24 febbraio 2015

Child of God

Cormac McCarthy deve aver litigato col positive thinking ai tempi dell'asilo, immagino. 
Questo è il terzo film che vedo tratto da un suo romanzo (i precedenti sono stati Non è un paese per vecchi e The road) e anche qua disperazione, pessimismo, desolazione e abbrutimento la fanno da padrone.
Lasciate perdere The Counselor, quella era solo una sceneggiatura. A mio parere una brutta sceneggiatura, che si è tramutata in un film inconcludente, ma fa lo stesso. In fondo un incidente di percorso può capitare a chiunque, anche a McCarthy. 
Questa trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo del 1974 ci viene offerta da James Franco, uno che evidentemente fa fatica a star fermo. Per il 2015 ci sono già tre film in uscita con lui come interprete, e siamo solo a febbraio. Chissà a dicembre. 

Presentato a Venezia un paio di anni fa, Child of God non è un film perfettamente riuscito, ma è comunque interessante. Un film crudo e duro, che si appoggia totalmente sulla straordinaria interpretazione di Scott Haze nel ruolo di Lester Ballard, un reietto che vive in totale isolamento e solitudine, e non si separa mai dal suo fucile. Accompagnato da una voce fuori campo che introduce i tre "capitoli" in cui è suddiviso il film, scopriamo che Lester è diventato un disadattato evitato da tutti da quando, bambino, ha ritrovato il corpo del padre morto suicida. Da allora vaga senza pace nei dintorni del paese in cui è nato. Lo sceriffo ogni tanto lo ferma, accusandolo di ogni piccolo crimine sia stato compiuto nei dintorni. Lester vive di espedienti, ruba galline, caccia piccola selvaggina, e si aggira solitario per i boschi.


Se inizialmente non sembra cattivo, e quando al luna park del paese vince tre enormi pupazzi di peluche e li porta a casa come fossero i suoi nuovi amici, sei quasi portata a volergli bene, ecco che quando Lester scopre un auto con una coppia di ragazzi morti al suo interno tu cambi immediatamente idea.
Dopo aver violato il cadavere della ragazza, ruba i soldi che trova e fa per tornare a casa ma... cambia idea, e, siccome tutti hanno bisogno di qualcuno da amare, decide che la ragazza (sì, quella morta) tornerà a casa con lui.
Ma la felicità di Lester (che per l'occasione scenderà in paese a comprare un vestito nuovo per la sua "sposa") non è destinata a durare, e quando un incendio distruggerà il capanno in cui aveva trovato rifugio compresa la sua personale versione della sposa cadavere, per l'uomo è l'inizio di un escalation inarrestabile di violenza perversa, che, attraverso le grotte in cui ha trovato rifugio, sembra portarlo direttamente all'inferno.
Insomma... provaci ancora, James.




23 febbraio 2015

Phoenix (Il segreto del suo volto)

Il regista Christian Petzold per questo film si è ispirato al libro "Le retour des cendres", che - non so a voi - ma a me sembra un titolo splendido. 
Il titolo originale è Phoenix, ma noi, che quando c'è da maltrattare un film a partire dal titolo non siamo secondi a nessuno, lo conosciamo come "Il segreto del suo volto". 
L'unico segreto che varrebbe la pena svelare sarebbe quello di scoprire una volta per tutte quali misteriose sostanze assumano i traduttori per riuscire ad offrirci titoli che riescono a raggiungere livelli di bruttezza difficilmente immaginabili da persone dotate di neuroni in numero variabile da 2 - come la sottoscritta - a ∞.
E qui mi fermo per non correre il rischio di sembrare la solita signora di una certa età stracciacazzi fino allo sfinimento incline alla polemica sterile. Cosa che, ovviamente, non corrisponde al vero e la mia amica  Tiz "che mi vuole tanto bene" (cit.) lo potrà confermare. Vero Tiz? 
Dicevamo di Phoenix, quindi.
Che parte lentamente, quasi come volesse seguire le movenze di Nelly, sopravvissuta ad Auschwitz benché sfigurata, e che, grazie alle cure dell'amica Lene viene sottoposta ad un intervento di chirurgia plastica, anche se, contrariamente ai consigli del chirurgo, che le suggerisce che, cambiando volto, potrà iniziare una nuova vita, lei vuole riavere la sua faccia di un tempo, per tornare ad essere quella che era. 
Ovvero una cantante, che si esibiva con il marito Johnny, pianista, di cui ha perso le tracce e che vuole rintracciare a tutti i costi, nonostante Lene cerchi di convincerla che è stato proprio lui a tradirla consegnandola alle SS, e vuole invece che si trasferisca con lei ad Haifa, dopo che la donna avrà riscosso l'eredità che le spetta, in quanto unica sopravvissuta di tutta la sua famiglia.
Ma Nelly non è pronta a trasferirsi in Israele, e di notte, con la sua camminata insicura, esce in una Berlino ridotta a macerie alla ricerca di Johnny. Quando lo trova, cameriere in un locale notturno, l'uomo, che crede la moglie sia morta, convince la donna - che per lui è una sconosciuta - a impersonificarla, in modo da poter riscuotere l'eredità e sistemarsi.
Nelly sta al gioco, accettando di trasformarsi in lei stessa, seguendo le indicazioni di Johnny, intenzionato a trasformare quella sconosciuta apparsa dal nulla, che a lui ricorda solo vagamente sua moglie, in sua moglie, nonostante le perplessità e la paura che il trucco non possa funzionare.
E giorno dopo giorno Nelly torna ad essere Nelly fino al momento in cui, grazie a Lene, scoprirà che per amore si possono perdonare moltissime cose.
Ma non proprio tutte.
E Johnny lo scoprirà in un finale talmente intenso e affascinante che da solo vale praticamente tutto il film.



