29 novembre 2015

Cronache dal letto 14

Buongiorno. 
Scrivo dalla mia suite del maxillo-facciale delle Molinette che mi ospita da giovedì scorso (mi ospita nel senso che io sono una paziente di ORL, ma mi hanno dato il letto in questo reparto). 
Sono tutti molto gentili e c'è pure un infermiere molto carino, molto simpatico, molto barbuto e molto tatuato (temo anche molto gay, ma del resto non si può aver tutto). 
L'operazione è andata bene, anche se quando sono tornata in stanza, alle 17.30 di giovedì, la bionda mi ha detto "non hai la faccia storta, ma ti hanno messo quella di Giovanardi..." 
Dopo essermi accertata che mentisse mi sono tranquillizzata. 
Ricordo che mi hanno dato l'ossigeno, e poi il buio totale, fino al momento in cui c'era gente che ripeteva il mio nome dicendomi che l'operazione era finita ed era andato tutto bene, e mi hanno riportato in stanza. 
Non ho detto nulla di compromettente e la flebo di antidolorifico ha fatto il suo dovere, perché non avevo nemmeno troppo male. La Tiz ha dato poi il cambio alla bionda, fermandosi per la notte. Insomma, il comitato badanti ha funzionato alla perfezione e le mie amiche - non solo la Tiz e la bionda, ma anche Anna e Alda (grazie grazie grazie) - non mi hanno lasciata sola. 
Anche adesso non ho male, giusto un po' di fastidio, e la zona operata è un po' insensibile. Dicono che ci vorranno sei mesi perché torni "normale". Però riesco a bere e mangiare senza sbrodolarmi, e questa è già una gran cosa. Non ho ancora visto la ferita, ma mi hanno detto che mi hanno dato dei punti interni. Vedremo. Mi sembra di avere l'orecchio di qualcun altro, in ogni caso ci sono i capelli - che non dovrebbero avermi tagliato - che lo coprono. 
Dicono anche che domani mi dimetteranno.

24 novembre 2015

Dispacci dal 33° Torino Film Festival

Dica 33...
La 33ª edizione del Torino Film Festival quest'anno mi vede partecipe in maniera ridotta. So che il TFF se ne farà una ragione. Io, in un modo o nell'altro, me la sono già fatta.  
Non ho potuto prendere la solita settimana di ferie, e potrò godermi il festival solo fino a mercoledì, perché giovedì entrerò in ospedale, e quindi vedrò solo una decina di film, la maggior parte dei quali  (7) li ho "spalmati" fra sabato e domenica.
E adesso ve ne parlo, più o meno brevemente.

SHINJUKU SUWAN (Shinjuku Swan)
di Sion Sono
Il regista giapponese quest'anno è stato particolarmente prolifico, girando ben 5 film. 
Uno di questi (The Whispering Star) è stato presentato alla festa del cinema di Roma, mentre tre sono in programma durante il TFF, ovvero "Tag" (Real Oni Gokko), "Love & Peace" e "Shinjuku Swan". Siccome questo festival per me va in onda in forma ridotta per venire incontro alle mie capacità mentali (cit.), ne vedrò soltanto due, iniziando appunto da quest'ultimo, tratto dall'omonima serie manga già adattata a serie tv qualche anno fa.
Tatsuhiko Shiratori si aggira senza soldi e senza lavoro per Kabukichō (la zona a luci rosse del quartiere di Shinjuku) e viene preso di mira da una banda di teppisti. Parte la rissa e il ragazzo, solo contro mezza dozzina di avversari sta per avere la peggio, quando interviene l'affascinante Mr.Mako. Che, oltre a difenderlo decide di offrirgli un lavoro, e gli propone di diventare "procacciatore" per la sua agenzia.
Quello che dovrà procacciare sono belle ragazze da assegnare a bar, sale massaggio e locali del quartiere, ricavando una percentuale dai loro guadagni. Ma, a contendersi il territorio "di caccia" ci sono due agenzie rivali, ognuna delle quali mira al controllo totale del territorio, e, fra lotte a 360°, dalle risse di strada tra la "bassa manovalanza" ai vertici dell'organizzazione, Tatsuhiko si ritroverà a fare i conti anche con i fantasmi del suo passato. 
Non mi è dispiaciuto, anche se mi è sembrato - oltre che inutilmente tirato per le lunghe (139') - un po' sotto tono rispetto agli standard "sionsioneschi".

