21 settembre 2015

Viaggio in Thailandia

Sono in Thailandia.
O forse non ci sono ancora arrivata, non lo so, ho sempre avuto problemi con i fusi orari.
Soprattutto perché questo post l'ho scritto mercoledì pomeriggio in ufficio. 
In ogni caso, quando voi leggerete, se non sono ancora fisicamente in Thailandia, sto per arrivarci.
Là (qua?) in questo periodo ci sono +5 ore di differenza così mentre voi farete colazione io starò pranzando, o forse no, era solo per rendere l'idea. 
La stagione non è propriamente la migliore per visitare questo paese, in quanto settembre è periodo di piogge un po' ovunque, ma siccome qualcuno ha detto "non può piovere per sempre" noi abbiamo rischiato. In ogni caso le temperature non scendono dovrebbero scendere mai sotto i 20 gradi.

Starò via quasi tre settimane, e il nostro itinerario parte dalle isole del Golfo di Thailandia, con la visita di Koh Samui, Koh Tao e Koh Phangan, quindi con un volo interno saliamo a Chiang Mai, nel nord del paese e da lì, tra escursioni a Chiang Rai e nel triangolo d'oro (o di fango, a seconda del clima che troveremo) inizieremo a scendere verso Bangkok, fermandoci a Sukothai e Ayutthaya e senza farci mancare una passeggiata sul ponte sul fiume Kwai
Non credo che riuscirò ad aggiornare il blog, ma dovessi incontrare un PC sul mio percorso, come era successo l'anno scorso in Vietnam, probabilmente ne approfitterò per scrivere due cagate. 
Sicuramente, wi-fi permettendo, imperverserò su Instagram, come mio solito. 
Qua ci si rilegge dopo il 10 ottobre. 


18 settembre 2015

Per amor vostro

È sempre cos’e nient.
Tutte le situazioni così l’abbiamo risolte: è cosa ’e niente, è cosa ’e niente.
Non teniamo che mangiare: è cosa ’e niente.
Ci manca il necessario: cosa ’e niente.
‘O padrone muore e io perdo il posto: vabbuo’ cosa ’e niente, cosa ’e niente.
Ci negano il diritto della vita: è cosa ’e niente.
Ci tolgono l’aria: vabbuo’ che vvuo’ fa’, è cosa ’e niente. Sempre cosa ’e niente.
Quanto sei bella. Quanto eri bella. E guarda a me, guarda cosa sono diventato.
A furia ‘e ddicere “è cosa ‘e niente” siamo diventati cos’e nient io e te.
Chi ruba lavoro è come se rubasse danaro.
Ma se onestamente non si può vivere, dimmi, dimmi “vabbuò è cos’e nient.
Non piangere è cos’e niente.
Se io esco e uccido a qualcuno è cos’e nient.
E se io impazzisco e finisco al manicomio e ti chiedono 
perché vostro marito è impazzito tu devi dire: è impazzito per niente. 
È cos’e nient.
È niente. 
È sempre cosa ’e niente.

Per amor vostro ho visto questo film, con le mie compagne di sventura, fondamentalmente incuriosita dalla Coppa Volpi ancora tiepida appena vinta dalla Golino a Venezia e poi perché, a leggerne su carta, la storia sembrerebbe anche potenzialmente interessante. 
Non ho visto nessun altro film "veneziano", ma posso dire che Valeria Golino in questo film è senz'altro brava.
Punto.
Poi sicuramente ci sarà chi, vedendo questo film, urlerà al capolavoro.
Non io. 
Non la tiz. 
Non sua bionditudine.
Io volevo urlare e basta. Ho trovato questo film gradevole come un clistere di sabbia. 
Poco fa ho letto una recensione, e ho trovato la frase: "dramma familiare onirico, attraversato da una costante aurea di metafisicità mai troppo avulsa dal profano".
Ecco. 
Dell'onirico e della metafisicità io ne facevo davvero volentieri a meno.
Perché, se posso tollerare l'introduzione cantata in cui ci viene spiegata la vita di Anna (ca tene a capa sciacqua) e di tutta la sua famiglia, di tutti i suoi passaggi sull'autobus dove si indugia sui volti di ogni singolo passeggero, e il pavimento del mezzo viene invaso dall'acqua, di tutte le volte che lei si affaccia al balcone della cucina e il cielo si riempie di minacciose nuvole nere ecc. ecc. ecco, anche no, grazie. 
Perché per raccontarci la storia di questa donna, cresciuta in una famiglia dove tutto quello che succede o è successo in passato si riduce a 'na cosa 'e niente (come diceva già Eduardo De Filippo, nel monologo che ho inserito a inizio post), e lei - per amore dei suoi figli - ignora (o finge di ignorare) come suo marito si guadagna da vivere, fino al momento in cui trova un lavoro "onesto" e decide che non può più sopportare tutto il resto, c'erano sicuramente altri modi. 
Sicuramente molto meno pretenziosi.
Per amor vostro? 
'a cosa 'e niente.