Nina Hoss, che interpreta Nelly, è bravissima a trasmettere il senso di totale smarrimento di una donna che cerca disperatamente di tornare ad essere quella che era - e il titolo originale richiama ovviamente, oltre al locale in cui la donna ritroverà suo marito, la figura mitologica capace di rinascere dalle sue ceneri.
Ma "rinascere" e riappropriarsi della propria esistenza tentando di aggrapparsi a qualcosa che non esiste più non è soltanto difficile, ma praticamente impossibile.
Il fatto che Johnny non riconosca Nelly può risultare alquanto inverosimile e forse è l'unica vera pecca di questo film, ma, se possiamo credere ad un Riggan Thomas che vola e sposta gli oggetti, possiamo credere anche a questo. 







We're late, darling, we're late
The curtain descends, everything ends too soon, too soon
I wait, darling, I wait
Will you speak low to me, speak love to me and soon
Time is so old and love so brief
Love is pure gold and time a thief
We're late, darling, we're late

20 febbraio 2015

Le nomination(s) reloaded

Siccome si dice che solo gli stupidi non cambiano mai idea, a distanza di un mese dai miei primi pronostici, e mancando ormai una manciata di ore alla cerimonia, avendo aggiunto titoli più o meno importanti tra quelli che ancora mi mancavano sono qua a confermare e/o smentire pubblicamente quanto da me precedentemente scritto, in tempi non sospetti.

Miglior film:
American Sniper 
Boyhood 
Cosa dicevo un mese fa:
Purtroppo 4 su 8 sono davvero pochini per poter esprimere un'opinione. E, per quanto il mio personalissimo oscar vada a Whiplash, che ho davvero adorato, credo che abbiano buone probabilità di portarsi a casa la statuetta o Boyhood o La teoria del tutto. Che tenterò di recuperare prima della fatidica data.
Cosa dico oggi:
L'unico titolo che ancora mi manca è quello che ha buone probabilità di vittoria.
Diciamo che dopo aver visto La teoria del tutto, il solo pensiero che possa vincere nella categoria miglior film mi provoca attacchi incontrollati di prurito. Soprattutto dopo aver visto Birdman. Che, se non vince come miglior film, deve portarsi a casa almeno il premio per la miglior regia.
Escludendo la vittoria di Whiplash, potrebbe esserci la sorpresa Selma, che è un solido film di stampo classico, che, ricordiamocelo, parla di un popolo che adesso fa lo splendido esportando democrazia all around the world, ma fino a 50 anni fa non è che a livello di diritti civili fosse esattamente un esempio di libertà ed uguaglianza. Motivo per cui l'anno scorso vinse 12 anni schiavo, che gli americani devono ancora far pace con i sensi di colpa. Quindi direi che no, magari per quest'anno un altro film coi negri non lo fanno vincere.


Miglior regia 
Alejandro G. Inarritu per Birdman 
Richard Linklater per Boyhood 
Bennett Miller per Foxcatcher 
Wes Anderson per Grand Budapest Hotel 
Morten Tydlum per The Imitation Game
Cosa dicevo un mese fa:
Non so assolutamente nulla di Foxcatcher, ma azzardo la vittoria di Linklater. Sulla fiducia. E perchè l'idea di un film lungo 12 anni è senz'altro interessante.
Cosa dico oggi: 
Purtroppo di Foxcatcher ho visto al momento solo il trailer. Purtroppo doppiato. Purtroppo malissimo, aggiungerei. Il fatto che non mi abbia fatto impazzire non credo sia colpa di Miller; in ogni caso ho visto Birdman: ciao Linklater, ciao.
Inarritu tutta la vita.


Miglior attore protagonista 
Steve Carell per Foxcatcher
Bradley Cooper per American Sniper 
Benedict Cumberbatch per The Imitation Game 
Michael Keaton per Birdman 
Eddie Redmayne per La teoria del tutto
Cosa dicevo un mese fa:
Ma davvero Steve Carell? A questo punto questo Foxcatcher inizia ad incuriosirmi.
Detto ciò, pare che Redmayne sia bravissimo. Michael Keaton non l'ho mai potuto sopportare, Bradley Cooper davvero, ma anche no, quindi il mio oscar è per Benedict Cumberbatch. Ma sono pronta a ricredermi appena riuscirò a vedere La teoria del tutto.
Cosa dico oggi:
Redmayne sarà anche bravo, per carità, ma io resto del parere che Cumberbatch sia comunque meglio.
Anche se Michael Keaton signori miei... nonostante non sia mai stato il mio attore preferito, beh, ci regala una prova che andrebbe davvero premiata.


Miglior attrice protagonista 
Marion Cotillard per Due giorni, una notte 
Felicity Jones per La teoria del tutto 
Julianne Moore per Still Alice
Rosamund Pike per L'amore bugiardo
Reese Witherspoon per Wild
Cosa dicevo un mese fa:
Avendo visto solo due film scelgo di conseguenza. E, avendo detestato quella psicopatica succhiacazzi di Amy, il mio Oscar è tutto per Julianne Moore, facile, no?
Cosa dico oggi:
Rispetto ad un mese fa alla cinquina si è aggiunta l'interpretazione di Felicity Jones. Che insomma, anche meno. Quindi resta valido il mio pronostico su Julianne Moore.


Miglior attore non protagonista 
Robert Duvall per The Judge
Ethan Hawke per Boyhood 
Edward Norton per Birdman 
Mark Ruffalo per Foxcatcher 
J.K Simmons per Whiplash
Cosa dicevo un mese fa:
A costo di sembrare monotona, J.K. Simmons. Senza se e senza ma. 
Cosa dico oggi:
Edward Norton in Birdman mi è tanto tanto tanto piaciuto, ma, J.K. Simmons resta la scelta migliore, anche se il pubblico italiano che ha avuto la sfortuna di vedere il film doppiato, probabilmente non riuscirà a capire perché.


Miglior attrice non protagonista 
Patricia Arquette per Boyhood 
Laura Dern per Wild 
Keira Knightley per The Imitation Game 
Emma Stone per Birdman 
Meryl Streep per Into the Woods
Cosa dicevo un mese fa:
Ma la vogliamo smettere di candidare Meryl Streep almeno una volta l'anno? E basta, dai! Scherzi a parte, anche di Into the woods non so nulla, però, visto che mi è simpatica, dico Patricia Arquette.
Cosa dico oggi:
Ma la vogliamo smettere di candidare Meryl Streep almeno una volta l'anno? E basta, dai!
Comunque, visto che la nomination a Keira Knightley è regalata almeno quanto quella a Felicity Jones, dico Emma Stone. Perchè in Birdman è intensa come non mai.


