20 gennaio 2017

SPLIT
(vedo la gente ottupla)

Nonostante il mio rapporto con M.Night Shyamalan shalalallalallà non sia dei più idilliaci, la mia religione non mi permette di rifiutare la visione di un'anteprima filmica aggratis e per giunta in v.o., quindi l'altra sera io e le socie siamo andate a vedere Split, che arriverà in sala... non mi è chiaro se la prossima settimana o all'inizio di marzo. Vabbè, ce ne accorgeremo presto direi. 
Il protagonista è un bravissimo James McAvoy, anche se temo che col doppiaggio non lo si potrà apprezzare fino in fondo (etcetera). Poi io sono schifosamente di parte, in quanto adoro McAvoy da sempre, quindi potrei anche non essere obiettiva. 

James McAvoy è Kevin "Wendell" Crumb (e Dennis, Patricia, Hedwig, Barry, ecc.ecc.),ed è affetto dalla DID (Dissociative identity disorder). Lui e le altre 23 personalità in cui si splitta sono seguiti amorevolmente dalla dottoressa Fletcher, ma una ventiquattresima potentissima personalità sta cercando di emergere e predominare sulle altre. Tutto inizia quando Kevin (o forse Dennis) rapisce, dopo una festa di compleanno, Claire e Marcia, mentre con loro c'è, per un caso fortuito, anche Casey, l'outsider della classe, emarginata ed ignorata da tutti. Le tre ragazze vengono imprigionate in una stanza senza finestre, e faranno di tutto per riuscire a liberarsi. 

La.storia, a grandi linee, è questa. Ovviamente, trattandosi di un thriller non vi racconto nulla, anche se, come potrete facilmente immaginare, l'assassino è il maggiordomo.
In origine la parte era destinata a Joaquin Phoenix, ma poi l'attore ha abbandonato il progetto. Nel cast, oltre a McAvoy ci sono Betty Buckley nel ruolo della dottoressa Fletcher, Anya Taylor-Joy nel ruolo di Casey (Izzie Coffey interpreta Casey bambina) e Haley Lu Richardson e Jessica Sula nella parte di Claire e Marcia.
Detto ciò Shyamalan si è documentato sul disturbo dissociativo di identità, tema peraltro trattato molto spesso al cinema, da Psycho in poi.  Il disturbo, per essere diagnosticato, richiede la "presenza" di almeno due personalità, ed implica che queste identità separate agiscano in maniera individuale, quindi può succedere, ad esempio, che una abbia il diabete e l'altra le doppie punte, o la erre moscia. Si presume che chi ne soffre abbia subito abusi durante l'infanzia ed è diagnosticato più frequentemente negli Stati Uniti che negli altri paesi.
Nonostante nella realtà si scoprì che Billy Milligan (arrestato nel 1972 con l'accusa di aver rapito, violentato e rapinato tre studentesse) soffrisse di DID con ben 24 personalità differenti, M.Night Shyamalan ha affermato di non essersi ispirato alla sua storia. né al libro "una stanza piena di gente" scritto da Daniel Keyes. Resta il fatto che del film "The Crowded Room" tratto dal libro, che avrebbe dovuto essere diretto da Joel Schumacher con Leonardo DiCaprio protagonista si è persa ogni traccia. 
Ammetto di essere partita con l'idea di vedere un'immensa cazzata, e invece, guarda un po', ho dovuto ricredermi. 

18 gennaio 2017

Silence
(a volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio)

Vows are spoken
To be broken
Feelings are intense
Words are trivial



.
Ho letto che Guglielmo Latini (uno con un PhD in Cinema studies, non un cretino come la sottoscritta, per dire) a proposito di questo film ha scomodato il torture porn.
Io, priva di PhD di qualsivoglia natura, nei 161 minuti del film al torture porn non ho pensato nemmeno per mezzo secondo. Perché, se vai a vedere un film ambientato in Giappone durante il periodo Tokugawa, che faceva della politica di isolamento un punto di forza, dove gli shoghun consideravano l'operato dei gesuiti una minaccia al loro potere, arrivando a proclamare un editto che, di fatto, intimava ad ogni missionario straniero di abbandonare il paese, ci sta che se ti ritrovi i gesuiti che operano in clandestinità ti si inchianino i cazzi a mandorla e scatti la persecuzione. Che, si sa, è sempre un po' cruenta, e sì, prevede anche l'uso della tortura. Ma da lì a definire torture porn l'ultimo film di Scorsese direi che ce ne passa.


