9 agosto 2017

fiori nuovi, stasera esco, ho un anno di più..

E niente. 
Anche quest'anno ho compiuto gli anni. 
E mi sono regalata, oltre ad un nuovo tatuaggio, un principio di ipertiroidismo, quindi una nuova cura, un sacco di esami da fare, oltre a quelli basici già fatti, un po' di ambulatori da visitare e nuove madonne da bestemmiare. Perché invecchiare ti regala, oltre a un sacco di saggezza, anche un numero variabile di magagne e acciacchi vari. La fortuna, si sa. è cieca, ma la sfiga continua imperterrita a vederci benissimo. 
Ma andiamo per ordine.
Ho deciso di tatuarmi il 5 agosto, mossa oltremodo intelligente, lo so. E, per non smentirmi, ho deciso di partire per Rimini durante l'unico week end da bollino nero per il traffico e bollino incandescente per il caldo.
Venerdì pomeriggio - ferma in tangenziale a Bologna - il termometro segnava 42 gradi. Alla fine il viaggio non è stato nemmeno poi così drammatico, invece di 4 ore ce ne ho messe appena 5 e mezza, insomma, poteva andare pure  peggio.
Quando sono finalmente giunta a destinazione ho riabbracciato lei, che è sempre uno splendore, e che non vedevo da più di un anno. E poi, dopo essermi un po' ripresa dal viaggio, abbiamo aspettato lui e siamo usciti per una cena veloce a base di piadina, perché se sei in Romagna le tradizioni vanno rispettate. 



Non paghi abbiamo concluso la serata con un cocktail al Tiki Comber, che si sa, l'alcool con il caldo lo raccomandano un po' tutti. 
E poi, sovrastati dalle nostre nuvole di umidità, che non ci hanno abbandonato un momento, siamo tornati a casa.
Il sabato ci siamo spostate a Rimini, dove sono finalmente riuscita a farmi tatuare da Miss Arianna. che, non serve che ve lo dica io, è bravissima. 
Il risultato finale è questo splendido maneki neko

di cui sono completamente e totalmente soddisfatta, lo trovo davvero bellissimo. Quindi, me felice. 
La sera, sempre perché la temperatura era adeguata, ci aspettava una cena in spiaggia a Cervia a base di churrasco. Ottimo, tra l'altro. Ma faceva così caldo che mi sudavano anche le orecchie. Per fortuna abbiamo concluso la serata in spiagga - perché la sabbia fa bene ai tatuaggi freschi, lo sanno tutti - e lì il caldo ci ha finalmente dato un po' di tregua. 
La domenica l'abbiamo trascorsa tranquillamente a casa, siamo uscite soltanto per far colazione e poi Mareva mi ha portato a vedere anche il mare. O meglio, una miriade di persone a mollo, quindi l'acqua non l'ho quasi vista. Abbiamo mangiato, chiacchierato, e poi è arrivato il momento di salutarci, e sono tornata a casa. Mettendoci, questa volta, quattro ore scarse. 
Nonostante abbia sudato tantissimo, sono stata bene. 
E non vedo l'ora di tornare.

20 luglio 2017

lo so, lo so...

...sono una vecchia rompicoglioni a cui non va mai bene niente.


Il punto è che ho visto il trailer de "L'uomo di neve". 
Che, come saprete, è tratto dall'omonimo romanzo di Jo Nesbø, con protagonista il detective Harry Hole.
Non avendo letto i romanzi  di Nesbø con Hole protagonista, ovvero - nell'ordine - questi: 

Il pipistrello, Einaudi, 2014 (Flaggermusmannen / The Bat, 1997)
Scarafaggi, Einaudi, 2015 (Kakerlakkene / The Cockroaches, 1998)
Il pettirosso, Piemme, 2006; Einaudi, 2015 (Rødstrupe / The Redbreast, 2000)
Nemesi, Piemme, 2007; Einaudi, 2015 (Sorgenfri / Nemesis, 2002)
La stella del diavolo, Piemme, 2008; Einaudi, 2015 (Marekors / The Devil's Star, 2003)
La ragazza senza volto, Piemme, 2009; Einaudi, 2015 (Frelseren / The Redeemer, 2005)
L'uomo di neve, Piemme, 2010; Einaudi, 2017 (Snømannen / The Snowman, 2007)
Il leopardo, Einaudi, 2011 (Panserhjerte / The Leopard, 2009)
Lo spettro, Einaudi, 2012 (Gjenferd / Phantom, 2011)
Polizia, Einaudi, 2013 (Politi / Police, 2013)
Sete, Einaudi, 2017 (Tørst / The Thirst, 2017)

alla visione del trailer i più (anzi, LE più) avranno esclamato: "ooooooooooooooooooh, che figo, un film con Fassbender!" (quelle più in confidenza al posto di Fassbender avranno detto Fassy)
Io, invece, che i libri li ho letti tutti, e di Harry Hole, poliziotto rude, alcolizzato e occasionalmente drogato, dai metodi poco ortodossi, alto 1.93, biondo e fisicamente forte, mi sono fatta un'idea precisa, e, quando ho visto il trailer ho pensato: 

"Ma che cazzo c'entra Michael Fassbender con Harry Hole?" 

Quindi, caro il mio Tomas Alfredson, sappi che io verrò a vedere il tuo film portandomi dietro, al posto dei pop corn, un barattolo di pregiudizi. 


13 luglio 2017

Jackie

I want them to see what they have done to Jack

(Questo post giaceva impolverato nelle bozze da circa 5 mesi.)

Il mio rapporto con Pablo Larrain è iniziato nel peggiore dei modi. 
Con quel Tony Manero che nel lontano 2008 vinse il Torino Film Festival. Film fastidioso che mi fece scegliere, due anni dopo, di evitare la visione di Post Morten. Poi, grazie a Gael Garcia Bernal, da NO in poi, ho visto tutti i suoi film. E credo che il mio preferito rimanga, su tutti, IL CLUB. 
Con Jackie, per la prima volta, Larrain si trova a dirigere un film con una protagonista femminile, cosa che non aveva ancora fatto. E si avvale di Natalie Portman che interpreta una delle figure più controverse della storia recente americana. L'iconica Jacqueline Bouvier in Kennedy (e poi in Onassis, ma questa è un'altra storia). 
Larrain si concentra sui  giorni immediatamente successivi all'omicidio di John Fitzgerald Kennedy, avvenuto a Dallas il 22 novembre del 1963, quando Jackie era moglie del presidente degli Stati Uniti da nemmeno tre anni.
Nel cast, oltre alla Portman, ci sono Greta Gerwig nel ruolo dell'assistente Nancy, Peter Sarsgaard nel ruolo di Bob e John Hurt - che ci ha lasciato qualche mese fa - nella sua ultima interpretazione, nel ruolo di padre McSorley.
Purtroppo non sono riuscita a vedere il film in v.o., ma so che la Portman ha fatto un gran lavoro per impostare la voce e riprodurre l'accento della Bouvier. Quindi le mie impressioni si basano su un film doppiato. In cui Natalie Portman (o meglio, la doppiatrice di NP) ha una voce piuttosto monocorde e alquanto fastidiosa. Molto fastidiosa. Pure troppo.
Magari l'avrei trovata altrettanto fastidiosa anche sentendola in v.o., ma... who knows? 
Detto ciò quello che ci viene mostrato è, oltre allo smarrimento di Jackie, ritrovatasi improvvisamente vedova e madre di due bimbi ancora piccoli, quello che avvenne ai funerali, grandi funerali pubblici organizzati contro il volere di tutti come quelli di Lincoln, per fare entrare suo marito nella leggenda,  e quello che Jackie disse durante l'intervista che l'ex First Lady concesse, nella sua villa di Hyannis Port nel Massachusetts,a Theodore H. White,giornalista della rivista Life.
L'intervista uscì il 6 dicembre con il titolo «For the President Kennedy: An Epilogue»
In quell'occasione una Jackie più vittima di un ruolo pieno di ipocrisie che sofferente per il lutto regalerà a White citazioni bibliche sul marito che andava nel deserto per essere tentato ma poi tornava sempre a casa. consapevole dei ripetuti tradimenti di John, ma determinata a sopportarli, travestendo le bugie da favole, e fingendo di vivere in quel luogo che per un breve splendente momento fu chiamato Camelot.
E, ipocrisia su ipocrisia, in una specie di gioco perverso in cui era al contempo succube e complice, tutto questo lo racconterà fumando, e affermando candidamente "io non fumo".