Miglior sceneggiatura originale 
Birdman 
Boyhood 
Foxcatcher 
Grand Budapest Hotel 
Lo sciacallo - Nightcrawler
Cosa dicevo un mese fa:
E non vogliamo dare un premio a Birdman? Che potrebbe vincere l'oscar "zerotituli" per il maggior numero di nomination raccolte un po' ovunque e... basta?
Cosa dico oggi:
Io a Birdman di premi ne darei ben più di uno, ecco. Quindi mantengo invariato il pronostico.


Miglior sceneggiatura non originale 
American Sniper 
The Imitation Game 
Vizio di forma 
La teoria del tutto 
Whiplash
Cosa dicevo un mese fa:
Dai, dopo il premio a J.K.Simmons, che se non vince non gioco più, voglio anche l'oscar per la sceneggiatura non originale a Whiplash.
Cosa dico oggi:
Le stesse cose.
Oltre a voler ringraziare pubblicamente la solita lungimirante distribuzione italiana che ha fatto slittare di una settimana l'uscita di Inherent Vice (aka Vizio di Forma) posticipandola al 26 febbraio.
Grazie.
Grazie.
Grazie.


Miglior film straniero 
Ida (Polonia) 
Leviathan (Russia) 
Tangerines (Estonia) 
Timbuktu (Mauritania) 
Storie Pazzesche (Argentina)
Cosa dicevo un mese fa:
Ho visto solo Ida (e ho in previsione la visione dell'estone, ma chissà quando). Quindi, Ida, per forza.
Cosa dico oggi:
Oltre ad Ida sono riuscita a vedere Timbuktu, che, purtroppo, non ho trovato all'altezza delle aspettative che mi ero fatta vedendone il trailer. Peccato. Dubito di riuscire a vedere altri titoli della cinquina, quindi confermo il mio pronostico, nonostante il Golden Globe di Leviathan.


Miglior film d'animazione 
Big Hero 6 
The Boxtrolls 
Dragontrainer 2 
Song of the Sea 
The Tale of the Princess Kaguya
Cosa dicevo un mese fa:
Siccome non guardo film d'animazione, dico Big Hero 6, perchè lui è tanto carino. 
Cosa dico oggi:
Idem c.s.

Miglior fotografia 
Birdman 
Grand Budapest Hotel 
Unbroken
Cosa dicevo un mese fa:
La fotografia di Lukasz Zal è splendida, e lo dissi già in tempi non sospetti. Quindi Ida, again. 
Poi ci sono tutta una serie di categorie di cui non capisco una beata fonchia, quindi non le prenderò in considerazione (perchè invece, di quelle che ho appena citato, sono espertissima, si sa).
 Cosa dico oggi:
Birdman avrà tanti pregi, ma la fotografia anche no, dai. La fotografia di Turner è così da cartolina da risultare addirittura ruffiana. Ida, per quanto mi riguarda, resta il (mio) favorito.


Miglior documentario 
Citizenfour 
Last Days in Vietnam 
Virunga
Cosa dicevo un mese fa:
In questa categoria ho visto anche "The Salt of the Earth", di cui non ho ancora avuto modo di parlare, e che, attraverso le immagini di Sebastião Salgado mi ha procurato brividi per almeno metà visione. Ma Finding Vivian Maier mi ha fatto conoscere un personaggio bizzarro e interessante.
Cosa dico oggi:
A parte aver parlato di "The Salt of the Earth" direi che, per quanto mi riguarda, non è cambiato nulla.


Miglior canzone originale
Glory (Selma,) John Legend & Common
Grateful (Beyond the Lights) Rita Ora
Lost Stars (Begin Again) Adam Levine (nel film la canta anche Keira Knightley)
Everything Is Awesome (da The Lego Movie) Tegan and Sara & The Lonely Island
I’m Not Gonna Miss You (Glen Campbell.. I’ll Be Me) Glen Campbell
Cosa dicevo un mese fa:
Assolutamente nulla, categoria che non avevo minimamente preso in considerazione.
Cosa dico oggi:
Glory, da Selma, cantata da Common e John Legend. Mi piace molto.