17 settembre 2015

Dove eravamo rimasti

Eravamo rimasti che è settembre, andiamo, è tempo di migrare. 
E infatti io domenica "migrerò" in Thailandia. 
Ma questa è un'altra storia.


Dove eravamo rimasti è l'ignobile titolo italiano dell'ultimo ignobile (abbastanza) inutile film di Jonathan Demme, sceneggiato da Diablo Cody ed interpretato da Meryl Streep, che io ho visto la settimana scorsa esclusivamente perchè al Centrale è uscito in v.o.  e di cui adesso vi vado a parlare, probabilmente con qualche spoiler, anche se non vi dirò chi è l'assassino.
Sì, lo so, Meryl Streep è bravissima e bla bla bla, e io me ne rendo conto che è bravissima, eh? Ma a me non piace particolarmente, nonostante la sua innegabile bravura.
Il titolo originale è Ricki and the Flash, e non sto dicendo che sia un titolo bellissimo, per carità, ma almeno non ti porta ad immaginare chissà che. a differenza del "nostro".
Detto ciò, Meryl Streep in questo film oltre a sfoggiare un'acconciatura improponibile e un look da cantante rock tamarra, interpreta Linda Brummel, che ha abbandonato marito e figli nell'Indiana per tentare inutilmente la fortuna in California col nome d'arte di Ricki Randazzo, con cui, assieme al suo gruppo (The Flash) si esibisce - sembrerebbe - sempre nello stesso locale, e, fra un concerto e l'altro riceve la telefonata dell'ex marito che la informa che la loro figlia è stata abbandonata dal marito e quindi è molto depressa.
La nostra Ricki indossa la divisa da madre premurosa e, nonostante non abbia un dollaro, torna ad Indianapolis, dove, oltre a rimettere in qualche modo in sesto la povera ragazza  (nello specifico la vera figlia della Streep, Mamie Gummer, che se la cava più che dignitosamente), rivedrà i due figli maschi, uno dichiaratamente gay e l'altro prossimo alle nozze a cui lei facilmente non verrà invitata.
Fra una canzone e l'altra succedono cose abbastanza inutili, dalle canne con l'ex marito all'inevitabile confronto/scontro con la di lui nuova compagna, con contorno di vecchi dissapori, ripicche, incomprensioni, diversità di vedute ecc. poi la nostra Ricky/Lauren torna in California con un sacchettino di sensi di colpa all'acqua di rose, finché non riceve l'invito al matrimonio del figlio.
Ma, essendo lì lì per dichiarare fallimento, decide che non ci andrà.
E invece poi, grazie al suo attuale compagno nonché chitarrista dei the Flash nonché Rick Springfield (chi?) che impegna la sua fantastica chitarra, voleranno in California dove gli invitati alla cerimonia la guardano abbastanza molto schifati e se non avessero tutti un palo nel culo probabilmente la prenderebbero anche a calcioni, ma, siccome non possono finisce che lei, che, non so se ve l'ho già detto, non c'ha nemmeno i soldi per piangere, prende il microfono, fa un discorsone teoricamente commovente, sale sul palco e inizia a cantare. E piano piano (sfilarsi il palo dal culo richiede il suo tempo) si aprono le danze. E il film finisce. Porco diablo.



14 settembre 2015

Southpaw

Non sono certo un'esperta della filmografia di Antoine Fuqua, che, dirigendo Southpaw è arrivato al suo decimo film.
Io, vedendolo, sono arrivata a tre.
Solo che qua, a differenza degli altri due visti in precedenza, ovvero Training Day (2001) e The Equalizer (2014), non abbiamo Denzel Washington, ma Forest Whitaker.
Adesso che ci penso abbiamo anche Curtis 50Cent Jackson.
Poi - per fortuna - c'è anche Jake Gyllenhaal, che è praticamente l'unico motivo per cui ho deciso di vedere l'ennesimo film sulla vita di un pugile dall'infanzia difficile che si riscatta vincendo tutto, trova amore successo soldi e fama, poi perde tutto (dalle stelle alle stalle), cade, tocca il fondo, si rimette in piedi e (dalle stalle alle stelle) tutti vissero felici e contenti.
La trama, che vi piaccia o no, è tutta qui.
Davvero?
Davvero.
In alternativa potrebbe anche essere un eterno marchettone pubblicitario per l'Adidas.