SUFFRAGETTE 
di Sarah Gavron
La cosa che più fa indignare, in Suffragette, film diretto da Sarah Gavron, sono i titoli di coda durante i quali scorrono le date  in cui i vari stati del mondo hanno concesso il voto alle donne. L'italia, come si sa, non figura benissimo in questa classifica, preceduta dalla Turchia (!) ma comunque un bel po' di anni prima della neutrale e civilissima (?) Svizzera, che ha concesso il voto alle donne nel 1971...
E probabilmente, senza l'impegno di Emmeline Pankhurst le cose sarebbero andate ancora peggio.
Anyway, siamo ovviamente a Londra, agli inizi del 1900, e Maud Watts lavora da quando era bambina in una lavanderia, alle dipendenze del viscido Mr.Taylor.
Un giorno, durante una consegna, si ritrova casualmente nel mezzo di una rivolta di alcune suffragette, che, al grido di "voto alle donne" spaccano a sassate le vetrine di alcuni negozi. Riconosce fra queste la sua collega Violet, che qualche giorno dopo dovrà presentarsi in parlamento per spiegare i motivi per cui alle donne deve essere riconosciuto il diritto al voto. Decide di andare ad ascoltarla, ma il giorno della testimonianza Violet si presenta coperta di lividi e così sarà la stessa Maud a rispondere alle domande del membro del parlamento Lloyd George.
Conoscerà altre attiviste, tra cui Edith Ellyn e, lentamente, dopo un incontro con la Pankhurst, leader del movimento, e costretta a vivere in una specie di latitanza, prenderà coscienza del fatto che il motivo per cui queste donne stanno combattendo non solo è giusto, ma doveroso e necessario. Ad un primo arresto ne seguiranno altri, e si ritroverà a dover fare i conti con un universo maschile in cui tutti - a cominciare da suo marito - la ostacoleranno, ma ormai Maud ha deciso da che parte stare, nonostante l'alto prezzo che dovrà pagare.
Opera di finzione - anche se alcuni personaggi del film sono reali (oltre alla Pankhurst, Lloyd George e Emily Davison) - Suffragette è un film che racconta un pezzo di storia importante, ma lo fa in maniera forse fin troppo pulita (che a scrivere "politicamente corretta" non ce la posso fare). Ottima la ricostruzione, i costumi, e tutto quanto, ma siamo ad un passo dall'agiografia.
In uscita a febbraio e marzo, da vedere - che ve lo dico a fare - in lingua originale, per apprezzare l'inglese sporco della classe operaia, e dove Meryl Streep, con il suo accento perfetto, sembra stonare anche un po'.

TANGERINE
di Sean S. Baker


E' la vigilia di natale e Sin-Dee Rella è appena uscita di prigione. 
Al tavolo del Donut Time parla di Chester con la sua amica Alexandra, finché quest'ultima si lascia sfuggire, pensando che Sin-Dee ne fosse al corrente, che il suo fidanzato, mentre lei era in prigione, l'ha tradita con una donna vera.
Ma Sin-Dee ovviamente non lo sapeva, e, con le poche informazioni  in suo possesso, ovvero che la donna è una delle troie di Chester, e che il suo nome inizia con la D, si mette a cercarla su e giù per tutta West Hollywood.
E, mentre seguiamo Sin-Dee alla ricerca della ragazza, seguiamo anche Alexandra che distribuisce volantini per pubblicizzare lo spettacolo che terrà in un locale la sera stessa, e facciamo conoscenza con Ramzik, tassista armeno con la passione per i trans. fino al gran finale, in cui tutti si ritroveranno nuovamente al Donut Time e scoppia il finimondo. 
Girato con un iPhone, Tangerine è un film frenetico e frizzante, in cui si pensa, ci si commuove e si ride.

18 novembre 2015

Jonah Lomu



Ringa pakia
Uma tiraha
Turi whatia
Hope whai ake
Waewae takahia kia kino
Ka mate! Ka mate! Ka Ora! Ka Ora!
Ka mate! Ka mate! Ka Ora! Ka Ora!
Tenei te tangata puhuru huru
Nana nei i tiki mai
Whakawhiti te ra
A upa…ne! A upa…ne!
A upane kaupane whiti te ra!
Hi!!!

17 novembre 2015

Viaggio in Thailandia
da Sukhothai ad Ayutthaya

Sabato, 3 ottobre. 
Abbiamo due terzi di viaggio alle spalle, e soltanto una settimana ci separa dal ritorno in Italia. L'anno scorso durante il viaggio in Vietnam avevo avuto la netta sensazione - mai provata in precedenza - che i giorni passassero in maniera fin troppo veloce in una sorta di fast forward: eravamo appena arrivate ed era già ora di tornare a casa, quest'anno per fortuna non è successo e i giorni hanno avuto il buon gusto di susseguirsi a velocità "normale". 
Facciamo colazione, paghiamo il conto della lavanderia e aspettiamo il tuk tuk che ci porterà al bus terminal, ringraziamo e salutiamo la signora dell'hotel, che ci accompagna al tuk tuk e rimane sulla strada a salutarci sorridente.
Aspettiamo il nostro autobus mentre inizia a piovere. 
Questa volta abbiamo i posti assegnati, il bus è abbastanza pieno e con l'aria condizionata a palla, che ovviamente non si riesce a regolare. Ci imbacucchiamo nelle sciarpe cercando più o meno inuitilmente di dirigere il getto dell'aria il più lontano possibile da noi.