19 febbraio 2015

Jimi - All is by my side

Approfittando del solito invito aggratis io e la Tiz abbiamo raggiunto la multisaladimerda che puzza di popcorn rancidi per vedere... chiamarla "anteprima" non ha nessun senso nell'universo mondo, visto che il film è del 2013, quindi abbiamo assistito ad un... mi trovate il contrario di "anteprima" voi che sapete un sacco di cose? Dantès, Fascino, dove siete, quando c'è bisogno di voi? vabbè, abbiamo visto l'ennesimo biopic di cui non si sentiva affatto il bisogno questo biopic che si concentra su un anno nella vita di Jimi Hendrix, dal suo arrivo a Londra nel 1966 alla vigilia della sua partecipazione al Festival di Monterey nel giugno del 1967, quando, alla fine della sua esibizione, bruciò la Fender Stratocaster sul palco. 
Ma tutto si ferma prima. 
Quindi non si vede Monterey nella sua sconfinata bruttezza (non so come fosse nel 1967, ma vi assicuro che nel 2013 l'anonima cittadina californiana aveva davvero poco appeal).
Ma andiamo per ordine.
Allora, intanto gli eredi di Hendrix non hanno dato il permesso all'utilizzo dei suoi pezzi, e quindi, considerando che la signora che sta scrivendo non è mai stata una grande ammiratrice del cantante di Seattle, e conoscerà a malapena una mezza dozzina di pezzi, questo già la penalizza. A lei, in qualità di spettatrice, ma sicuramente (o principalmente) avrà complicato la vita anche a John Ridley, che per l'occasione smette di fare solo lo sceneggiatore* e si cimenta nella regia. 
Poi. 
Ad interpretare Jimi Hendrix abbiamo André Benjamin aka André 3000 o anche quello degli Outkast.
Adesso non chiedetemi se gli Outkast esistano ancora o meno, perché non lo so. Non siamo mica in un blog di musica, qua. Probabilmente nemmeno in un blog di cinema. Anzi, forse non siamo nemmeno in un blog. Anzi, fermatemi, che è meglio. altrimenti poi pensate che mi drogo come Hendrix, che, fra parentesi, in questo film si droga pochissimo, in compenso parla di misteriosi marziani che prima o poi torneranno sulla terra.
Oltre a Benjamin ci sono Imogen Poots (bellissima) che interpreta Linda Keith, all'epoca fidanzata di Keith Richards, che vede Jimi suonare in un club di New York (il Cheetah Club, e infatti per l'occasione Jimi indossa una splendida camicia ghepardata, perchè, come gli farà notare giustamente lui, sarebbe stata leopardata avessero suonato al Leopard Club...) e capisce che il ragazzo ha talento.
Lo presenta a Chas Chandler, che, conclusa la sua esperienza come bassista degli Animals vuole intraprendere la carriera di manager, e decide di iniziare da Hendrix, portandolo appunto a Londra, introducendolo nella scena musicale londinese del periodo, ecc.
Da li a poco, con Noel Redding e Mitch Mitchell si formò la Jimi Hendrix Experience ecc.ecc.ecc.mentre Jimi, che nel frattempo aveva iniziato una relazione con Kathy Etchingham ecc.ecc.ecc., fa cose, vede gente, si esibisce al Saville Theatre dove, alla presenza dei Beatles, interpreta una versione di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, uscito da meno di una settimana ecc.ecc.ecc. e quindi ecc.ecc.ecc....
Poi... insomma... come dire... a mio personalissimo parere quello che prevale in questo film è la noia, ecco. Ma sono pronta a farmi smentire da qualcuno che capisce e di musica, e di cinema e di come funziona il mondo ecc. ecc. ecc. 



* premio oscar per la migliore sceneggiatura non originale a 12 anni schiavo. 

16 febbraio 2015

Selma

Non conoscevo Ava DuVernay, poi, per quelle strane coincidenze che ogni tanto avvengono,  una decina di giorni fa l'ho vista intervistata in Life Itself, il film su Roger Ebert, e adesso la ritrovo, unica regista donna alla prossima notte delle statuette, a dirigere questo film su un pezzo di vita di Martin Luther King. 
Che non può venire considerato un biopic sulla vita del reverendo, in quanto prende in considerazione solo un periodo, nella primavera del 1965 - l'anno prima aveva ricevuto il premio Nobel per la pace - in cui organizzò una marcia pacifica, da Selma, in Alabama, a Montgomery (capitale dello stato) per rivendicare il diritto al voto dei negri (50 anni fa il politicamente corretto non l'avevano ancora inventato), cosa che, teoricamente, era già possibile, ma in pratica, in particolare negli stati del Sud, veniva ostacolata in tutti i modi per impedire che i cittadini di colore potessero iscriversi alle liste per votare alle elezioni. Emblematica è una scena all'inizio del film, in cui l'addetto dell'ufficio elettorale, quando la signora Anne Lee Cooper, dopo aver presentato una scheda regolarmente compilata, viene sottoposta ad una specie di interrogatorio. Prima le viene chiesto se conosce il preambolo della costituzione, e quando la donna dimostra di conoscerlo, le viene chiesto il numero dei giudici che compongono un determinato ordine. Alla risposta esatta da parte dalla signora Parker (67), quando è palese che ha diritto al voto, le viene chiesto di dire tutti i loro nomi, ignobile pretesto per apporre per l'ennesima volta il timbro "denied" sulla scheda.
Vediamo Martin Luther King - spiato costantemente dall'FBI (in una scena compare anche J.Edgar, che giudica "deplorevole" il comportamento di King. Io e la bionda, ripensando al film di Clint, ridemmo) - tentare di convincere il presidente Lyndon Johnson che la legge che tuteli il diritto al voto non può più aspettare, ma il presidente ritiene che non sia prioritaria,  A questo punto King decide che la marcia dì Selma si farà.
Riusciranno al terzo tentativo, il primo - diventato famoso come "bloody sunday" vide la polizia locale, capeggiata da uno sceriffo ottuso e razzista, forte dell'appoggio del governatore Wallace, aggredire i manifestanti indifesi con inaudita violenza. 
Le scene dei brutali pestaggi ad opera delle forze dell'ordine, trasmesse in tv, provocarono un'ondata di sdegno, e alla seconda marcia il numero dei manifestanti era aumentato in maniera esponenziale, e molti bianchi avevano aderito.
Ma questa volta fu lo stesso King a decidere di non proseguire, temendo potesse trattarsi di una trappola.
La terza marcia viene rappresentata anche con filmati di repertorio, in cui si possono riconoscere, fra gli altri, Sammy Davis e Harry Belafonte.
La pellicola della DuVernay riesce nell'intento di non scivolare nell'agiografia, mostrandoci un uomo che, come tutti, combatte con certezze e dubbi, ama la moglie nonostante la tradisca, e ci risparmia slogan ed etichette.
Film solido e potente, che riesce a non essere troppo didascalico e che - riascoltando i discorsi - non risulta affatto anacronistico, ma anzi, quasi necessario. Perchè ripensando ai recenti fatti di cronaca che hanno visto coinvolta la polizia americana ai danni di cittadini afroamericani, viene da pensare che, se rispetto a 50 anni fa è stata fatta molta strada, il cammino è ancora lungo. 
Martin Luther King è interpretato da David Oyelowo, che aveva offerto una buona prova nel ruolo di Charlie in "The Butler". Qua ci regala un'interpretazione misurata ma, avendo visto il film doppiato, la mia opinione conta davvero poco. Del resto chiamare Denzel Washington per interpretare un 35enne forse non era cosa... 
Nel cast ci sono anche, fra gli altri, Tom Wilkinson, Giovanni Ribisi, Tim Roth, Michael Sheen, Oprah Winfrey, Cuba Goodin jr, Alessandro Nivola, e Common, che, con John Legend canta Glory, canzone che regala al film la seconda nomination. 
 

