultimo lavoro di Cronenberg sono giunta alla conclusione che il nostro regista, nonostante la mappa del titolo, abbia perso la strada. Probabilmente, come la maggioranza degli uomini, ritiene superfluo fermarsi a chiedere indicazioni, e per arrivare al punto (ammesso e non concesso che un punto d'arrivo ci sia) prende una limousine a noleggio, la fa guidare a Robert Pattinson - se non altro a questo giro non afflitto da una prostata asimmetrica - ed è come se io, da Torino, per andare a Milano decidessi di passare da Genova.
Tanto possibile quanto inutile.
L'ultimo film di Cronenberg (che è leggermente meglio di Cosmopolis, anche perché fare peggio sarebbe stato davvero difficile) cede all'eccessivo citazionismo e all'autocitazionismo ma non si capisce - o forse più semplicemente io non ho capito - dove voglia andare a parare. Certo che se spari nel mucchio, finisce che qualcosa, magari anche solo di striscio, lo colpisci (no, non sto parlando del bobtail. O forse sì?).
Tanta carne al fuoco, ma condita male. 
E, alla fine, anche la più bella delle poesie, se ripetuta in loop, diventa una lagna. 
Fra ossessioni, malattia, sesso, amore, morte, dipendenze, fantasmi, incendi, incesti, poesie, paura di invecchiare, segreti, terapisti, dive, divette, aspiranti divette, divani, divanetti, autisti, limousine, ricerca di un'identità, mancanza di un'identità, tutto viene analizzato, ma in maniera superficiale, e quasi niente viene approfondito, a meno che quello di non scavare più a fondo in personaggi così profondamente superficiali non sia una scelta voluta e non, come sembra, una casualità.
Quasi come i famosi sei gradi di separazione per cui Agatha, grazie a Carrie Fisher conosciuta su Twitter arriva a L.A. e trova lavoro come assistente di Havana, attrice frustrata che nemmeno Norma Desmond, ossessionata dal fantasma della madre morta di cui però vuole assolutamente interpretare il ruolo in un film di prossima realizzazione, che quotidianamente si fa massaggiare e imbambolare da un sedicente guru mago del self help che è sposato con una donna che fa da manager al figlio 13enne, giovane star arrogante e viziata ovviamente rovinato dal successo, e tormentato dal fantasma di una piccola fan a cui aveva fatto visita in ospedale, che però ha una sorella di cui non si sa più nulla da 7 anni, la quale è appena tornata in città, e grazie a Carrie Fisher conosciuta su Twitter ha appena trovato lavoro...  Tutto chiaro?
Fantastico.



25 maggio 2014

That's 70!
Tony Manero



Ogni tanto mi ricordo di far parte di un blog collettivo di cinefili, e di conseguenza, se mi sveglio in tempo, riesco a partecipare anche alle iniziative comuni. Non che si senta la mia mancanza, sia chiaro.
Questo mese la proposta era di celebrare gli anni 70 recensendo dei film recenti ambientati nel passato. 
Che io me li ricordo gli anni 70, acconciature improponibili, pantaloni a zampa di elefante, zatteroni (perché non si chiamavano ancora zeppe, non prendiamoci per il culo, io c'ero) e carta da parati allucinante. E allucinogena. 
Visto che nessuno aveva ancora scelto quella merda di Tony Manero, film del 2008 di Pablo Larrain, mi sono sacrificata. 
Nel 2008 il Torino Film Festival era alla sua 26ª edizione, e io quell'anno vidi pochissimi film: un paio - mai distribuiti in italia - molto carini, ovvero The Escapist e Real Time, un paio di vecchi recuperi e un unico film in concorso: Tony Manero, appunto. 
Che, con mio estremo disappunto, vinse quell'edizione del festival. 
Al termine della proiezione, il commento univoco mio e della bionda fu: 
“A Tony Manero, ma vaffanculo!"
Sarà che a me i film girati in stile Dogma fanno abbastanza cagare, e che l’uso di sto cazzo di camera a mano mi procura degli attacchi di nervi, sarà che le riprese a tratti sfocate, a tratti sgranate, a tratti sfocate e sgranate non mi esaltano particolarmente, ma il film proprio non mi era piaciuto.
Siamo in Cile, negli spensierati anni del governo regime Pinochet, e mentre la polizia giustizia sommariamente gli oppositori, noi abbiamo il protagonista, Raùl Perralta, squallidissimo piccolo emulo di Tony Manero, carismatico quanto un tappo di sughero, che non si capisce bene cosa faccia nella vita, a parte coltivare la sua ossessione e atteggiarsi a sfigatissimo clone del personaggio portato sullo schermo da John Travolta nel film “la febbre del sabato sera”.
Io non oso nemmeno immaginare quanto potesse essere difficile vivere nel Cile di quegli anni (sicuramente era molto più facile morire) e non ho dubbi che per sopravvivere in quel merdaio la gente si costruisse un immaginario anestetizzante per tirare a campare, ma davvero, c'è un limite a tutto. 
Nei tempi in cui non prova improbabili coreografie sul palco di una specie di circolo assieme a Goyo, Paula (protagonista del pompino più triste e imbarazzante della storia del cinema) e la di lei madre, sotto gli occhi amorevoli della proprietaria, riesce ad ammazzare un’anziana pensionata per fregarle la TV a colori, sciacallare il cadavere di un oppositore del regime, ed eliminare il proiezionista della sala cinematografica, colpevole, secondo lui, di aver tolto dalla programmazione “la febbre del sabato sera” decidendo di proiettare “grease”. 
Per Raùl/Tony, perso nel suo delirio di onni(m)potenza, l'omicidio diventa una pratica necessaria per raggiungere il suo scopo: partecipare ad una gara televisiva per sosia di Tony Manero, dall'esito crudele quanto beffardo. 
Film che mi aveva infastidito facendomi detestare profondamente quel personaggio così laido e sgradevole.
Col famoso quanto inutile senno del poi (un poi lungo quasi 6 anni) gli riconosco l'aspetto metaforico, con la rappresentazione di Pinochet e della sua dittatura tramite i gesti di Raùl Perralta. Ma questo non basta a farmi cambiare parere sul film.