12 luglio 2017

Non faccio cose, non vedo gente

Ho comprato la tv nuova. (aaaaaaaaaah, ma che notiziona!). Mi è stata consegnata come tutte le altre cose che ordino su internet in ufficio, e quando ho visto l'enorme imballo ho pensato "e come la porto a casa?" 
Per fortuna in mio soccorso sono arrivati i miei due colleghi dell'IT, che hanno portato a casa me e la tv, e me l'hanno installata in un abbacchiobaleno. Bravi ragazzi. 
Esteticamente è un bell'oggetto, anche da spenta. 
Visto che essa è anche smart (sicuramente più di quanto non lo sia io) ho deciso di farmi, con un ritardo di quasi due anni, l'abbonamento a Netflix. Che, per una che generalmente non guarda serie TV sembra anche una stronzata un controsenso. E, a tutti gli effetti, lo è. 
Ho deciso di impegnarmi iniziando da una cosina leggera (ma anche un po' splatter), e così mi sono guardata Santa Clarita Diet, che, diciamocelo, è una scemata di proporzioni fotoniche, ma Drew Barrynore è tanto caruccia, anche quando le si sgretola un mignolo, e in più occasioni mi sono ritrovata a ridere come una deficiente. 

Sono quindi arrivata alla fine del decimo episodio, e, davanti a quel finale che non è un finale manco per il cazzo per niente, sul mio viso si è fatta largo un'espressione tipo questa: 




Ma che, si fa così?
Cativi.

5 luglio 2017

Le ardenne (oltre i confini dell'amore)

“Le Ardenne”: dopo “Alabama Monroe” arriva un altro cult del cinema fiammingo


E' più forte di noi. Quando non riusciamo a stravolgere il titolo con traduzioni totalmente campate in aria ed inappropriate, dobbiamo comunque fare danno, aggiungendo una frase del cazzo esplicativa, con l'intento di far capire di cosa si parla. Visto che la stampa, data l'identica provenienza geografica, lo abbina ad Alabama Monroe (che comunque non è il titolo originale), vediamo le vette di fantasia a cui possiamo arrivare: là era stato aggiunto, sarcazzo why, "una storia d'amore", qua, per non essere da meno, hanno ben pensato di piazzare lì, come niente fosse, quell'inutilissimo "oltre i confini dell'amore". 
Signori, lasciate che ve lo dica con la pacata eleganza che mi contraddistingue: 
Avete.
Rotto.
Il.
Cazzo.

Mamma, perchè non ci sono foto mie?
Perchè non venivi bene in foto, figlio mio.

Veniamo dunque al film, che, come avrete capito, è fiammingo, è stato scelto inutilmente dal Belgio come film destinato ad entrare nella cinquina dei migliori film stranieri agli ultimi Oscar, e paragonato a lavori di gente come i fratelli Coen o (boom) Tarantino.
Ecco.
No.
Assolutamente no.
In breve, abbiamo due fratelli e la fidanzata di uno dei due. 
Durante una rapina, il più giovane dei due, Kenny,  (uno che - non vorrei sembrarvi lombrosiana, ma è più forte di me - ha lo stesso sguardo intelligente di Bobo Vieri), viene beccato e per non tradire fratello e fidanzata, finirà in carcere da solo.
Dopo 4 anni viene rilasciato, ma nel frattempo le cose sono cambiate, tipo che la sua adorata fidanzata si è messa con Dave, suo fratello, ed entrambi hanno abbandonato alcool e droga. 
Visto che Kenny non ha esattamente il carattere di un monaco buddista, Dave cerca il momento ed il modo migliori per dirgli come stanno le cose. E, aspettando che arrivi sto benedetto momento, riesce a farlo assumere nell'autolavaggio dove lavora. Kenny, in segno di riconoscenza, si fa licenziare nel giro di 48 ore, ma, non pago, fa licenziare anche Dave.
Dave, grazie a dei sensi di colpa grossi come il Belgio, non corca di mazzate quel deficiente di suo fratello, e anzi, quando questo gli arriva con il cadavere del datore di lavoro di Sylvie nel baule della SUA auto, si fa convincere ad andare da Ste, nelle Ardenne, a sistemare tutto.
Dato che se ci fosse un Nobel per i coglioni, i fratelli Dave e Kenny vincerebbero a mani basse, le cose, arrivati nelle Ardenne, iniziano ad andare sontuosamente a puttane.
E tu, quando esci dalla sala, riesci solo a pensare "che due immensi coglioni".




3 luglio 2017

Paolo Villaggio

Genova, 30 dicembre 1932 – Roma, 3 luglio 2017
“Sono inviperito per questa tendenza che esiste soprattutto in Italia, forse per le sue radici cattoliche,  di riconoscere i meriti degli artisti solo dopo la morte. 
Come se la morte nobilitasse.”

Codice criminale

Non starò qua a disquisire del motivo per cui un film che si intitola "trespass against us" diventa "codice criminale", perché sinceramente mi sono stancata. In Francia, se non altro, hanno mantenuto il senso, chiamandolo À ceux qui nous ont offensés. 
E vabbè. Non starò qua nemmeno a dire che una stagione cinematografica scamuffa come questa faccio fatica a ricordarla, Che va bene che in estate in Italia si raschia il fondo del barile (cinematograficamente, e non solo), ma quest'anno abbiamo iniziato a raschiare tipo a marzo, ecco.
Poi uno dice "ma perché non scrivi più sul blog?" (a dire la verità non me l'ha mai chiesto nessuno, ma fa lo stesso). Non scrivo più sul blog perché quello che vedo mi lascia abbastanza indifferente e priva di qualsiasi ispirazione per scriverne anche solo mezza riga.
Però, siccome a volte ritornano, ho deciso di fare uno sforzo e buttare giù due righe su questo film. Che, ovviamente, sono andata a vedere soltanto per la presenza di Michael Fassbender nel cast, perché nella scelta di un film mi spingono quasi sempre motivazioni pregne di etereo misticismo ed intellettualità spinta. 
Il film si può riassumere tranquillamente con quella frase riportata in basso sulla locandina, "blood is a brutal bond", e io potrei fermarmi qui. 
E invece.