13 febbraio 2015

Timbuktu

Timbuktu, facente parte della cinquina candidata ai prossimi oscar nella categoria "film straniero"  è uno di quei film che, se ti azzardi a parlarne male, rischi di essere guardata con un misto di disprezzo e commiserazione da chi ti legge (o ascolta), che penserà di te che sei, in ordine sparso a) una brutta persona, b) insensibile, c) che non capisce un cazzo e che, nei ritagli di tempo, si diverte a sparare sulla Croce Rossa rubando contemporaneamente le caramelle ai bambini. 
Quindi...
...ho deciso che correrò il rischio. 


Vedendo il trailer avevo pensato che fosse uno di quei film interessanti, di quelli che ti fanno pensare, incazzare, riflettere e indignare. E ci prova, sia chiaro, senza però riuscire completamente nel suo intento. Perché quello che ne esce è un abbozzo di quello che avrebbe potuto essere. 
In breve, Timbuktu è stata occupata da un gruppo di fondamentalisti islamici (non si sa esattamente da dove arrivino, ma è chiaro, viste anche le difficoltà di comunicazione che hanno nei dialoghi con la popolazione locale, che sono forestieri, e spesso, oltre a non riuscire a farsi capire dagli abitanti del paese, non si capiscono nemmeno tra loro) che hanno vietato qualunque cosa: fumare, ascoltare o fare musica, giocare a calcio, restare affacciati alle finestre o stare seduti davanti a casa, le donne devono coprirsi il capo, indossare i guanti e le calze. 
E, mentre nella città la popolazione è condizionata dai divieti crescenti, fuori dalla città, vicino alle rive del Niger, vive Kidane con la moglie Satima e l'amata figlia Toya, occupandosi serenamente della sua mandria di mucche. Quando durante il pascolo una di queste viene uccisa da un pescatore, Kidane vuole capire esattamente cosa sia successo, ma le cose precipitano, e per la famiglia di pastori è l'inizio della fine. 

Ma la storia di Kidane è solo una in questo semplice film corale, che può contare su una fotografia tanto nitida quanto ottima (diciamo che con gli scenari del Mali e gli scorci sul Niger al tramonto si vince facile) e su alcune scene sicuramente di grande impatto. Su tutte la partita di calcio giocata senza palla, davvero splendida, e la scena in cui una donna, accusata di aver cantato (in casa sua, mica nella piazza del mercato) nonostante fosse a conoscenza del divieto viene condannata a 40 frustate e, mentre la frustano, lei, piangendo dal dolore, inizia a cantare. 



Però.
Abderrahmane Sissako lascia troppe cose in sospeso, e altre non convincono totalmente. 
I rappresentanti della polizia islamica, che professano la jihad convinti ovviamente di essere nel giusto, nonostante l'imam del paese tenti di far capir loro che sbagliano, vengono ritratti come un branco di uomini semplicemente un po' coglioni, la "pazza" del paese, o la "strega", non si capisce, è libera di andarsene in giro a capo scoperto facendo un po' quello che le pare, da farti pensare che se sei pazzo vale tutto, una ragazza viene data in sposa contro la volontà della madre ma anche lì sembra finire tutto a tarallucci e vino, della donna che protesta perché non può vendere il pesce con i guanti non si sa più niente e tu non puoi far altro che osservare, pensando che questo era un film dal potenziale enorme, ma che, invece di farti bruciare di rabbia, ti intiepidisce appena. 
Peccato. 

11 febbraio 2015

Turner

Non ho visto molti film di Mike Leigh, lo ammetto.
Un paio mi sono piaciuti molto, e sto parlando di "Segreti e bugie" e "Il segreto di Vera Drake", uno l'ho detestato con tutta me stessa, e sto parlando di "Happy go lucky", che se incontrassi una come Poppy nella mia vita la manderei a cagare nei giorni pari e a fare in culo in quelli dispari. Detto ciò, il trailer di Turner non sembrava male, e, visto che non serbo rancore, ho pensato che si potesse tranquillamente vedere. 
Quando ho scoperto che il film dura   c e n t o c i n q u a n t a   minuti una parte di entusiasmo mi ha abbandonato. Poi ho letto qualche recensione, quella pacata di Lisa e quella un po' meno pacata del Cannibale, e un'altra parte di entusiasmo ha raggiunto quella che se n'era già andata. Per fare dietrofront leggendo Denny. Ma, siccome alla fine gli unici pregiudizi da cui mi faccio influenzare sono i miei, ieri sera, in compagnia della Tiz e di sua bionditudine abbiamo affrontato lo spettacolo delle 18.45 al cinema Romano, che, come diciamo sempre io e quello là che sta facendo il figo a Berlino, ha la caratteristica di essere frequentato principalmente da un pubblico diversamente giovane.
Anfatti, nella scena in cui Turner padre muore fra i rantoli, la sala 3, probabilmente per empatia, si è trasformata in una succursale del San Luigi, facendo a gara a chi tossiva più forte. 
Ho divagato abbastanza?
Direi di sì.