Le altre recensioni le trovate qui: 
Cinquecentofilminsieme
Cooking Movies
Director's Cult
Il Bollalmanacco di cinema
In Central Perk
Montecristo
Non c'è paragone
Pensieri cannibali
Recensioni ribelli
Scrivenny
Solaris
The Obsidian Mirror
White Russian

24 maggio 2014

Manca una settimana alla partenza.


Ormai ci siamo.
Temo che domani dovrò seriamente prendere in considerazione l'idea di iniziare a pensare ai bagagli. Il che non significa necessariamente che io domani sera abbia lo zaino pronto.
Mentre sto cercando di capire dove posso aver messo l'adattatore di corrente, comprato appositamente a gennaio, saltuariamente continuo a monitorare il famoso volo interno per verificare eventuali altri cambi di orario, e, nel frattempo, cerco informazioni sulla situazione nel paese, dove non succedeva un cazzo dai tempi della guerra cambogiana-vietnamita, ma, dalla metà del mese, a seguito della decisione del governo di Pechino di installare una piattaforma petrolifera in un'area contesa del Mar della Cina Meridionale, su cui rivendica la sovranità (in contrasto con Vietnam, Filippine, Brunei, Malesia e Taiwan), si sono verificati scontri in diverse regioni del Vietnam, con una ventina di morti e centinaia di feriti. 
Il governo cinese ha iniziato a far evacuare dal Vietnam migliaia di cittadini cinesi per rimpatriarli. 
Al momento pare non ci siano particolari problemi, anche se il sito Viaggiare Sicuri riporta: 
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Avvisi particolari
Diffuso il 14.05.2014. Tuttora valido.
A seguito dell'acuirsi delle tensioni fra Vietnam e Cina si sono svolte numerose manifestazioni di protesta. In generale, ed in particolar modo nei centri urbani, queste manifestazioni hanno avuto carattere pacifico, tuttavia in due zone industriali limitrofe ad Ho Chi Minh City si sono registrati attacchi a impianti stranieri, in particolare cinesi e asiatici. Si raccomanda pertanto di prestare attenzione ed evitare, soprattutto nell'area di Ho Chi Minh City, gli assembramenti.
C'è da dire che io gli assembramenti tendo ad evitarli di mia sponte senza bisogno che ci sia qualcuno a suggerirmelo, e che probabilmente, se la nostra meta fosse stata la Thailandia, dove, due giorni dopo aver instaurato la legge marziale a seguito della destituzione della premier Yingluck Shinawatra, c'è stato il conseguente colpo di stato la situazione sarebbe forse un po' più delicata. 
Al momento né io né la bionda siamo particolarmente preoccupate, considerato il fatto che nessuna di noi ha gli occhi a mandorla. 


23 maggio 2014

Anch'io ho visto Godzilla.

ゴジラ
A Tokyo, nel 2007.
La statua si trova nei pressi del quartiere di Ginza, e io e la bionda quando l'abbiamo trovata ci siamo rimaste un po' male, perché ce l'aspettavamo più imponente, e invece il lucertolone sarà alto a malapena due metri.