Siamo da qualche parte nel Gloucestershire, dove, accampati ai margini del bosco, vivono i Cutler, che non si capisce benissimo se siano zingari oppure no, resta il fatto che vivono in roulotte, la sera si ritrovano attorno al fuoco e vivono di espedienti. Il gruppo è comandato dal patriarca Colby, uomo dispotico che non perde occasione per lanciarsi in discorsi deliranti, tipo che la terra è piatta e altre amenità del genere, a cui tutti obbediscono ciecamente. A parte Chad, il figlio maggire, educato secondo la tradizione, privo di un educazione scolastica, che sogna per i suoi figli e per sua moglie un futuro diverso dal suo, ed è preoccupato soprattutto per suo figlio, sempre più affascinato dai racconti del nonno.  Ma affrancarsi da Colby è più facile a dirsi che a farsi, e Chad, nonostante tutto, si troverà ancora una volta ad obbedire al padre, accettando di partecipare ad una rapina, promettendo a se stesso che sarà l'ultima.
Sarà vero?
A metà strada tra film d'azione a dramma familiare, l'opera prima di Adam Smith convince, ma solo fino ad un certo punto.


22 maggio 2017

Una settimana a Nosy-Be (Madagascar)

Essere in vacanza significa non avere niente da fare e avere tutto il giorno per farlo.
Avevo bisogno di riprendermi dallo stress del trasloco, e ho deciso che una breve vacanza era quello che faceva al caso mio.
A dirla tutta io e la bionda abbiamo prenotato a metà gennaio, quando la casa era ancora un cantiere e il trasloco una vaga idea, e, mentre la bionda mi chiedeva "ma sarai a posto per quella data?", io, pervasa dal pensiero positivo rispondevo che una settimana di ferie non avrebbe cambiato nulla, in ogni caso. Poi, come ormai sanno anche i sassi, ho traslocato il 7 aprile, mi sono accampata più o meno sistemata e il 10 maggio io e la bionda siamo uscite dall'ufficio alle 17.00 per andare a Malpensa.
Considerato che il volo partiva alle 22.00 abbiamo deciso di cenare allo Spazio Ferrari, evitando così la sontuosa cena aerea. E per fortuna, perché in volo hanno servito dei gnocchi morti di stenti a causa del loro prolungato soggiorno nel microonde, roba  che definirli immangiabili è riduttivo e non riesce a descrivere il disgusto, ma, per darvi un'idea, succhiarli crudi dal banco frigo del supermercato avrebbe dato più soddisfazione.  
Come sempre in aereo, nonostante l'aiuto della chimica, non ho dormito un cazzo ho dormito pochissimo e mi sono annoiata parecchio. Ma sono sopravvissuta.
All'arrivo all'aereoporto di Nosy-be il caldo mi ha accolto in tutta la sua umidità, e ho avuto un attimo di shock termico. Ci hanno recuperato con il pulmino e, dopo un'ora di viaggio su strade per lo più sterrate, siamo arrivate al villaggio, con tanto di drink di benvenuto e balletto con canzoni indigene. Mi sono ricordata immediatamente il motivo per cui la vacanza in villaggio non fa per me, e ho fatto finta di niente.
L'assegnazione delle camere è stata relativamente veloce, e in pochissimo tempo abbiamo preso possesso della nostra stanza. Che era enorme con bagno spaziosissimo. Meno male, perchè conservo ancora il ricordo di una stanza di albergo di Brisbane dove in piedi in due non ci potevi stare, così quando una si alzava l'altra doveva sedersi sul letto. Allucinante!
Il tempo di posare le valigie ed eravamo già in costume, pronte a spalmarci in spiaggia dove, a parte due piccole escursioni, siamo rimaste praticamente per tutto il tempo. Per la cronaca, mi sono abituata al caldo tempo zero, e devo dire che si stava benissimo. Anche l'acqua del mare (che poi è Oceano) aveva una temperatura deliziosa. Anzi, a dirla tutta, i primi due giorni era fin troppo calda.
Peccato che il sole in questa stagione tramonti presto, e quindi verso le 6, dopo aver ammirato il tramonto, ci toccava trasferirci al bar a bere.
E lo so, a volte la vita è davvero dura.


5 maggio 2017

la tenerezza (che non ho...
la comprensione che non so)

Che uno dice "la poison non scrive da più di un mese, quando torna lo fa col botto". 
E invece.
Dall'ultimo post, che risale al 21 marzo, ho fatto cose, ho visto gente, hanno finito di ristrutturare casa e io ho potuto traslocare, esattamente il 7 aprile. Gattabusiva si è ambientata, io pure. Sono tornata una volta al paesello, e, passando davanti alla mia ex casa non ho provato nessuna emozione. Che, diciamolo,  è un po' la stessa cosa che mi è successa guardando l'ultimo film di Gianni Amelio. 
Renato Carpentieri - molto bravo - interpreta Lorenzo, un avvocato in pensione reduce da un infarto.
L'uomo ha un pessimo carattere, e, da quando è rimasto vedovo ha interrotto anche i rapporti con i suoi due figli. Saverio, il più giovane, se ne infischia, mentre Elena, la primogenita, ne soffre.
Dimesso dall'ospedale torna a casa, e sulle scale conosce Michela, la nuova vicina, che è rimasta chiusa fuori dal suo appartamento. 
Lorenzo la invita ad entrare e le dà un mazzo di chiavi, visto che una volta l'appartamento in cui si sono appena trasferiti era di sua proprietà. Poi conosce anche il marito, e i due figli piccoli. E pian piano la confidenza tra l'uomo e questa giovane coppia cresce, lui e Michela parlano molto, mentre Fabio è al lavoro. Sembra quasi che tutto l'affetto che è mancato ai suoi figlia Lorenzo l'abbia conservato per riversarlo su Michela, ragazza orfana cresciuta con la nonna, e andata via di casa a 16 anni, che si è sposata quando ha conosciuto Fabio. figlio unico di madre chioccia, decisamente introverso e "problematico", se vogliamo usare un eufemismo,
E niente.
Cioè, no, nel film succedono anche altre cose (e per fortuna!), ma nessuna riesce a rendere partecipe lo spettatore, che rimane lì, a guardare un film che sembra quasi senz'anima, dove gli attori interpretano loro stessi. La Ramazzotti in particolare, che fa la svampita (originalissimo, davvero) e i sorrisetti, Elio Germano fa il veneto mezzo razzista/leghista mezzo psicolabile, mentre Giovanna Mezzogiorno fissa il vuoto e parla con un entusiasmo che potevano farla interpretare direttamente a Natolia e nessuno avrebbe notato la differenza. La tenerezza. se presente, è ben nascosta dietro al dolore e alla solitudine.


21 marzo 2017

Condominio.
Homo condomini lupus.