Jake Gyllenhaal fa paura per quanto è bravo.
In certe scene invece fa paura e basta. Perché io, nonostante finisca per vederli praticamente tutti, i film sulla boxe li patisco. Le scene sul ring, intendo. Quando partono diretti e montanti (con i jab va un po' meglio) metto le mani davanti agli occhi, nemmeno fosse un horror, e non guardo, perché sento proprio il dolore fisico, non ci posso fare nulla. E Jake, che in questo film interpreta il campione (imbattuto) dei medio-massimi Billy Hope, non si risparmia. E l'espressione "metterci la faccia" qua viene presa davvero alla lettera.
E io non so se al posto di Maureen ce l'avrei fatta ad occupare quel posto in prima fila ad ogni combattimento.
Maureen, cresciuta in orfanotrofio come Billy, e che di Billy è diventata, oltre che moglie e madre della loro figlia, amica, consigliera, angelo custode ma soprattutto cervello della coppia, perché saranno anche tutti i pugni presi, io non lo escludo, ma Billy non sembra propriamente un campione di intelligenza,
E nonostante il suo viscido fifty-manager gli abbia proposto una serie di incontri che gli frutteranno la solita vagonata di soldi (a giudicare da quanto poco tempo ci mette Billy ad andare dal culo viene naturale pensare che la fetta più grossa dei guadagni vada proprio al suo agente) Maureen lo convince a rifiutare, e a stare lontano dagli incontri per un po' di tempo.
Ma poi sfiga vuole che ad una cena benefica scoppi una rissa e ci scappi il morto.
Anzi, la morta.
E Billy si ritrova improvvisamente a dover gestire la sua vita. e quella di sua figlia, da solo.
Cosa che non ha mai fatto.
Cosa che non sa fare.
E da questo punto in poi il film precipita assieme alla vita del protagonista, che si ritroverà tempo zero senza lavoro, senza soldi, senza casa, senza figlia.
E mentre Billy tenta di risalire la china, grazie all'aiuto dell'ex pugile Tick Wills noi tentiamo di uscire dalla palude dei cliché e dei dejavu in cui il film si va ad impantanare.
E se riusciamo in qualche modo ad uscirne vivi, è esclusivamente grazie alla bravura di Jake Gyllenhaal.


10 settembre 2015

Expo anch'io (no tu no!)

Con l'entusiasmo che mi contraddistingue ricordo che, inizialmente, il mio atteggiamento nei confronti dell'Expo era più o meno "che cazzo me ne frega" ed ero intenzionata a non andarci.
Poi, siccome cambiare idea nel tempo è uno dei miei sport preferiti, ho pensato che, tutto sommato, al grido di "e quando mi ricapita l'Expo in Italia?" un'occhiata forse valeva la pena dargliela. 
Quando ho avuto a disposizione anche un paio di biglietti aggratis il dubbio si è fatto certezza, e, con sua bionditudine abbiamo deciso che si poteva fare. 
Sabato.
8 agosto.
38 gradi Celsius.
Nemmeno tanti. 
Se vivi nella Death Valley. 
Abbiamo prenotato (e pagato € 12,50) il parcheggio on line, scegliendo di lasciare l'auto a Fiera Milano, che, arrivando da Torino, probabilmente è la scelta più logica.
Siamo partite presto (ore 8.45), tanto sulla A4 TO-MI al sabato non c'è mai molto traffico. Con noi c'era pure la nipote della bionda, che ormai chiama zia pure me. E infatti mentre camminavamo dal parcheggio all'ingresso dell'Expo (se parcheggiate nel settore 4 non avrete nemmeno bisogno di prendere la navetta) mi ha detto "che bello sarebbe avere una zia come te, tutta tatuata, un po' camionista...." che, nelle sue intenzioni, era un gran bel complimento. 
Non oso pensare avesse voluto offendermi.
Comunque.
All'ingresso c'è già un po' di gente, ma tempo cinque minuti e siamo dentro. 
Non abbiamo un piano preciso, a parte evitare i padiglioni dove devi fare code interminabili (il nostro concetto di interminabile equivale a > 15' ) per entrare.
Il tema dell'Expo 2015, ormai lo sanno anche i sassi, è "nutrire il pianeta, energia per la vita", e ovviamente al proposito i pareri di chi c'è stato sono discordanti. 
Chi è rimasto soddisfatto, chi deluso.
In genere la delusione viaggia in accoppiamento con la frase "eh, ma per quella cifra non ti danno niente da mangiare!". 
A parte il fatto che non è la sagra della porchetta di Ariccia, si concentrano tutti sul "nutrire". Ne avessi trovato uno che si lamenta perché, parlando di "energia" non ci sono postazioni in cui sottoporsi ad un quarto d'ora di  elettroshock, ad esempio. 
No, è tutto un "minchia, non c'è niente da mangiare!".
Non c'è niente da mangiare GRATIS, al limite. Ma non mangi gratis nemmeno al Salone del Gusto, se stai a vedere. E pensa, pure al Salone del Libro se vuoi dei libri ti tocca pagarli a prezzo intero.