22 maggio 2014

The German Doctor - Wakolda



Il film di Lucia Puenzo è tratto dal romanzo "Wakolda", scritto dalla regista stessa.
Non è una storia vera, ma potrebbe essere verosimile. Visto che il dottore tedesco del titolo è un personaggio (purtroppo) realmente esistito, ovvero il medico nazista Josef Mengele, conosciuto come l'angelo della morte, ossessionato da esperimenti genetici per il raggiungimento della fantomatica razza perfetta, esperimenti che compiva ad Auschwitz, usando i prigionieri come cavie. 
La regista lo ha immaginato nel periodo della sua fuga in Sudamerica (l'Argentina - e altri paesi del Sudamerica - grazie alla rete Odessa ospitò fior fiore di nazisti in fuga dall'Europa, e (pare) che il Vaticano abbia avuto un ruolo non marginale nel favorire l'espatrio dei gerarchi nazisti dall'Europa) e ha affermato (copio paro paro da un articolo pubblicato su La stampa): «Ho scelto di sottrarmi allo stereotipo del cattivo, con la parola “mostro” scritta in fronte. Personalità tanto perverse sono sempre più complesse di quanto appaiano. Ho intrecciato la finzione a fatti reali: la sua presenza a Buenos Aires, dove compariva anche nell'elenco telefonico, l’attività farmaceutica, la ritirata in Paraguay dopo la cattura di Eichmann da parte del Mossad» e,ancora «Tanti gerarchi nazisti si sono rifugiati in Argentina. Mi sono sempre interrogata sulle ragioni che hanno portato il governo ad aprire loro le porte, promulgando una legge per consentirgli l’uso dei veri nomi. Intere comunità li hanno accolti». 
Il film inizia con l'incontro di Helmut Gregor (Helmut Gregor è il nome che appariva sui documenti falsi di Mengele, che gli furono rilasciati dal comune di Termeno, in Alto Adige, che li rilasciò anche ad Adolf Eichmann) e Lilith, dodicenne nata prematura e che è troppo piccola per la sua età. La sua famiglia, composta dal padre Enzo, dalla madre incinta di due gemelli e da un fratello si sta trasferendo nella zona di Bariloche (Patagonia nord-occidentale) dove i genitori della donna le hanno lasciato in eredità un albergo sul lago Nahuel Huapi che la famiglia intende riaprire.
L'uomo chiede se può fare la strada con loro, seguendoli con la sua macchina, e arrivati a destinazione, diventerà il primo ospite dell'albergo, che sorge vicino ad una strana clinica dove i pazienti arrivano settimanalmente in idrovolante. 
Il suo interesse per Lilith gli darà l'occasione per continuare i suoi esperimenti, sottoponendo la ragazzina, di nascosto dal padre che è assolutamente contrario all'idea che sua figlia diventi una cavia, ad una cura che consiste nell'iniettare alla giovane l'ormone della crescita, cura - dice l'uomo - già sperimentata con successo in Germania. Ovviamente è una menzogna, ma la madre, supportata dalla stessa Lilith, che a scuola è continuamente derisa per la sua bassa statura, acconsente. 
Lilith è in qualche modo affascinata da quell'uomo misterioso, che afferma di essere un veterinario, e fra i due si instaura in maniera comunque delicata e mai morbosa, una sorta di attrazione simile a quella che si manifesta tra vittima e carnefice. 
Non aggiungo altro per non rovinare l'eventuale visione a chi non ha ancora visto il film, che io e le socie abbiamo trovato decisamente interessante.



21 maggio 2014

Queens, New York: il cinema di Dito Montiel
Fighting

Siccome lunedì mattina sono riuscita stranamente ad arrivare in ufficio presto, ne ho approfittato per uscire altrettanto presto la sera (modello Fantozzi) e recarmi al Massimo per la proiezione delle 18.15, così posso dire che la filmografia completa di Dito Montiel "celo".
Il film in questione è Fighting, del 2009, con protagonista il solito Channing Tatum, che continua a non essere il massimo in quanto ad espressività, però quando c'è da menare, je mena a tutti. Con lui nel cast troviamo Terrence Howard (e wikipedia ci tiene a sottolineare "Not to be confused with Terence Howard", che, oltre ad avere un R in meno, ha 32 anni in più, e non faceva l'attore, ma il giocatore di football), Luis Guzmán e un interessante - tartarugosamente parlando - Brian J. White, che, a dispetto del cognome, è nero. 
Mentre, non so se ci avete fatto caso, Jack Black, a dispetto del cognome, è bianco. 
E comunque non c'entra niente, perché in questo film - che è a colori - non c'è. 
Jack Black, intendo. Perché Brian White invece c'è. Tutto.