Comunque.
Se fossi stata un gesuita all'epoca mi sarei comportata probabilmente come Kichijiro, che ricorreva allo yefumi tutte le volte in cui veniva beccato, perché, sì, sono una brutta persona, e se fossi nata nel 1600 lo sarei stata ancora di più.
Detto ciò resto dell'idea che ognuno debba essere libero di professare la religione che preferisce senza che qualcuno che la pensa diversamente tenti ogni volta di ostacolarlo. Ma va anche detto che non mi è chiara la ragione per cui si debba fare proselitismo ad ogni costo, e mi sfugge il motivo per cui i gesuiti (in questo caso specifico) volessero evangelizzare i giapponesi a tutti i costi. Che per carità, non è che come popolo siano poi tutto sto kawaii: in fondo c'hanno la pena di morte, ammazzano le balene e discriminano i tatuati, tra le altre cose.  






Martin Scorsese - che in un certo periodo della sua vita aveva pensato di farsi prete, frequentando per qualche tempo il seminario e che del suo essere cattolico non ha mai fatto mistero - dirige un film epico e coraggioso. Coraggioso perché parla di un pezzo di storia per anni "dimenticata" e che probabilmente ai più nemmeno interessa ricordare. E lo fa con questo film, che si basa sul romanzo omonimo di Shusaku Endo, raccontandoci il viaggio intrapreso da due giovani gesuiti portoghesi, Sebastião Rodrigues e Francisco Garupe (interpretati da Andrew Garfield e Adam Driver) che si fanno mandare in Giappone alla ricerca del loro maestro, padre Ferreira (Liam Neeson), di cui si sono perse le tracce. C'è chi dice che sia morto e c'è chi dice che - ancora peggio della morte - Ferreira abbia abiurato, convertendosi alla religione del "nemico". Rodrigues e Garupe non vogliono credere a questa ipotesi, e si mettono in viaggio, consapevoli dei rischi a cui stanno andando incontro. 
Hanno dalla loro parte la certezza assoluta della fede, oltre - diciamolo - all'arroganza tipica di chi si crede unico depositario della verità assoluta, ma quando arriveranno in Giappone, la loro fede, le loro certezze, verranno messe a dura prova, vedendo quello che i cristiani (kakure kirishitan: cristiani nascosti) sono disposti a sopportare per poter continuare a confessare una religione bandita dallo stato, pronti a morire per proteggere i due "padri" venuti a salvarli, pronti a nasconderli dagli uomini dell'inquisitore Inoue (Issei Ogata, era Hiroito ne "il sole" di Sokurov). 




Se.mi leggete abitualmente non vi sarà certo sfuggito quanto io sia gretta e prosaica, quindi, quali saranno stati i miei sentimenti durante la visione? 
Stranamente il film mi è piaciuto, anche se personalmente non amo i tempi così dilatati e una ventina di minuti in meno li avrei sicuramente apprezzati, e sono certa che il film non avrebbe comunque perso un grammo della sua forza. Diciamo che il mio atteggiamento sarebbe stato probabilmente molto più filo-Ferreira, che, in estrema sintesi si riduce a: se non puoi batterli, unisciti a loro. Ovvero abiura e continua a credere. Mentre Rodrigues è pronto a subire, votato al martirio pur di non rinnegare i suoi principi.
Visto in lingua originale, peccato che i padri portoghesi parlassero in inglese. 
E' tutto, andate in pace. 

9 gennaio 2017

Paterson

E dopo Pedro Almodovar, e dopo Tim Burton, anche Jim Jarmush viene depennato da un'ipotetica lista di quelli che una volta erano i (miei) registi imprescindibili. 
Jarmush mi ha regalato negli anni cose bellissime, a partire da Stranger than paradise, per arrivare a quello che è uno dei miei film "cult": Ghost Dog. 
E niente. E poi è uscito Paterson.

il mio entusiasmo alla fine del film

Che sono andata a vedere un po' di sere fa senza saperne mezza.
E. 
Boh. 
Sarà che io e la poesia viaggiamo da sempre su due rette parallele, ma, sinceramente, della quotidianità - raccontata in una settimana - del signor Paterson, che vive a Paterson e guida un autobus in giro per Paterson e scrive poesie - brutte - nelle sue pause lavorative non me ne potrebbe fregar di meno. 
Il signor Paterson, interpretato da Adam Driver (sì, esatto, fa l'autista) ha una moglie sciroccata, che invece di trovarsi un lavoro come tutte le persone normali, passa il tempo a decorare casa in maniera discutibile, preparando cupcake anch'essi discutibili e suonando - sempre in modo discutibile - una chitarra comprata on line con i soldi del signor Paterson, che quando non è impegnata in attività inutili (e discutibili) passa il tempo a spaccare quattro quarti di minchia al povero Paterson, che non vede ora di tornare a casa e uscire il cane, fino al bar, dove si intrattiene col proprietario e con la varia umanità che frequenta il locale. 
Le cose migliori del film sono i discorsi dei passeggeri che il signor Paterson capta mentre guida il suo autobus per le strade di Paterson, il povero Everett innamorato respinto, e, ovviamente Marvin, il cane (interpretata da Nellie, una simpaticissima bulldog inglese che purtroppo è morta, ma che ha comunque ricevuto il Palm Dog Award all'ultimo festival di Cannes). 
Non posso dire che Paterson sia un brutto film, perché oggettivamente non lo è. 
Ma, siccome io sono una brutta persona, l'ho trovato abbastanza inutile. 


