29 ottobre 2015

Suburra

Ciao, sono la poison e faccio coming out: non ho mai visto una puntata né di Romanzo Criminale, né di Gomorra. E no, non ho visto nemmeno ACAB. 
In compenso ho visto Suburra. 
E, se l'avesse visto anche Shakespeare, ci avrebbe pensato due volte prima di far pronunciare a Marcello la frase "C'è del marcio in Danimarca".
Perché il marcio della Danimarca, al confronto, sembra un bambino che vomita l'ovetto kinder durante la ricreazione all'asilo.

La storia vera (da Wikipedia) 
12 novembre 2011 - La Camera approva in via definitiva (con 380 sì, 26 no e 2 astenuti) la Legge di Stabilità 2012. Subito dopo è approvata in via definitiva (con 379 sì, 26 no e 2 astenuti) la Legge di Bilancio. Favorevoli la maggioranza e il Terzo Polo, contraria l'Italia dei Valori, mentre il Partito Democratico non partecipa al voto. Subito dopo l'approvazione, il Presidente del Consiglio sale al Quirinale e rassegna le dimissioni. L'evento richiama una grande e spontanea partecipazione di popolo, mai vista in casi analoghi, che sulla piazza del Quirinale attende l'arrivo del dimissionario Presidente del Consiglio, pacificamente ma dando segni di grande soddisfazione.

True story (da Wikipedia)



La storia finta (ovvero il film)
12 novembre 2011, il giorno dell'apocalisse, quando tutto - per il momento - sembra avere una fine. Perché Sollima, che si ispira all'omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, con Suburra dipinge una Roma tragica e tetra, nella settimana che - appunto - precede l'apocalisse. E se i riferimenti alla triste realtà di Mafia Capitale ci inducono a pensare che sia tutto vero, o se non altro verosimile, è sempre meglio non dimenticare che stiamo comunque vedendo un film, girato prima che il funerale di Vittorio Casamonica dell'agosto scorso ci facesse scoprire che, toh, guarda, non esiste solo la mafia, ci sono anche gli zingari di merda (cit.).
Mentre la pioggia scende ininterrottamente senza lavare via nulla, conosciamo uno a uno i personaggi di questa squallida vicenda, tutti, più o meno consapevolmente, collegati tra loro in una ragnatela dove le trame vengono tessute da una serie di personaggi "maligni", siano essi politici, prelati, criminali. Qua la classica definizione "il più sano c'ha la rogna" risulta a dir poco riduttiva. 
Mentre in una villa di proprietà del PR Sebastiano si tengono feste in stile "grande bellezza" e un vecchio complice del Samurai esce di galera dopo essersi fatto vent'anni per rapina a mano armata ed esce di scena nel momento stesso in cui prova a ricattare il suo "amico", nei palazzi del potere si sta cercando di far approvare una legge che contiene, al suo interno, un emendamento che consentirà di trasformare il litorale di Ostia in una Las Vegas de' noartri, grazie agli intrallazzi del corrottissimo onorevole Malgradi (interpretato da un bravissimo Pierfrancesco Favino, a memoria mai così sgradevole), che sfoggia una croce celtica al collo, bacia il figlio quando si ricorda di tornare a casa, dopo essersi scopato un paio di mignotte alla volta, e, fatto come un cavallo, piscia su Roma, intanto che scende la pioggia (ma che fa, crolla il mondo addosso a me - cit.).
E infatti il mondo di Malgradi inizia a crollare, come un domino in cui le tessere sono di fango, la sera in cui una delle due puttane muore per overdose.  L'unico corpo che intende far sparire è il suo, e infatti l'onorevole si volatilizza, lasciando l'altra ragazza ad occuparsi del cadavere. Chiamerà Spadino, il piccolo della famiglia zingara degli Anacleti, che non ci penserà due volte ad andare a ricattare l'onorevole, il quale non ci sta, e, chiederà ad un suo compagno di partito di aiutarlo ad intimorire il ragazzo. Qua entra in scena Numero 8, boss di Ostia, figlio d'arte, che non si limita ad intimorire Spadino ma lo uccide.
Il vecchio Samurai cerca di mettere pace andando a trovare Numero 8 e spiegandogli che non è tempo per le guerre, altrimenti il progetto di Ostia rischia di andare a puttane, e c'è troppa gente interessata. Nel frattempo a causa dei debiti il padre di Sebastiano si suicida, e Manfredi Anacleti, capo della famiglia nonchè fratello maggiore di Spadino, sequestra Sebastiano per fargli capire che i debiti di suo padre adesso li ha ereditati lui. Ovviamente senza dimenticarsi di vendicare la morte del fratello, e, quando scopre, proprio grazie a Sebastiano, chi è stato, nonostante l'ennesimo intervento di Samurai, si aprono le danze, e si inizia a perdere il conto dei morti, in un escalation di violenza che non risparmia niente.
E nessuno.