Lo so, sono sempre la solita stronza acida e un po' polemica.
Ma non è colpa mia. 
Ovviamente ad un mese di distanza non è mia intenzione mettermi qua a fare un elenco dei padiglioni in stile celo-manca, chi mi segue su Instagram è già stato ampiamente ammorbato in tempo reale. però vi lascio le mie impressioni generali, che, naturalmente, lasciano il tempo che trovano.
Ho apprezzato molto la possibilità di rifornirsi alle fontanelle che distribuiscono acqua sia naturale sia frizzante, considerato che avremmo bevuto almeno tre litri d'acqua a testa, così come ho apprezzato i nebulizzatori d'acqua, dove passare a rinfrescarsi di tanto in tanto.
Il mio approccio, al di là del tema portante (e importante) era prettamente "estetico", nel senso che ero interessata principalmente alle architetture dei vari padiglioni, e da questo punto di vista non sono rimasta affatto delusa.
Mi è dispiaciuto - causa la coda eccessiva - non riuscire a visitare Nepal, Giappone, Brasile e il famigerato Kazakistan, sono rimasta abbastanza delusa dal Vietnam, che all'esterno è molto carino, mentre all'interno a parte qualche pezzo ornamentale non è che offra molto altro.


Una piacevole sorpresa è stato il padiglione dell'Azerbaijan, con le sue sfere di vetro che rappresentano le diverse biodiversità, oltre a strutture lignee geometriche e distese di fiori multicolori.

Ho apprezzato il Marocco, dove ho anche effettuato l'unico acquisto della giornata: un quaderno con la copertina di pelle stampata con un pattern (che - fra le altre cose - è lo stesso che ho tatuato sul braccio) ornamentale tipico, che finirà nel mucchio di quaderni acquistati in ogni parte del mondo... e dove siamo tornate per la cena, che è stato un bel momento di condivisione: mentre noi mangiavamo cibo marocchino nello spazio all'aperto del padiglione, stormi di zanzare autoctone si cibavano di noi senza alcun ritegno.





Il premio per il padiglione più triste fra tutti quelli visitati (perché vedere tutto in un giorno è impensabile oltre che impossibile) lo vince la Romania, mentre mi hanno colpito (parlo sempre a livello visivo) la Spagna, con le sue stanze a pareti e pavimenti di "piatti" colorati, l'Estonia, tutto in legno, con le altalene su cui ho fatto un giro, perchè è più forte di me, se incontro un'altalena ci devo salire e dondolarmi, e la  Polonia, con questa costruzione che sembra fatta di cassette per la frutta in cui si entra salendo una rampa di scale laterale e ci si ritrova in un giardino/labirinto con alberi e specchi, mentre all'interno vengono mostrate attraverso video e installazioni, le risorse del paese.
Prese dall'entusiasmo abbiamo risposto ad una serie di domande sul paese che apparivano su un enorme monitor, ottenendo anche uno fra i punteggi più alti. E son soddisfazioni, considerato che nessuna delle tre ha mai messo piede in Polonia.

Interessanti i cluster (cacao, caffè, riso, spezie ecc.) dove trovano spazio i vari paesi produttori. Non particolarmente affollati, si girano anche abbastanza in fretta, e, in quello del caffè si possono ammirare le foto di Sebastiao Salgado.
Il padiglione della Gran Bretagna, con questa installazione che ricorda un grande alveare, è sicuramente di impatto, mentre il bar sulla terrazza offre un sacco di cose interessanti a livello alcolico, ma noi ci siamo trattenute (non ricordo se perché dovevamo ancora pranzare e quindi eravamo a digiuno o se perché avevamo già pranzato e quindi era troppo presto per l'aperitivo).



La questione "aperitivo" l'abbiamo risolta successivamente, allo stand del Cile, sorseggiando un Pisco Sour con accompagnamento di nocciole. La coltivazione della nocciola in Cile è abbastanza recente, iniziata negli anni 90 grazie al contributo della Ferrero - che suppongo sia anche il cliente più importante - ha fatto sì che, in soli 20 anni, il paese sia diventato il primo esportatore di nocciole dell'America Latina. Il Pisco invece è un acquavite, bevanda nazionale sia del Cile sia del Perù (che infatti se ne contendono la paternità). Non essendo sottoposto ad invecchiamento non può considerarsi un brandy, e avendolo bevuto sotto forma do cocktail [(nella sua versione cilena, ovvero con aggiunta di succo di lime, ghiaccio e zucchero) (la versione peruviana prevede anche il bianco d'uovo)] non posso dirvi che gusto abbia.
A differenza del Pisco Sour cileno, che è davvero ottimo.