Dopo quattro ore, quando iniziavamo a perdere le speranze, finalmente facciamo una sosta. 
La mia vescica ringrazia. 
Compriamo anche qualche schifezza da mangiare, tipo dei bellissimi biscottini dalla consistenza - scopriremo poi - un po' gessosa, che ci seguiranno fino a Bangkok e che, dopo averli assaggiati, chiameremo con affetto "gessetti". Torniamo sul bus e la bigliettaia passa a distribuire un pacco di biscotti a testa. Ad averlo saputo (per saperlo sarebbe stato sufficiente leggere il biglietto, ad esempio) avremmo evitato di comprare i gessetti, forse. Poco male, ci serviranno per fare colazione a Bangkok.
Passano un paio d'ore (per un totale di sei) e il bus si ferma. La bigliettaia ci dice che siamo arrivate ad Ayutthaya, e che dobbiamo scendere. Nella mia enorme ignoranza, mi ero fatta l'idea che Ayutthaya fosse un paesino piccolo e carino, tutto concentrato attorno al parco storico.
Sbagliavo.
Pensavo anche che il bus si sarebbe fermato al terminal degli autobus, nel paese.
Ma sbagliavo ancora.
Siamo su una strada a scorrimento veloce, in piena periferia, e, vista da qui, Ayutthaya ha lo stesso fascino di una qualsiasi città attraversata da una tangenziale. Insomma, sembra di essere al fondo di Corso Orbassano (per i Torinesi) o di Viale Fulvio Testi (per i Milanesi), praticamente in mezzo al niente intervallato da brutte costruzioni di cemento.
Però c'è il sole e fa caldo. Molto caldo.
Realizzato che non siamo alla stazione dei bus, ce ne facciamo in qualche modo una ragione, anche perché non abbiamo altre opzioni, e raggiungiamo una pensilina dove stazionano un po' di uomini che sembrano tassisti. Vedendoci arrivare con due valigie non fanno una piega e non ci degnano di uno sguardo.
Ci sediamo un attimo e io mi accendo una sigaretta. Uno degli uomini sembra improvvisamente essersi accorto di noi e ci chiede se dobbiamo andare da qualche parte. No, figurati, volevamo star qua ferme sul bordo di una superstrada assolata per un paio d'ore, sai com'è. Si offre di portarci al B&B in moto. Col famoso senno del poi forse ci conveniva accettare. 
Gli diciamo che in moto non ci sembra il caso, e che preferiremmo un taxi. Allora lui chiama uno degli uomini di prima, io "esco" la prenotazione del B&B - stampata in thai - e li sento dire "ban boonchu" "aaaah, ban boonchu", e poi arrivano tutti gli altri, ognuno ripete "ban boonchu", tutti conoscono la strada ma sembra che nessuno abbia intenzione di muovere il culo per portarci. Ricevo un paio di complimenti per i tatuaggi, il foglio della prenotazione passa di mano in mano, è tutto un "ban boonchu" con - immagino - le indicazioni per la strada più veloce per arrivarci, e, alla fine, il viaggio lo vince un tizio che sembra la versione thai di Danny Trejo: trucidissimo, con catenazza d'oro al collo, capelli unitissimi ma, soprattutto, che non parla/capisce non solo l'inglese, ma nemmeno il linguaggio dei gesti.
Partiamo, e, dopo quasi mezz'ora di marcia arriviamo nella via del nostro B&B, ovvero il Ban Boonchu. 
La via è una strada con due carreggiate, una per senso di marcia, su cui si aprono, a sinistra e a destra, strade perpendicolari con lo stesso nome contraddistinte dal numero progressivo. A sinistra i numeri dispari, soi 1, soi 3, soi 5 ecc, a destra i numeri pari, soi 2, soi 4, soi 6 e via così.
Noi dobbiamo andare al soi 4, ma siamo sul lato della strada dei soi dispari. Il tassista si guarda intorno, spaesato. Noi cerchiamo di fargli capire che il Ban Boonchu è dall'altra parte della strada, quindi deve soltanto arrivare al fondo della via in cui siamo adesso e tornare indietro (vedi immagine sotto, con percorso verde indicato).
Facile, no?


L'avessi spiegato al mio gatto ci avrebbe portati a destinazione in 45 secondi. 
E invece.
Lui non capisce una mazza fionda, arriva al fondo della strada, e, invece di fare inversione e risalire, gira a sinistra.
Il mio sguardo assume l'espressione da "ma che cazzo fai?" mentre io e la bionda ci guardiamo, incredule. 
Si ferma. 1*
Scende dalla macchina.
Va a parlare con qualcuno, che gli spiega... la teoria della relatività, probabilmente. Risale in macchina. Fa un giro assurdo e dopo cinque minuti siamo al punto di partenza. Io e la bionda ci guardiamo, e cerchiamo nuovamente di fargli capire, a gesti, che dobbiamo andare "di là", trovandoci di fronte al vuoto cosmico.
Fa un altro giro a vuoto.
Poi un altro ancora.
Noi dietro a sbracciarci indicandogli la direzione.
Inutilmente.
Si ferma ancora. 2*
Ferma due ragazzini a piedi, e chiede loro qualcosa (presumibilmente il risultato della partita Chonburi-Suphanburi). Questi ci guardano, si guardano, ci riguardano, pensano si tratti di uno scherzo, poi prendono il foglio della prenotazione che gli sporgiamo e iniziano a dare indicazioni.  
Il nostro uomo fa per ripartire, ma si capisce chiaramente dalla sua espressione che o non ha capito, o non ha ascoltato, o tutte e due, fa il giro delle sette chiese, si allontana di tipo cinque km per poi tornare, indovinate? al punto di prima. Mi verrebbe voglia di scendere dalla macchina, dargli una pappina sul coppino e mettermi a guidare il suo taxi. Ma nel frattempo lui si è fermato.
PER.
LA.
TERZA.
VOLTA. 3*
Gli facciamo il segno del telefono, indichiamo il numero sul foglio, gli diciamo di chiamare il B&B. Lui sembra capire (sto cazzo), prende il telefono, cambia gli occhiali, e lo osserva. 
Il telefono, non sto cazzo. 
Posa il telefono, ricambia gli occhiali e spegne la macchina.
E resta lì. Immobile. Senza parlare, senza guardarci.
Noi due iniziamo a non poterne più, siamo in quel cazzo di taxi da UN'ORA, quando mezz'ora fa avremmo potuto scendere, attraversare la strada e raggiungere il Ban Boonchu, ma ormai è una questione di principio. Ci deve portare lì davanti. 
Alla fine sembra aver capito, rimette in moto, compie l'ennesimo inutile giro dell'isolato e poi, come per incanto, riesce a centrare - credo per puro caso - il famoso Soi4 in cui si trova il nostro bed & breakfast.
Mentre ci porge le valigie e noi gli diamo i soldi, ringraziando il cielo di aver pattuito il prezzo prima e di non avergli chiesto di azionare il tassametro, ci sorride. 
Io a quel punto non avevo più nemmeno la forza per incazzarmi, e avevo iniziato a ridere come una cretina.
(Per la cronaca, Chonburi-Suphanburi è finita 2 a 2).