Suburra è un film potente e teso, con una fotografia bellissima e una colonna sonora strepitosa. che non dà un attimo di tregua allo spettatore, impegnato a seguire le varie storie parallele che poi, inevitabilmente, ad un certo punto, finiscono per incrociarsi.
Però.
Può un film volutamente eccessivo, dove c'è davvero di tutto di più. lasciarmi con la sensazione che gli manchi qualcosa? Sì. Non sono ancora riuscita a capire esattamente cosa, ma sono uscita dalla sala pensando che quello che avevo visto era sicuramente un gran film. Ma resta qualcosa che non mi torna.
Non mi torna la scena di Viola nel centro estetico, non mi torna che ad un certo punto Sabrina scompare e non se ne sa più nulla, ma, soprattutto, non mi torna che quello stronzo di Sebastiano se la cavi.


Quello che va detto è che è interpretato magistralmente.
Di Favino ho già detto,
Amendola nel ruolo di Samurai è più che convincente, per non parlare di Alessandro Borghi (Numero 8) che non conoscevo e che è stato una gran bella scoperta.
Bravissimo anche Adamo Dionisi nel ruolo di Manfredi Anacleti, il capo della famiglia degli zingari.
E poi c'è Elio Germano.
Lo so che è difficile, in un film in cui i cattivi sono così cattivi perché si, mentre i buoni... i buoni non ci sono e basta, fare una classifica di chi sia il peggiore, ma il personaggio di Sebastiano, mi si consenta, è una vera merda: codardo, vigliacco e, come se non bastasse, pure infame.
E il fatto arrivi vivo ai titoli di coda è una delle cose che, probabilmente, mi ha dato più fastidio.


28 ottobre 2015

Viaggio in Thailandia tra cascate e parchi nazionali

E' il 28 settembre, e oggi si va in "gita".
Siccome siamo pigre, ci siamo affidate ad un agenzia locale (noi abbiamo scelto la Travel Hub, ma, naturalmente, c'è soltanto l'imbarazzo della scelta) per effettuare un paio di escursioni nella zona. Niente che non si possa fare in autonomia risparmiando sicuramente qualche soldino, ma come ho già detto in precedenza, inizio ad averci una certa, e non è che se mi sbatto a cercare stazioni di autobus e coincidenze di treni aspettando seduta e sudata su un marciapiede divento più figa e avventurosa. O magari sì, ma sai che c'è? Chissenefrega.
Facciamo colazione sull'enorme tavolone comune dell'hotel, la scelta è varia e gli ospiti (quasi tutti cinesi) sembrano apprezzare molto. Io resto sul tradizionale, croissant, caffè e succo di frutta, che ali di pollo fritte e sticky rice non corrispondono esattamente al mio concetto di colazione. Più che altro perché le ali di pollo fritte non corrispondono proprio al mio ideale di cibo a qualsiasi ora, probabilmente. Questo finché avrò la fortuna di potermi permettere di scegliere, ma credo sia sottinteso.
Alle 8.35 arriva la nostra guida a recuperarci, e saliamo sul pullmino; i nostri compagni di viaggio sono una famiglia cinese silenziosa e tre ragazze di Taiwan molto simpatiche. La guida durante il viaggio ci spiega un sacco di cose in particolare sulla lingua thai, di come la stessa parola possa avere più significati (anche 5 differenti) a seconda della pronuncia, facendoci l'esempio di un termine (che ovviamente non ricordo) che può significare sia "carino" sia "brutto".  E quindi tu, neofita della lingua, mentre pensi di fare un complimento ad una ragazza, sbagli pronuncia e finisci per offenderla. Mi pare che la stessa cosa avvenga con il cinese, ma io è già tanto se riesco a farmi capire in inglese, quindi non mi sbilancio. 
Il giro di oggi è all'interno del Doi Inthanon National Park, e il Doi Inthanon con i suoi 2565 metri è la montagna più alta della Thailandia. 
Raggiungiamo la nostra prima tappa della giornata, ovvero le Sirithan waterfall, che si trovano a circa 80 km da Chiang Mai. Siamo in mezzo alla foresta, ma, per fortuna non mi punge nessun insetto. Le cascate non sono grandissime, e, sinceramente, nemmeno così entusiasmanti, per quanto lo spettacolo della natura sia sempre affascinante. Proseguiamo poi verso un villaggio fra le colline e le risaie, dove le donne tessono stoffe coloratissime al telaio.


Camminiamo un po' fra risaie e capanne (anche se ultimamente anche queste tribù hanno iniziato a costruirsi case in muratura) poi riprendiamo il viaggio e raggiungiamo le Wachirathan Waterfalls. Che sono un po' più "serie" delle precedenti, ma, senza scomodare Niagara, Iguazu o Vittoria, la nostrana cascata delle Marmore non ha nulla da invidiare... 