Il film, nei suoi   c e n t o c i n q u a n t a   minuti ci regala scorci da cartolina, splendidamente fotografati, a volte pure troppo, a partire dalla scena iniziale in Olanda, con tanto di mulino a vento sullo sfondo, e poi, su un altro sfondo, la figura di Turner intento a schizzare paesaggi.
Che poi, vorrei dire due parole al papà di Turner che si vantava che il figlio sapesse già disegnare ancora prima di imparare a leggere e scrivere. Caro papà di Turner, mi risulta che tutti i bambini disegnino prima di imparare a leggere e scrivere. Certo, non tutti diventeranno degli artisti, ma insomma, giusto per puntualizzare. Così magari al prossimo giro il ruolo della donna insopportabile con cui Turner fa un paio di figlie per poi negarne l'esistenza magari lo date a me, che a fare l'insopportabile sono bravissima e non devo sforzarmi nemmeno troppo.
Quando non ci offre incantevoli panorami, tramonti, spiagge, marine, laghetti e montagne, ci fa seguire (Joseph Mallord William) Turner, affermato pittore inglese, nei suoi ultimi (25) anni di vita.
Dopo l'uomo che sussurrava ai cavalli e quello che parlava con gli al suo uccello, con Turner abbiamo l'uomo che non parla, grugnisce.
Io adesso non sono che l'ultima delle cretine (o la prima, è sempre questione di punti di vista) e non so se il Turner rappresentato da Leigh e magistralmente interpretato da Timothy Spall corrisponda al vero o se l'idea di proporcelo in questo modo ai limiti dello sgradevole sia una licenza poetica (o pittorica?), resta il fatto che il film nei suoi   c e n t o c i n q u a n t a   minuti ci mostra il ritratto di un uomo sicuramente molto affezionato alla figura paterna, alla cui morte si rassegnerà con immensa fatica e tristezza. Il pianto nella stanza del bordello ne è una prova.
Personaggio controverso e difficile, scontroso ma capace - a modo suo - di provare qualcosa di simile all'affetto, o alla generosità, amorevolmente accudito dalla "Damigella" (Dorothy Atkinson, bravissima nel manifestare la sua totale devozione nei confronti dell'artista, a cui si concede felice di poter soddisfare gli istinti bestiali dell'uomo), che sembra ritrovare un po' di serenità solo grazie all'incontro con la gentile signora Booth, la sua ultima amante, Leigh amalgama l'aspetto privato e quello artistico/pubblico di Turner, anche se la parte pubblica - pur regalando gli unici momenti in cui ci concede alcuni sprazzi umoristici - risulta meno efficace, in questo biopic schietto e affatto compiaciuto.
Resta il fatto che   c e n t o c i n q u a n t a   minuti sono oggettivamente un po' eccessivi.

Anvedi che uomo romantico che mi sono trovata! 

10 febbraio 2015

Wild Card

"e se mi uccidono?"
"starò malissimo per giorni."


E (g)niente. 
Che io leggo Jason Statham e non voglio sapere nient'altro.
Anche perché, se mi mettessi ad indagare, probabilmente... ahime, probabilmente purtroppo lo vedrei lo stesso. 
Alla regia c'è Simon West, che, lo dico per quelli di voi che frequentano solo il cinema con la C maiuscola e non il cinema di serie C, ha diretto cose come Con Air, Lara Croft: Tomb raider, The Mechanic, The Expendables 2, che quando leggi "la figlia del generale" ti viene da chiederti se non si siano sbagliati. O forse, semplicemente, si è sbagliato lui. 
Che, se la memoria non mi inganna, quello sembrava quasi un film serio.
Comunque.
Pare che questo Wild Card sia un remake di un film del 1986 con Burt Reynolds che si intitolava Heat. 
No, non l'Heat diretto da Michael Mann, sciocchini, quello è del 1995, tutta un'altra roba.
Già l'originale non fu un grande successo (ho letto, perché io non ne ho memoria), ma qua siamo a livelli che il film ha guadagnato una cifra davvero ridicola, ma così ridicola, ma talmente ridicola che l'unica cifra più ridicola che mi viene in mente è quella della mia busta paga. 
Siamo a Las Vegas durante il periodo natalizio. 
Che tu mi chiederai, giustamente, come si fa a capire che è Natale a Las Vegas?
Semplice, così:

La "Wild Card" è la carta da gioco cui può essere assegnato il valore di una qualunque altra carta del mazzo. In informatica, una Wild card è un carattere speciale che rappresenta un qualunque carattere o sequenza di caratteri. In italiano la carta è il jolly e per questo motivo l'equivalente informatico prende il nome di carattere jolly. Sempre per questo motivo questo capolavoro di film, in paesi come Francia e Ungheria si intitola "Joker". 
Wild è anche il cognome del nostro protagonista - fantasia portami via - che si intuisce abbia un passato più o meno misterioso, e che adesso fa lo chaperon a Las Vegas, e viene ingaggiato da Cyrus Kinnick (Michael Angarano) per proteggerlo dal pericoloso mondo del gioco di azzardo, ma quando la sua amica Holly viene violentata e pestata a sangue dal boss DeMarco e dai suoi due scagnozzi, il suo lavoro con Kinnick passa in secondo piano.
Bisogna aspettare 40 minuti per vedere Statham recarsi nella suite di Demarco ed esibirsi in un calcio rotante, e altri 20 per vederlo stenderne settordici a mani nude nel casinò dove nel frattempo, dopo due interminabili mani di black jack il nostro eroe ha prima vinto 500.000 dollari, e poi, con la stessa velocità, li ha persi. 
Nel frattempo abbiamo scoperto che il sogno di Nick è abbandonare Las Vegas (come dargli torto) per trasferirsi in Corsica. E i 500.000 dollari gli servivano (anche) per quello. Ma, dopo la rissa nel Casinò viene prelevato dagli uomini di Baby (Stanley Tucci con il parrucchino di Ennio Doris) perchè qualcuno dopo l'incursione nella famosa suite ha ammazzato i due scagnozzi del giovane boss, che ovviamente incolpa Nick degli omicidi. 
Ma Baby, nonostante sia una carogna, è intelligente, e sa che Wild non usa MAI armi da fuoco, e quindi - tu pensa - gli salva la vita, in modo che DeMarco possa giurargli vendetta e noi si possa assistere al gran finale dove, in un crescendo di suspance, il nostr...

9 febbraio 2015

Gemma Bovery

Ciao, sono (G)emma...


Gemma Bovery è stato il film che ha aperto l’ultimo Torino Film Festival, e che io non ho visto al pensiero del solito “tanto poi esce…”.
E infatti è uscito, e l’ho visto. Purtroppo doppiato, così ho dovuto sorbirmi la povera Gemma (Arterton/Bovery) che parlava come la cugina inglese dell’ispettore Clouseau. A parte questo, vorrei sapere se, quando rinasco, ci sarebbe la possibilità di avere le tette di Gemma Arterton, che, signori miei, sono uno spettacolo della natura. Dopo questi particolari squisitamente tecnico/filosofici, da cui si evince la serietà con cui affronto le recensioni, veniamo al film.

Ciao, siamo le tette di (G)emma...