Come stare un'ora su un taxi.

16 novembre 2015

Viaggio in Thailandia
Sukhothai


E' il 1° ottobre ed è arrivato il momento di abbandonare Chiang Mai. Decidiamo di approfittare del tassista che tutte le mattine staziona davanti al nostro hotel lucidando il furgoncino con una cura incredibile per farci portare all'Arcade Bus Station. Ci sono due terminal, uno di fronte all'altro, e il tassista ci lascia giustamente in quello sbagliato. Attraversiamo la strada e raggiungiamo la biglietteria, siamo un po' in anticipo perché non abbiamo trovato gli orari da nessuna parte, e non tutti i bus diretti a Sukhothai fermano nella città vecchia, che dista una dozzina di chilometri dalla Sukhothai moderna. Facciamo il biglietto (213 baht, nemmeno 6€) e aspettiamo. 
Piove un po' ma dovendo viaggiare la cosa non ci preoccupa affatto. Il viaggio dura cinque ore e mezza, con un paio di soste, compresa quella di un quarto d'ora verso l'ora di pranzo, in più il bus non è pieno e viaggiamo comode occupando un paio di sedili a testa. Arriviamo a Sukhothai, il tempo è un po' capriccioso, ma non piove. La fermata è proprio di fronte all'ingresso principale del Parco Storico, ma, per evitare complicazioni, prendiamo un tuk tuk per farci portare al nostro hotel, un po' decentrato, ma in una piccola via senza traffico. Struttura nuova, pulita, stanze con veranda o balcone, bagno molto carino, colazione discreta ma, soprattutto, personale di una gentilezza e disponibilità incredibili. 
Siccome ridendo e scherzando si è già fatta una certa ed è ormai pomeriggio inoltrato, decidiamo di fare due passi nei dintorni. La proprietaria dell'hotel vedendoci uscire ci viene incontro con un enorme sorriso e due ombrelli (che ci serviranno) e noi partiamo in direzione del Wat Chang Lom (o meglio, quello che ne resta) che si trova ad est (fuori dalle mura) rispetto alla parte "principale" del parco storico, in mezzo al verde delle risaie e al silenzio. A parte noi e i nostri ombrelli non c'è nessuno, e come primo impatto è senz'altro positivo. Poi si mette a piovere quasi seriamente, cosa che ci costringe addirittura ad aprire gli ombrelli e a decidere di rincasare. Siccome vivere a Torino ti porta erroneamente a credere pensare illuderti che tutti i posti del mondo adottino lo stesso schema urbanistico cerchiamo di tornare in hotel proseguendo sulla strada da cui siamo arrivate, pensando che prima o poi avremmo trovato una via perpendicolare che ci consentisse di ritornare sulla strada principale. 
Ma, siccome siamo a Sukhothai e non a Torino, non c'era nessuna via perpendicolare. E, dopo aver incrociato qualche residente che ci guardava in maniera curiosa, sicuramente pensando "ma queste due dove credono di essere, a Torino?" abbiamo deciso che era meglio tornare indietro. E di fermarci a bere un frullato in un piccolo locale gestito da tre simpatiche signore, che sono riuscite a capire quello che volevamo nonostante nessuna delle tre parlasse inglese. 
Il giorno dopo è ora di fare sul serio. Facciamo colazione e decidiamo che il parco noi lo visiteremo in bicicletta perche ci sembra la maniera più pratica e veloce, nonostante la sottoscritta non salga su una bici praticamente da quando e stata ad Hoi An, in Vietnam, l'anno scorso!
Noleggiamo le bici e partiamo. Per visitare il parco storico di Sukhothai si paga l'ingresso per te (100 baht) e per la tua bicicletta (10 baht) in tre punti differenti dell'area. Per un totale di tre ingressi. Anche perché non è detto che la gente decida di vedere proprio tutta l'area, e solitamente si limita a quella principale, dove c'è il Wat Mahathat a cui si accede dall'ingresso sulla strada statale dove c'è la fermata degli autobus. Noi no, noi abbiamo la bici, che ci frega?
Il tempo è migliorato, e stupa dopo stupa, chedi dopo chedi, in sella alle nostre biciclette giriamo tranquille e indisturbate (anche perchè la zona del parco, se si escludono i mezzi degli addetti alla manutenzione, è chiusa al traffico. Non c'è nemmeno tanta gente e riusciamo a fare foto senza folla (io detesto le foto con la gente). 

Dopo aver girato in lungo e in largo la zona centrale ci spostiamo nella seconda parte, paghiamo il secondo ingresso e arriviamo al Wat Si Chum, dove uno splendido e ottimamente conservato Buddha seduto si trova all'interno di una costruzione quadrata. Prendiamo da bere e scambiamo due parole con un ragazzo che vende dei dipinti davvero molto belli. Lasciamo anche questa zona, usciamo dalle mura e arriviamo al terzo (ed ultimo) ingresso. Qua  decidiamo di raggiungere un wat sulla sommità di una collina. Lasciamo le bici sulla strada, e ci arrampichiamo lungo il sentiero. Davanti a noi un uomo con il figlio che avrà cinque anni ad esagerare, e che, a differenza mia, arriva in cima senza il minimo sforzo. 
Però ne vale la pena, perchè la vista da quassù è davvero notevole. 

