29 giugno 2015

e niente...

Volevo solo tranquillizzare i miei affezionati quattro lettori che sono viva e vegeta. viva. E vegeto.
Nel senso che non è che sto trascurando il blog perché, in quanto zitella, sovrappeso, portatrice sana di tumore - per quanto benigno - e a cui, come se non bastasse, è morto il gatto mi sono fatta prendere dalla depressione e mi sono chiusa in casa senza mangiare, bere, passando il tempo sul divano a piangermi addosso maledicendo il destino cinico e baro e porco e bastardo. 
Effettivamente sul divano passo un sacco di tempo, questo sì, ed esco poco. 
Nel week end appena passato il massimo del divertimento è stato portare una tunica di seta in lavanderia, e, mentre spiegavo che l'avevo macchiata d'olio (perché si sa, la seta lo attira proprio) e che l'avevo acquistata in Malesia, la lavandaia mi spiega che loro non si assumono responsabilità nell'eventualità il capo si rovinasse e bla bla bla. Poi, mentre sto per uscire mi dice "ma... posso chiederle cosa c'è andata a fare in Malesia? E' in India, vero?" 
No cara, la Malesia è in Malesia, l'avresti mai detto? 
No, certo che no.


Comunque, a proposito di Malesia, io e la bionda abbiamo iniziato ad abbozzare un itinerario per il nostro viaggio in Thailandia. Diciamo che dobbiamo decidere soltanto se fermarci un giorno in più a Chiang Mai o a Bangkok, ma, in linea di massima le tappe sono definite. Infatti abbiamo acquistato un paio di voli interni con la Bangkok Airways, poi il resto degli spostamenti lo faremo in autobus e treno. Per il resto abbiamo tempo, mancano ancora tre mesi, settimana più, settimana meno.
L'unica cosa pronta è il diario di viaggio.
Perchè, nonostante la tecnologia, il blog, instagram, i cazzi, i mazzi, i palazzi, il diario di viaggio DEVE essere di carta. A righe. Formato A6.
Eccolo.



22 giugno 2015

Kill the messenger

Gary Webb era un giornalista, uno di quelli che credeva che il suo mestiere servisse a far scoprire la verità, per quanto scomoda. Uno con l'idea che una missione, una volta iniziata, vada portata fino in fondo.
Ed è quello che fece - nel 1996 - con il suo lavoro di cronista al San Josè Mercury News, giornale di medie dimensioni, non prestigioso come il Washington Post o il Los Angeles Times, portando alla luce una vicenda che vedeva coinvolta attivamente la CIA in un traffico di droga i cui proventi servivano a sovvenzionare la guerriglia dei Contras in Nicaragua. 
Sembra storia antica, ma sono passati soltanto 20 anni scarsi.
Quando la CIA, nel 1998, ammise il suo coinvolgimento diretto nella vicenda, la notizia passò quasi inosservata, visto che il mondo era troppo impegnato ad appassionarsi alle macchie di sperma presidenziali sul vestito di Monica Lewinsky. Che vuoi che ce ne freghi del Nicaragua e della diffusione del crack nel quartiere di South Central, dove sono tutti brutti, neri, sporchi e cattivi?
Che vuoi che ci importi della Guerra Fredda, dell'ossessione USA nella lotta al comunismo? Dopo Vietnam, Cile, Argentina adesso era il momento del Nicaragua, ma, appunto, chi se ne frega?
A Gary Webb invece fregava.
E raccontò la storia, cercando prove tra Washington, Honduras, Nicaragua, nonostante le minacce, nonostante le intimidazioni.
Quando l'articolo venne pubblicato, per un breve periodo Webb fu considerato un eroe del giornalismo. Ma la sua stella brillò per pochissimo tempo, perchè ci sono storie così vere, verità così scomode e segreti così inviolabili che non si possono raccontare.
E il passaggio da eroe a personaggio scomodo, per Webb, avvenne velocemente facendo terra bruciata attorno a lui, facendo in modo che le sue prove risultassero deboli, i suoi informatori inaffidabili, i testimoni inesistenti.
Dissuaso dal continuare a cercare la verità in ogni modo, mandato a lavorare nella redazione di Cupertino dove si ritrovò a scrivere di cavalli affetti da costipazione, Webb non si diede per vinto, continuando a cercare prove per la sua inchiesta.
Nonostante il premio di "giornalista dell'anno" Webb nel 97 lasciò la redazione del San Jose, e non riuscì più a trovare lavoro come giornalilsta.
Nel dicembre del 2004 Webb venne trovato morto. Con DUE colpi di pistola alla testa. E la sua morte classificata come suicidio. What else?

