20 luglio 2017

lo so, lo so...

...sono una vecchia rompicoglioni a cui non va mai bene niente.


Il punto è che ho visto il trailer de "L'uomo di neve". 
Che, come saprete, è tratto dall'omonimo romanzo di Jo Nesbø, con protagonista il detective Harry Hole.
Non avendo letto i romanzi  di Nesbø con Hole protagonista, ovvero - nell'ordine - questi: 

Il pipistrello, Einaudi, 2014 (Flaggermusmannen / The Bat, 1997)
Scarafaggi, Einaudi, 2015 (Kakerlakkene / The Cockroaches, 1998)
Il pettirosso, Piemme, 2006; Einaudi, 2015 (Rødstrupe / The Redbreast, 2000)
Nemesi, Piemme, 2007; Einaudi, 2015 (Sorgenfri / Nemesis, 2002)
La stella del diavolo, Piemme, 2008; Einaudi, 2015 (Marekors / The Devil's Star, 2003)
La ragazza senza volto, Piemme, 2009; Einaudi, 2015 (Frelseren / The Redeemer, 2005)
L'uomo di neve, Piemme, 2010; Einaudi, 2017 (Snømannen / The Snowman, 2007)
Il leopardo, Einaudi, 2011 (Panserhjerte / The Leopard, 2009)
Lo spettro, Einaudi, 2012 (Gjenferd / Phantom, 2011)
Polizia, Einaudi, 2013 (Politi / Police, 2013)
Sete, Einaudi, 2017 (Tørst / The Thirst, 2017)

alla visione del trailer i più (anzi, LE più) avranno esclamato: "ooooooooooooooooooh, che figo, un film con Fassbender!" (quelle più in confidenza al posto di Fassbender avranno detto Fassy)
Io, invece, che i libri li ho letti tutti, e di Harry Hole, poliziotto rude, alcolizzato e occasionalmente drogato, dai metodi poco ortodossi, alto 1.93, biondo e fisicamente forte, mi sono fatta un'idea precisa, e, quando ho visto il trailer ho pensato: 

"Ma che cazzo c'entra Michael Fassbender con Harry Hole?" 

Quindi, caro il mio Tomas Alfredson, sappi che io verrò a vedere il tuo film portandomi dietro, al posto dei pop corn, un barattolo di pregiudizi. 


13 luglio 2017

Jackie

I want them to see what they have done to Jack

(Questo post giaceva impolverato nelle bozze da circa 5 mesi.)

Il mio rapporto con Pablo Larrain è iniziato nel peggiore dei modi. 
Con quel Tony Manero che nel lontano 2008 vinse il Torino Film Festival. Film fastidioso che mi fece scegliere, due anni dopo, di evitare la visione di Post Morten. Poi, grazie a Gael Garcia Bernal, da NO in poi, ho visto tutti i suoi film. E credo che il mio preferito rimanga, su tutti, IL CLUB. 
Con Jackie, per la prima volta, Larrain si trova a dirigere un film con una protagonista femminile, cosa che non aveva ancora fatto. E si avvale di Natalie Portman che interpreta una delle figure più controverse della storia recente americana. L'iconica Jacqueline Bouvier in Kennedy (e poi in Onassis, ma questa è un'altra storia). 
Larrain si concentra sui  giorni immediatamente successivi all'omicidio di John Fitzgerald Kennedy, avvenuto a Dallas il 22 novembre del 1963, quando Jackie era moglie del presidente degli Stati Uniti da nemmeno tre anni.
Nel cast, oltre alla Portman, ci sono Greta Gerwig nel ruolo dell'assistente Nancy, Peter Sarsgaard nel ruolo di Bob e John Hurt - che ci ha lasciato qualche mese fa - nella sua ultima interpretazione, nel ruolo di padre McSorley.
Purtroppo non sono riuscita a vedere il film in v.o., ma so che la Portman ha fatto un gran lavoro per impostare la voce e riprodurre l'accento della Bouvier. Quindi le mie impressioni si basano su un film doppiato. In cui Natalie Portman (o meglio, la doppiatrice di NP) ha una voce piuttosto monocorde e alquanto fastidiosa. Molto fastidiosa. Pure troppo.
Magari l'avrei trovata altrettanto fastidiosa anche sentendola in v.o., ma... who knows? 
Detto ciò quello che ci viene mostrato è, oltre allo smarrimento di Jackie, ritrovatasi improvvisamente vedova e madre di due bimbi ancora piccoli, quello che avvenne ai funerali, grandi funerali pubblici organizzati contro il volere di tutti come quelli di Lincoln, per fare entrare suo marito nella leggenda,  e quello che Jackie disse durante l'intervista che l'ex First Lady concesse, nella sua villa di Hyannis Port nel Massachusetts,a Theodore H. White,giornalista della rivista Life.
L'intervista uscì il 6 dicembre con il titolo «For the President Kennedy: An Epilogue»
In quell'occasione una Jackie più vittima di un ruolo pieno di ipocrisie che sofferente per il lutto regalerà a White citazioni bibliche sul marito che andava nel deserto per essere tentato ma poi tornava sempre a casa. consapevole dei ripetuti tradimenti di John, ma determinata a sopportarli, travestendo le bugie da favole, e fingendo di vivere in quel luogo che per un breve splendente momento fu chiamato Camelot.
E, ipocrisia su ipocrisia, in una specie di gioco perverso in cui era al contempo succube e complice, tutto questo lo racconterà fumando, e affermando candidamente "io non fumo".