E infatti ieri sera, pur non abitandoci ancora, ho partecipato alla mia prima assemblea di condominio. 
Che è iniziata alle 18.10 ed è terminata alle 20.20. E' stato molto bello. 
E niente, sono davvero contenta. Molto contenta. 
A giudicare dai presenti, credo di essere la più giovane lì dentro. E, considerato che ho la metà degli anni di Rockfeller, fatevi due conti. Praticamente il condominio è la versione sabauda della Baggina. 
Ho il dubbio che la signora che abita sotto di me sia una rompicoglioni da competizione. E' riuscita a lamentarsi perché in giardino c'è, da DUE giorni, un contenitore con dentro delle macerie. Che, nella fattispecie, provengono dalla fabbrica del duomo dal mio appartamento. E che sono in un angolo del giardino e non rompono il cazzo a nessuno.
Quasi a nessuno.
Lei è riuscita a dire che, quando apre la finestra, quel sacco le rovina il panorama. Se a qualcuno fosse venuto qualche dubbio, no, non ho preso casa nel parco della Mandria, né a Villa della Regina, ma in una via con pochissimo appeal e, soprattutto, ZERO panorama. Ma tant'è. Ovviamente stamattina le macerie sono scomparse.
Per dirvi la simpatia, quando è andata via non mi ha nemmeno guardato in faccia, figuriamoci salutarmi. 
Credo che una delle prime cose che farò - appena mi sarò trasferita - sarà alzarmi di notte e camminare coi tacchi a spillo per tutta casa, così, per dimostrarle il mio affetto.
A parte questo, ho scoperto (con immenso piacere, ça va sans dire) che quando piove le cantine diventano la succursale torinese di Yerebatan Sarayi, solo un po' più brutte, che sottoterra c'è una cisterna piena di scorie, e che il cortile ha delle pendenze fatte a cazzo (scusate se non mi viene un termine più tecnico) per cui, sempre quando piove,  ci si possono fare i fanghi.
E quindi non vogliamo riparare tutte cose? Ma minchia, certo, facciamolo subito!
Quanto costa? 
Bah, tra una roba e l'altra son 30mila euro malcontati. 
Nonostante tutto continuo ad essere pervasa da un ingiustificato ottimismo, e mi consolo pensando che, se fossi rimasta a poisonville, avrei dovuto comunque sostituire la caldaia. 

Yerebatan Sarayi, Istambul

20 marzo 2017

La realizzazione di un progetto mal pianificato richiede il triplo del tempo previsto; quella di un progetto pianificato con la massima attenzione solo il doppio.

Ciao, sono la poison, quella con un blog che non aggiorna da prima della notte degli oscar, dove, con sommo godimento, anche se con una figura da cioccolatai, ha vinto il mio film preferito. E pronosticato. Ma chissenefrega, anche.. 
Perchè non scrivo? Mica perchè abbia smesso di andare al cinema, sia chiaro. Semplicemente ho smesso di parlarne, perchè nel frattempo, dopo lallero, ho visto Jackie, Manchester by the sea, T2Trainspotting, Fences, Hidden Figures, e, come ogni cinefila che si rispetti, financo John Wick capitolo 2. Magari quando esce il terzo, riprendo a scrivere. 
Al momento sono soltanto una donna che corre. Corre per arrivare in ufficio in tempo, corre abbandonando l'ufficio per recarsi a vedere come procedono i lavori di ristrutturazione, cagando il cazzo a muratori, elettricisti, idraulici e piastrellisti.
Mi sono resa conto che, inconsapevolmente, ho comprato la fabbrica del duomo(*). I lavori proseguono, ma con un po' di ritardo. E io non riuscirò ad abbandonare la residenza di poisonville nel tempo stabilito. Per fortuna che i signori che hanno comprato casa mia sono dei signori davvero, e mi lasciano "slittare" di una settimana. Altrimenti ero nella melma. Ma, a parte questo, i due amanuensi della piastrella stanno facendo un bel lavoro. Quando, ingenuamente, la settimana scorsa chiesi: "ma per venerdì finite?" (era lunedì) loro mi hanno guardato nel modo in cui si guarda una merda sul tappeto del salotto e mi hanno risposto "venerdì? nnnnooooooooooo, questo dificile, forse mercoledì prosimo, giovedì... noo, venerdì nooo...".

E niente, quindi al momento, in un tempo in cui probabilmente un piastrellista normale sarebbe riuscito a pavimentare due volte la galleria di Diana, io non ho ancora il rivestimento del bagno. Ma so che gli amanuensi della piastrella faranno un gran lavoro. Con tutto il tempo che ci stanno mettendo voglio vedere se riescono pure a farlo male. 
In compenso ho già scelto i colori per le stanze. Il grigio in tutte le sue varianti, roba che le cinquanta sfumature sono roba per principianti. Nel frattempo la casa non più mia sembra un campo di battaglia, dove i mobili hanno lasciato il posto a montagne di scatoloni. Ogni tanto mi metto lì, li guardo e mi faccio prendere dallo sconforto pensando al momento - abbastanza prossimo, tra l'altro - in cui dovrò aprirli e disfarli. 
Che inscatolare in fin dei conti è facile. E dopo che viene il bello. Ma soprattutto mi chiedo come farò a stipare il contenuto di una casa di tre piani in un misero appartamento da 95. Credo che inizierò ad infilarmi roba nelle mutande come Eta Beta, non vedo altre soluzioni. 


(*) fabbrica del duomo
• Opera, situazione o azione che si trascina nel tempo senza mai concludersi.
Nel 1387 venne istituito a Milano un organismo che portava questo nome, composto di sette membri fra laici ed ecclesiastici, che aveva il compito di provvedere all'amministrazione, alla conservazione e alla disponibilità per il culto del Duomo. Approvato dal Ministero degli Interni, è tuttora operante e continua a curarsi delle opere di manutenzione che sono continuamente necessarie. Lo stesso tipo di organismo opera inoltre con gli stessi fini in molte altre città.

24 febbraio 2017

lallero

Ero praticamente ormai convinta di perdermi la visione, vuoi per gli orari del Centrale, che alle 18.30 (mi) è presto e alle 21.30 (mi) è tardi, vuoi perché a me i musical stanno tremendamente sul cazzo non sono mai piaciuti (alla fine vi spiego perché), vuoi perché il jazz - al contrario di Chazelle -  mi fa irritare, e dopo cinque minuti mi scatena istinti omicidi, vuoi per tutte queste cose, ma La La Land non rientrava nei miei programmi a breve termine.
Ma.
Siccome sono un'immensa cretina, questo blog ha, tra le varie cose, dei tag. 
Un tag (cioè etichetta, marcatore, identificatore) è una parola chiave o un termine associato a un'informazione (un'immagine, una mappa geografica, un post, un video clip ...), che descrive l'oggetto rendendo possibile la classificazione e la ricerca di informazioni basata su parole chiave. I tag sono generalmente scelti in base a criteri informali e personalmente dagli autori/creatori dell'oggetto dell'indicizzazione.
Questi tag sono generalmente molto generici: cinema, viaggi, pappa nanna, cacca. cose così insomma. 
Però, in questo mare magnum di mediocrità e cialtronaggine, ci sono un paio di eccezioni: uno è il tag #MatthewMcConaughey - che ormai scrivo senza nemmeno bisogno del copia-incolla - e l'altro, pensa un po', è il tag #RyanGosling. 
Roba che io per Ryan Gosling mi sono vista non uno, ma due film di Cianfrance. Che, famo a capisse, mi son fatta due palle tanto che the light between oceans non mi vede manco col lanternino.
Quindi, per farvela breve, con la storia di sto tag, mi sentivo in colpa a saltare un film con Ryan Gosling. E, nonostante sia un musical, nonostante ci sia musica jazz, ebbene sì, pure io ho visto LA LA LAND. 
Questo perché l'altra sera ai F.lli Marx c'era uno spettacolo in v.o. alle 18.45

E niente. 
A prescindere da sto cazzo di fantastico piano sequenza iniziale, di cui a me, come già sapete, frega davvero poco, nei primi 10 minuti volevo uccidermi. O scappare, che è meno definitivo. Che io me li vedo gli automobilisti di L.A. incolonnati per ore sulle circonvallazioni che, invece che bestemmiare come fanno i minatori bergamaschi barati sulla tangenziale est, scendono dalle loro automobiline e iniziano a cantare e ballare come fosse la cosa più normale del mondo. Facile che a L,A. giri droga migliore che a Milano. 
Comunque, visto che non sono scappata dalla sala ho iniziato a vedere il film. Perché ogni tanto smettono di cantare e ballare e si degnano di comportarsi come fanno le persone normali.
Mia è un'aspirante attrice che viene scartata regolarmente ad ogni provino. Un giorno incontra Sebastian che è un musicista jazz, un purista, di quelli anche un po' spaccaminchia. Per farvi capire il genere, uno di quelli che se non ti piace Malick non capisci un cazzo di cinema. Uguale, ma prestato al jazz. E la sua intenzione è aprire un suo locale, per fare in modo che il jazz non muoia,  Ammirevole, non c'è che dire. 
Quindi, si incontrano, apparentemente si detestano, e tempo zero si innamorano.
Non vorrei aprire una parentesi, ma mi tocca: scopare di più e cantare di meno? Chiusa parentesi.
Mia e Sebastian si innamorano, ma entrambi sono ambiziosi, ed entrambi inseguono un sogno. E, nel paese dove "se puoi sognarlo puoi farlo", entrambi non mollano. Ma i loro sogni viaggiano su due linee parallele.