Kill the messenger - che da noi è diventato "le regole del gioco" - non è un film né bellissimo né perfetto.
Ma è un film necessario.


17 giugno 2015

The Salvation

Arriva l'estate (cinematograficamente parlando, che ieri qua a Torino le temperature erano decisamente bassine) e in sala, come consueto, inizia ad esserci l'annuale moria dei film.
Siccome sono notoriamente buonissima e non costa niente, mi permetto di darvi un consiglio: è in uscita - domani - un film davvero carino visto al Torino Film Festival di cui all'epoca non vi ho parlato: Infinitely Polar Bear, con il sempre validissimo Mark Ruffalo e Zoe Saldana. Titolo delizioso per un film altrettanto delizioso. Voi scordatevelo (il titolo), perché qua da noi è diventato (siete pronti?) Teneramente folle. Che, se dovessi basarmi esclusivamente sul titolo, potrei prenderlo in considerazione solo se l'unica alternativa fosse un documentario lussemburghese in found footage sulla cura delle doppie punte. 
E invece. 
Mai fidarsi delle apparenze.


Ho visto The Salvation, dicevo. 
Spinta come sempre da nobilissimi motivi, ovvero la presenza di Mads Mikkelsen in un film.
Western. 
(Danese).
Cioè, che fai, te lo perdi? Non scherziamo. 
Mentre io e la bionda cazzeggiavamo allegramente per far arrivare l'orario di inizio e io mi imbattevo in maniera del tutto fortuita nel mio primo saldo al 50%, portando a casa il 28° paio di sandali (in una sfumatura di tortora che ancora mancava, ça va sans dire) di cui avevo ovviamente  a s s o l u t a necessità, ci arriva un messaggio della Tiz: "Affrettatevi, che rischiate di non trovare più posto!". Guardiamo l'ora, ci rendiamo conto che mancano 10 minuti, entriamo al cinema, facciamo il biglietto ed entriamo in sala. Oltre alla Tiz in versione burlona, c'erano, sparpagliati, credo altri 3 spettatori. Abbiamo molto riso, e poi è iniziato il film. 
Il regista è Kristian Levring, un altro degli aderenti (assieme ai più famosi von Trier e Vinterberg) al movimento Dogma95 e il film è una coproduzione anglo-danese-sudafricana. Nel cast, oltre a Mikkelsen, ci sono Eva Green (fighissima), Eric Cantona, Jonathan Pryce e Mikael Persbrandt, notevole pezzo di marcantonio che interpreta la parte del fratello di Mikkelsen. 


Pochi generi possiedono le rassicuranti certezze del film western, e anche The Salvation, nonostante non passerà certo alla storia, ne è la prova. 
Siamo nel 1870, in un luogo indefinito e anche abbastanza arido ed inospitale. I fratelli Jon e Peter, dopo la seconda guerra dello Schleswig hanno abbandonato la Danimarca per cercare fortuna oltreoceano. Dopo sette anni la famiglia di Jon riesce finalmente a ricongiungersi all'uomo. Il film inizia con Jon e suo fratello alla stazione, in attesa del treno con cui arriveranno la moglie Marie e il figlio Kresten, che ovviamente non parlano inglese, ma impareranno.
O forse no.
Sulla diligenza che li porterà verso casa, in un interminabile viaggio che la Salerno-Reggio Calabria a ferragosto non è nulla, prendono posto due carognoni col pedigree, ubriachi come più di Vidal in Cile e ovviamente le cose finiscono a schifìo. Defenestrato il povero Jon dalla diligenza i due uomini prima ammazzano il ragazzino, poi violentano e uccidono la povera Marie.
Jon (che si strugge di dolore ma in maniera glaciale e composta) raggiunge la diligenza, e ammazza i due uomini, che, nel frattempo avevano ucciso anche i due carovanieri (qualcuno sa darmi una definizione per il conducente della diligenza? grazie).