Scendiamo, risaliamo in sella, e riprendiamo a pedalare. Siamo su un fottutissimo falsopiano, si è messo a piovere e io inizio ad odiare la bicicletta. Torniamo all'interno delle mura, nel frattempo ha smesso di piovere e fa caldissimo. Raggiungiamo la zona del piccolo mercato all'interno del parco e decidiamo di mangiare qualcosa. Siamo due merde stanche e abbruttite e il pranzo, dei noodle con verdure buonissimi, ma soprattutto il watermelon juice ci rimettono in pace con il mondo. Dopo aver mangiato facciamo due passi nel mercato, e decidiamo di tornare a casa. Sulla strada del ritorno facciamo una sosta al mercato coperto, quindi raggiungiamo l'hotel e abbandoniamo le biciclette. Ho la sensazione di avere una scrambled vagiainah e l'idea di dover risalire su una bicicletta mi terrorizza. Ho il collo e i piedi abbronzatissimi, peccato che avessi dei sandali intrecciati e quindi sembrano maculati (genia!).
Faccio un tuffo in piscina e poi ritengo di meritarmi una pennica. E praticamente svengo nel letto...
Decidiamo che a cena ci andremo presto ma soprattutto a piedi. E alle 9 siamo a letto.






13 novembre 2015

45 anni


Sono passati quasi 45 anni (41, per la precisione) da quando Charlotte Rampling divenne famosa interpretando Lucia Atherton nel controverso film della Cavani "il portiere di notte", definito da Rogert Ebert "nazi-chic". Anni in cui l'attrice ha cercato di affrancarsi dall'aurea di perversione che quel ruolo aveva contribuito a creare. 
Cosa che non le impedirà, nel 1986, di interpretare la signora Margaret Jones che si innamora di uno scimpanzé nel film Max mon amour, diretto da Nagisa Oshima.
E, siccome ci tengo a ribadire che sono una cialtrona, dev'essere per questo motivo che, quando nel film di Andrew Haigh l'ho sentita chiamare "max" a gran voce mi è scappato un sorriso...
(ma tranquilli, Max in questo caso è un cane e si limita a fare il cane).




Con questo film sia Charlotte Rampling sia Tom Courtenay hanno portato a casa l'orso d'argento all'ultimo festival di Berlino per la migliore interpretazione femminile e maschile, perche si sa, il futuro è l'anziano. E io è da mo' che ve lo dico.
Siamo nel Norfolk (ma potremmo essere anche a Pizzighettone) e i coniugi Mercer, Kate e Geoff, stanno organizzando la festa per il loro 45° anniversario di nozze.
Hanno una vita tranquilla, sono ancora affiatati, sereni, metodici, senza nessuna preoccupazione apparente se non i piccoli problemi di salute portati dall'età,
Ma.
A meno di una settimana dalla data della festa, Geoff riceve una lettera, in cui gli viene comunicato che, in un ghiacciaio delle Alpi svizzere è stato ritrovato il corpo della sua giovane fidanzata dell'epoca, morta tragicamente durante un'escursione in montagna.
Questa notizia, oltre a turbare Geoff, sconvolge (e parecchio) anche Kate, e scatenerà, come una sorta di piccolo effetto farfalla, un terremoto emotivo nella donna, che si rende conto, improvvisamente, di essere all'oscuro di un sacco di particolari riguardanti la vita di Geoff.
Se principalmente pensiamo ad un semplice attacco di assurda gelosia retroattiva, man mano che il film procede e passano i giorni, scanditi dalle abituali attività quotidiane della coppia con lei che si sbatte e lui che non fa una minchia entriamo in un'ottica differente e il punto di vista di Kate, con cui viene immediato (almeno, per le femminucce senz'altro) immedesimarsi, non è più tanto assurdo.

10 novembre 2015

Spectre

SPOILER FREE

L'uscita di un film dell'agente 007 è un appuntamento che non posso perdere, non so nemmeno spiegare perché (o forse sì, probabilmente. Il motivo è Craig. Daniel Craig). Il fatto che il Centrale lo proponga in v.o. poi è senz'altro un valore aggiunto, e, stupore stuporone, la Bellucci (che a me comunque piace ed è pure simpatica, nonostante non sappia recitare) in inglese è molto meno atroce di quanto temessi. C'è anche da dire che la sua presenza sullo schermo dura in tutto cinque minuti scarsi, in cui per almeno due sta in silenzio, quindi, se siete fra quelli che proprio non la tollerano, riuscirete senz'altro a resistere. 
Questo è il quarto film in cui l'agente con licenza di uccidere ha la faccia fighissima spigolosa di Daniel Craig, e si mormora che possa anche essere l'ultimo. L'attore non si sbilancia, anche se pare che al proposito, abbia detto: "finché mi chiedono di farlo, io ci sono", ma, successivamente, avrebbe anche affermato: "piuttosto che farne un altro mi spacco un polso"... a questo punto non ci resta che aspettare e vedere cosa succederà.
Partito col botto con il notevole Casino Royale, a cui hanno fatto seguito Quantum of Solace (un po' meh) e il successivo mortalmente noioso eccessivamente lungo Skyfall, ammetto che, personalmente, ho affrontato la visione di Spectre con non poco timore, visto che le premesse erano tutt'altro che incoraggianti... soprattutto perchè, a livello di minutaggio, Spectre, con i suoi 148 minuti, è - ad oggi - il più lungo film della serie (nonché il più costoso).
Skyfall mi è rimasto così impresso che un po' di tempo fa, leggendo la recensione di Spectre in cui ad un certo punto compariva la frase "Bond deve affrontare la morte di M" ho pensato "Minchia! M è morta???". Questo la dice abbastanza lunga su quanto Skyfall mi abbia colpito. Ho quindi preso atto che sì, M è effettivamente morta (e sepolta) e che in Spectre non ci sarebbe più stata Judi Dench, ma il nuovo M con la faccia di Ralph Fiennes.