Che è una civettuola commedia francese nel senso più positivo del termine che parte con Martin Joubert (il sempre valido Fabrice Luchini) trasferitosi in Normandia da Parigi per riaprire la panetteria del padre. 
Quando nella casa abbandonata di fronte a quella in cui vive con la moglie e il figlio si trasferisce una giovane coppia inglese, l'uomo, amante di Flaubert e del suo romanzo Emma Bovary, scoperto che la giovane e affascinante donna inglese si chiama Gemma Bovery, inizia a sviluppare un'innocua ossessione nei confronti della donna, pensando che sia una versione moderna della protagonista del libro, capostipite ante litteram delle casalinghe disperate, e inizia a seguirne i movimenti, pensando che il suo destino seguirà passo passo quello di Madame Bovary.
L'irrequieta Gemma però non ha letto il romanzo di Flaubert, e il suo comportamento segue semplicemente l'istinto, ma Martin, quando scopre che la donna ha comprato del veleno per topi, si convince maggiormente che la vita voglia imitare l'arte, e, per evitare che Gemma si suicidi con l'arsenico come l'eroina Flaubertiana, mette a punto un piano atto a proteggerla ad ogni costo.
Pellicola che mischia ironia, malizia e pudore, prendendosi gioco dei luoghi comuni sulle differenze tra i francesi e gli inglesi, complice l'odiosa famiglia di conoscenti formata da una lei francese, simpatica come un dito nel culo, e dall'ancora più odioso marito inglese.
Il paesaggio della Normandia ci regala scenari splendidi, e la colonna sonora di Bruno Coulais accompagna in maniera leggera il film senza mai strafare, regalandoci anche un gran bel pezzo dei Moriartry.
Si sorride con garbo, grazie anche ad un finale decisamente spassoso.


6 febbraio 2015

Birdman or (the unexpected virtue of ignorance)

And did you get what you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call my self beloved, to feel myself beloved on the Earth.





In estrema sintesi, Birdman è la storia di un uomo che ragiona col cazzo parla con il suo uccello. 
92 minuti di applausi e questo post potrebbe finire qui.
Ma, siccome mi piace essere sintetica, ma non fino a questo punto, ho deciso che dirò qualcosa in più sull'ultimo film di Alejandro González Iñárritu, che, ad agosto, ha aperto la la 71ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e ieri è finalmente arrivato anche nelle sale italiane.
Avendo saputo che il cinema Centrale - sempresialodato - l'avrebbe programmato in v.o., invece di vedermelo comodamente spalmata sul divano di casa, ho aspettato, da brava spettatrice, che il film uscisse in sala, e ieri sera, in compagnia della Tiz e di Sua Bionditudine abbiamo sfidato la neve il freddo e il gelo e siamo andate a vederlo. 
Parafrasando Luca Carboni, viene spontaneo pensare che ...intanto Inarritu non sbaglia un film e anche questa volta fa centro, portando sullo schermo la storia di un uomo che confonde l'amore con l'ammirazione, in un film che è cinema che entra nel teatro che entra nella vita che entra nel cinema in una specie di loop che mischia tragedia e divertimento, realtà e finzione, normalità e follia, lanciando più di una critica feroce, in maniera a volte velata a volte affatto, contro lo star system, contro la critica stessa, e contro la ricerca del successo e della fama a tutti i costi, dove in un solo giorno si possono ricevere millemila "like♥" su un qualsiasi social network, regalando l'illusione di una fama tanto effimera quanto distorta.


Abbiamo un attore, Riggan Thomas, che è la versione moderna e maschile di Norma Desmond. 
Dopo un successo travolgente nel ruolo di un supereroe (il Birdman del titolo, appunto) con tanto di sequel 2 e 3, come ogni film sui supereroi che si rispetti, la sua fama è in caduta libera. 
Deciso a dimostrare a tutti, a cominciare da se stesso, di non essere solo un ex divo di Hollywood senza né arte né parte, decide di allestire uno spettacolo a Broadway, portando sul palco un adattamento dei racconti di Raymond Carver racchiusi in quello splendido volume che è "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore" (off topic: alcuni di questi racconti erano già stati ripresi da Altman in "America Oggi").
Impresa ambiziosa ed azzardata sotto parecchi aspetti, a partire da quello economico, ma Riggan non vuole sentire ragioni. Quando, durante le prove uno degli attori protagonisti rimane vittima di un incidente sul palco, è costretto a trovare un sostituto e, convinto da Lindsay, la protagonista femminile, ingaggia Mike Shiner, che gode dei favori del pubblico e può garantire ottimi incassi. 
Ma, mentre le prove continuano e si avvicina la sera della prima, Riggan deve combattere contro tutto e contro tutti, a partire dai fantasmi del suo passato, che si presentano sotto forma del personaggio che l'ha reso famoso, un vero e proprio alter ego devastante.
Riuscirà Riggan a riconciliarsi con il suo vero io?


Due ore che non lasciano un attimo di tregua, senza calare mai di intensità, con l'intero cast in totale stato di grazia. Michael Keaton, nonostante io non l'abbia mai amato particolarmente, è grandioso, dà corpo e anima ad un Riggan Thomas che lascia il segno, Emma Stone nei panni di Sam, figlia di Riggan è intensa come non mai, specialmente nei dialoghi con Edwar Norton/Mike Shiner sul tetto del teatro.
Norton è immenso, peccato che dovrà contendersi la statuetta con J.K.Simmons, perchè io la darei a tutti e due (la statuetta). Ho apprezzato anche Zach Galifianakis e Andrea Riseborough. Naomi Watts - brava eh? - è forse quella che mi ha impressionato meno, ma è comunque nel ruolo.
L'incessante suono di batteria di Antonio Sanchez costituisce gran parte della colonna sonora, accompagnando l'andamento delle scene con il ritmo che accelera o rallenta a seconda delle situazioni.
Cos'altro aggiungere?
Solo una cosa: non perdetevelo. 

A thing is a thing, 
not what they say about that thing.

5 febbraio 2015

Life itself

"...sono nato nel film della mia vita...
non ricordo come mi ci sono trovato dentro,
ma continua ad affascinarmi".