12 luglio 2017

Non faccio cose, non vedo gente

Ho comprato la tv nuova. (aaaaaaaaaah, ma che notiziona!). Mi è stata consegnata come tutte le altre cose che ordino su internet in ufficio, e quando ho visto l'enorme imballo ho pensato "e come la porto a casa?" 
Per fortuna in mio soccorso sono arrivati i miei due colleghi dell'IT, che hanno portato a casa me e la tv, e me l'hanno installata in un abbacchiobaleno. Bravi ragazzi. 
Esteticamente è un bell'oggetto, anche da spenta. 
Visto che essa è anche smart (sicuramente più di quanto non lo sia io) ho deciso di farmi, con un ritardo di quasi due anni, l'abbonamento a Netflix. Che, per una che generalmente non guarda serie TV sembra anche una stronzata un controsenso. E, a tutti gli effetti, lo è. 
Ho deciso di impegnarmi iniziando da una cosina leggera (ma anche un po' splatter), e così mi sono guardata Santa Clarita Diet, che, diciamocelo, è una scemata di proporzioni fotoniche, ma Drew Barrynore è tanto caruccia, anche quando le si sgretola un mignolo, e in più occasioni mi sono ritrovata a ridere come una deficiente. 

Sono quindi arrivata alla fine del decimo episodio, e, davanti a quel finale che non è un finale manco per il cazzo per niente, sul mio viso si è fatta largo un'espressione tipo questa: 




Ma che, si fa così?
Cativi.

5 luglio 2017

Le ardenne (oltre i confini dell'amore)

“Le Ardenne”: dopo “Alabama Monroe” arriva un altro cult del cinema fiammingo


E' più forte di noi. Quando non riusciamo a stravolgere il titolo con traduzioni totalmente campate in aria ed inappropriate, dobbiamo comunque fare danno, aggiungendo una frase del cazzo esplicativa, con l'intento di far capire di cosa si parla. Visto che la stampa, data l'identica provenienza geografica, lo abbina ad Alabama Monroe (che comunque non è il titolo originale), vediamo le vette di fantasia a cui possiamo arrivare: là era stato aggiunto, sarcazzo why, "una storia d'amore", qua, per non essere da meno, hanno ben pensato di piazzare lì, come niente fosse, quell'inutilissimo "oltre i confini dell'amore". 
Signori, lasciate che ve lo dica con la pacata eleganza che mi contraddistingue: 
Avete.
Rotto.
Il.
Cazzo.

Mamma, perchè non ci sono foto mie?
Perchè non venivi bene in foto, figlio mio.