Ma, siccome siamo in un film western, anche se danese, l'uomo ucciso da Jon è l'amato fratello del colonnello Delarue, un'altro adorabile personaggino che detta legge nella zona, chiedendo il pizzo agli abitanti del ridente paesino, con la compiacenza del sindaco corrotto e l'inettitudine dello sceriffo/pastore del villaggio. Naturalmente Delarue vuole il colpevole dell'omicidio ad ogni costo. 
E, grazie all'amorevole altruismo dei suoi vili compaesani, Jon viene consegnato a Delarue, che nel frattempo, oltre ad impossessarsi dei terreni circostanti, praticamente un  enorme giacimento di petrolio, si è impossessato anche della vedova muta del fratello la quale non sembra molto entusiasta della cosa, ma subisce in silenzio (sì, lo so, è pessima. Perdonatemi).
Per farvela breve, se no vi racconto tutto il film, Jon si trasformerà da uomo pacifico a implacabile vendicatore. E, per via delle rassicuranti certezze che soli il western ci può dare, vissero tutti felici vedovi e contenti.
Fotografia che passa dal nero più cupo ai colori più abbaglianti, quasi sovraesposti, attraverso tutta una serie di sfumature polverose che lo rendono visivamente affascinante, The Salvation si fa vedere senza fatica, grazie anche al fantastico minutaggio di 90 minuti che non allunga a dismisura le situazioni. 


12 giugno 2015

Le più belle parole non sono "ti amo", ma "è benigno" (cit)

E, anche se le probabilità che non lo fosse erano bassissime, qualcuna c'era comunque.
E invece no.
Nonostante la "benignità" dovrò comunque sottopormi ad un intervento chirurgico, ma se ne parlerà (spero) in autunno. 
Per ora provo a non pensarci.


11 giugno 2015

Ho fatto cose, ho visto gente, ho speso soldi, son tornata da Parigi.

Sono un po' in fase apatia portami via, avete presente quando avreste voglia di fare qualcosa (nello specifico scrivere un post) ma allo stesso tempo non sapete bene di cosa parlare e quindi la voglia vi passa? Ecco.
Potrei parlare anch'io della famigerata quanto misteriosa questione dei cookies. ma, a parte non averci capito una beata minchia a quadretti, mi verrebbe da aggiungere che, conoscendomi, se in questo blog ci fossero dei cookies, io me li sarei già mangiati, e, se ne fosse rimasto uno da qualche parte, ormai sarebbe diventato come la Luisona.
Potrei anche raccontarvi che la settimana scorsa ho visto un film tanto tanto carino, che si intitola "Il fascino indiscreto dell'amore".
Si intitola così qua in Italia, ovviamente, perché il titolo originale sarebbe Tokio Fiancée. E' la trasposizione cinematografica del romanzo autobiografico "Nè di Eva nè di Adamo" di Amélie Nothomb, di cui - nonostante abbia letto interviste e recensioni che mi hanno spesso incuriosito - non ho mai letto nulla. La protagonista è Pauline Etienne, già vista in La religiosa e  2 automnes 3 hivers, e l'ho trovata davvero molto brava. 
Potrei, dicevo, ma siccome non saprei esattamente cosa dire, non dico. Ma io e la bionda siamo uscite dalla sala col sorrisino ebete di quelle che hanno visto un film tanto tanto carino.