Spectre (anzi, S.P.E.C.T.R.E., acronimo di SPecial Executive for Counter-intelligence, Terrorism, Revenge and Extortion) inizia in Messico, precisamente a Città del Messico, durante la celebrazione del Dia de Muertos (che mi ha fatto venire una voglia pazzesca di andare in Messico in quel periodo, tra le altre cose) dove Bond si trova, non autorizzato, per portare a termine una missione affidatagli dalla buonanima di M. Come sempre la sequenza iniziale è altamente spettacolare, eccessiva, visivamente impeccabile e (probabilmente) una delle migliori, se non la migliore in assoluto, del film, che si basa su uno script classico, dove i colpi di scena sono misurati, se non prevedibili, ma che, nonostante ovunque stia leggendo il contrario, personalmente ho preferito al precedente Skyfall.
Bond si ritrova a combattere - praticamente da solo - contro la temibile organizzazione che mira ad assumere il controllo di tutte le agenzie di intelligence mondiali e, contemporaneamente, a dover fare i conti con i fantasmi che popolano il suo passato. Parecchi i riferimenti ai capitoli precedenti della saga, che potrebbero lasciare un po' interdetto chi si avvicina a Spectre senza aver visto Casino Royale, Quantum of Solace e il pluricitato Skyfall. Ma non credo saranno in molti.

Dal Messico la scena si sposta a Londra, poi a Roma, quindi in Austria, successivamente a Tangeri, per poi tornare a Londra per il gran finale.
Prima di arrivare alla fine vorrei che spendessimo due parole sulla mia bravura nel non avervi raccontato nulla nulla nulla della trama.
Applausi.
Grazie.
Venato di humour sottile, permeato da una patina "vintage", il film può contare anche questa (ultima?) volta su un Craig che dà vita ad un Bond cupo e sofisticato, se vogliamo più riflessivo, forte, ma anche ironico, e sull'apporto dei soliti "comprimari", dall'adorabile Q interpretato da Ben Whishaw, alla Bond girl di turno, ovvero la dottoressa Madeleine Swann (e qua i riferimenti a Proust si sprecano) interpretata da Léa Seydoux  per finire con la fedelissima Moneypenny (Naomie Harris).


Location come sempre incantevoli: a parte la già citata Città del Messico, anche le riprese in una Roma notturna e fantascientificamente deserta hanno il loro fascino, e la sequenza  sul lungo Tevere (ah, vi ho detto che uno dei cattivi è l'ex wrestler Dave Bautista, già visto in quella cagata The man with iron fist? No? Ok, ve lo dico adesso) con Mr. Hinx a bordo di una Jaguar lanciato all'inseguimento di 007 a bordo di un Aston Martin DB10 appositamente creata dalla casa automobilistica per il film sono di tutto rispetto.
Il villain di turno, che è una vecchia conoscenza di 007, questa volta ha il volto di Christoph Waltz. Che, a mio parere, sta diventando, film dopo film, la parodia di se stesso, costretto a replicare all'infinito il suo gigioneggiare alternato al ghigno...
In conclusione, a me Spectre non è affatto dispiaciuto, e i 148 minuti sono passati senza pesare.

agitato, non mescolato...

9 novembre 2015

Tutto può accadere a Broadway



Tutto può accadere a Broadway è il titolo indecente italiano dell'ultimo film di Peter Bogdanovich, che, oltre ad essere un film del 2014, si intitola She's Funny That Way.
Quando leggo Peter Bogdanovich non posso non pensare a titoli come L'ultimo spettacolo, Ma papà ti manda sola, Paper Moon, o Mask, solo per citarne alcuni, ma, ammetto, l'arrivo in sala di questo film mi ha lasciato abbastanza indifferente.
Poi ho iniziato a leggere pareri positivi da più parti, mentre la Tiz era convinta di averlo visto al Torino Film Festival... siccome siamo due cagacazzo "miss perfettina", le ho fatto notare che probabilmente aveva avuto modo di vederlo l'anno scorso a Venezia (e così è stato, infatti). Le è piaciuto così tanto che a distanza di 14 mesi l'ha praticamente rimosso... 
In ogni caso martedì sera mi presento alla cassa del cinema - da sola, perché la bionda ha avuto un contrattempo - e - miss perfettina chi? - chiedo un biglietto per "tutto può accadere a Brooklyn". Il cassiere mi riprende e io glisso dicendo "ma sì, Broadway, Brooklyn, che sara mai? tanto son vicine, ci saranno 10 km...!"
Comunque.
Si tratta della classica commedia in perfetto Hollywood Style, che strizza l'occhio a Woody Allen, con millemila personaggi che, per un motivo o per l'altro, sono collegati tra loro per la solita faccenda dei sei gradi di separazione o anche meno, il tutto amalgamato attraverso il racconto in flashback che la protagonista fa alla sua analista.
Lei (Imogen Poots) è Izzy, un'ex squillo escort che, dopo l'incontro di una notte con il regista Arnold "Derek" Albertson (Owen Wilson) riceve dall'uomo 30.000$ a patto che smetta di fare la zoccola quel lavoro. E, siccome il sogno della ragazza è sempre stato quello di fare l'attrice, accetta. Salvo poi presentarsi ad un provino e scoprire che il regista della commedia è proprio l'uomo che le ha permesso di iniziare a recitare...
La protagonista della commedia è la moglie di Arnold, di cui l'attore principale (che sa tutto) è segretamente innamorato, mentre il produttore, che si invagisce di Izzy, è fidanzato con una psicologa (una divertente Jennifer Aniston ipernevrotica) che ha in cura un uomo ossessionato dalla ragazza al punto di farla pedinare da un investigatore privato che è il padre del produttore, e, in un susseguirsi di situazioni più o meno equivoche e più o meno imbarazzanti il racconto prosegue...
...facilmente, come è successo alla Tiz, fra 14 mesi, ma anche meno, me ne sarò dimenticata anch'io.