Siccome sono una persona (oltre che brutta) sincera, ammetto che La La Land non è terribile come pensavo. E ammetto anche che il finale mi è molto piaciuto. Poi, se fai vedere un musical ad una persona che i musical li detesta, non ti dirà mai che il film è un capolavoro, o tanto meno che le scene di ballo sono fantastiche e le canzoni meravigliose, perché no, non ce la può fare. 
Però ho trovato sia Emma Stone sia Ryan Gosling molto bravi e convincenti. 
Pare che lui abbia imparato a suonare il piano in tre mesi, quindi complimenti. Diciamo che come ballerini non sono il massimo, ma se la cavano dignitosamente, e sicuramente meglio di me. Del resto se volevano due che ballassero meglio sceglievano Roberto Bolle e Eleonora Abbagnato. 
La caterva di riconoscimenti (acclamato a Venezia, 7 golden globe su 7 nomination, 14 nomination ai prossimi oscar) ci sta. La La Land è un film attuale con un sapore vintage, la scenografia ricorda la Holliwood degli anni 50, così come i costumi, Non gli darei l'oscar per la fotografia, ma quello per la scenografia sì.
Detto ciò La La Land è un film carino, ma, per quanto mi riguarda, i capolavori sono altra roba.

Come promesso, vi spiego il semplice motivo per cui i musical non mi sono mai piaciuti né mai mi piaceranno: perché la mia testolina razionale e pragmatica trova inconcepibile che nel bel mezzo di un discorso la gente attacchi a cantare e ballare senza un motivo logico. Tutto qui. 

23 febbraio 2017

il cliente

Titolo originale: فروشنده‎, (il venditore).
Che è tipo l'esatto opposto, ma che sarà mai? 


Il cliente (o il venditore, fate voi) è l'ultimo film di Asghar Farhadi, presentato all'ultimo festival di Cannes, dove ha vinto il Prix du scénario e il Prix d'interprétation masculine.
E' ambientato in Iran, ai giorni nostri, ed inizia con un palazzo che sta cedendo ed i suoi abitanti costretto ad abbandonare in fretta e furia i loro appartamenti.
Tra loro ci sono Emad e Raana, giovane coppia borghese e benestante. 
Lui fa l'insegnante e nel tempo libero, con la moglie, recita a teatro. Sta per andare in scena Morte di un commesso viaggiatore, ma la loro priorità, in questo momento, è trovare una nuova casa. Un collega della compagnia propone alla coppia un appartamento che la precedente inquilina ha dovuto lasciare di corsa. I due accettano, anche se nell'appartamento, accatastati in una stanza, ci sono ancora tutti gli effetti personali della donna. Emad e Raana si chiedono il motivo per cui non venga a riprenderseli, ed un giorno decidono di forzare la porta della camera e spostare tutto il contenuto in terrazza. 
Nonostante i nuovi vicini si lascino scappare qualche parola sul comportamento della precedente inquilina, e sulle sue numerose frequentazioni maschili, i due giovani non ci fanno caso, finché una sera Raana, credendo che Emad stia rincasando, apre la porta e viene aggredita da uno sconosciuto.
L'uomo viene chiamato dai vicini perché Raana è stata portata al pronto soccorso, e in quel momento scopre  tutta la verità sulla professione della donna che viveva lì prima di loro.
Raana fa ritorno a casa, ma ha paura a restare da sola, al tempo stesso non vuole denunciare l'accaduto. Emad invece vuole scoprire a tutti i costi chi è stato, e il rapporto tra i due inizia a logorarsi, per il diverso modo di voler affrontare la vicenda.
Mentre Emad continua la sua caccia all'uomo Raana vuole solo dimenticare. 

Il cliente è un dramma che mette in evidenza le contraddizioni della borghesia iraniana, dove denunciare una violenza sessuale diventa un problema che ha a che fare non soltanto con la questione religiosa, ma anche con antiche tradizioni, ovviamente bigotte e maschiliste e con tutta una serie di cose che vanno dalla mancanza di sincerità (o anche di mancanza di comunicazione) ad una velata e costante dose di ipocrisia nella quotidianità delle persone. 
Detto ciò il film non mi ha fatto propriamente impazzire: a parte che quando suonano al citofono si chiede chi è, tra i tempi dilatati e i dialoghi inutilmente tirati per le lunghe, oltre ad un doppiaggio agghiacciante che ad un certo punto, di fronte ad una cofana di spaghetti fa dire a Raana "vieni a mangiare, ho fatto i maccheroni", verso la fine del film mi sono ritrovata a fare il tifo per il palazzo. 
Ma si sa, sono una brutta persona.

22 febbraio 2017

Moonlight

Crescere è un lavoro difficile.
Crescere in un quartiere malfamato di Miami è ancora più difficile.
Ma crescere in un quartiere malfamato di Miami quando sei un bimbo "diverso" dagli altri può essere estremamente difficile.
E con questa difficoltà Chiron deve fare i conti ogni giorno.
Perchè ogni giorno all'uscita di scuola gli altri ragazzini lo rincorrono per picchiarlo.
E Chiron non torna a casa, ma si nasconde in un edificio abbandonato.
Dove lo trova Juan, il pusher che controlla lo spaccio in quel quartiere.
E che a quel bimbo spaventato proverà a fare da padre, perché Chiron un padre non ce l'ha.
In compenso c'è Paula, sua madre, che in qualche modo ama quel ragazzino, nei momenti in cui non ha di meglio da fare. Anche se il meglio per Paula è la droga.
Droga che le vende proprio Juan.
Juan, che vuole bene a quel ragazzino timido e impacciato che sta scoprendo la sua omosessualità, e che cercherà di insegnargli a sopravvivere in quel mondo dove sembra non esserci posto per un nero gay.
Moonlight inizia così, presentandoci il piccolo Chiron che cerca di sopravvivere in qualche modo ad un'infanzia difficile. Il film è suddiviso in tre capitoli, che corrispondono appunto alle tappe fondamentali della vita di Chiron: infanzia, adolescenza ed età adulta.
Ritroviamo Chiron cresciuto, alle scuole superiori, sempre vessato dai compagni, sempre alle prese con una madre tossica. Ma senza Juan. Che non ci è dato sapere, ma difficilmente è morto di morte naturale.
E poi, finalmente, Chiron trova il coraggio di ribellarsi, anche se questo lo porterà lontano dal ghetto di Liberty City. Sarà la sua salvezza?
Ritroviamo Chiron adulto. Il ragazzino gracile e timido ha messo su una compilation di pettorali che basterebbero per fisicare tre persone normali, e scopriamo in fretta che ha intrapreso la carriera del padre putativo, guida una macchina come la sua, si atteggia a boss del quartiere, ma lo sta facendo ad Atlanta, lontano da sua madre, e lontano da Kevin, forse il suo unico amico dai tempi dell'infanzia. Fino al momento in cui riceve una telefonata.
Che messa così sembra un po' il vecchio spot della Telecom con la telefonata che ti allunga la vita.
E potrebbe essere davvero così. Anche se quella telefonata forse non allungherà la vita di Chiron, ma potrebbe essere sufficiente a salvarlo, facendogli fare pace con i fantasmi del passato.