Veniamo dunque al film, che, come avrete capito, è fiammingo, è stato scelto inutilmente dal Belgio come film destinato ad entrare nella cinquina dei migliori film stranieri agli ultimi Oscar, e paragonato a lavori di gente come i fratelli Coen o (boom) Tarantino.
Ecco.
No.
Assolutamente no.
In breve, abbiamo due fratelli e la fidanzata di uno dei due. 
Durante una rapina, il più giovane dei due, Kenny,  (uno che - non vorrei sembrarvi lombrosiana, ma è più forte di me - ha lo stesso sguardo intelligente di Bobo Vieri), viene beccato e per non tradire fratello e fidanzata, finirà in carcere da solo.
Dopo 4 anni viene rilasciato, ma nel frattempo le cose sono cambiate, tipo che la sua adorata fidanzata si è messa con Dave, suo fratello, ed entrambi hanno abbandonato alcool e droga. 
Visto che Kenny non ha esattamente il carattere di un monaco buddista, Dave cerca il momento ed il modo migliori per dirgli come stanno le cose. E, aspettando che arrivi sto benedetto momento, riesce a farlo assumere nell'autolavaggio dove lavora. Kenny, in segno di riconoscenza, si fa licenziare nel giro di 48 ore, ma, non pago, fa licenziare anche Dave.
Dave, grazie a dei sensi di colpa grossi come il Belgio, non corca di mazzate quel deficiente di suo fratello, e anzi, quando questo gli arriva con il cadavere del datore di lavoro di Sylvie nel baule della SUA auto, si fa convincere ad andare da Ste, nelle Ardenne, a sistemare tutto.
Dato che se ci fosse un Nobel per i coglioni, i fratelli Dave e Kenny vincerebbero a mani basse, le cose, arrivati nelle Ardenne, iniziano ad andare sontuosamente a puttane.
E tu, quando esci dalla sala, riesci solo a pensare "che due immensi coglioni".




3 luglio 2017

Paolo Villaggio

Genova, 30 dicembre 1932 – Roma, 3 luglio 2017
“Sono inviperito per questa tendenza che esiste soprattutto in Italia, forse per le sue radici cattoliche,  di riconoscere i meriti degli artisti solo dopo la morte. 
Come se la morte nobilitasse.”

Codice criminale

Non starò qua a disquisire del motivo per cui un film che si intitola "trespass against us" diventa "codice criminale", perché sinceramente mi sono stancata. In Francia, se non altro, hanno mantenuto il senso, chiamandolo À ceux qui nous ont offensés. 
E vabbè. Non starò qua nemmeno a dire che una stagione cinematografica scamuffa come questa faccio fatica a ricordarla, Che va bene che in estate in Italia si raschia il fondo del barile (cinematograficamente, e non solo), ma quest'anno abbiamo iniziato a raschiare tipo a marzo, ecco.
Poi uno dice "ma perché non scrivi più sul blog?" (a dire la verità non me l'ha mai chiesto nessuno, ma fa lo stesso). Non scrivo più sul blog perché quello che vedo mi lascia abbastanza indifferente e priva di qualsiasi ispirazione per scriverne anche solo mezza riga.
Però, siccome a volte ritornano, ho deciso di fare uno sforzo e buttare giù due righe su questo film. Che, ovviamente, sono andata a vedere soltanto per la presenza di Michael Fassbender nel cast, perché nella scelta di un film mi spingono quasi sempre motivazioni pregne di etereo misticismo ed intellettualità spinta. 
Il film si può riassumere tranquillamente con quella frase riportata in basso sulla locandina, "blood is a brutal bond", e io potrei fermarmi qui. 
E invece.

Siamo da qualche parte nel Gloucestershire, dove, accampati ai margini del bosco, vivono i Cutler, che non si capisce benissimo se siano zingari oppure no, resta il fatto che vivono in roulotte, la sera si ritrovano attorno al fuoco e vivono di espedienti. Il gruppo è comandato dal patriarca Colby, uomo dispotico che non perde occasione per lanciarsi in discorsi deliranti, tipo che la terra è piatta e altre amenità del genere, a cui tutti obbediscono ciecamente. A parte Chad, il figlio maggire, educato secondo la tradizione, privo di un educazione scolastica, che sogna per i suoi figli e per sua moglie un futuro diverso dal suo, ed è preoccupato soprattutto per suo figlio, sempre più affascinato dai racconti del nonno.  Ma affrancarsi da Colby è più facile a dirsi che a farsi, e Chad, nonostante tutto, si troverà ancora una volta ad obbedire al padre, accettando di partecipare ad una rapina, promettendo a se stesso che sarà l'ultima.
Sarà vero?
A metà strada tra film d'azione a dramma familiare, l'opera prima di Adam Smith convince, ma solo fino ad un certo punto.