Inizia con questa frase che campeggia sullo schermo l'opera di Steve James, che, partendo dagli ultimi mesi di vita del critico cinematografico Roger Ebert, scomparso nell'aprile del 2013, ripercorre la sua vita e la sua carriera, in un misto di delicatezza e disincanto, senza risparmiare laceranti immagini dalla camera ospedaliera, in cui Ebert si trovava - per la riabilitazione motoria - per la settima volta, da quel 2006 in cui, a causa di un tumore, partito inizialmente dalla tiroide, gli fu asportata la mandibola, togliendogli per sempre la voce (parlava - come Hawkins - attraverso un sintetizzatore vocale collegato al PC) e la possibilità di nutrirsi autonomamente.
Una sorta di commovente epitaffio che purtroppo Ebert non ha fatto in tempo a vedere, e a noi resterà la curiosità di sapere quante stellette gli avrebbe assegnato. 
Già, perché si deve proprio a Roger Ebert il sistema di valutazione in stellette adottato ormai da riviste specializzate (o meno), blogger capaci (o meno) che costituisce il metro di giudizio per esprimere l'apprezzamento (o meno) nei confronti di un film. anche se, come disse Ebert stesso "Il sistema delle stellette è da considerarsi relativo, non assoluto. Quando chiedete ad un amico se Hellboy è un bel film, non gli chiedete se è un bel film rispetto a Mystic River, gli chiedete se è un bel film rispetto a The Punisher. E la mia risposta sarebbe che, se in una scala da 1 a 4 Superman è 4, allora Hellboy è 3 e The Punisher è 2. Allo stesso modo, se American Beauty è un film da 4 stelle, allora Il delitto Fitzgerald ne merita due".
Senza scomodare gli Elii e John Holmes, quella di Ebert è stata davvero una vita per il cinema, da quando, dopo una brillante carriera universitaria nell'Illinois, in cui aveva diretto il giornale locale, entrò nella redazione del Chicago Sun-Times, diventandone il critico cinematografico, così come noi lo intendiamo oggi, in un'epoca in cui quel settore era sicuramente snobbato e sottovalutato. 
Nel 1975 vinse il premio Pulitzer, unica volta - ad oggi - in cui il prestigioso riconoscimento venne assegnato ad un critico. Fu anche il primo critico ad avere una stella sulla Walk of Fame.
Ironico, sarcastico, egocentrico, Ebert diventò famoso - almeno negli USA - portando in TV una trasmissione condotta assieme al suo "rivale" Gene Siskel (critico del Chicago Tribune) in cui, battibeccando come due pensionati al parco, criticavano (o elogiavano) il film di turno. 
Steve James ripercorre tutto questo, affidandosi, oltre che ad Ebert e alla sua amatissima moglie Chaz, sposata quando aveva 50 anni, agli archivi fotografici, ai filmati di repertorio, e ai contributi di amici, colleghi, e registi, da Herzog a Scorsese.
Consiglio a tutti gli appassionati di cinema di non perdere la visione di Life Itself, che dovrebbe arrivare in sala il 19 febbraio e concludo con due commenti lapidari con cui Ebert demolì senza alcuna pietà The Brown Bunny": "I had a colonoscopy once, and they let me watch it on TV. It was more entertaining than 'The Brown Bunny." e Deuce Bigalow: "Speaking in my official capacity as a Pulitzer Prize winner, Mr. Schneider, your movie sucks".

Cheers R, and thumbs up! 

www.rogerebert.com

3 febbraio 2015

cinquanta sfumature di minchia brutto.

Avrei voluto fare un proclama a reti unificate alla nazione, ma visto che il tempismo non è mai stato il mio forte mi dicono che Mattarella (io non ce la farò mai a memorizzare Sergio, perché nel momento in cui dico Mattarella nella mia mente si fa largo Piersanti, del resto, c'ho un'età, portate pazienza) abbia già opzionato la giornata di oggi.
Come sempre me ne farò una ragione.
Insomma, spero, ma non lo so.
Cioè, no, davvero.
Perché ci sono cose che mi fanno davvero male.
E non sto parlando dei miei quadricipiti femorali dopo che ho ripreso ad andare in palestra.
Adesso qua dovrebbe partire il pezzo in cui dico che di cinema non capisco una fonchia, ma, tanto, se mi leggete l'avete già capito da un pezzo, se non mi leggete non vedo perché iniziare proprio oggi (ah, sì, dev'essere per l'eleganza del titolo, che sbadata), e quindi ve lo risparmio.
E' che un po' di sere fa al cinema ho visto il trailer di... Jupiter.
Ci sono Mila Kunis e Channing Tatum. 
Lei - se ho capito bene, ma credo di sì, perché il trailer durava tipo 45 minuti - è la predestinata a salvare il mondo o quello che ne rimane. E lui è...boh, suppongo quello che la aiuterà nell'impresa. Insomma, il maggiordomo. 
Una roba di una bruttezza che non si capiva se quando l'hanno girato erano seri o sotto ketamina.
Adesso.
Non ho nulla né contro Mila Kunis né contro Channing Tatum, sia chiaro. Sono entrambi giovani e belli. Presumibilmente ricchi, e, a detta di molti, presumibilmente attori. 
Mi volete spiegare il motivo di tanto accanimento?
Avete Channing Tatum, uno che già a livello di espressività se la batte con un comodino di legno, e me lo riducete che sembra il figlio ritardato del dottor Spock? Ma quanto bisogna essere cattivi?



Siccome le disgrazie non vengono mai sole, sempre lo stesso giorno, sempre nello stesso cinema, nell'atrio c'era un cartonato delle dimensioni del bagno di casa mia che pubblicizzava quel film là, quello che ha un colore nel titolo, dicendo che erano aperte le prevendite. 
Le prevendite? Really?
Ho anche ascoltato il trailer. Roba da non crederci.
Ad un certo punto si sente lui, che dovrebbe essere quello che in teoria ha più perversioni del marchese de Sade, e di von Sacher-Masoch messi assieme che, rivolgendosi a nostra signora dell'ingenuità manifesta, le chiede "cosa mi stai facendo?"
Ecco. 
Non so voi, ma per me è davvero troppo.

sono davvero cinquanta, eh?