Barry Jenkins ha realizzato il film basandosi sull'opera teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue, di Tarell Alvin McCraney.
La stessa frase viene ripresa da Juan quando è con Chiron sulla spiaggia, spiegandogli che lui è un ragazzino blu. E ce lo so che in italiano sembra che Juan oltre a spacciare si faccia pesantemente,
Comunque il discorso che Juan fa a Chiron è questo, e il doppiaggio è stato abbastanza fedele:
Let me tell you somethin': it's black people everywhere, you remember that, okay?  Ain't no place in the world ain't what got no black people,  we was the first ones on this planet.  I'm from Cuba.  Lotta black folks in Cuba but you wouldn't know it from being here.  Was a wild lil' shorty just like you, used to run around with no shoes  on when the moon was out.  This one time...  I ran by this old, old lady, was just a runnin' and a hollerin' and cuttin' a fool, boy.  And this old lady, she stop me and she say to me:  'Look at you. 19. I was a lil’ bad ass too, you know.'  She say, ‘Look at you’ and I say ‘Look at you!’  Then she smiled and she say,  ‘running around catching up all this light. In moonlight, she say, black  boys look blue.  You blue,’ she say.  ‘That’s what I’m gone call you: Blue.’
Il film è candidato a 8 premi oscar. Mi piace molto la candidatura di  Mahershala Ali - che interpreta Juan - come miglior attore non protagonista, che, forse è anche l'unico che potrebbe avere qualche possibilità di vincere, perché regia, film, colonna sonora e qualcos'altro mi sembrano decisamente fuori dai giochi. Meno che meno Naomie Harris, anche lei candidata come miglior attrice non protagonista. Dal poco che ho visto, o anche solo dai trailer, se nera dev'essere (che insomma, l'anno scorso tutti incazzati perché non c'era un nero, quest'anno sono metà di mille, ma trovare una giusta via di mezzo voi a L.A. mai proprio, eh?) che sia Viola Davis.
In ogni caso, dovesse vincere Ali, è un vero peccato non poter sentire pronunciare il suo nome intero, che è Mahershalalhashbaz. 
Roba che al confronto Shyamalan è un dilettante. 

Per la cronaca, metti mai che non si sia capito, Moonlight mi è molto piaciuto.

21 febbraio 2017

Il cittadino illustre



A Torino, quando un film rimane in programmazione più del normale, significa solo una cosa: che il passaparola funziona, e il film merita di essere visto. A memoria, era successo un paio di anni fa con Pride, rimasto in sala per ben più di un mese, e sicuramente con qualche altro titolo, ma, siccome la memoria a cui si fa riferimento è la mia, è già un lusso che me ne sia ricordata uno. In ogni caso sta succedendo la stessa cosa con questo film argentino, uscito a fine novembre e che, mentre scrivo (13.02.2017) è ancora in programmazione in una sala cittadina.
Passato in concorso a Venezia, il film di Gastón Duprat e Mariano Cohn ha fatto vincere al protagonista Oscar Martinez la coppa Volpi come migliore attore.

"C'è una tribù in Africa che non ha una parola 
che significhi "libertà"…
semplicemente perché non ne hanno bisogno...
ecco perché da noi la parola "cultura"
esce sempre dalle bocche più ignoranti!"





Il film inizia durante la consegna del premio nobel per la letteratura allo scrittore argentino Daniel Mantovani, che, raggiunto il palco, inizia il suo discorso di "ringraziamento" dichiarando che un premio è la tappa finale per uno scrittore, e che lo vede come una commemorazione più che una consacrazione. Sconcerto e silenzio, finché parte timido un applauso, che poi si trasforma in un'ovazione.
E in un attimo sono passati 5 anni. Ritroviamo Daniel nella sua spettacolare casa spagnola. Non ha più scritto un libro, come il discorso di Stoccolma fosse stata una specie di profezia, ed è intento a declinare ogni genere di invito che la fidata assistente gli elenca, che siano pregiati riconoscimenti in Giappone o corsi sulla scrittura alla bocciofila di Pizzighettone. 
Ma una lettera, tra tutte, attira l'attenzione dello scrittore: arriva da Salas, in Argentina, il piccolo paesino in cui Daniel Mantovani è nato, è cresciuto, e da cui è fuggito quand'era giovane, senza più farvi ritorno. La sua città natale vuole conferirgli la massima onorificenza: quella al cittadino illustre. 
Sono passati 40 anni da quando se n'è andato, e qualcosa spinge Daniel, che ha sempre scritto di Salas nei suoi romanzi, ad accettare l'invito, nonostante la data sia prossima. L'assistente è incredula, ma il suo sconcerto aumenta quando Mantovani le dice che a Salas ci andrà da solo, che non vuole che lei lo accompagni.
E il ritorno in patria di Mantovani, vincitore di un Nobel, viene visto nel piccolo paese (dove non succede mai niente da ancora prima che lo scrittore se ne andasse) come un evento di proporzioni bibliche, e, nonostante le raccomandazioni impartite dalla fedele assistente, il pover'uomo viene invitato ad una serie di iniziative più o meno discutibili, a cui lui, incredibilmente, si presta.
Che le cose prenderanno una piega grottesca lo si capisce immediatamente all'arrivo, con l'autista che lo va ad aspettare in aeroporto con un'auto che ha visto giorni migliori, e si susseguiranno giorno dopo giorno, mentre l'uomo dovrà per forza confrontarsi con il suo passato.
E se fin qua Duprat e Cohn hanno diretto quella che a tutti gli effetti è una commedia amara, improvvisamente cambiano registro, e le risate lasciano il posto ad una crescente tensione, dove realtà e finzione si fondono e confondono.


Film mai banale, che diverte e fa riflettere su più fronti.
Se vi capita, dategli un'occhiata.