Wachirathan Falls (Thai: น้ำตกวชิรธาร lit. Diamond Creek Falls)
Però il cielo è azzurro, la temperatura decisamente gradevole e si sta benissimo. Camminiamo su e giù per le colline circostanti ed arriva l'ora di pranzo. Siamo pochi e mangiamo allo stesso tavolo, la famiglia cinese da una parte, sempre senza dire una parola, noi e le ragazze di Taiwan dall'altra, ridendo e condividendo le varie portate. Tutte  buone, abbondanti, e - soprattutto - piccanti in maniera quasi tollerabile. 
Ripartiamo in direzione delle moderne pagode del Re e della Regina (Phra Mahathat Naphamethanidon and Nophamethanidon) fatte costruire rispettivamente nel 1989 e nel 1992, in occasione del 60° compleanno dei sovrani. Essendo moderne hanno decisamente poco appeal, ma si trovano sulla sommità di due colline, una di fronte all'altra, circondate da stupendi giardini, e il colpo d'occhio è senz'altro notevole, nonostante il cielo si sia annuvolato. Facciamo un giro veloce, approfittando del fatto che ad entrambe le pagode si accede con una comodissima scala mobile... Evitiamo la visita dei giardini per berci un caffè, ricordando e rimpiangendo la bontà del caffè vietnamita.

the modern chedis of the King
Lasciamo anche questo luogo e raggiungiamo la sommità del Doi Inthanon. La temperatura è scesa notevolmente, ci sono 16 gradi. Questa mattina alle 6 ce n'erano addirittura 10! Incredibile. Si sta benissimo, siamo circondati dal verde, le cui sfumature sono altro che 50... 
Nel parco vivono tantissime specie animali, e se siete appassionati di birdwatching questo è senz'altro il posto che fa per voi.

Sulla strada del ritorno facciamo l'ultima sosta al Royal Project Research Station, costruito alla fine degli anni 70 per fare in modo che le popolazioni locali abbandonassero la coltivazione dell'oppio in favore di frutta e verdura. Le piantagioni di caffè hanno preso il posto dell'oppio, e ci sono serre in cui crescono piante e fiori di ogni tipo.

Rientriamo a Chiang Mai abbastanza presto, giusto il tempo per rilassarsi un po e prepararsi per la cena, prevista all'Old Chiang Mai Cultural Center con tanto di musica e danze tradizionali. Le danzatrici sono bellissime, magrissime e aggraziatissime, e, nonostante la musica non sia esattamente "celestiale" le osserviamo ammirate, mentre, leggermente impacciate, traffichiamo un po' dividendoci il cibo, sistemato su un piccolo tavolino rialzato (o un grande vassoio coi piedini, fate voi), comodamente sedute per terra. 

foto presa da www.lonelyplanet.com

27 ottobre 2015

Dheepan

Vincitore della palma d'oro all'ultimo festival di Cannes, è finalmente arrivato sugli schermi l'ultimo film di Jacques Audiard, a tre anni di distanza dal meraviglioso Un sapore di ruggine e ossa.
Anche questa volta si tratta di un film potente, fisico, doloroso. 
Ambientato in un microcosmo che, per alcune cose, può ricordare "un profeta". Là era il carcere, con le sue regole. Qua è la periferia degradata, dove le regole, a livello gerarchico, sono le stesse.
E, anche questa volta, a me è piaciuto. 
Molto.
Non vorrei dire troppo su questo film, per non togliervi il piacere della visione, senza però essere stringata come wikipedia, che, per carità, va bene il dono della sintesi, ma, insomma...

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Dheepan deve fuggire dalla guerra civile dello Sri Lanka.

Dicevamo.
Dheepan (no, i nomi degli attori non ve li scrivo, che già ci ho messo mesi per imparare a scrivere McConaughey senza ricorrere al copia-e-incolla figuratevi in questo caso...) è un Tamil in fuga da uno Sri Lanka martoriato dalla guerra civile (quindi il film si colloca, a livello temporale, in un passato recente, immediatamente prima della fine del conflitto, avvenuta nel 2009) che ha perso tutto, e che, in una specie di ufficio, entra in possesso di un falso passaporto, di una falsa moglie e di una falsa figlia. e con loro intraprenderà il viaggio della speranza verso la sua nuova vita, verso la "civilissima" Europa. 
E qua, appena dopo la caotica partenza, c'è una scena splendida e feroce, con tante piccole lucine colorate che lampeggiano nel buio e tu non capisci, finchè l'immagine non viene messa a fuoco e realizzi che quelle lucine non sono altro che le orecchie luminose dei cerchietti che Dheepan, e tanti disgraziati come lui, si ritrovano a vendere, per le strade di Parigi, assieme all'armamentario classico di cianfrusaglie dei venditori ambulanti di tutte le città, sempre pronti a fuggire all'arrivo della polizia, fino a quando all'uomo non viene assegnato un appartamento (fatiscente) e un regolare lavoro da custode in un casermone della banlieue abbandonata a se stessa, un luogo da far sembrare le famigerate vele di Scampia un quartiere residenziale.  
In un posto dove la legge non arriva, Dheepan, la giovane Yalini e la piccola Illayaal dovranno ben presto cercare di integrarsi ma, ancora più difficile, imparare a sopravvivere, sottostando a regole non scritte dettate dalla banda che controlla la zona, e dove l'unica legge che conta è quella del più forte. 
Obbedire ciecamente, non fare domande, non vedere, non sentire, non parlare. 
Ma ogni banda che si rispetti ha una banda rivale, che, presto o tardi, vorrà impossessarsi del territorio.  
E quando le schermaglie diventano guerra, quello è il momento in cui bisogna tornare ad essere feroci.
Come una tigre.
Una tigre Tamil.
Io, se proprio vogliamo star qua a fare le pulci, personalmente, avrei fatto partire i titoli di coda giusto quei tre minuti prima del finale.
Ma si sa, io sono brutta e cattiva.