Sono stata a Parigi, cosa che non sarà sfuggita ai mie 4 follower(s) su Instagram. 
Sono stata a Parigi, per la settordicesima volta, credo.
E, per quanto potrà sembrare banale, io adoro Parigi. 
Infatti è proprio per questo che ci sono stata per la settordicesima volta. 
Il nostro volo è atterrato sabato alle 12.30, e alle 14.30 stavamo affrontando senza vergogna la nostra prima birra, in accompagnamento all'insalata presa nella prima brasserie trovata vicino al nostro hotel. Che certe abitudini bisogna mantenerle, e la Leffe alla spina è ormai il nostro rituale francese. 
E lo so che la Leffe è una birra belga, e che in Francia sarebbe più corretto bere Kronenbourg, al limite. Ma, potendo scegliere, e, soprattutto, dovendo pagare, io bevo quello che mi piace, soprattutto perché - almeno da queste parti - la Leffe alla spina non si trova facilmente. 
Detto ciò mi piacerebbe raccontarvi un po' di cose, ma cosa c'è ancora da dire su Parigi che la gente non abbia letto un po' ovunque e sappia già a memoria?
Ad esempio che, la prima domenica del mese, la maggior parte dei musei parigini sono ad ingresso gratuito, e noi ne abbiamo approfittato per visitare, nell'ordine:
il Musée Rodin (79 rue de Varenne - Mètro: Varenne linea 13 o Invalides linee 13 e 8 - RER C Invalides)
il Muséè du quai Branly (37 quai Branly - Métro Alma-Marceau o Iéna linea 9, Ecole Militaire linea 8, Bir Hakeim linea 6 - RER C pont de l’Alma oppure Champ de Mars - Tour Eiffel) dove volevo assolutamente vedere la mostra Tatoueurs, Tatoués. 
Il museo (delle arti primitive o delle arti e civiltà d'Africa, Asia, Oceania e Americhe) è stato aperto nel 2006, ed è, a prescindere dalle mostre temporanee, molto interessante. Ad esempio, percorrendo la rampa di accesso agli spazi espositivi, si cammina sull'installazione permanente (di Charles Sandison) "The River", un vero e proprio fiume di parole in movimento, e l'effetto - credetemi - è, oltre che fluido, estremamente affascinante. 
Il Musèe d'Orsay, (1 Rue de la Légion d'Honneur - Métro Solferino, linea 12 - RER C, Musée d'Orsay) situato nell'ex stazione ferroviara (la Gare d'Orsay, appunto) dove ci siamo dedicate alla visita del 5° piano, quello dedicato agli impressionisti, e, per conludere, le Centre Pompidou, (place Georges Pompidou - Métro: Rambuteau linea 11, Hôtel de Ville linee 1 e 11, Châtelet–Les Halles linee 1, 4, 7, 11, 14 - RER A-B-D Châtelet–Les Halles)  dove potermi perplimere in tutta scioltezza di fronte all'arte contemporanea. Per quanto certe opere siano indubbiamente affascinanti, altre mi lasciano spesso interdetta, e mi ritrovo a guardarle con la tipica espressione della mucca che guarda il treno, sentendomi anche abbastanza deficiente. e con la convinzione che l'artista mi stia prendendo per il culo. Probabilmente è un mio limite, in quanto di arte, come di un sacco di altre cose, non capisco nulla. 
Ma, siccome non di solo cultura vive l'uomo (o, nel nostro caso, la donna) abbiamo deciso che, avendo risparmiato sull'acquisto di ben 4 biglietti di ingresso, potevamo fare le fighe e concederci il momento "dacci oggi il nostro birrino quotidiano" al bar in terrazza del Centro Pompidou, che, per una botta di fantasia davvero spinta, si chiama  Georges. dove una birra costa solo 9 euro, ovvero il doppio rispetto agli altri posti. Va detto però che per quella cifra ci hanno portato anche 8 olive. 