Scusate, mi sono distratta.
Di cosa stavamo parlando? 
Del film di Dito Montiel, il secondo, che arriva dopo il già citato "guida per riconoscere i tuoi santi".
Non che ci sia molto da dire, la storia è abbastanza convenzionale ed appartiene ad un filone ampiamente sfruttato, quello del giovane senza né arte né parte, dal passato (più o meno) misterioso che arriva nella grande città e riesce a riscattarsi, grazie alle sue doti. Insomma, il sogno americano secondo Montiel.
Shawn MacArthur è arrivato a New York dall'Alabama, non ha una casa e tira a campare vendendo merce taroccata (iPod a 20$ e libri di Harry Potter smaccatamente falsi, tipo "Harry Potter e l'ippopotamo") per strada. Ma un incontro fortuito con Harvey, un altro che traffica e si arrabatta con truffe e bagarinaggio è destinato a cambiargli la vita.
Dopo averlo visto protagonista di una rissa per strada, l'uomo chiede a Shawn se è interessato a combattere. Ovviamente sì, che ve lo dico a fare, e così, grazie alle conoscenze a 360° acquisite il ragazzo entra nel giro dei combattimenti clandestini.
E vuoi per culo, vuoi per bravura, vince.
Una sera Shawn in un locale incontra Evan Hailey, vecchia conoscenza dei tempi del college, e scopriamo che entrambi facevano parte della stessa squadra allenata da suo padre, con il quale il giovane ha troncato ogni rapporto, anche se la vicenda familiare non viene approfondita più di tanto, e, fra un incontro e l'altro (scene di lotta senza esclusione di colpi e finalmente realistiche, vivaddio, che quando un tizio finisce di faccia contro un lavandino, vince il lavandino e il tizio resta a terra) si arriverà allo scontro finale, che vedrà opposti Shawn ed Evan.
Banale? Sì, probabilmente.
Però è un prodotto onesto, come ho detto le scene di lotta - anche se non sono molte - sono ben fatte, Channing Tatum se la cava dignitosamente, New York è sempre bella da vedere, e - last but not least - la colonna sonora è parecchio interessante.



20 maggio 2014

Queens, New York: il cinema di Dito Montiel
Empire state



L'ultimo film di Dito Montiel negli USA è uscito direttamente per il mercato home video, mentre il precedente The son of no one aveva goduto di una regolare distribuzione in sala. Dopo averli visti entrambi, azzardo dicendo che sarebbe stato meglio il contrario, visto che questo Empire State, pur non essendo un capolavoro, oltre ad ispirarsi ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1982, ovvero la rapina all'azienda di furgoni portavalori Sentry Armored Car Co. (una delle più grandi rapine di contanti avvenuta negli Stati Uniti), è molto più divertente e dinamico del precedente. 
L'ambientazione ancora una volta sono i quartieri più umili e disagiati di NewYork, scenario che dev'essere molto familiare a Montiel, e i protagonisti dei giovani che cercano in qualche modo di sfuggire ad un destino già segnato, che è quello di stenti e sacrifici dei loro genitori. A qualunque costo.
Questa volta siamo nella comunità greca, e il giovane Chris Potamikis (Liam Hemsworth: non vorrei sembrare troppo lombrosiana nell'affermazione, ma, come greco, risulta davvero poco credibile), dopo aver tentato inutilmente di entrare in polizia, trova lavoro in una società di furgoni portavalori, la Empire State del titolo. 
Dopo che lui e il suo collega Tony rimangono coinvolti in una rapina in cui Tony viene ucciso, Chris è costretto ad occuparsi della sorveglianza notturna della sede della ditta. E, approfittando degli scarsi sistemi di sicurezza di cui è dotato l'edificio, inizialmente sottrae una piccola somma di denaro, 25.000$, confidando sul fatto che nessuno sia a conoscenza dell'ammontare del denaro custodito. 
Ovviamente ne parla all'amico di infanzia Eddie (Michel Angarano, forse l'unico personaggio interessante del film, un emerito cazzone che non sa tenere la bocca chiusa nemmeno se lo prendi a sprangate, e che tu desideri ardentemente che qualcuno uccida prima dei titoli di coda), che gli suggerisce di organizzare un colpo vero. Chirs inizialmente è titubante ma poi cambia idea. Ma, a causa di Eddie e della sua bocca larga, viene coinvolto anche il braccio destro di Spiro, piccolo boss del quartiere, ma di nascosto da quest'ultimo. 
Le cose si complicano quando, la sera del colpo, la polizia fa irruzione nella sede dell'Empire a seguito di una soffiata, e di li a poco due rapinatori tentano di rapinare l'Empire State.
Chris salva il detective Ransone, e decide che il colpo non si deve più fare, ma ormai Eddie, che è entrato in affari con l'aiutante di Spiro per una grossa partita di droga, non intende rinunciare.
Succede un po' di tutto, Ransone vuole vederci chiaro, convinto del coinvolgimento di Chris, ma l'FBI sostiene che il ragazzo e il suo amico siano troppo idioti per realizzare un colpo del genere, di sicuro c'entra la malavita organizzata. 
Ma, ovviamente il detective è di un altro avviso e inizia a pedinare Eddie e Chris.
Durante i titoli di coda viene intervistato il vero Chris Potamikis, e noi scopriamo che metà del bottino non è mai stato ritrovato.
Non sarà certo un film memorabile, ma è comunque interessante. 