13 febbraio 2017

A United Kingdom


A United Kingdom è diretto da Amma Asante e ha per protagonisti David Oyelowo (Selma) e Rosamund Pike (Gone Girl), più un sacco di altra gente, ovviamente, e, pensate un po', tanto per cambiare anche questo è tratto da una storia vera. Che non necessariamente le storie vere devono essere per forza belle ed edificanti come il recente Lion, ma ci raccontano pagine della storia che sarebbe meglio, più che dimenticare, che non fossero mai esistite. Ma la storia non si può cambiare, anche se a qualcuno piacerebbe un sacco.
Il film ci parla dell'erede al trono del Botswana, e di come il suo matrimonio con una donna inglese, ma soprattutto bianca, non piacque ad un sacco di gente, a partire dal confinante Sudafrica che aveva appena stabilito l'apartheid. Ma anche la famiglia dello stesso Seretse Khama osteggiò apertamente il suo matrimonio.
Siamo nell'immediato dopoguerra, e Kahma sta completando i suoi studi a Londra. Rimasto orfano da bambino, è stato cresciuto dallo zio, che ha provveduto alla sua istruzione mandandolo a studiare a Londra. Durante un ballo incontra Ruth e tra i due scoppia il classico colpo di fulmine.
Ma il ritorno a casa di Khama è prossimo, e, per non separarsi dalla donna le chiede di seguirlo in Bechuanaland  (diventerà repubblica del Botswana nel 1966, all'epoca era ancora un protettorato britannico) e, mettendosi contro la sua famiglia, Ruth decide di seguirlo.
Il suo arrivo nel Bechuanaland non viene accolto benissimo dalla popolazione locale, e Ruth si ritrova praticamente sola anche in casa sua, dove non è accettata nemmeno dai parenti di suo marito.
Il matrimonio del re diventa un affare di stato, e il governo laburista inglese - che ha appena perso l'India e non vuole perdere la supremazia su quel territorio - tenta in ogni modo di ostacolare Khama, e, dopo averlo fatto tornare in Inghilterra con false promesse lo condanna all'esilio, mentre Ruth rimane da sola in Africa ad aspettarlo per anni. Tra promesse tradite e ricatti la coppia riuscirà alla fine, grazie all'aiuto di un giornalista, a risolvere la complicata situazione, riuscendo a mettere le basi per il cammino verso l'indipendenza e la democrazia del paese.




A Oyelowo - che qua offre un'altra buona prova - il progetto del film è piaciuto al punto di volerlo produrre. Bravissima la Pike, a dare vita ad un personaggio che combatte la sua battaglia contro i pregiudizi senza mai una caduta di stile.
A United Kingdom è un film che racconta la lotta contro il razzismo non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello privato, evidenziando - ancora una volta - l'assurdità e l'arroganza di un sistema che pretende di classificare le persone a seconda del colore della loro pelle. 

1 febbraio 2017

lion

Lo dico subito, così non ci pensiamo più: Dev Patel mi ha messo su un fisichino che, signore mie, è davvero un bel vedere. 
Peccato che praticamente lo si intraveda soltanto. 
Tra l'altro - non sempre, ma in certe inquadrature sì - somiglia parecchio ad un'altra mia passione: Naveen Andrews (il Sayid di Lost, per capirci). 



Comunque, dai tempi del suo esordio in The Millionaire (2008), Patev ha fatto un gran bel cambiamento. E poi dai, oltre che tanto bellino è pure bravino, che, se fai l'attore, ad esempio, non guasta. 
Abbiamo recuperato Lion per cercare di tamponare la grossa lacuna riguardante i film candidati ai prossimi Oscar, che quest'anno tardano ad arrivare, al punto che, dei 9 film candidati alla statuetta, in sala da noi ne sono arrivati appena 3 (escludendo Hell or high water, che tanto son mesi che gira in clandestinità) (e di questi tre io ho visto solo Arrival e sono al momento molto combattuta sul vedere o meno La La Land).


Lion, nello specifico, è candidato in 6 categorie: film, attore non protagonista, attrice non protagonista, sceneggiatura non originale, fotografia e colonna sonora (molto carina). A mio parere difficilmente porterà a casa qualcosa, ma alla fine che ci frega? Aggiungo, non richiesta come sempre, la mia opinione: la candidatura a Nicole Kidman - che interpreta (assieme ad un'acconciatura che non dona a lei, figuriamoci alle persone normali) la madre adottiva di Saroo - tra le attrici non protagoniste mi sembra un tantino esagerata, ma va detto che la sua è l'unica interpretazione che ho visto, dato che i film dove sono candidate le altre quattro attrici non sono ancora usciti. 

Come ormai sapranno anche gli acari del mio scendiletto, il film è tratto da una storia vera. Che potete leggere nel libro "A long way home", o, molto più sinteticamente, in questo articolo del Sidney Morning Herald. Se mi leggete con una certa frequenza, saprete anche che le storie vere mi appassionano sempre un bel po'. Salvo i casi in cui la storia vera diventa un film di fantasia che con la realtà c'entra una mazza fionda. Qualcuno ha detto Revenant? Ecco, appunto.
Comunque, la storia è quella di Saroo, un bimbo di 5 anni (più o meno) povero e analfabeta, che vive con la povera madre, il povero fratello maggiore ed una povera sorellina, in un piccolo (e povero) villaggio del Khandwa, nello stato del Madhya Pradesh (in cui si trova la città di Bhopal, teatro, nel 1984, di un terribile incidente industriale, che provocò migliaia di morti), nel centro dell'India, come potete vedere nell'immagine a fianco.
Siamo a metà degli anni 80 e il piccolo Saroo cerca di contribuire in qualche modo al sostentamento della famiglia (che sono poveri l'ho già detto?), aiutando il fratello Guddu a cercare di guadagnare qualcosa con lavori di ogni genere, o anche rivendendo carbone rubato dai treni merci in transito.
Quando Guddu parte per un non meglio precisato lavoro notturno Saroo lo vuole seguire perché anche lui è in grado di lavorare. Guddu si lascia convincere, e col fratellino raggiunge la stazione di Khandwa. Ma Saroo si addormenta, allora il fratello lo lascia su una panchina dicendo di non muoversi ed aspettarlo lì.
Saroo si risveglia, da solo, su quella panchina. Guddu non c'è, Guddu non risponde. Quante ore saranno passate?
Saroo sale su un treno che è fermo in stazione, a cercare Guddu. E il treno parte. Con Saroo sopra.
E viene giorno, e viene notte, e poi di nuovo giorno. E Saroo urla, disperato, e alla fine riesce a scendere dal treno. Ed è a Calcutta, lontanissimo da casa sua, come potete vedere nella cartina qua sotto. E parla hindi, in una città in cui si parla il bengali, e nessuno lo capisce.




Succedono cose, che ovviamente non vi racconto altrimenti vi spiego tutto il film finché il bambino viene adottato da una famiglia australiana e Saroo, da bimbo sporco e abbandonato si trasforma nel Saroo adulto, studente di successo, che non ricorda nulla della sua vita precedente. Lo troviamo mentre è in procinto di lasciare la Tasmania, dove vive con i suoi genitori adottivi, per andare a studiare a Melbourne, dove incontrerà una ragazza e si innamorerà di lei. Tutto procede come sempre nella vita di Saroo, quando, ad una cena indiana, di fronte ad una padella di jalebi che stanno friggendo ha un'epifania e inizia a ricordare quello che incredibilmente aveva rimosso.
Da quel momento l'unica cosa che conta per Saroo è ritrovare la sua casa e la sua famiglia.

Film che riesce a non essere stucchevole come si potrebbe pensare, ma che pecca forse di una durata eccessiva. La prima parte, quella dell'infanzia di Saroo e soprattutto della sua sopravvivenza in una Calcutta brutta sporca e pericolosa è particolarmente dettagliata (forse troppo?), mentre nella seconda parte il film si concentra su Saroo adulto e il suo uso spasmodico di Google Earth, e anche lì, probabilmente, qualche manciata di minuti in meno non avrebbe fatto male. Ma, considerato che il regista Garth Davis è alla sua prima regia cinematografica, direi che possiamo senz'altro perdonarlo. 