Concludo il mio inutile "reportage" sull'Expo parlandovi del padiglione che mi ha conquistato, ovvero quello della Corea (del Sud, of course).
Esternamente non è di quelli che ti lasciano a bocca aperta, pare ricordi la forma del moon jar, il tipico vaso di ceramica in cui vengono fatti fermentare i cibi.
Lo slogan della Corea è "sei ciò che mangi", e, attraverso i diversi spazi espositivi pone domande del tipo cosa mangiare, come, ma soprattutto fino a quando si potrà mangiare (in modo sostenibile)?

La "sinfonia dei cibi" performance visiva che rappresenta l'armonia e l'equilibrio tra i cibi è davvero affascinante, come lo è la sala della conservazione, dove un pavimento di onggi fa da schermo allo scorrere delle stagioni. Non essendo ancora state in Corea (mai dire mai) abbiamo deciso di pranzare al Ristorante Hansik, dove abbiamo potuto assaggiare diverse varietrà di kimchi e altri piatti.  Io ho preso il menu Bibimbap Soban, e mi sono innamorata del Porridge di funghi.


Verso le 19.00 (adesso l'orario è stato anticipato alle 18.00) si inizia a vedere gente infighettata, compresi alcuni esemplari di sesso femminile col tacco 12, sono quelli che - approfittando del biglietto ridotto a 5€ - vengono all'Expo per l'aperitivo.
Noi siamo in giro quasi da 10 ore, abbiamo l'ascella pezzata, i capelli sudati, il trucco sbavato e i piedi palmati, ma resistiamo. Dopo cena ci concediamo ancora qualche stand (anche perchè l'expo chiuderà anche a mezzanotte, ma i padiglioni alle 10 di sera son già tutti barati, cosa che, sinceramente non trovo corretta, ma si sa, io son rompicoglioni nel profondo) e, ridendo e scherzando si son fatte quasi le 11.00. Torniamo alla macchina trascinandoci a fatica, ma, considerato che la nipote di sua bionditudine ha la metà dei miei anni ed è stanca quanto me se non il doppio, un po' mi consolo.
Appena appoggiato il culo sui sedili di Clio V sembrava di essere entrati in una sala doppiaggio di un film porno. Era tutto un aaaaaah, ooooooh, uuuuuuuh, ma di dolore.
Una giornata così è sicuramente massacrante, ma non sono affatto pentita, anzi: confesso che non mi dispiacerebbe riuscire a farci un altro giro, prima della chiusura. In maniera molto più soft, però.
Quindi, il mio parere sull'Expo è senz'altro positivo.
E, visto che avete letto fin qua, ho deciso che vi meritate pure una MIA foto.
Sono il puntino indicato dalle frecce.

8 settembre 2015

Operazione U.N.C.L.E.



I film di Guy Ritchie sono sempre così cazzari che alla fine, nonostante tutto, riescono a divertirmi. E anche questo Operazione U.N.C.L.E. non si sottrae agli standard, e un paio di scene divertenti ce le regala, anche se, per un film che dura quasi due ore, raggiunge appena il livello sindacale minimo.
C'è da dire che con un paio di protagonisti leggermente più carismatici (ma soprattutto espressivi) di quanto non siano Henry Cavill e Armie Hammer il risultato sarebbe stato nettamente superiore, ma si sa, c'è grossa crisi, e quindi bisogna accontentarsi.
Leggevo che per il ruolo di protagonisti prima di raschiare il fondo del barile sono stati presi in considerazione svariati attori, tipo Joseph Gordon-Levitt, Ryan Gosling, Channing Tatum, Alexander Skarsgård, Ewan McGregor, Matt Damon, Christian Bale, Michael Fassbender, Bradley Cooper, Leonardo DiCaprio, Joel Kinnaman, Russell Crowe, Chris Pine, Ryan Reynolds, Jon Hamm, Tom Cruise, manca giusto James Franco e poi direi che ci son tutti.
La storia si svolge negli anni 60, in piena guerra fredda, e inizia a Berlino, quando la (CIA ci) spia americana Napoleon Solo (Henry Cavill) riesce a far uscire da Berlino Est Gaby Teller, figlia di un ex scienziato nazista che aveva iniziato a collaborare con gli Stati Uniti ma poi era misteriosamente sparito, fino al suo avvistamento a Roma. 
Che Gaby Teller (Alicia Vikander) non è una racchia con i brufoli e i capelli grassi ve lo devo dire o ci arrivate da soli? Perfetto. 
Ma, mentre sulle tracce di Solo e della non-racchia si  mette l'agente russo Illya Kuryakin (Armie Hammer), si viene a scoprire che Mr.Teller si trova alle dipendenze della famiglia Vinciguerra, simpatica dinastia di nazisti de borgata, che vuole costruire la sua bomba atomica personale. Per questo motivo CIA e KGB dovranno unire le loro forze, e l'allegro terzetto formato da Solo, Kuryakin e non-racchia Teller si trasferisce a Roma per impedire che i Vinciguerra riescano a realizzare il loro piano criminale. Ma soprattutto per impedire che Luca Calvani possa recitare ancora. Perchè al confronto anche Cavill e Hammer sembrano degli attori seri. 
Per riuscirci interverrà anche l'MI6 capitanato da Mr.Waverly (con la faccia strafottente di Hugh Grant) e, se tutto è bene quel che finisce bene, tenetevi pronti a vedere i due agenti imbalsamati segreti e la non-racchia Teller in missione a Istanbul.
Io probabilmente avrò da fare, a meno che, nel frattempo, la stoccafissitudine abbia abbandonato Hammer e Cavill lasciandoli liberi di esibirsi in almeno un paio di espressioni.  
Belli i costumi, soprattutto quelli sfoggiati da Gaby Teller, perché, diciamocelo, gli abitini anni 60 sono uno più delizioso dell'altro.. E la scena in cui lei arriva a Roma e si rifà il guardaroba in boutique, con lo scambio di opinioni modaiole tra Solo e Kuryakin, è in assoluto una delle migliori del film,