19 maggio 2014

Queens, New York: il cinema di Dito Montiel
The son of no one

Il Cinema Massimo ha dedicato una retrospettiva a Dito Montiel, di cui io avevo visto solamente il film che, nel 2006, segna il suo debutto alla regia, ovvero l'autobiografico "Guida per riconoscere i tuoi santi", interpretato, fra gli altri, da Robert Downey Jr., Rosario Dawson, Shia LaBeouf e Channing Tatum.
La filmografia di Montiel, che prima di diventare regista è stato musicista e scrittore non è sterminata: oltre al già citato Guida per riconoscere i tuoi santi, tratto dal romanzo omonimo del 2003, abbiamo altre tre film, Fighting del 2009, The Son of no one del 2011 ed Empire State, del 2013. Ad eccezione di quest'ultimo, che racconta un fatto di cronaca realmente avvenuto nel 1982 ed è l'unico in cui Channing Tatum non è presente, Montiel è anche sceneggiatore dei suoi film. 
Approfittando del fatto che due film erano in programmazione sabato pomeriggio, mi son detta "perchè no?"
Ho informato le socie, che hanno prontamente aderito. La sorpresa (positiva, naturalmente) è stata pagare appena 4€ per poter vedere entrambi i film.


Questo film da noi è passato direttamente in TV senza transitare dalle sale. 
Nonostante il cast di tutto rispetto (Al Pacino, Ray Liotta, Juliette Binoche e Channing Tatum) il film, non riesce mai veramente a decollare, grazie (anzi, per colpa) di un Channing Tatum al limite dell'inespressività, ed è un peccato, perché la storia, che si sviluppa su due piani temporali (passato e presente) offriva spunti interessanti.
Jonathan "Milk" White è un agente di polizia che viene trasferito nel 118° distretto, nel quartiere dove ha trascorso l'infanzia.
Orfano di un poliziotto, vive con la nonna che sembra non preoccuparsi minimamente di lui in quello che, in buona sostanza, è un ghetto costituito da enormi palazzoni, e, in compagnia dell'amico Vinnie, psicologicamente instabile (sente le voci) e abusato dal fidanzato della madre, deve ben presto imparare a difendersi da tossici e delinquenti che vivono nel quartiere, e, mentre la polizia, ovviamente, se ne fotte, i due ragazzini cercano in ogni modo di abbandonare il quartiere.
Quando la direttrice di un giornale inizia a pubblicare strane lettere anonime che fanno riferimento a due omicidi avvenuti nel 1986, e misteriosamente insabbiati dalla polizia, l'agente White si ritrova, suo malgrado, a dover fare i conti con un passato da cui sta cercando da sempre di fuggire.
Ve lo devo dire che per l'ennesima volta Ray Liotta fa la parte del pezzo di merda o non è il caso?

16 maggio 2014

Immagina, puoi.

La amo da così tanto tempo che mi sono quasi stancata di ripeterlo. 
Che quando l'ho conosciuta ho iniziato a leggerla non aveva ancora 24 anni e pensavo che avrebbe tranquillamente potuto essere mia figlia e mi stupivo di quanto cazzo potesse essere maturo un donnino biondo a nemmeno 24 anni. Roba che io che ne ho il doppio nemmeno la metà, per dire. Infatti, a conferma di questo fatto, lei, anche se matematicamente potrebbe, NON è mia figlia. 
E in questi anni è espatriata, è rimpatriata, si è riprodotta ed è pronta ad espatriare di nuovo. E io non ho mosso il culo da questa scrivania.
Vabbé.
In ogni caso ha scritto un post, seguendo l'esempio di un'altra blogger (per una volta, incredibile ma vero, non c'entra il Cannibale) che non conoscevo ma adesso sì, e quindi niente, in cui elenca le cose in cui non eccelle. Ovvero, le cose che non è capace a fare. 
Siccome io mi reputo la regina assoluta e incontrastata dell'incapacità, ovvio che un post così sia una specie di invito a nozze.
E quindi, a costo di sembrarvi un incrocio tra una poraccia e una minus habens con le unghie, vado ad elencare le mie incapacità più o meno manifeste.