5 novembre 2015

Viaggio in Thailandia
tra bianchi templi e fiumi (non propriamente) azzurri...

Chiang Mai, martedì 29 settembre.
Partenza alle 6.45, ma siamo riuscite lo stesso a fare colazione. Io ho pure recuperato la sciarpa che avevo dimenticato in piscina la sera prima. E, se ve lo state chiedendo (probabilmente no) sì, è sempre la stessa sciarpa che ho scordato sull'aereo a Dhoa.  
Partiamo e dopo 100 metri mi accorgo di aver dimenticato il telefono sulla panchina all'esterno dell'hotel. E, se ve lo state chiedendo (facilmente sì) sì, sono un po' rincoglionita. 
Chiedo gentilmente alla guida di tornare indietro, scusandomi tantissimo, e recupero il telefono. 
Mi vergogno anche un po', ma come sempre me ne faccio una ragione. 
Facciamo una sosta alle Mae Khajan Hot Springs, che si trovano a metà strada tra Chiang Mai e Chiang Rai. Volendo si potrebbero immergere i piedi nell'acqua (sulfurea), ma, alla prova dito è talmente calda che ci passa ogni voglia. Guardiamo la gente che si diverte a comprare le uova e a farle bollire nell'acqua, ne approfittiamo per andare in bagno e comprarci dei sanissimi snack (caramelle al tamarindo e chips di zucca) e si riparte.


E finalmente arriviamo nei dintorni di Chiang Rai, dove sorge il famosissimo Wat Rong Khun, noto anche come White Temple, per ovvi motivi. 
Oltre ad essere inequivocabilmente bianco, le decorazioni (barocchissime) sono arricchite da migliaia di specchietti, per riflettere la luce e creare un effetto particolare (oltre che abbagliante).
Il tempio, che, come la Sagrada Família di Barcellona è in perenne costruzione (si parla di una fine lavori nel 2070, ma dubito che qualcuno di noi a quell'epoca sarà ancora qua a confermarlo, io no di certo!) è opera del controverso artista Chalermchai Kositpipat, spesso accusato di essere dissacrante e sacrilego, e il motivo appare evidente soprattutto entrando nell'Ubosot: gli affreschi che rappresentano la vita del Buddha, sono arricchiti da personaggi (reali e/o fantastici) che spiazzano i fedeli o i semplici visitatori. Dall'Uomo Ragno a Po, passando per Hello Kitty e le Twin Towers. 
Purtroppo all'interno non si possono fare fotografie, quindi dovete fidarvi delle mie parole. 
All'interno del Wat Rong Khun l'espressione "trionfo del kitsch" assume un nuovo significato. Perchè, nonostante tutto, non potrete far altro che guardare meravigliati tutto questo "troppo" e rimanerne assolutamente affascinati.
Io poi ho pure trovato il timbro, quindi ero felice come una bambina!

Dopo aver abbandonato questo luogo incantato abbiamo raggiunto il ristorante, sulle rive del Mekong. Siamo nel Triangolo d'oro. luogo famoso negli anni principalmente per la coltivazione di oppio. Pare che il nome derivi dal fatto che l'oro fosse l'unica forma di pagamento accettata: un kg di oppio valeva un kg di oro. Siamo al confine tra Thailandia, Laos e Myanmar.


Saliamo sulla barca per un giro sul fiume. Le acque del Mekong - esattamente come in Vietnam - hanno un colore un po' inquietante, ma a me i giri in barca piacciono sempre, e, se c'è l'occasione, non me li faccio sfuggire. Sulla sponda "birmana" (non saprei come dire sponda del Myanmar: myanmarese?) stanno costruendo parecchi casinò, siccome - al momento - il gioco d'azzardo in Thailandia è vietato, e quindi i thailandesi che vogliono giocare devono oltrepassare il confine. 
Noi invece sbarchiamo in Laos, su un isoletta di cui non ricordo il nome, con un mercato turistico, dove, se hai pazienza, puoi trovare contraffatta anche tua nonna, con tanto di degustazione di whisky di serpente. Ovviamente l'alcolista che è in me ha voluto assaggiarlo a tutti i costi. 
Con il famoso senno del poi mi sono pentita di non essermi comprata una stecca di sigarette GoldenTriangle, al grido di "figurati se non le trovo ovunque!" 
Mai più viste.



Abbandoniamo il Laos, riattraversiamo il Mekong, torniamo in Thailandia e pure - con molto piacere - in possesso dei nostri passaporti. Si riparte verso Mae Sai e il suo tempio dello Scorpione. Dalla terrazza si vede il confine tra Thailandia e Myanmar. 
Ci fermiamo in un villaggio di Akha (etnia di origine cinese, dello Yunnan) e di Karen (di origine birmana), etnia famosa perchè le donne portano cerchi di ottone al collo fino ad allungarlo, e sono conosciute come "long neck" o "donne giraffa". 
A voler essere pignoli sarebbero Padaung, ovvero uno dei due gruppi in cui si divisono i Kayan, che, a loro volta, sono un sottogruppo dei Red Karen. 
Siete confusi?
Pure io.
Le donne giraffa sono indubbiamente affascinanti, e - nonostante io in questi casi mi senta sempre un po' a disagio, perché è come se un pullman di turisti arrivasse la domenica mattina a fotografarmi mentre sono in veranda a bermi uno spritz - non sono riuscita a non fotografarle, perché sono una turista di merda mi piacevano troppo.