7 settembre 2015

Taxi Teheran

Metti mai che, lasciando invariato il titolo originale (ovvero semplicemente "Taxi") uno si confonda e entri in sala pensando di salire su Lima14 in 4 minuti  e farsi portare a fare in culo fin sotto casa, noi ci aggiungiamo Teheran, e il gioco è fatto. Non c'è rischio di confondersi. C'è il taxi, si, ma è lontano, dove minchia è Teheran poi? In Libano? In Iraq? Ah, in Iran? Ma sì, vabbè, fa lo stesso, tanto son tutti uguali, no? 
NO.
Come dicevo qualche giorno fa, io non ho nessun valido motivo per lamentarmi di qualcosa, e, appena si sono accese le luci in sala, dopo la visione di Taxi, quando sullo schermo compaiono le parole di Jafar Panahi che, prima di ringraziare tutti quelli che l'hanno sostenuto e senza i quali realizzare quest'opera sarebbe stato impossibile appare la frase "il Ministero della Cultura e dell'Orientamento Islamico approva i titoli di testa e di coda dei film. Con mio grande rammarico, questo film non ha titoli", l'unica frase che sono riuscita a dire è stata "come sono fortunata". 
Come ci dice il titolo, l'ultimo lavoro di Jafar Panahi è girato interamente in un taxi, che si muove per le strade di Teheran, alla cui guida c'è lo stesso Panahi, che, con una telecamera piazzata sul cruscotto, accoglie sull'auto passeggeri più o meno ignari di essere ripresi, ognuno a mostrarci uno spaccato della vita in quel paese, così vera da sembrare irreale: dal borseggiatore professionista moralista che vorrebbe la pena di morte per i ladri (genio) allo "spacciatore" di dvd piratati (oltre che proibiti) che - riconosciuto il regista - si considera in qualche modo un suo collega, alle due bisbetiche signore con pesce rosso al seguito, che Panahi trasferisce su un altro taxi perché deve recuperare la nipotina a scuola.
La ragazzina deve girare un film per la scuola, e per farlo deve attenersi a regole ben precise perché "me l'ha detto la maestra", ma è la prima a capire che in tutte quelle regole c'è qualcosa che non torna. 
Taxi, che ha vinto l'orso d'oro all'ultimo festival di Berlino (e dove, per l'ennesima volta Panahi non ha potuto esserci per ritirare l'ennesimo riconoscimento alla sua "scomoda" carriera) non è un film nel vero senso della parola, e, se fosse un film (normale), sicuramente non sarebbe neanche un "bel" film. 
Ma, sapendo qualcosa della storia di Jafar Panahi, Taxi diventa un film importantissimo, oltre che un messaggio di amore per il cinema, realizzato da uno che il cinema lo ama ma, proprio perché vive in Iran, non lo può fare, nonostante il cinema sia il suo lavoro. 


4 settembre 2015

The rewrite
(professore per amore)

Ok, è vero, Hugh Grant non sarà invecchiato benissimo, sicuramente Colin Firth e Sean Penn, suoi coetanei, si sono conservati meglio o addirittura sono migliorati negli anni, ma insomma, vogliamo parlare di Jean Claude Van Damme? Di David Duchovny? O di James Spader? Anche no, appunto.
Pure io sono invecchiata peggio della MIA coetanea Marisa Tomei, se stai a vedere, ma non mi sembra un motivo sufficiente per boicottare il film, ecco.
E poi insomma, la settimana scorsa ho visto "il fidanzato di mia sorella", non è che posso mettermi a fare tanto la difficile, quella con la puzza sotto il naso che snobba una commedia solo perchè Hugh Grant non ha più il fascino di un tempo...