Non conosco le regole basi del galateo. Quindi, oltre a non saper stare seduta a tavola senza appoggiare i gomiti, ho problemi con l'uso della posata adeguata, attenuati nel corso degli anni solo grazie alle ripetute repliche in tv di Pretty Woman e ai preziosi insegnamenti di Barney a Vivian.
Il mio dramma è la frutta. E non sto parlando di approcciarla correttamente con coltello e forchetta, che qua siamo di fronte all'avanguardia pura. Sua bionditudine ad esempio lo sa fare, io lo so, l'ho vista. E l'ho sempre invidiata molto, anche se non gliel'ho mai detto. OK, diciamocelo, chi è che ordina la frutta al ristorante? Io, nello specifico, evito. E comunque ho dei problemi con il solo coltello. Nel senso che, se le persone normali (...) usano il coltello dall'alto verso il basso, io lo uso esattamente al contrario, provocando orrore e raccapriccio in chi mi vede. Meno male che hanno inventato la macedonia, e che io, fondamentalmente, frequento solo pizzerie e bettole di quart'ordine.
Non ricordo le cose.
Non so stirare. Figlia di una madre che stirava anche le mutande, io sono la sua nemesi, la negazione totale e globale. Ho risolto egregiamente il problema nel modo più semplice ed ovvio possibile: imparando a stendere benissimo nel migliore dei modi possibile e smettendo di stirare.
Quando proprio non posso farne a meno - ubi maior minor cessat - ovviamente mi applico. Con risultati che vanno dal discutibile al nefando. Non avere un uomo a cui dover stirare le camicie mi fa ringraziare ogni giorno il fatto di essere un'acida zitella. Inutile specificare che io non possiedo camicie.
Non ricordo le cose.
Non so fischiare con le dita. Probabilmente il galateo non prevede nemmeno questo, e sono consapevole del fatto che sia una cosa di cui si possa fare tranquillamente a meno. Ma a volte mi sarebbe servito. E vederlo fare agli altri come fosse la cosa più elementare di questo mondo mi fa sentire (se possibile) ancora più impedita.
Non ricordo le cose.
Non so... nuotare. Ecco, l'ho detto. Inutile aggiungere che la cosa mi scoccia terribilmente. E questo è tutto quello che ho da dire sull'argomento. Se stiamo a vedere non so nemmeno sciare, ma la cosa non mi tange minimamente, detestando la neve in tutte le sue manifestazioni.
Non ricordo le cose.
Sono una pippa carpiata con ago e filo. Sono giusto in grado di attaccare un bottone e fare rammendi approssimativi. Già l'idea di fare un orlo mi getta nello sconforto.
Potrei andare avanti in eterno elencando la qualunque, tipo non so fare gli origami, la maionese, ballare, camminare sulle mani, toccarmi la punta del naso con la lingua, arrampicarmi sulle pertiche (però ero bravissima col quadro svedese) o stappare una bottiglia di birra con l'accendino. Ho dei problemi anche con gli apriscatole, ma solo perché solitamente sono predisposti per i destrorsi, e io sono mancina. Quindi direi che l'apriscatole non vale.
Non ricordo le cose.
Ho scoperto, vedendone la pubblicità in tv, che quest'anno il Magnum compie 25 anni. Ecco. Io non sono mai riuscita a finire un Magnum. Chiaro che la sua versione ossimoro, il Magnum Mini (Siete. Dei. Cretini. E se rinasco voglio diventare una pubblicitaria cretina pure io) non vale. Il Magnum standard, ovvero quello "magnum", appunto, non è tanta roba. E' troppa.
Non ricordo le cose.
Non ho parlato della mia (in)abilità in cucina in quanto, nonostante io non mi reputi affatto una buona cuoca, sono perfettamente in grado di cucinare. Semplicemente non voglio.
Ah, dimenticavo: non ricordo le cose.






15 maggio 2014

Devil's Knot - fino a prova contraria

Ammetto che della filmografia di Atom Egoyan conosco davvero molto poco. 
Anzi, prima di questo Devil's Knot avevo visto solamente "il dolce domani" tratto dal romanzo omonimo di Russel Banks di cui, in seguito, lessi anche "la legge di Bone". Visto che vi ho nominato due libri, a questo punto, già che ci sono, vi consiglio anche di leggerli, perché, a me, all'epoca, erano piaciuti parecchio.


Il film ripercorre l'ignobile vicenda giudiziaria che vide protagonisti Damien Echols, Jessie Misskelley Jr. e Jason Baldwin, conosciuti come "i tre di West Memphis", accusati del sequestro e omicidio di tre bambini, avvenuto il 5 maggio 1993 nella cittadina di West Memphis, in Arkansas.
Le indagini della polizia, condotte con i piedi, individuarono subito i tre comodi colpevoli, convincendosi che gli omicidi avessero le caratteristiche di un rituale satanico. Da lì ad arrivare a Damien Echols, la cui unica colpa, se vogliamo, era quella di ascoltare heavy metal (e cosa gli vogliamo fare a quelli che ascoltano Giggidalessio, allora?) interessarsi alla wicca e vestirsi di nero (credo che se fossi stata un'abitante di West Memphis avrebbero sicuramente accusato anche me), oltre ad essere un ragazzo problematico da sempre seguito dai servizi sociali, al suo amico Jason e a Jessie, quest'ultimo con un evidente ritardo mentale, che prima confessò gli omicidi, nonostante le sue affermazioni fossero evidentemente in contrasto con i fatti, e in seguito ritrattò tutto, il passo fu breve, e la storia è nota.
Per farvela breve i tre ragazzi cattivi vengono condannati (Damien a morte), ma, in seguito al clamore mediatico che l'intera vicenda suscita, nel 2011, grazie ad un cavillo procedurale, Echols, Misskelley e Baldwin, nonostante siano comunque ancora pregiudicati, vengono rilasciati.
Egoyan si concentra sul dibattimento e in particolare sulla madre di uno dei tre bimbi uccisi e su un investigatore privato contrario alla pena di morte. Entrambi si rendono conto che non esistono prove evidenti della colpevolezza  dei tre ragazzi, dubbio che sembra invece non sfiorare minimamente forze dell'ordine, accusa, giuria (e spesso la stessa difesa), con testimoni veri o presunti totalmente inattendibili. Ma per l'opinione pubblica e per la comunità fortemente cattolica è comodo credere a quello che vogliono: ovvero che i colpevoli facciano parte di una setta satanica. 
La storia è tanto vera quanto incredibilmente assurda, peccato che il film sia recitato male (e probabilmente doppiato peggio), Colin Firth è al minimo sindacale delle sue prestazioni, per non parlare di una Reese Whiterspoon abbastanza sfatta (ma io avevo già faticato a riconoscerla in Mud) che, più che una madre a cui hanno ucciso il figlio, sembra una donna il cui ragazzino sia partito per andare in colonia, o in vacanza dai nonni. 
Per farvela breve, fino a prova contraria, di questo Devil's Knot non si sentiva il bisogno. 