Portrait de femme algérienne, Marc Garanger. Algérie,
tirages d'exposition négatifs monochromes, 1965
Tatoueurs, tatoués




4 giugno 2015

Le regole del caos

La poison è una signora un po' disadattata, socievole ma asociale. E, nel corso degli anni, si è imposta alcune regole comportamentali, tipo non scaccolarsi in pubblico e/o in macchina, silenziare il cellulare quando entra al cinema/all'ospedale/in chiesa, non leccare il piatto quando è al ristorante, non accettare caramelle dagli sconosciuti (mi fosse mai successo una volta nella vita, poi), non guardare film in costume. 
Ma.
La poison, per qualche strano motivo, oltre ad essere disadattata, è sensibile. 
Non in senso generale, non è di quelle che quando incontra un cucciolo di qualunque razza, bambini compresi, inizia a parlare come una deficiente facendo le vocine da cartone animato, o si commuove guardando un tramonto. 
La poison è sensibile, per farvi dei pratici esempi, a una serie di addominali schierati a tartaruga, possibilmente su maschi glabri più o meno tatuati, ad un paio di Louboutin, al fascino della parola "gratis": 

gratis


[grà-tis] agg. m. e f. invar.
senza pagare o senza ricevere compenso; gratuitamente: assistere gratis a uno spettacolo; lavorare gratis |gratis et amore Dei, espressione latina che vale ‘gratuitamente e per amore di Dio’, usata per lo più con tono ironico
♦ agg. m. e f. invar.
(sempre dopo il nome) gratuito: ho due biglietti gratis per il teatro
Etimologia: ← lat. grātis, forma contratta di gratĭis, abl. pl. di gratĭa ‘grazia’; propr. ‘per compiacenza’, quindi ‘senza esigere compenso’.

E così ieri sera, dopo aver sperimentato il caos la mattina stessa, prendendo la metropolitana nello stesso istante in cui veniva - per imprecisate cause tecniche - sospeso il servizio, la poison ha contravvenuto ad una delle sue regole, andando a vedere un film in costume, nello specifico, "Le regole del caos", appunto (titolo originale "A Little Chaos").



PRO:
♦ è gratis.
♦ il titolo è bello.
♦ è gratis.
♦ c'è Matthias Schoenaerts.
♦ è gratis.
♦ c'è Matthias Schoenaerts.

CONTRO:
♦ è nella multisaladimerda.
♦ l'ultima volta che ho visto un film - gratis - nella multisaladimerda ho avuto un incidente e ho distrutto la clio.
♦ è un film in costume.
♦ c'è Matthias Schoenaerts, d'accordo. Peccato che indossi una parrucca da Gianluca Grignani, che lo rende, di fatto, unfuckable. (questa era la parte "la volpe e l'uva", che io alla fine me lo sarei trombato comunque, nonostante la parrucca e la camicia di sangallo. Per dire.)


Comunque.
La regia è di Alan Rickman, che nel film si ritaglia anche un ruolo per sé, nella parte di Luigi XIV.
Siamo a Parigi nel 1682, quando il Re Sole decide di trasferirsi a Versailles, nonostante i lavori non fossero ancora ultimati. E, essendo amante delle arti e delle cose belle, affidò all'amico cortigiano André Le Nôtre la progettazione dei giardini della famosa reggia.
Le Nôtre (che è realmente esistito e, fra le altre cose, ha progettato i giardini del Castello di Racconigi nonché i Giardini Reali di Torino)  decide di subappaltare una parte della progettazione e realizzazione ad un altro giardiniere, e la sua scelta ricade su madame Sabine De Barra (Kate Winslet), donna indipendente e tenace.
Ecc.ecc.
Questa in breve la storia.
C'è anche Stanley Tucci nella frocissima parte di Filippo duca d'Orleans.
Peccato che fra l'inquadratura di una rosa di damasco, delle pere (non solo quelle della Winslet), sguardi languidi e morbide carezze, che mancava solo Jean Claude di sensualità a corte ed eravamo a posto, il film sia talmente stucchevole che anche Liala e Barbara Cartland l'avrebbero trovato nauseante.