The rewrite, che magicamente quanto inutilmente (ma soprattutto inspiegabilmente) tradotto diventa "professore per amore" è una romcom che sicuramente non aggiunge nulla al genere, ma ha la sua dignità. Scorre leggera, diverte abbastanza, e noi l'abbiamo vista sabato nel tardo pomeriggio, approfittando della sua programmazione in v.o. al Centrale, il che non guasta mai, anzi, diciamo pure che è meglio.
Il protagonista è Keith Michaels, famoso sceneggiatore holliwodiano vincitore di un Oscar. Ma i tempi della fama sono lontani e negli ultimi anni non riesce a piazzare una sceneggiatura manco pagando, così si rivolge alla sua agente implorandola di trovargli un lavoro di qualsiasi genere.
Detto.
Fatto.
Michaels dovrà insegnare sceneggiatura alla Binghamton University, nello stato di New York.
Ovviamente accetterà il trasferimento, nonostante la sua capacità di insegnamento sia alquanto discutibile, già dal criterio con cui seleziona i partecipanti al corso: invece di leggere i lavori di ogni studente, li selezionerà basandosi sulle foto pubblicate sulle loro pagine social: studentesse carine e studenti con l'aria da sfigati. Dopo essere andato a letto con una sua alunna ed essersi inimicato l'austera professoressa di letteratura durante il cocktail di benvenuto, la sua permanenza a Binghamton sembra sempre più a rischio, ma pian piano, grazie anche alla conoscenza di Holly Carpenter (Marisa Tomei, sempre in gran forma), madre single, studentessa fuori corso, con un lavoro in ogni esercizio pubblico della città, dal ristorante alla libreria del campus, gli farà rivalutare alcuni aspetti dell'insegnamento, ma, soprattutto, della sua vita.
I coprotagonisti, su tutti J.K. Simmons nella parte del preside, offrono un repertorio di varia umanità, dal professore di letteratura amante di Shakespeare tanto da aver chiamato il suo labrador Enrico (VIII), allo studente che continua a sceneggiare Star Wars, passando per la già citata professoressa di letteratura appassionata di Jane Austen per finire con la studentessa "dark" che guarda Dirty Dancing di nascosto. 
High Grant è, manco a dirlo, perfetto nella parte, così come la Tomei, e il film, come ho già detto, riesce ad essere scorrevole e divertente. E sì, probabilmente la vita reale è un'altra cosa, ma questo, appunto, è soltanto un film.

3 settembre 2015

di sindrome da rientro e altre cazzate

DISCLAIMER: in questo post potrei lamentarmi della gente che si lamenta. E, se appartenete a quella categoria di persone che non sopporta la gente che si lamenta di quelli che si lamentano, che dire? Che avete ragione, indubbiamente. 
Ma fa lo stesso.




"Sei tornaaaaaata?"
mi chiede la collega R, piazzandosi davanti alla mia scrivania.
La voce della collega R è più fastidiosa del gesso sulla lavagna, ricorda i versi dei gatti in calore. 
O semplicemente è la collega R ad essere fastidiosa tout court.
"A dire il vero non sono mai andata via", rispondo.
"Io sono tornata oggi e ne ho già i coglioni pieni, cazzo".
Sono la prima a riconoscere e ammettere che il mio linguaggio non è propriamente esente dall'uso (ed abuso) di espressioni più o meno volgari, ma so anche che sono in grado di articolare una frase ed esprimere un concetto senza dover per forza ricorrere all'uso del torpiloquio.
Io.
La collega R no. 
La collega R sta all'eloquio forbito come Salvini alla tolleranza e alla fratellanza dei popoli.
Ma, soprattutto, la collega R si lamenta.
Sempre. E' come se fosse vittima di un loop temporale (come Bill Murray in Groundhog Day) e la sindrome da rientro la assalisse ogni mattina al suono della sveglia.
Di qualsiasi cosa. In qualunque momento. Ma soprattutto ovunque. La collega R non è stanziale. Io me ne sto nel mio ufficio, tranquilla, non rompo il cazzo a nessuno, mi sposto quando qualcuno mi chiama e poi torno nel mio ufficio.
Lei è perennemente in tour da un ufficio all'altro, e quando inizia a parlare non c'è modo di farla smettere. O la abbatti, ma sarebbe disdicevole a livello deontologico, o abbandoni la stanza con una scusa qualsiasi. 
Non essendomi mossa dalla scrivania (e non avendola abbattuta) ha continuato:
"Ah giàààà che tu vai sempre via nei mesi straaaaani".
" . . . "
"E quando paaaaaarti?
"il 20 settembre"
"E dove vaaaaaaaai?"
"Thailandia"
"Che figaaaaaata cazzo! Ma vai in giiiiiro?"
"No, sto tre settimane in aeroporto".
"Non prendermi in giro!"
" . . . "
"Vabbè, cazzo, vado a prendere i Ticket, ciaaaaaaaao!"
"ciao"
R e i suoi cazzi finalmente se ne vanno.
Saranno passati tre minuti, ma sembrava che ognuno ne durasse cinque.
A proposito di sindrome da rientro, a fine agosto sono tornata in ospedale per la valutazione anestesiologica preoperatoria. E' stata una visita molto accurata, e ammetto che mi ha fatto un po' impressione farmi prendere le misure per l'intubazione . . .
Anche questa volta - come era successo a fine luglio, quando, facendo presente che a fine settembre sarei andata in ferie mi ero sentita rispondere "non si preoccupi, se la chiamiamo quando non c'è ci risponde che non può venire" - ho ricordato alla dottoressa che io sarei andata in ferie dal al bla bla bla, aspettandomi un'altra risposta geniale sul genere della prima.
E invece.
"Ci dica quando non c'è, così lo segniamo sulla cartella clinica"
Cazzo (R, esci da questo corpo immediatamente!), vedi che non era poi così difficile? Mica ci voleva tanto, no?
Quindi ho ripetuto per la dodicesima volta (no, non è un numero messo a caso) il mio periodo di ferie, specificando anche che dopo le ferie DOVRO' lavorare almeno due settimane. Non è vero, ma siccome non ho alcuna intenzione di rientrare dal viaggio e precipitarmi in ospedale, dopo le ferie VOGLIO lavorare per due settimane.
Per farvela breve (si, insomma) mi hanno congedato dicendomi che mi chiameranno dal 26 ottobre in poi.
Certo, l'eventualità che cada l'aereo - se proprio deve meglio al ritorno - è sempre valida.
Ma, siccome non voglio correre il rischio che quello stronzo di mio cuggino possa ereditare qualcosa - visto che mi deve dei soldi dal secolo scorso - ho fatto testamento.
E' in cucina, sul forno a microonde.