14 maggio 2014

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

...le cose vanno come devono andare...

Non ho letto l'omonimo libro di Jonas Jonasson da cui è stato tratto il film, perché, soprattutto dopo aver letto "la solitudine dei numeri primi" tendo sempre a nutrire qualche sospetto nei confronti dei cosiddetti bestseller. Ricordo che dopo aver terminato il libro di Giordano, letto in un pomeriggio in spiaggia a Rivabella (lo so, frequento luoghi esotici ed esclusivi) avevo voglia di prendere a schiaffoni sia Alice sia Mattia. E, perché no, pure Paolo Giordano. Ma, siccome non è di questo che vi volevo parlare, torniamo a noi. 
Anzi, torniamo al film.
Che, se lo prendi per quello che è, ovvero un divertissement vagamente surreale, intrattiene e diverte con insolita leggerezza.
Ok, devi anche passare sopra all'orribile trucco a cui hanno sottoposto Robert Gustafsson per farlo diventare centenario, ma, se stai a vedere, anche il trucco di Di Caprio in J.Edgar faceva cagare, quindi... 
In ogni caso, io mi sono divertita. Perché, non dimentichiamocelo, il futuro è l'anziano! 
Mentre nella casa di riposo in cui vive fervono i preparativi per festeggiare il suo 100° compleanno, Allan Karlsson decide che si è annoiato abbastanza di quel posto, e, resosi conto che la sua stanza si trova al pianterreno, esce dalla finestra e, in ciabatte e vestaglia, se ne va. 
Arrivato ad una stazione degli autobus dal nome impronunciabile (siamo pur sempre in Svezia), con le poche monete che si trova in tasca riesce ad acquistare un biglietto per un altro paesino dal nome altrettanto impronunciabile, e, quando arriva il suo autobus, ci sale e se ne va.
Peccato che alla stazione un ragazzo che doveva andare in bagno gli chieda di dare un'occhiata alla sua enorme valigia. Cosa che lui fa, ma, in un eccesso di zelo, quando arriva il bus, per non abbandonarla, se la porta dietro.
Raggiunta la sua destinazione, viene notato dal casellante della stazione ferroviaria ormai in disuso, che lo accoglie in casa, e qua Allan inizierà a raccontargli la storia della sua vita, che, partendo dalla sua passione per le esplosioni, lo ha fatto diventare testimone (e protagonista) più o meno inconsapevole degli eventi più importanti del 900, dalla Spagna di Franco alla Russia di Stalin, passando per il progetto Manhattan e i suoi consigli a Oppenheimer, la prigionia nel gulag con Herbert, il fratello scemo di Einstein nonché lo spionaggio e il controspionaggio ai tempi della guerra fredda.
Parallelamente all'incredibile storia della sua vita, il vecchio Allan, assieme al suo nuovo amico capostazione, scopre che la valigia contiene 50milioni di corone (di provenienza ovviamente illecita), e che il legittimo proprietario vuole tornarne in possesso. Sempre che si possa essere proprietari legittimi di qualcosa di illecito, ma in fondo, chissenefrega.
Sulle tracce dei due uomini, oltre ad uno svogliatissimo ispettore di polizia allertato dalla casa di riposo che ha denunciato la scomparsa di Karlsson, si metterà quindi una banda di rudi motociclisti più idioti che cattivi, per un'improbabile caccia all'uomo dallo sviluppo alquanto inverosimile ed esilarante.