3 novembre 2015

Mustang

Guardando Mustang, opera prima di Deniz Gamze Ergüven, film scelto dalla Francia per concorrere agli Oscar 2016, è praticamente impossibile non pensare alle cinque sorelle Lisbon raccontate da Jeffrey Eugenides e portate sullo schermo da Sofia Coppola, ma con una differenza: quello era un romanzo, la Ergüven ha realizzato il film basandosi su storie vere, nonostante anche lei abbia romanzato parte della vicenda. 
Siamo in un villaggio sulla costa del Mar Nero, in Turchia, ed è l'ultimo giorno di scuola. Le cinque vivaci sorelle (Lale, la più piccola, assieme a Nur, Ece, Selma e Sonay) tornando a casa si fermano a giocare con un gruppo di ragazzi sulla spiaggia, facendo "addirittura" il bagno assieme a loro (seppur completamente vestite).
Il loro comportamento scandaloso arriva alle orecchie della nonna (le ragazze sono orfane e vivono con la nonna e uno zio retrogrado e maschilista), ancora prima che le ragazze facciano ritorno a casa (da qui si deduce che farsi i cazzi degli altri è l'attività preferita degli abitanti dei piccoli centri, a qualsiasi latitudine) e da quel momento, come dice la voce fuori campo della piccola Lale, "tutto mutò in un battito di ciglia". 



Le ragazze, fino a quel momento libere e spensierate, come ogni adolescente che si rispetti, vengono rinchiuse in casa, isolate dal resto del mondo, e costrette ad indossare vestiti informi color merda (cit.), fino al momento in cui la famiglia decide di organizzare una serie di matrimoni combinati.
E, in un sapiente equilibrio di dramma e ironia, a ogni tentativo di fuga nella casa-prigione vengono erette via via barriera sempre più insormontabili, dalla semplice porta chiusa a chiave al cancello, fino alle grate alle finestre.
In un paese pieno di contraddizioni, in perenne bilico tra Oriente e Occidente, passato e futuro, la ribellione e il coraggio passano anche attraverso una partita di pallone, mentre la verginità è ancora un valore assoluto, da esibire attraverso l'umiliante esposizione di un lenzuolo insanguinato dopo la prima notte di nozze (roba che, senza andare troppo lontano, usava anche da noi, fra l'altro). 
Film che offre un ritratto lucido della condizione femminile, senza però accanirsi contro l'universo maschile, perché non tutti gli uomini sono meschini come lo zio delle sorelle.
Le cinque protagoniste, con le loro lunghe chiome (quasi ad evocare le criniere dei cavalli mustang, dal carattere selvaggio ed indomabile), sono, oltre che belle, tutte bravissime, fra l'altro. 
A cominciare dalla giovanissima Güneş Nezihe Şensoy nel ruolo di Lale, che proprio non ci sta ad accettare che il suo futuro venga deciso da qualcun altro.
Se accettate un consiglio, andate a vedere Mustang, ne vale davvero la pena.




2 novembre 2015

La legge del mercato

Vincent Lindon, protagonista del film, per questo ruolo ha vinto la palma d'oro all'ultimo festival di Cannes. 
E il film - dal trailer - mi (ci, anche alle mie socie) sembrava interessante. 
Peccato che, alla fine della visione, l'espressione mia e della Tiz fosse più o meno simile a quella di Lindon nell'immagine qua sopra, borse comprese, nonostante i 90 minuti di durata. 
Sia chiaro, non che mi aspettassi che Thierry Taugourdeau, ritrovatosi disoccupato in un'età più vicina alla pensione che non all'apprendistato, ad un certo punto, stanco dei continui rifiuti, si trasformasse nell'angelo sterminatore e iniziasse ad ammazzare tutti, però ecco, quasi l'avrei preferito.
Thierry ha 51 anni (ehi, cazzo, pure io ho 51 anni!) ed è disoccupato. 
Il film inizia con lui a colloquio dopo l'ennesimo stage che - in concreto - non gli è servito a nulla, e, fra una lezione di danza con la moglie, un appuntamento in banca per una valutazione delle sue (poche) finanze, un colloquio a scuola per il rendimento del figlio e un'interminabile manfrina in cui cerca inutilmente di vendere la sua mobilhome ad un'altra coppia, ma senza riuscire a mettersi d'accordo sul prezzo, finalmente - non si capisce bene quando come e perché - trova lavoro come sorvegliante in un ipermercato, in cui l'unico interesse della proprietà è il profitto, che, si sa, non guarda in faccia nessuno: aumentare i guadagli diminuendo i costi. E il modo più veloce per diminuire i costi è ridurre il personale.
E Thierry, preso in mezzo, si troverà ben presto a fare i conti con la sua morale. 
Fino a che punto il bisogno di lavorare può spingerti ad accettare i compromessi di un mondo del lavoro sempre più cinico e spietato?
Un tema di indubbia attualità che ti porta a domandarti come ti comporteresti tu nei panni del protagonista, realizzato in maniera volutamente scarna ed essenziale.
Forse pure troppo.