26 ottobre 2015

Viaggio in Thailandia
Chiang Mai

Siamo a Chiang Mai, dove facciamo tappa per ben quattro giorni, finalmente possiamo anche togliere un po' di vestiti dalla valigia per farli "respirare". Arrivate all'ora di pranzo, dopo aver preso possesso della nostra camera siamo subito uscite per iniziare a visitare la città, partendo come dicevo nell'ultimo post, dalla visita del tempio più vicino al nostro hotel, il  Wat Phra Singh (per gli amici, ché il nome completo è Wat Phra Singh Woramahaviharn oppure  วัดพระสิงห์วรมหาวิหาร) che è uno dei pochi templi, fra quelli visitati, in cui abbiamo dovuto pagare un biglietto di ingresso (20baht, che pagano solo gli stranieri, i thailandesi no).

Dopo aver visitato il tempio in lungo e in largo abbiamo fatto un giro nel piccolo mercatino allestito nel cortile, e qua la nostra attenzione è stata attirata da un frutto che non avevamo mai visto in precedenza: il GAC.

Gac juice
Incuriosite ci siamo comprate una bottiglietta di succo per assaggiarlo, e devo dire che non è affatto male. Decisamente dissetante, e con un gusto dolce-acidulo e anche leggermente salato. Non diventerà di certo la mia bevanda preferita (anche perché non l'abbiamo più trovata da nessun altra parte) ma non è affatto male.
Uscite dal Wat Phra Singh, dopo essere state intervistate da una studentessa che stava facendo un'esercitazione di inglese in cui avremmo sicuramente fatto una figura barbina, ci siamo dirette al Wat Chedi Luang (Thai: วัดเจดีย์หลวง, lit. temple of the big stupa) probabilmente uno di quelli - fra i millemila visitati in questo viaggio - che mi è piaciuto di più, e dove contiamo di tornare di mattina per poter scattare alcune foto in favore di luce.

Wat Chedi Luang, Chiang Mai
Raggiungiamo quindi il Wat Chiang Man, o Wat Chiang Mun, a ridosso delle mura, che dovrebbe essere il più antico tempio della città, con un bellissimo "elephant chedi" (Chedi Chang Lom).
Siamo le uniche due visitatrici, e la cosa ci piace molto (vi ho mai detto che odio la folla?), possiamo girare indisturbate senza dover fare attenzione ad evitare le mandrie di selfisti che sto iniziando a detestare, loro e i loro cazzo di selfie-stick (che in molti siti - con mio sommo gaudio - sono vietati con apposito cartello, fra l'altro). Perché rovinare la bellezza che ti circonda mettendo la tua faccia da pirla in primo piano?


Chedi Chang Lom - the 'Elephant Chedi - Wat Chiang Man'

Abbandoniamo il tempio e torniamo verso l'hotel. Lungo la strada stanno già allestendo tutte le bancarelle per il Sunday night market, o Sunday walking street market, che ovviamente non vediamo l'ora di visitare.
Inizia a far buio, e noi, accaldate e anche un po' stanche, ci facciamo un bagno in piscina. Si sta divinamente. Dopo cena raggiungiamo il mercato, che si estende lungo tutta la Ratchadamnoen Road, dal Wat Phra Singh al Tha Pae Gate, oltre ad alcune viette laterali.
C'è di tutto, e, in gran varietà, e, cosa positiva e anche abbastanza rara, sono davvero pochi i banchi che vendono gli stessi articoli. Un tripudio di mille colori e mille sapori. Finalmente riesco anche a fare qualche acquisto. Perchè sono in Thailandia da una settimana e non ho ancora comprato nulla: iniziavo seriamente a preoccuparmi. Ma anni ed anni di esperienza mi hanno insegnato che, se non sei una venditrice di incenso sotto i portici di via Po o una lettrice di tarocchi in via Fiori Oscuri, il pantalone con gli elefantini stampati (a giudicare da quanti ne ho visti credo sia l'articolo più venduto in tutto il paese)  indossato a Torino e/o a Milano e/o un po' ovunque in occidente, diventa un po' ridicolo, almeno, a mio giudizio. Poi si sa, non sono fashion-blogger quindi potrei sempre sbagliarmi.
E, dopo tutto questo pippone, ho finito per comprarmi, tra le altre cose, un paio di pantaloni stampati pure io. Ma senza elefantini. Che insomma, dell'elefantino ho già le dimensioni, perché accanirsi?