13 maggio 2014

di Escher, filatoi e ciciu

"Solo coloro che tentano l'assurdo raggiungeranno l'impossibile" 
(M.C.Escher)


L'altro giorno affermavo di essere affetta da una pigrizia che voi umani... bla bla bla.
E' tutto vero, ma fino ad un certo punto.
Cioè, è vero che sono pigra, ma se riesco a vincere la pigrizia e ad uscire di casa, poi la cosa faticosa consiste nel farmici rientrare, a casa.
Dalla fine di marzo, al Filatoio di Caraglio, c'è la mostra "L'enigma Escher - Paradossi Grafici tra arte e geometria", che durerà fino al 29 giugno.
Così, dopo un paio di tentativi naufragati (per me Caraglio non è esattamente dietro l'angolo) domenica, finalmente, io e la F. siamo riuscite ad organizzarci (con l'occasione mi sono pure auto-invitata a pranzo, e ho fatto benissimo, perché la F. mi ha fatto trovare in tavola una burrata che era uno spettacolo) e, dopo pranzo, siamo partite alla volta del filatoio, che io avevo soltanto sempre visto da fuori, di passaggio. 
Alla biglietteria ci chiedono se, oltre alla mostra di Escher, vogliamo fare anche la visita guidata al filatoio. Per me va bene, per la F. pure, tanto siamo lì, sarebbe stupido non approfittarne, no?
M.C. Escher (Maurits Cornelis) è uno dei più famosi artisti grafici di tutti i tempi, e sicuramente tutti voi conoscerete le sue opere, che vanno dalle costruzioni impossibili alle metamorfosi, che sono qualcosa di assolutamente geniale ed affascinante. Le sue opere - che si misurano con i concetti di spazio e di infinito - sono amate, oltre che dagli appassionati di arte, da matematici e scienziati, che apprezzano il suo appropriarsi di concetti appartenenti alla scienza, usati per interpretazioni dagli effetti paradossali. Ma, siccome io non sono né scienziata né esperta d'arte, maggiori informazioni potete trovarle sul sito ufficiale, curato dalla fondazione che porta il suo nome. 

Shells and Starfish _ M.C.Escher, 1941
Drawing Hands _ M.C.Escher, 1948
Dopo la mostra iniziava la visita guidata al filatoio, che si è rivelata molto interessante, e sia io sia la F. abbiamo scoperto cose che ignoravamo (ok, con me l'ignoranza vince facile, ma è un'altra faccenda). Ad esempio che il Filatorio Rosso di Caraglio è il più antico setificio ancora esistente in Europa, edificato dalla famiglia Galleani attorno al 1670, che aveva abbandonato Bologna (siccome all'epoca le conoscenze costruttive dei macchinari per la torcitura del filato di seta erano considerate "segreti di stato", se i componenti della famiglia avessero fatto ritorno a Bologna sarebbero stati condannati a morte. Ma se ne guardarono bene).
Giovanni Francesco Galleani venne assoldato nel 1663 da Carlo Emanuele II di Savoia, e, gli venne affidata la prima costruzione di un filatoio a Torino (in zona Borgo Dora) e quindi di un setificio (con filanda, filatoio e laboratorio di tintura-tessitura) a Venaria Reale, di cui ai giorni nostri restano soltanto delle planimetrie dell'epoca. L'idea di costruire un filatoio a Caraglio fu dettata probabilmente dalla vicinanza di una sorgente d'acqua (la fontana di Celleri, con una portata di 20 litri al secondo) e l'enorme diffusione degli alberi di gelso e i numerosi centri di allevamento dei bachi da seta che da almeno due secoli caratterizzavano il Cuneese.
Negli anni cambiò spesso proprietà, rimanendo produttivo fino al 1937. Venne poi adibito a caserma per gli alpini e abbandonato nel 1943. 
Negli anni '90 il Consiglio d'Europa  riconobbe la struttura come “il più insigne monumento storico-culturale di archeologia industriale”, il comune di Caraglio acquistò l'intera struttura e vennero avviate le opere di restauro. 

Uscite dal filatoio, trovandoci già a Caraglio, l'occasione era perfetta per spingersi fino a Villar San Constanzo e visitare la riserva naturale dei Ciciu
Il termine "ciciu", nel dialetto locale, significa fantoccio, pupazzo, e queste sculture morfologiche naturali, conosciute come "ciciu del Villar" o "ciciu 'd pera" (pera = pietra) sono frutto di un fenomeno di erosione particolare che dà vita a queste strutture a forma di fungo, il cui cappello è costituito da un masso di varie dimensioni, mentre il "gambo" è composto da terra e pietrisco. Ci sono vari percorsi più o meno escursionistici da compiere, ma, siccome io indossavo un paio di stivaletti con la suola di cuoio, che per camminare su un tappeto di foglie di quercia a pendenza più o meno variabile non sono esattamente i più indicati, ci siamo accontentate di fare il percorso base, in pratica una specie di "ciciu for dummies", il cui nome ufficiale è... "ciciuvagando". 
E, nonostante fossi abbigliata più per un pomeriggio di shopping che per una passeggiata nei boschi, e che se mi fossi incontrata per caso mi sarei riservata una di quelle occhiate di compatimento che solitamente lancio a quelle che vedo deambulare nei siti archeologici o in spiaggia con i tacchi a spillo (perché la categoria esiste), sono riuscita a tornare alla base con tutti gli ossicini e legamenti al proprio posto.