2 gennaio 2017

Con quale desiderio Lei entra nell'anno nuovo?
Con il desiderio di essere risparmiato da domande del genere.

l'anno vecchio è finito ormai 
ma qualcosa ancora qui non va...


E anche il 2016 se n'è andato. Finalmente, verrebbe da aggiungere. 
Come ogni anno non farò la lista dei "buoni" propositi. Non l'ho mai fatta, tanto quello che deve succedere succede, sempre. Che ci piaccia o meno.
Però dai, uno piccolino lo faccio: riprendere a scrivere sul blog con più costanza.
Ah ah ah.
Figuriamoci.
Anche se non c'entra niente con i propositi, devo ammettere che per me questo sarà un anno di grandi cambiamenti.
Diciamo che per natale mi sono fatta il regalo più costoso di sempre: ho comprato casa, e, se tutto va come deve andare, a primavera inoltrata abbandonerò Poisonville per trasferirmi a Torino. 
Tornerò a vivere in un condominio dopo 20 anni, abbandonerò la veranda in cui da 20 anni fumo la prima sigaretta del mattino bevendo il caffè, e una casa troppo grande per me, che praticamente uso solo per dormire. Probabilmente, se qualcosa dovrò rimpiangere, saranno la tranquillità ed il silenzio a cui sono abituata, ma tanto riesco a dormire anche in mezzo al casino, e poi invecchiando diventerò sorda e non mi renderò conto del caos cittadino. 
Ma vivere in città avrà i suoi vantaggi. Significherà guadagnare un'ora e mezza al giorno di tempo, quell'ora e mezza che impiego ogni giorno per andare e tornare dal lavoro, andare in ufficio a piedi in 10 minuti, non dover prendere la macchina per andare a fare la spesa, in farmacia, a comprare le sigarette, buttare l'immondizia e via dicendo.
Vorrà dire poter pianificare le cose in mezz'ora, decidere all'ultimo momento di uscire se ne hai voglia e sapere che al massimo in mezz'ora puoi arrivare in qualunque punto della città, decidere ad esempio di andare a vedere una mostra la domenica mattina e non rinunciarci perché non hai voglia di metterti in macchina, cercare parcheggio e bla bla bla, evitare di fermarti in ufficio fino alle 18.45 di venerdì per fare arrivare l'ora giusta per andare in palestra e cose così.
Quando ho deciso di fare questo passo, a novembre, sono stata colta dall'ansia, al punto che ho perso 3 kg (grazie, ansia, è stato carino da parte tua) e ho disdetto un appuntamento fissato da mesi, cosa che non è da me. La causa principale dell'ansia era (è) ovviamente legata al fattore economico, poi ho fatto due conti con calma, rotto un salvadanaio e mi sono un po' tranquillizzata. Ma solo un po', sia chiaro. L'idea di finire povera homeless a dormire sotto un ponte vestita di stracci ogni tanto si riaffaccia nel mio cervellino ansioso. Quindi, se rinasco, sposo un calciatore. L'altro fattore di stress - che ancora non mi abbandona - riguarda il trasloco di Gattabusiva. Che è sì la gatta più buona del mondo, ma è anche abituata ad andarsene in giro per i prati e tornare a casa quando ne ha voglia. E fra qualche mese andarsene in giro diventerà un ricordo, e dovrà abituarsi a vivere sempre e solo dentro casa. Al massimo sul balcone. Ho paura che dal balcone salti giù, e, scappando, arrivi in strada, venendo stirata dal primo 59 che passa. Perché il trasloco è fonte di stress mica solo per me, chiaramente. Spero che Gattabusiva si abitui alla sua nuova vita.


A parte questo sono relativamente tranquilla e consapevole che la scelta che ho fatto è quella giusta. Del resto quando mi chiedono dove vivo sono anni che - mentendo - rispondo: "a Torino". 
Tempo 3/4 mesi e anche questa non sarà più una bugia.
E, scrivendo il mio indirizzo sulla Moleskine del 2017, ho già scritto quello cittadino. Probabilmente i primi tempi farò un po' di confusione, e scriverò ancora la via attuale, quel povero bistrattato Silvio Pellico che in più parti è diventato "santo", come disse i primi tempi la mia vicina di casa "Adesso abitiamo in via San Pellico". E no, non stava scherzando.
E adesso vado a fare un salto nella mia casa nuova, a prendere un paio di misure.