Abbandoniamo il mercato comprandoci una bottiglietta di succo di maracuja, e andiamo a dormire. I prossimi due giorni sono dedicati ad un paio di escursioni nei dintorni di Chiang Mai, mentre l'ultimo giorno (30 settembre) torniamo al Wat Chedi Luang, che visitiamo con più calma.

Wat Chedi Luang. Apprendisti monaci in contemplazione


Ci spingiamo poi fuori dalle mura per visitare il Wat Lok Molee consigliatoci da una delle ragazze dell'albergo. Molto bello, in effetti.


Torniamo sui nostri passi, costeggiando le mura, Entriamo in un altro paio di templi e poi decido che è giunto il momento di farmi un piccolo sak yant sulla schiena, più precisamente un Hah Taew. La tecnica tradizionale del tatuaggio thai, che prevede l'utilizzo di una lunga bacchetta di bambù a cui è fissato un ago non è affatto dolorosa, e il risultato, alla fine, è questo:


Usciamo dallo studio di tatuaggi e andiamo a pranzo, poi decidiamo di abbandonare la città vecchia per visitare la moderna zona di Nimman, che raggiungiamo a bordo di un tuk-tuk.
La zona è piena di negozietti interessanti, alberghi di design e locali alla moda. Che, dopo tanta storia. un po' di modernità non guasta. Camminiamo senza meta lungo le strade del quartiere, entrando e uscendo dai negozi, fermandoci ogni tanto ad osservare la gente, fumandoci una sigaretta tranquille.
Sawasdee, Chiang Mai, è stato bello.



22 ottobre 2015

The lobster
(il mio parere cazzaro)

Probabile presenza di spoiler, ma non troppo.



Per una cialtrona come la sottoscritta parlare di un film "weird" come The Lobster non sarà affatto facile, quindi, se cercate opinioni alte e/o illuminate, questo non è il posto (né il post) che fa per voi. Come sempre, in fondo.
In ogni modo The Lobster potrà piacere o non piacere, ma è indiscutibilmente - per chi scrive - una delle visioni più bizzarre degli ultimi anni. Disturbante in un paio di scene, cinico e a suo modo cri(p)tico, anche ironico in modo ferocemente caustico. Sicuramente interessante. 
Comunque. 
Primo film "mainstream" del regista greco Yorgos Lanthimos, di cui la sottoscritta sta cercando (inutilmente) di recuperare da anni Kynodontas (aka Dogtooth). Nella speranza di riuscirci, martedì sera ho fatto la conoscenza del registra greco iniziando dalla fine. Questo film, come il già citato Kynodontas ed il successivo Alps oltre che diretto, è prodotto e sceneggiato (anzi, co-sceneggiato con Efthymis Filippou) da Lanthimos stesso.
La sala del Massimo1 (450posti) era piena.
Siccome sono una cialtrona, alla fine del film mi sono interrogata sul significato della scena iniziale, in cui la stronza (nel film - a parte Colin Farrell - sui nomi dei personaggi si è andati al risparmio) senza cuore scende dall'auto e ammazza un tenero asinello a colpi di pistola.
Ma non sono riuscita a rispondermi.
In compenso ho scoperto che la stronza senza cuore - che d'ora in avanti, per comodità, chiamerò semplicemente stronza - è Angeliki Papoulia, presente anche nei due precedenti film del regista.
Adesso la smetto di fare wikiTedia, promesso.
Colin Farrell per questo film abbandona temporaneamente i panni di Colintamarrofarrell per indossare quelli di Colinquartatofarrel e nella scena del colloquio iniziale assomiglia drammaticamente ad Elio.

Massimo rispetto per Yorgos che nella colonna sonora usa non uno ma due pezzi del mio amato Nick Cave, anche se il primo (di cui esiste anche una versione di Marc Almond & Gene Pitney) - Something's Gotten Hold of My Heart - lo fa maltrattare ai due gestori dell'hotel, mentre l'altro - Where the Wild Roses Grow - si sente durante l'ascolto in cuffia da parte dei solitari... 
Ordunque, veniamo al film.