20 gennaio 2017

SPLIT
(vedo la gente ottupla)

Nonostante il mio rapporto con M.Night Shyamalan shalalallalallà non sia dei più idilliaci, la mia religione non mi permette di rifiutare la visione di un'anteprima filmica aggratis e per giunta in v.o., quindi l'altra sera io e le socie siamo andate a vedere Split, che arriverà in sala... non mi è chiaro se la prossima settimana o all'inizio di marzo. Vabbè, ce ne accorgeremo presto direi. 
Il protagonista è un bravissimo James McAvoy, anche se temo che col doppiaggio non lo si potrà apprezzare fino in fondo (etcetera). Poi io sono schifosamente di parte, in quanto adoro McAvoy da sempre, quindi potrei anche non essere obiettiva. 

James McAvoy è Kevin "Wendell" Crumb (e Dennis, Patricia, Hedwig, Barry, ecc.ecc.),ed è affetto dalla DID (Dissociative identity disorder). Lui e le altre 23 personalità in cui si splitta sono seguiti amorevolmente dalla dottoressa Fletcher, ma una ventiquattresima potentissima personalità sta cercando di emergere e predominare sulle altre. Tutto inizia quando Kevin (o forse Dennis) rapisce, dopo una festa di compleanno, Claire e Marcia, mentre con loro c'è, per un caso fortuito, anche Casey, l'outsider della classe, emarginata ed ignorata da tutti. Le tre ragazze vengono imprigionate in una stanza senza finestre, e faranno di tutto per riuscire a liberarsi. 

La.storia, a grandi linee, è questa. Ovviamente, trattandosi di un thriller non vi racconto nulla, anche se, come potrete facilmente immaginare, l'assassino è il maggiordomo.
In origine la parte era destinata a Joaquin Phoenix, ma poi l'attore ha abbandonato il progetto. Nel cast, oltre a McAvoy ci sono Betty Buckley nel ruolo della dottoressa Fletcher, Anya Taylor-Joy nel ruolo di Casey (Izzie Coffey interpreta Casey bambina) e Haley Lu Richardson e Jessica Sula nella parte di Claire e Marcia.
Detto ciò Shyamalan si è documentato sul disturbo dissociativo di identità, tema peraltro trattato molto spesso al cinema, da Psycho in poi.  Il disturbo, per essere diagnosticato, richiede la "presenza" di almeno due personalità, ed implica che queste identità separate agiscano in maniera individuale, quindi può succedere, ad esempio, che una abbia il diabete e l'altra le doppie punte, o la erre moscia. Si presume che chi ne soffre abbia subito abusi durante l'infanzia ed è diagnosticato più frequentemente negli Stati Uniti che negli altri paesi.
Nonostante nella realtà si scoprì che Billy Milligan (arrestato nel 1972 con l'accusa di aver rapito, violentato e rapinato tre studentesse) soffrisse di DID con ben 24 personalità differenti, M.Night Shyamalan ha affermato di non essersi ispirato alla sua storia. né al libro "una stanza piena di gente" scritto da Daniel Keyes. Resta il fatto che del film "The Crowded Room" tratto dal libro, che avrebbe dovuto essere diretto da Joel Schumacher con Leonardo DiCaprio protagonista si è persa ogni traccia. 
Ammetto di essere partita con l'idea di vedere un'immensa cazzata, e invece, guarda un po', ho dovuto ricredermi. 

18 gennaio 2017

Silence
(a volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio)

Vows are spoken
To be broken
Feelings are intense
Words are trivial



.
Ho letto che Guglielmo Latini (uno con un PhD in Cinema studies, non un cretino come la sottoscritta, per dire) a proposito di questo film ha scomodato il torture porn.
Io, priva di PhD di qualsivoglia natura, nei 161 minuti del film al torture porn non ho pensato nemmeno per mezzo secondo. Perché, se vai a vedere un film ambientato in Giappone durante il periodo Tokugawa, che faceva della politica di isolamento un punto di forza, dove gli shoghun consideravano l'operato dei gesuiti una minaccia al loro potere, arrivando a proclamare un editto che, di fatto, intimava ad ogni missionario straniero di abbandonare il paese, ci sta che se ti ritrovi i gesuiti che operano in clandestinità ti si inchianino i cazzi a mandorla e scatti la persecuzione. Che, si sa, è sempre un po' cruenta, e sì, prevede anche l'uso della tortura. Ma da lì a definire torture porn l'ultimo film di Scorsese direi che ce ne passa.


Comunque.
Se fossi stata un gesuita all'epoca mi sarei comportata probabilmente come Kichijiro, che ricorreva allo yefumi tutte le volte in cui veniva beccato, perché, sì, sono una brutta persona, e se fossi nata nel 1600 lo sarei stata ancora di più.
Detto ciò resto dell'idea che ognuno debba essere libero di professare la religione che preferisce senza che qualcuno che la pensa diversamente tenti ogni volta di ostacolarlo. Ma va anche detto che non mi è chiara la ragione per cui si debba fare proselitismo ad ogni costo, e mi sfugge il motivo per cui i gesuiti (in questo caso specifico) volessero evangelizzare i giapponesi a tutti i costi. Che per carità, non è che come popolo siano poi tutto sto kawaii: in fondo c'hanno la pena di morte, ammazzano le balene e discriminano i tatuati, tra le altre cose.  






Martin Scorsese - che in un certo periodo della sua vita aveva pensato di farsi prete, frequentando per qualche tempo il seminario e che del suo essere cattolico non ha mai fatto mistero - dirige un film epico e coraggioso. Coraggioso perché parla di un pezzo di storia per anni "dimenticata" e che probabilmente ai più nemmeno interessa ricordare. E lo fa con questo film, che si basa sul romanzo omonimo di Shusaku Endo, raccontandoci il viaggio intrapreso da due giovani gesuiti portoghesi, Sebastião Rodrigues e Francisco Garupe (interpretati da Andrew Garfield e Adam Driver) che si fanno mandare in Giappone alla ricerca del loro maestro, padre Ferreira (Liam Neeson), di cui si sono perse le tracce. C'è chi dice che sia morto e c'è chi dice che - ancora peggio della morte - Ferreira abbia abiurato, convertendosi alla religione del "nemico". Rodrigues e Garupe non vogliono credere a questa ipotesi, e si mettono in viaggio, consapevoli dei rischi a cui stanno andando incontro. 
Hanno dalla loro parte la certezza assoluta della fede, oltre - diciamolo - all'arroganza tipica di chi si crede unico depositario della verità assoluta, ma quando arriveranno in Giappone, la loro fede, le loro certezze, verranno messe a dura prova, vedendo quello che i cristiani (kakure kirishitan: cristiani nascosti) sono disposti a sopportare per poter continuare a confessare una religione bandita dallo stato, pronti a morire per proteggere i due "padri" venuti a salvarli, pronti a nasconderli dagli uomini dell'inquisitore Inoue (Issei Ogata, era Hiroito ne "il sole" di Sokurov). 




Se.mi leggete abitualmente non vi sarà certo sfuggito quanto io sia gretta e prosaica, quindi, quali saranno stati i miei sentimenti durante la visione? 
Stranamente il film mi è piaciuto, anche se personalmente non amo i tempi così dilatati e una ventina di minuti in meno li avrei sicuramente apprezzati, e sono certa che il film non avrebbe comunque perso un grammo della sua forza. Diciamo che il mio atteggiamento sarebbe stato probabilmente molto più filo-Ferreira, che, in estrema sintesi si riduce a: se non puoi batterli, unisciti a loro. Ovvero abiura e continua a credere. Mentre Rodrigues è pronto a subire, votato al martirio pur di non rinnegare i suoi principi.
Visto in lingua originale, peccato che i padri portoghesi parlassero in inglese. 
E' tutto, andate in pace.