2 settembre 2015

Partisan

La settimana scorsa, mentre le mie amiche recuperavano "la bella gente", io andavo a vedere "Partisan", film australiano, diretto dall'esordiente Ariel Kleiman, interpretato da Vincent Cassel, ambientato in Georgia (quella incastrata fra Russia, Turchia e Azerbaigian, non quella americana con capitale Atlanta). 
La lezione di geografia è finita, andate in pace.
. . .
. . .
. . .
Siete ancora qua? Ma che carini, grazie!
Allora vi parlo anche del film, contenti?


Periferia desolata (molto desolata) di un luogo qualunque. Desolato .
Inizialmente credevo potesse essere una qualsiasi favela brasiliana, altro che Georgia.
Il che significa che potremmo essere ovunque, o da nessuna parte, oggi, come in un futuro prossimo o in un passato recente.
Siamo in questo non tempo non luogo e vediamo un uomo, di spalle, che raccatta oggetti e li porta in un posto, e poi lo vediamo, sempre di spalle, che assembla mobili e suppellettili.
La scena si sposta nel reparto maternità di un ospedale fatiscente, dove una donna, che porta sul viso i segni dei maltrattamenti subiti, ha appena dato alla luce un bimbo. E Gregori le si avvicina e le snocciola un repertorio di frasi da bacio perugina zen che non convincerebbero nemmeno quella rimbambita di mia zia Dina, ma tant'è.
Inquadratura su torta corredata da candeline.
Sono passati 11 anni, ed oggi è il compleanno di Alexander, che Gregori considera il suo figlio adottivo prediletto.
Già.
Perché l'uomo di spalle che raccattava oggetti anni prima, nel tempo ha costituito una piccola comunità in cui ha raccolto donne, giovani e meno giovani, con un passato - si suppone, dato che non se ne fa mai riferimento - di abusi e violenze, e i loro figli. tutti insieme appassionatamente.
Gregori è bravo, è giusto, è buono, e tutte le donne e tutti i ragazzini lo adorano e lo rispettano, in questa comunità dove funziona tutto secondo le sue regole, e dove - essendo l'unica figura maschile, sai che fatica - diventa il riferimento per tutti, incontrastato re del suo regno, dove le brutture del mondo esterno non arrivano. e i ragazzini crescono sereni, fra giochi e tabelloni su cui appiccicare stelline dorate come premio. per le attività svolte, che vanno dal giardinaggio, al karaoke, all'omicidio su commissione.
Alexander è il migliore, il più obbediente, il più curioso, il più intelligente, e proprio per questo, quando nella comunità viene accolta una giovane donna con il figlio Leo, succede qualcosa che lo porta a mettere in discussione tutto quello in cui aveva creduto, iniziando proprio dal "carismatico" leader Gregori.
Un film sicuramente non perfetto, forse ambizioso, ma allo stesso tempo interessante e affascinante.
E molto bravo l'esordiente Jeremy Chabriel nel ruolo di Alexander.