Nel solito futuro distopico le persone sono obbligate a vivere in coppia. Quelli che restano da soli (vedovi e/o abbandonati) vengono segregati nell'hotel, dove hanno 45 giorni di tempo per trovare un nuovo compagno, al termine dei quali, in caso di fallimento, verranno trasformati in un animale che loro stessi hanno scelto al momento del loro arrivo.
Così, dopo essere stato lasciato dalla moglie, David decide che, non dovesse riuscire a trovare una nuova compagna, vuole essere trasformato in un'aragosta. 
La vita nell'Hotel scorre secondo regole ferree, divieti tassativi e attività più o meno ludiche, come la divertentissima caccia agli abitanti del bosco, allegrissime feste danzanti, copule simulate e via andare. Allo scadere dei suoi 45 giorni David decide di fingersi stronzo per accoppiarsi con la stronza. La cosa non funziona (ché stronzi si nasce, mica ci si improvvisa così, dall'oggi al domani) e quando la stronza gli ammazza il cane (quello che una volta era suo fratello), a parte che a me è quasi venuta voglia di alzarmi e andarmene, a David gli si inchianano finalmente i cazzi, si trasforma in John Wick, e decide di abbandonare quel posto di merda per rifugiarsi nel bosco, dove vivono i solitari.
Che tu dici, OK, se nell'hotel devi sottostare ad un sacco di regole e quelli che vivono nel bosco sono dei "ribelli", potranno ben fare quello che gli pare, no?
Sto cazzo.
Se possibile le regole sono ancora più rigide e assurde, compresa quella di non flirtare né tanto meno innamorarsi fra loro: "noi non balliamo assieme, è per questo che ascoltiamo musica elettronica" (risate in sala).
Cosa che, puntualmente, avviene, con gran disappunto della capa dei solitari, interpretata da una bellissima Lea Seydoux. 
Fra codici segreti, incursioni in città (a proposito, qualcuno mi spiegherebbe dove i solitari, che vivono nel bosco vestiti come straccioni e generalmente infangati come Rambo, conservano i vestiti immacolati e inamidati che indossano quando vanno in città?) e momenti di festa ( ! ! ! ) in cui si divertono come pazzi, si arriva ad un finale a cui - secondo la mia ignorantissima opinione - ognuno può dare la sua liberissima interpretazione. 
Ma sai che, forse forse, alla fine, venire trasformati in aragosta non sarebbe stato poi così terribile? 
Del resto lo diceva anche David Foster Wallace: considera l'aragosta.




21 ottobre 2015

Viaggio in Thailandia
da Koh Samui a Chiang Mai

E' domenica, il volo Koh Samui - Chiang Mai parte alle 10.00, raggiungiamo l'aeroporto in taxi e facciamo colazione (tanto in hotel non era compresa). 
Si sa che la colazione in aeroporto costa mediamente il triplo che nei posti "normali", e anche Koh Samui non si sottrae alla regola: 400baht, circa 10€, cifra con cui, mediamente, abbiamo pranzato o cenato un po' ovunque.
Ovvio che la cosa non ci manderà in rovina, era solo un dettaglio a titolo puramente informativo.


L'aeroporto di Koh Samui, come vi dicevo l'altra volta, è praticamente all'aperto, e meriterebbe una visita per quanto è carino ed accogliente, cosa di cui all'arrivo - causa stanchezza - non mi ero accorta. 
Per il trasferimento dai vari gate all'aereo vengono utilizzati dei trenini simili a quelli che girano nelle località turistiche. 


Sul volo - breve - che ci porterà a Chiang Mai, nel nord del paese, ci servono anche uno snack.
Adesso, chi mi conosce sa che, ad eccezione della frutta candita, potete darmi qualsiasi dolce e farete di me una donna non dico felice, ma quasi. Quindi immaginate la mia gioia nel vedere questa meraviglia qua sotto:


Ma, siccome l'apparenza inganna, questo delizioso dolcetto era in realtà un mattoncino di pasta di arachidi e cemento a presa rapida, con il peso specifico del piombo pressofuso, e - tiro ad indovinare - anche lo stesso sapore. Una roba ignobile. Ve la faccio breve, non sono riuscita a mangiarlo. A memoria, credo si tratti di un evento senza precedenti.
Arriviamo a Chiang Mai e con un taxi a prezzo fisso (160baht) raggiungiamo l'hotel che abbiamo scelto per il nostro soggiorno, il BED (Phrasingh), che si trova abbastanza vicino ad uno dei templi più grandi di Chiang Mai, il Wat Phra Singh, appunto. In città ce ne sono tantissimi (ho letto 300), più o meno grandi, più o meno belli, più o meno famosi. Noi ne abbiamo visitati credo 5, quelli più "centrali" e comodamente raggiungibili a piedi.
L'hotel è minimal e davvero molto molto carino, situato in una vietta poco trafficata. Le camere sono spaziose, con un piccolo balconcino in cui la sottoscritta può fumare tranquillamente, ma, una delle cose più interessanti dell'hotel è la presenza, ad ogni piano, di enormi frigoriferi in cui rifornirsi di bottigliette d'acqua h24. All'ingresso, dopo la hall che funge da reception e da sala per la colazione, c'è spazio per una piccola piscina in cui trovare sollievo alla fine della giornata, quando avrete camminato in lungo e in largo per la città e rientrerete in hotel abbastanza brasati.

Chiang Mai è la città più grande del nord della Thailandia, seconda per importanza dopo Bangkok, ed è stata per lungo tempo capitale del regno Lanna. Venne fondata dal re Mengrai alla fine del 1200, il quale fece costruire attorno alla città un canale e alte mura per proteggerla dalle incursioni birmane. Il centro storico della Chiang Mai "moderna" è racchiuso all'interno delle mura, di cui sono visibili ancora oggi alcuni resti.


20 ottobre 2015

La vita è facile a occhi chiusi

Ti sarà parso a te. 
Secondo me a occhi chiusi prima o poi batti una di quelle facciate che te ne ricordi per un pezzo, poi, per carità, ognuno . . . 


Commedia spagnola che, dopo aver fatto incetta di premi in patria, arriva da noi con i soliti due anni di ritardo (a Torino era passato all'ultimo Sottodiciotto), prende spunto da una storia vera, negli anni in cui la Spagna era ancora governata dal "generalissimo" Francisco Franco, in cui il professore di inglese  Juan Carrión intraprende un viaggio attraverso il paese per incontrare John Lennon.
Il titolo infatti "Living is easy with eyes closed" (misunderstanding all you see it's getting hard to be someone, but it all works out, it doesn't matter much to me) è preso dal testo di Strawberry Fields Forever, che Lennon iniziò a scrivere proprio durante la sua permanenza in Spagna.
Purtroppo ho visto il film doppiato, e nei vari passaggi in cui Antonio (la versione cinematografica di Carrión) dice al gestore della locanda "certo che voi parlate proprio strano" noi non possiamo far altro che credergli sulla fiducia, perché, di fatto, il doppiaggio appiattisce ogni differenza idiomatica dei protagonisti. 
Antonio, professore di inglese fan dei Beatles, insegna la sua materia usando le canzoni del gruppo inglese, e quando scopre che John Lennon è in Almeria per girare un film (Come ho vinto la guerra, di Richard Lester) decide che vuole incontrarlo ad ogni costo, e si mette in viaggio, a bordo della sua utilitaria. Lungo il tragitto incontra Belen, ragazza di Malaga "esiliata" dalla famiglia in un istituto di Madrid in quanto incinta e successivamente Juanjo, sedicenne scappato di casa per disobbedire al padre, poliziotto severo e autoritario, che gli ordina ti tagliarsi i capelli, troppo lunghi. 
L'improbabile terzetto arriva nei pressi del set cinematografico, e si stabilisce in una locanda vicino al bar gestito dal catalano, autoesiliatosi in quel luogo sperduto con un figlio handicappato, dopo essere stato abbandonato dalla moglie italiana. L'uomo offrirà un lavoro a Juanjo, i cui capelli sembrano essere un problema non solo per suo padre. Mentre seguiamo i tentativi di Antonio di accedere al set osserviamo anche le vicende degli altri protagonisti, un ritratto generazionale sempre pervaso di una leggera malinconia.

 

19 ottobre 2015

Viaggio in Thailandia
una settimana tra le isole del golfo

KOH SAMUI - KOH TAO - KOH PHANGAN - KOH SAMUI
Se c'è la possibilità, generalmente qualche giorno dedicato all'ozio in spiaggia ce lo concediamo sempre, durante il viaggio. Di solito alla fine, per rilassarci.
Questa volta, invece, abbiamo deciso di iniziare in maniera soft, e di concederci il relax all'inizio del viaggio. 
Non che poi il resto del tempo l'abbiamo trascorso scavando cunicoli nella roccia col cucchiaio o uccidendo serpenti a morsi, sia chiaro. Che insomma, iniziamo ad averci una certa e quindi ce la prendiamo comoda.

Mae Nam Beach, Koh Samui, 22 settembre, alba
KOH SAMUI e il risveglio del primo giorno.
Dopo essermi svegliata, nell'ordine, alle 23.30, alle 2.00, alle 3.40, alle 4.30, alle 5.15 ho deciso che avevo dormito a sufficienza, e sono uscita in veranda. Temperatura fantastica, nemmeno troppo umido, zanzare malefiche. Le zanzare in Thailandia - a differenza del Vietnam - ci sono. E pungono.
Fottendosene abbastanza allegramente del fatto che tu ti sia cosparsa di repellente o meno. C'è da dire, a loro parziale discolpa, che l'effetto urticante dura relativamente poco e che i ponfi se ne vanno in tempi ragionevolmente brevi. Si accaniscono principalmente all'alba e al tramonto, e durante il giorno si dedicano ad altre attività, lasciandoti tranquilla.
Il vantaggio di alzarsi all'alba è quello di poter vedere il sole che sorge e si riflette nel mare, cosa che, se ti svegli all'alba a Torino, per esempio, non succede.
Facciamo colazione ed inauguriamo la stagione del watermelon juice, per il quale ho sviluppato dipendenza dai tempi del mio viaggio in Malesia, nel 2006.
Il titolare dell'albergo, per farsi perdonare del mancato prelevamento all'aeroporto dispone che "il suo staff" ci accompagni al Pier da cui partono i traghetti per le isole.
Sempre meglio che niente.
Arriviamo con due ore di anticipo rispetto alla partenza del prossimo traghetto, ma non ne facciamo una tragedia: abbiamo da leggere, ma, soprattutto, c'è spazio per aspettare comodamente sedute all'ombra.
Facciamo il biglietto, la bigliettaia è un transessuale fighissimo e molto più femminile di noi due messe assieme.

Koh Samui, Mae Nam Pier
Abbandoniamo Koh Samui, e dopo un paio d'ore sbarchiamo a KOH TAO. isola piccola (21 km², praticamente come Lampedusa) e relativamente tranquilla, soprattutto se paragonata alle "sorelle maggiori" Koh Samui e Koh Phangan. Se avessimo più tempo ci dedicheremmo sicuramente alla scoperta delle diverse e incantevoli spiagge, ma fermandoci solo un paio di giorni ci stabiliamo a Sairee Beach, che sicuramente in altri periodi dell'anno sarebbe troppo affollata per i nostri gusti, ma è bassa stagione, e la spiaggia è semi-deserta. Infatti scrocchiamo senza pudore i lettini messi a disposizione da un resort che si affaccia sulla spiaggia senza che nessuno venga a chiederci se siamo o meno ospiti della struttura. La nostra più grande preoccupazione in questi due giorni è stata scegliere il ristorante in cui andare a cena, cercando di evitare possibilmente i ristoranti italiani, che pullulano un po' ovunque. La prima sera siamo finite da SU CHILI. Che, nonostante il nome tipicamente sardo, è thailandese, e la seconda sera abbiamo ceduto al rassicurante richiamo del giapponese.

Koh Tao, Sairee Beach,


Il giovedì ci trasferiamo a KOH PHANGAN, il mare è mosso è i membri dell'equipaggio passano il tempo della breve traversata a distribuire sacchetti per il vomito ai passeggeri, il cui colorito attraversa tutte le sfumature del verde. Koh Phangan è famosa per il suo Full Moon Party, ma questo mese la luna piena ci sarà quando noi avremmo già abbandonato l'isola. Anche perché in quei giorni trovare da dormire sull'isola diventa abbastanza complicato, ma soprattutto perché non abbiamo più la voglia (e l'età) per fare nottata ascoltando brutta musica.
In ogni caso noi non alloggiamo a Haad Rin, ma nella più tranquilla Ao Nai Wok Beach, vicina a Thongsala, e, sempre per il fatto che ci fermiamo solo un paio di giorni, non ci dedichiamo alla visita di altre spiagge (metti mai che incontriamo qualche altra persona...!)

Koh Phangan

Per arrivare al centro abitato di Thongsala dal nostro resort ci vogliono 10 minuti a piedi. La prima sera iniziamo a guardarci un po' in giro, e notiamo che tutti i ristoranti sono drammaticamente deserti. Poi arriviamo al Pantip Market e capiamo il motivo. Un piazzale pieno di bancarelle e baracchini che vendono ogni tipo di cibo. Decidiamo che quello è il posto in cui mangiare, in compagnia dei nemici dell'igiene, e facciamo un giro.
Scegliamo un banco che vende il pesce - a prezzi ridicoli - e che te lo cucina al momento.
All'estremità del piazzale c'è un'area attrezzata con tavoli e sedie, prendiamo posto, aspettiamo che il nostro pesce sia pronto, in un altro chioschetto compriamo la birra, e ceniamo. La prima sera con gamberoni e seppie alla griglia, la seconda sera con un pesce non meglio identificato, ma freschissimo e buonissimo, nonché economicissimo.
Se avete paura dei cani, Koh Phangan (ma anche Ayutthaya) non fa esattamente al caso vostro, perché l'isola ne è piena. Sono tutti di taglia media, ma tranquilli e pacifici. Anche se so benissimo che questo è un dettaglio inutile, ché quando si ha paura potrebbe esserci il padreterno a dirvi che il cane è bravo, ma voi continuerete ad avere paura ugualmente. 
Noi ad esempio, in spiaggia siamo state adottate da lui, che poi è venuto a dormire sulla veranda del nostro bungalow:

Bau. Paura, eh? 



Koh Phangan

Il sabato siamo tornate a Koh Samui, questa volta alloggiando a Chaweng Beach e, considerati gli assurdi prezzi dei taxi sull'isola, usufruendo del servizio di transfer della Lomprayah, che per 150 baht ti porta dal porto al tuo hotel ovunque sull'isola. Stanza enorme, con bagno immenso, salottino, due enormi letti matrimoniali, balcone. L'hotel non è sulla spiaggia, ma è convenzionato con il Sinergy e noi, prontamente, ne abbiamo approfittato. 
Peccato che, dopo un'ora, abbia iniziato a piovere e abbiamo dovuto abbandonare il nostro lettino. Il tempo di trovare rifugio sotto una tettoia e si è scatenato il diluvio. Siamo rimaste mezz'ora a guardare la pioggia scendere, poi ci siamo trasferite in un bar a berci una birra per riprenderci dalla delusione di aver dovuto abbandonare la spiaggia in fretta e furia. 
Sia a pranzo sia a cena abbiamo mangiato da Ninja Crepes  locale superspartano ma che vi consiglio spassionatamente.
Ridendo e scherzando (ma soprattutto oziando) è già passata una settimana. In cui non abbiamo fatto una mazza fionda, ma in fondo si tratta pur sempre di vacanze, mica di lavori forzati, no?